lunedì 3 ottobre 2016

L’eternità entra nella storia: analisi del quattordicesimo verso del Vangelo di Giovanni


Nel quattordicesimo verso del Prologo è racchiuso, a mio parere, il senso ultimo di tutta la Bibbia: l’eternità entra nella storia.
Il Verbo infinito, eterno, si è fatto carne. Ma il Verbo è Dio (Gv, 1,1), quindi Dio è venuto tra di noi, per rimanere in noi, in coloro che lo accolgono (Gv, 1, 12). L’infinito si è fatto finito. E’ il più grande mistero di tutti i tempi. Ed è l’atto d’amore e di umiltà più sublime di tutti i tempi.
Vediamo il verso in questione:

E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

Kay ho Logos sarx egeneto kay eskēnōsen en hēmin kay etheasamethatēn doxan autou doxan hōs monogenous para Patros plērēs charitos kay alētheias

Molte persone, pur credendo in una sorta di “Dio impersonale”, negano questo fatto. Non accettano che Dio si sia fatto carne, nella persona umile di Gesù Cristo. Ma se Dio è Dio, può tutto, giacchè per l’Infinito e l’Onnipotente nulla è impossibile.
Innanzitutto soffermiamoci sul verbo “egeneto”. Non è nella forma passiva, ma bensì nella voce media. Non indica che qualcuno esercitò una forza in modo da trasformare il Logos in forma umana. Ma bensì indica la volontà propria del Verbo, che per sua decisione si rivestì di carne assumendo una natura umana. Il verbo egeneto è utilizzato anche nel terzo verso del Prologo in riferimento alla Creazione del mondo. Significa “diventare”, “cominciare ad essere”, “essere fatto”. Nel quattordicesimo verso egeneto assume il significato di “convertirsi” o “trasformarsi in”. Ciò che prima era invisibile agli occhi umani, ora può essere visto. Gesù Cristo si converte pertanto in colui che svela Dio, come è descritto nel diciottesimo verso.
In ogni caso il mistero dell’Incarnazione non si risolve solo nel fatto che Dio si rivestì di carne. Vi è molto di più: è Dio che si fa uomo. Non un uomo qualsiasi, ma un uomo senza peccato, perfetto. Pur essendo senza peccato era comunque un vero uomo, reale, con i suoi sentimenti, con la sua gioia e con la sua tristezza. Il fatto però che il Verbo si sia incarnato nella persona umana di Gesù Cristo non significa che abbia abbandonato la sua natura divina. Egli non ha mai cessato di essere vero Dio, il Logos eterno, anche quando era uomo. Sarebbe illogico pensare che il Logos eterno, che è Dio, abbia voluto limitarsi nel corpo umano di Gesù abbandonando il suo carattere infinito. In questo modo iniziamo a comprendere che in Gesù Cristo coesistono due nature in una sola persona: Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo.
La maggioranza degli esegeti biblici concorda nel sostenere che la congiunzione “e” con la quale inizia il quattordicesimo verso serva da unione con la prima frase del primo verso del Prologo. Vediamo:

In principio era il Verbo…e il Verbo si fece carne

Notiamo che Giovanni utilizza il termine sarx, carne. Per quale motivo usa il termine carne e non per esempio, corpo?
Secondo il teologo greco Zodhiates il termine carne indica espressamente il motivo, lo scopo principale per il quale Gesù Cristo è venuto al mondo. Mentre noi umani veniamo al mondo con il proposito di vivere, Gesù Cristo venne al mondo con il proposito di morire. Lo scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra è stata infatti la redenzione dei peccati che lui ha attuato con la sua morte in croce. La Bibbia, in numerosi versi, ci mostra che Gesù è morto sulla croce al nostro posto, ossia per espiare i nostri peccati. E’ la morte vicaria di Gesù Cristo, il sacrificio finale e perfetto. Vediamo a tale proposito due passaggi del Nuovo Testamento:

Lettera agli Ebrei (9, 22):

Secondo la Legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue, e senza spargimento di sangue non esiste perdono.

Prima Lettera di Giovanni (1, 7):

Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.

Il sangue però sta nella carne. Secondo Zodhiates nella frase “E il Verbo si fece carne”, vi è incluso il concetto dello scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra: morire spargendo il proprio sangue per la remissione dei peccati. Vediamo a tale proposito il passo del Vangelo di Matteo (20, 28):

Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»

Secondo la Bibbia la persona che non accetta la morte di Gesù Cristo come espiazione dei suoi peccati, non può rinascere in Cristo e pertanto non è lavata dei propri peccati e non può vivere secondo gli insegnamenti di Cristo.
“Sarx”, carne, può essere considerata in senso più generico, denotando la natura umana in contrapposizione alla spirituale. Ciò dimostra che il Cristo eterno si fece completamente umano, con l’eccezione del peccato. Pertanto Gesù, essendo completamente umano, aveva anche un’anima umana, la quale gli fece provare emozioni. Lui amò, si arrabbiò, si sentì triste, si sentì sereno, provò gioia.
C’è comunque un’altra interpretazione della parola “sarx”, carne. Con essa Giovanni ha voluto descrivere la profonda umiliazione che Dio ha deciso di provare convertendosi in uomo per noi, affinchè noi potessimo diventare “figli di Dio”. Questa umiliazione di Dio è descritta in modo eccelso nell’inno all’umiltà (Lettera ai Filippesi 2, 6-11):

egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

Tuttavia il Logos eterno, anche se si è trasformato in uomo e camminò su questa terra, non cessò mai di essere Dio. Essendo uomo, umile e debole ha potuto soffrire sulla croce e spargere il proprio sangue. Essendo Dio, onniscente, ha potuto espiare tutti i peccati. A tale proposito vediamo un verso biblico dove si sottolinea che solo Dio può perdonare e quindi espiare, tutti i peccati, Vangelo di Marco (2, 7):

«Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?».

Già a partire dal primo verso del suo Prologo, Giovanni ha dichiarato che il Figlio, ossia il Verbo, è Dio, ma ha comunque una personalità distinta dal Padre. Questo fatto misterioso, e tuttavia meraviglioso, inizia a svelare la splendente Trinità. Anche nel quattordicesimo verso si nota che il Verbo e il Padre hanno personalità distinte. Analizziamo infatti la seconda frase: “e venne ad abitare in mezzo a noi;”. Questa frase si connette alla seconda frase del primo verso:

E il Verbo era con Dio…e venne ad abitare in mezzo a noi;

Se il Verbo, ossia il Cristo eterno nel suo stato pre-incarnato, non fosse una persona distinta dal Padre non avrebbe potuto scendere su questa terra e vivere tra di noi. E’ pertanto proprio la splendente Trinità che ha permesso l’Incarnazione del Verbo.
Alcune persone potrebbero chiedere il perchè Dio onnipotente venne sulla terra in forma di uomo. Non poteva venire semplicemente come Dio?
Innanzitutto possiamo affermare che Dio non avrebbe potuto mostrarsi nella sua infinita pienezza. Inoltre noi esseri finiti non avremmo mai potuto cogliere ciò che è infinito. In secondo luogo il fatto che Dio sia venuto sulla terra in forma di uomo si spiega considerando la missione che doveva portare a termine. Gesù Cristo ha deciso di dare la sua vita per espiare “il peccato del mondo”. Con il suo atto di amore, Gesù ha fatto si che l’uomo si convertisse in figlio di Dio. Una volta portato a termine questo compito sublime, Gesù Cristo non ebbe più ragione di restare nella terra. Dopo la sua gloriosa Risurrezione nella carne, Gesù apparve agli Apostoli e ad altri suoi seguaci varie volte, ma poi ascese al cielo. Il suo compito sulla terra era finito.
Giovanni utilizza il termine eskēnōsen che tradotto letteralmente significa “mise le tende”, “accampò”, ossia “venne ad abitare temporaneamente”.
E’ interessante notare che eskēnōsen deriva dalla parola “skeenee” (tenda). In una delle sue forme sostantive però, (skeenooma), questa parola assume il significato di “corpo”.
Ciò si nota anche nei seguenti passaggi della Seconda Lettera di Pietro (1, 13-14):

Io credo giusto, finché vivo in questa tenda, di tenervi desti con le mie esortazioni, sapendo che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come mi ha fatto intendere anche il Signore nostro Gesù Cristo.

La presenza di Gesù Cristo sulla terra fu temporanea, ma fu comunque quella di un corpo reale, non apparente.
Inoltre eskēnōsen, ossia, “venne ad abitare”, si riferisce ad un periodo di tempo definito, che non si ripeterà nel futuro. Questo fatto meraviglioso si spiega così: Cristo venne sulla terra in forma umile, con un corpo umano. Ma quando risuscitò, il suo corpo fu trasformato gloriosamente. Gesù aveva un corpo glorificato. Sarà con questo corpo glorificato che lui tornerà sulla terra. Non tornerà mai più con il suo corpo umano, ossia con il corpo della sua umiliazione, ma tornerà con il suo corpo glorificato della Risurrezione. Gesù pertanto rimase sulla terra temporaneamente con il fine di espiare i peccati, in quanto il suo sacrificio è stato finale, unico e perfetto.
Non tornerà come un maestro umile ma come Re e Giudice. Per questo la nostra vita è l’unica possibilità che abbiamo di riconoscere Gesù Cristo come nostro Salvatore, in quanto se non lo riconosciamo come Salvatore, lo conosceremo come Giudice.
Torniamo ora sulla frase “e venne ad abitare in mezzo a noi”. Questa decisione di “venire ad abitare in mezzo a noi”, è stata presa anche se vi era la consapevolezza che la maggioranza degli uomini avrebbe ripudiato la sua persona e il suo messaggio. Fu necessario che Dio venisse ad abitare tra quelli che si opponevano a lui. Vediamo a tale proposito questo passaggio della Lettera ai Romani (5, 10):

Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.

Ma Gesù Cristo, con il suo amore e sacrificio sulla croce conquistò persino molti dei suoi nemici.
Analizziamo la parola “en” (ἐν), che normalmente viene tradotta: “tra”. Secondo lo studioso A.T. Robertson (1), questa parola può significare “dentro” e “tra”. La seconda frase del quattordicesimo verso significherebbe che il Verbo venne al mondo principalmente per “rimanere” nei (“dentro”) nostri cuori, e quindi per abitare tra di noi. Mentre però la permanenza sulla terra è stata temporanea con il suo corpo fisico, la sua permanenza nei cuori del figli di Dio è eterna.
Che vantaggio avrebbero avuto gli uomini se Dio si fosse fatto carne per venire “tra di loro”, ma senza rimanere “in loro”? Molte persone, che videro Gesù Cristo da vicino, ma che non lo avevano nel loro cuore, gli chiesero persino di andarsene (per esempio la popolazione dei Geraseni, nel Vangelo di Luca 8, 26-39).
La parola eskēnōsen, “mettere le tende”, quindi un concetto temporaneo, non è in contrapposizione con l’interpretazione che il Verbo si è incarnato per rimanere “dentro” i nostri cuori. Durante la nostra vita terrena infatti, il Verbo temporaneamente rimane nei nostri cuori, nel nostro corpo fisico. Dopo la Risurrezione dei corpi il Verbo rimarrà per sempre nel cuore del nostro corpo glorificato.

Prima Lettera ai Corinzi (3, 16):

Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?

Questo fatto che Gesù Cristo vive in noi, e rimane nei nostri cuori, è un qualcosa di meraviglioso. Una volta che accettiamo Gesù Cristo, il suo Spirito è in noi e noi non possiamo più tornare indietro. Chi si converte sa che Gesù è in lui.
Analizziamo brevemente la parola “noi” nella frase: “e venne ad abitare tra di noi”. Giovanni si include nel gruppo ristretto di persone che inizialmente poterono vedere, ascoltare e conoscere Gesù Cristo. E’ un testimone verace, che è stato con Gesù Cristo fino alla sua morte in croce, e lo ha poi visto varie volte con un corpo glorificato, fino all’ultima apparizione di Gesù, sul finire del I secolo, quando fu scritta l’Apocalisse, nell’isola di Patmos. Giovanni scrivendo “in mezzo a noi” si riferisce anche ad altre persone: non solo agli Apostoli, ma anche ad altri seguaci di Gesù Cristo come Stefano, Barnaba, Paolo di Tarso, Giacomo il Giusto, Nicodemo, Maria di Betania, Marta, Maria Maddalena ecc., persone che, anche se non facevano parte della ristretta cerchia iniziale degli Apostoli, avevano accolto pienamente Gesù Cristo nei loro cuori.
La frase seguente è: “e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre”. Anche qui Giovanni non scrive: “ho contemplato”, ma “abbiamo contemplato”. Ovviamente Giovanni si riferisce a tutte le persone che descrive nel quarto Vangelo a partire dal diciannovesimo verso del primo capitolo. Il verbo etheasametha (abbiamo contemplato, abbiamo visto, dall’infinito: theasthai), viene usato ventidue volte nel Nuovo Testamento però mai in relazione con la visione spirituale (per esempio Vangelo di Giovanni 1, 32; 1, 38; 4, 35; 6, 5; 11, 45). Giovanni usa questo verbo per riferirsi alla visione reale e non spirituale. Potrebbe essere che Giovanni, utilizzando questo verbo, volesse rimarcare che Gesù è veramente apparso nella carne e non nello spirito. L’uso di questa parola potrebbe essere quindi una risposta al docetismo, una forma di gnosticismo che sosteneva l’ipotesi che Gesù non ebbe corpo ne natura umana.
Tuttavia secondo gli studiosi Arndt e Gingrich (2), la parola etheasametha significa non solo “vedere fisicamente”, ma anche “guardare in modo stupefatto, vedere percependo un fatto soprannaturale”. Vediamo il verso (1, 32) del Vangelo di Giovanni:

Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui.

In questa frase si utilizza tetheamai, prima persona di theasthai. Giovanni vide la colomba e si rese conto che era lo Spirito Santo.
Pertanto “abbiamo contemplato” si riferisce alla visione fisica di un corpo fisico, quando si percepisce che al di là di un corpo fisico ci sia anche uno spirito soprannaturale. L’Apostolo ed Evangelista Giovanni ed altri videro Gesù fisicamente, ma percepirono che era Dio incarnato.
Analizziamo adesso la frase: “e noi abbiamo contemplato la sua gloria”. Il verbo etheasemetha si riferisce all’osservazione fisica. Ma la parola “doxa”, ossia “gloria”, si riferisce a qualcosa che non si può vedere, ma solo percepire o verificare. Normalmente la parola “gloria” si riferisce ad un atto glorioso se è stato fatto per il bene massimo della comunità, quindi un atto di altissima moralità. Una persona gloriosa è pertanto chi si sacrifica per un fine altissimo, per il bene di tutti. La parola gloria è sinonimo anche di considerazione, reputazione, grandezza, trionfo, splendore, magnificenza. Nel caso di Gesù Cristo, i suoi seguaci hanno vissuto con lui, hanno visto i suoi miracoli, lo hanno visto rivolgersi ai più umili in una forma speciale, lo hanno visto accettare la sua condanna a morte in modo dignitoso, lo hanno visto morire (Giovanni era sotto la croce quando Gesù spirò), e lo hanno poi visto risorto con un corpo glorificato. Per tutte queste ragioni, (ovviamente la Risurrezione è la più importante, ma non l’unica), si sono convinti della sua natura divina, di vero Dio e vero uomo, e hanno percepito la sua gloria eterna. Gesù brillava di una luce divina ed emanava gloria eterna. Ma la gloria che percepirono gli Apostoli non era una gloria comune, quella che potrebbe avere un grandissimo uomo, ma era “gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre”. Era uno splendore, una luminosità divina che loro non vedevano, ma percepivano. A tale proposito vediamo alcuni passaggi biblici dove ci si riferisce alla gloria di Dio:

Esodo (24, 17):

La gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna.

Esodo (40, 34):

Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la dimora.

Numeri (14, 10):

Allora tutta la comunità parlò di lapidarli; ma la gloria del Signore apparve sulla tenda di convegno a tutti i figli d'Israele

Vi è una enorme differenza tra la gloria celeste e la gloria umana. Nella frase:

e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,

Giovanni si riferisce alla gloria divina di Gesù Cristo, al suo concepimento assolutamente divino, alla sua saggezza, grazia, santità, sacralità, al suo amore infinito. Quando gli Apostoli hanno percepito questa gloria sono rimasti stupefatti. Quando l’uomo finito viene a contatto con l’infinito non può che rimanere stupito. Pertanto i discepoli di Gesù si resero conto che lui non era solo un grandissimo uomo, o un profeta di Dio, e lo individuarono esattamente come: “Figlio unigenito che viene dal Padre”.
La parola monogenous, ossia “unigenito”, e il pronome “Patros”, ossia “Padre”, non sono proceduti da alcun articolo. Sappiamo che in greco l’assenza dell’articolo definito indica un concetto generico e non particolare. Quindi la traduzione: “gloria come di un figlio unigenito che viene da un padre” (o sue varianti simili), è completamente errata. Unigenito senza articolo si riferisce al concetto ultimo di Unigenito, ossia il Figlio di Dio, e Padre senza articolo si riferisce al concetto ultimo di Padre, ossia Dio.
C’è un altro concetto importante, la frase: “gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre” si riferisce al fatto che Gesù Cristo, ossia il Verbo incarnato, non aveva meno gloria di quella di suo Padre, Dio. Proprio la parola monogenees (monogenous è il genitivo), "unico genere", indica la consustanzialità. Il Logos eterno, e quindi anche il Logos incarnato, avevano la stessa “sostanza” del Padre. La qualità della gloria del Figlio era pertanto esattamente uguale alla gloria del Padre. E’ questo che Giovanni vuole comunicarci con la sua frase. In ogni caso comunque, dai versi precedenti, e in particolare dal dodicesimo, si evince che solo chi ha accolto nel suo cuore Gesù Cristo, può percepire la sua gloria. Chi non lo ha riconosciuto come il Verbo incarnato e suo Salvatore non ha neppure potuto percepire la sua gloria.
C’è un altro punto molto importante da considerare per quanto riguarda il concetto di gloria di Cristo. Da tutto il Nuovo Testamento si evince che il Verbo eterno ha fatto un atto di umiltà massimo con l’Incarnazione. Gesù Cristo ha deciso di umiliarsi venendo tra di noi. Rivediamo il passaggio corrispondente nella Lettera ai Filippesi (2, 6-8):

egli, pur essendo nella condizione di Dio, 
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.

Dalla frase “svuotò se stesso” si evince che Gesù Cristo, venendo sulla terra, rinunciò a qualcosa. Sappiamo che, limitando se stesso nel corpo umano di Gesù, il Cristo eterno ha rinunciato all’onnipresenza, ma nella frase della lettera ai Filippesi sembra che ci si stia riferendo ad un altro tipo di rinuncia.
Dall’analisi comparata della Lettera ai Filippesi e del Prologo di Giovanni si evince che con l’Incarnazione del Verbo, Gesù Cristo, ha cessato temporaneamente di avere la gloria del Padre che aveva nel suo stato pre-incarnato. Ciò non implica che Gesù Cristo abbia temporanemente messo da parte la sua Divinità. Egli era Dio e in nessun momento ha perso i suoi attributi divini (eccetto l’onnipresenza).
Per capire il concetto che Gesù Cristo ha rinunciato temporaneamente alla gloria del Padre consideriamo il verso (17, 5) del Vangelo di Giovanni:

ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.

Da questo passaggio è evidente che Gesù Cristo aveva, nel suo stato pre-incarnato, un tipo di “gloria” con il Padre che non aveva quando rimase con noi sulla terra. Ma a quale tipo di gloria ci stiamo riferendo?
In greco gloria si dice “doxa”, che deriva dal verbo dokein, il quale può significare: 1 - apparenza in contrasto con la verità; 2 - reputazione, riconoscimento.
Con questa seconda interpretazione il significato di vari versi della Bibbia si chiarifica. Vediamo a tale proposito la Lettera ai Romani (3, 23):

perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio,

Ossia: siccome hanno peccato, non sono riconosciuti da Dio, hanno perso il suo riconoscimento. Ecco che risulta chiaro che Gesù al venire sulla terra ha perso temporaneamente la gloria che aveva con il Padre. Pertanto in certe situazioni “gloria di Dio” si riferisce al suo splendore, alla sua magnificenza, mentre in altri casi si riferisce al suo riconoscimento.
Quando Gesù venne sulla terra, perse temporanemante la gloria o il riconoscimento del Padre. Neppure l’uomo redento, ossia libero dal peccato, colui che riconosceva pienamente Gesù Cristo come suo Signore e Salvatore, non poteva tributare a Gesù lo stesso onore, lo stesso riconoscimento che Gesù aveva con il Padre nel suo stato pre-incarnato.
Per comprendere questo concetto potremmo aggiungere che solo uno scienziato in fisica può riconoscere pienamente la qualità di un altro scienziato in fisica. La stessa cosa per Gesù e il Padre. Siccome hanno la stessa sostanza, solo il Padre poteva riconoscere e apprezzare tutta la gloria del Verbo, ossia del Cristo eterno, nel suo stato pre-incarnato. Gesù Cristo non potè trovare questo pieno riconoscimento mentre era qui tra gli uomini, e questa è la ragione per la quale desiderava riottenerlo.
Tornando però alla gloria di Gesù Cristo, è importante risaltare che sia nel quattordicesimo verso del Prologo che nel verso (17, 5) del quarto Vangelo, vi è la parola greca “para”. Questa preposizione significa “a lato di”, “in comunione con”, “congiunto a”. Pertanto ne consegue che la gloria di Gesù Cristo non deriva dal Padre. Il Padre ha riconoscito da sempre la gloria del Figlio e il Figlio ha riconosciuto da sempre la gloria del Padre.
In pratica i discepoli di Gesù percepivano la sua gloria, rendendosi conto che era la stessa gloria del Padre, e credettero pertanto di contemplare il Figlio Unigenito del Padre.
Analizziamo ora l’ultima frase del quattordicesimo verso: “pieno di grazia e verità”. Notiamo che questa frase è da relazionare con la terza frase del primo verso, vediamo:

E il Verbo era Dio…pieno di grazia e di verità.

Quando il Cristo eterno si fa uomo, Egli si caratterizza per due attributi principali: Grazia e Verità. Anche l’uomo può fare atti di grazia e può testimoniare la verità, ma solo Dio può essere pieno di Grazia e di Verità.
Nell’intera Bibbia gli attributi di Dio sono descritti numerose volte: onniscenza, onnipotenza, onnipresenza, infinita misericordia, infinita giustizia. In questo verso e anche nel diciassettesimo verso del Prologo troviamo due attributi di Dio estremamente importanti: Grazia e Verità.
Sappiamo che lo scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra è stato quello di perdonare tutti i peccati e quindi salvare l’uomo (Vangelo di Giovanni 3, 16-17). L’Incarnazione e la successiva morte in croce di Gesù Cristo sono stati pertanto atti di Grazia massima. E’ per Grazia che siamo salvi, per Grazia e fede. Pertanto Gesù Cristo è l’apoteosi della Grazia. E’ venuto a perdonare i peccati che sono dichiarati tali dalla sua luce, la luce della Verità. Il concetto di Verità divina ha molti significati. Innanzitutto quello di Verità ultima, Causa Prima. Gesù Cristo stesso è la Verità ultima, infatti, Vangelo di Giovanni (14, 6):

Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

Ma la verità si relaziona anche con la giustizia. Senza verità non vi può essere condanna. Ma Dio è infinitamente misericordioso e ha preferito offrire la Grazia in suo Figlio Gesù, che è sceso tra di noi, piuttosto che condannare dall’alto. Nel quattordicesimo verso del Prologo è pertanto racchiuso il senso ultimo di tutta la Bibbia. Il Verbo (Dio) si è fatto carne con lo scopo di venire a espiare e quindi perdonare tutti i peccati, morendo sulla croce, donandoci così il massimo atto di Grazia possibile. Lo ha fatto perchè Dio è Verità, quindi è Giustizia. Nessuno avrebbe potuto salvarsi da solo, nessuno avrebbe potuto espiare peccati infiniti contro Dio da solo. Solo Gesù Cristo, l’Incarnazione del Verbo, poteva espiarli con il suo sacrificio e quindi è stato inviato. Dio, essendo infinitamente misericordioso, ha voluto perdonare tutti peccati. Ma Dio è anche infinitamente sacro, e non si può giungere al suo cospetto macchiati del peccato. Anche una piccola macchia, se non è perdonata, non permette all’uomo di poter ottenere una Risurrezione di vita. Dio è pure infinitamente giusto e deve poter condannare tutti i peccati. L’unica soluzione a questa tripla realtà di Dio (infinita misericordia, sacralità, e giustizia), è l’invio del Figlio, che doveva espiare i nostri peccati sulla croce.
Perché Giovanni ha collocato la parola grazia prima della parola verità? Non perchè la grazia sia più importante della verità. Ora abbiamo la possibilità di ottenere la Grazia e ottenere così il perdono, quando riconosciamo che Gesù è morto per nostri peccati. In questo modo i nostri peccati sono da lui perdonati e diveniamo uomini giusti, uomini veri. Il nostro peccato è passato a lui, che lo ha espiato con la sua morte, e la sua giustizia è passata a noi. Contempliamo quindi la sua verità.
Chi invece non accetta Gesù Cristo, non accetta la sua Grazia. Verrà il giorno nel quale non ci sarà più grazia e verità, ma ci sarà solo la verità. La verità dei peccati di chi non ha e non avrà accolto Gesù Cristo, sarà messa alla luce, e pertanto vi sarà condanna eterna.
Vi è da aggiungere un ultimo concetto: la gloria del Cristo eterno nel suo stato pre-incarnato era grandiosa, magnifica. Ma l’apice massimo della sua gloria, in riferimento a noi umani, si ebbe quando, dopo l’Incarnazione, Gesù Cristo morì per noi sulla croce, concedendoci così la Grazia e la possibilità di diventare figli di Dio, in modo che noi potessimo ottenere una gloria maggiore di quella che perdemmo quando abbiamo peccato seguendo l’atto di Adamo. In altri termini, la più alta gloria di Dio è Gesù Cristo, e la più alta gloria di Gesù Cristo è stata la sua umiliazione e la sua morte in croce per noi.
Per concludere Giovanni afferma che il Verbo (Dio), si fece carne, che abitò tra di noi con lo scopo principale di espiare e quindi perdonare tutti i peccati. Inoltre Giovanni afferma che lui, ed altri discepoli di Gesù, poterono percepire tre caratteristiche di Gesù Cristo: la gloria, la grazia e la verità. Ma ancora più meraviglioso è che Gesù ha mostrato la sua compassione e la sua Grazia non solo ai suoi amici, ma anche ai suoi nemici, a tutti.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Bibliografia: Gesù era Dio? Spiros Zodhiates

Note:
1-http://yurileveratto2.blogspot.com/2015/11/lo-scopo-principale-della-missione-di.html
2-La grammatica del Nuovo Testamento alla luce dell’investigazione storica”, Doran, quarta edizione, pag. 586.
3-(Lessico Greco-Inglese del Nuovo Testamento e altra letteratura cristiana primitiva, Un. Chicago, pag. 353.

domenica 2 ottobre 2016

I figli di Dio sono nati da Dio: analisi del tredicesimo verso del Vangelo di Giovanni.

                 

Nel dodicesimo verso abbiamo visto chi sono i “figli di Dio”: coloro i quali hanno accolto Gesù Cristo, coloro i quali credono nel suo nome. Nel tredicesimo verso Giovanni ribadisce che le persone si convertono in figli di Dio per atto completamente divino: non per discendenza (sangue), non per desiderio, ne per volere umano.
Vediamo il tredicesimo verso:

I quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere d'uomo, ma da Dio sono stati generati.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

Hoi ouk ex haimatōn oudeek thelēmatos sarkos oudeek thelēmatos andros all’ ek Theou egennēthēsan

Giovanni vuole darci un’idea molto chiara di come si diventa e come non si può diventare figli di Dio. Nel dodicesimo verso si è concentrato su ciò che bisogna fare per diventare figli di Dio. Nel tredicesimo verso Giovanni dissipa qualsiasi dubbio, specificando in tre frasi negative come non si può diventare “figli di Dio”.
Innanzitutto non si può convertirsi in figli di Dio per sangue. Nel greco originale la parola haimatōn significa “sangue” al plurale. Giovanni vuole esprimere il concetto che le discendenze umane non producono “figli di Dio”. In altre parole non si diventa cristiani «per nascita». Il fatto che una persona nasca fisicamente da due genitori che sono “figli di Dio”, non significa che lui sia “figlio di Dio”.
Il secondo mezzo per il quale nessuno può convertirsi in figlio di Dio è per volontà della carne. Ciò si riferisce al desiderio naturale dell’uomo, che include i desideri dei sensi. Questi non lo avvicinano a Dio, ma piuttosto lo separano da Dio. Vi è una continua lotta nell’uomo tra il desiderio carnale e l’anelito spirituale.
Il Nuovo Testamento insegna che l’uomo non può salvarsi da solo. Inoltre molte persone anche se sanno che solo Dio ha il potere di salvare, hanno una natura così degenerata che non vogliono neppure che gli sia imposto il desiderio di Dio di salvarli.
Il terzo mezzo per il quale l’uomo non può diventare “figlio di Dio” è per volontà d’uomo. Da notare che la parola usata nella frase volontà di uomo, è andros e non anthroopou. Andros si riferisce specificamente a uomo maschile mentre anthroopou si riferisce al concetto di essere umano in generale.
Nessun uomo può diventare figlio di Dio per lo sforzo, o il potere di un altro uomo. In pratica ciò significa che anche se una persona si sforza di evangelizzare e far si che un’altra persona creda in Gesù Cristo, potrà avvicinare il suo interlocutore alla fede, ma non potrà realmente renderlo “figlio di Dio”. Nessun uomo, può, con il suo potere e la sua volontà, farsi “figlio di Dio”.
Finalmente, nell’ultima frase “ma da Dio sono stati generati”, Giovanni specifica che i “figli di Dio” sono generati da Dio, ossia è Dio stesso che interviene e provoca la rinascita, la conversione e quindi il “battesimo nello Spirito Santo”. Proprio come i nostri genitori fisici hanno preso l’iniziativa e ci hanno fatto nascere fisicamente, Dio prende l’iniziativa e ci fa rinascere completamente, rendendoci “figli di Dio”.
Da notare che Giovanni non scrive “nati dal Dio” (in questo caso avrebbe dovuto scrivere “ek tou Theou”), ma bensì “nati da Dio”, ossia “ek Theou”. Ricordiamo che l’omissione dell’articolo indica il carattere generale di Dio, ossia non “un dio”, o “quel dio”, ma bensì: “Dio”, ossia l’unico e vero Dio. (1).
In pratica i credenti si convertono in figli di Dio, in quanto sono nati da Dio, dalla sua pienezza.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Bibliografia: Cristo era Dio? SpirosZodhiates

Nota:
1-Grammatica dellalingua greca, John Henry e James Parker, a859, pag. 124.

lunedì 12 settembre 2016

I figli di Dio: analisi del dodicesimo verso del Vangelo di Giovanni


Come abbiamo visto nell’undicesimo verso del suo Prologo, Giovanni descrive in senso generale la venuta del Cristo eterno nel mondo e il fatto che non è stato accolto dalla sua creazione. In senso più specifico descrive la missione di Gesù Cristo nella sua terra, Israele, e il fatto che non è stato accolto dal suo popolo. Nel dodicesimo verso vi è però un’affermazione contraria e specifica: si descrive che alcune persone, non solo appartenenti alla nazione israelita, lo hanno accolto, ossia lo hanno riconosciuto come l’unico e solo Figlio di Dio.
Vediamo il dodicesimo verso del Vangelo di Giovanni:

A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

hosoi de elabon auton edōken autois exousian tekna Theou genesthai tois pisteuousin eis to onoma autou

Mentre nell’undicesimo verso vi è delineato un generale ripudio del Salvatore, nel dodicesimo verso si descrive l’accettazione di Cristo da parte di differenti persone, in forma individuale. La prima parola greca che analizziamo è: “hosoi”, che viene tradotta “A quanti” o “a tutti quelli che”. Questo pronome include la totalità e l’individualità allo stesso tempo: la totalità di coloro che lo hanno accettato e l’individualità di chi lo ha accettato. La prima categoria di persone che lo hanno accettato sono coloro i quali si sono convertiti a Cristo, coloro che credono che Egli è il Figlio di Dio e che è morto in croce per i nostri peccati. Queste persone si convertono in figli di Dio.
Nel pronome “hosoi” vi è però incluso anche il concetto di “individualità”, in quanto sono le persone singole che accettano Cristo. Queste persone possono essere di qualsiasi estrazione sociale, origine o etnia. La porta sarà sempre aperta per chiunque voglia entrare. Cristo non è il Salvatore di un popolo, ma lo è di ognuno di noi nella sua intimità e individualità. E’ il Salvatore di tutti coloro i quali credono nel suo nome.
Tornando al pronome “hosoi”, non vi è nulla nel dodicesimo verso che faccia intendere che esso sia riferito solo agli ebrei. Se lo fosse, come specificato da Frederick Luis Godet (1), si sarebbero dovute aggiungere le parole “ex autoon”, ossia “di loro”, e in questo modo il verso si sarebbe letto: “ma a quanti di loro che lo hanno accolto”. Al contrario “a quanti” è incondizionale e pertanto non è riferito solo agli ebrei, ma a tutti.
Analizziamo ora la frase “a quanti però lo hanno accolto”. A volte questa frase viene tradotta con “a quanti lo hanno ricevuto”. In effetti le parole “ricevere” o accogliere”, sono molto importanti nel Vangelo. E’ evidente che Giovanni si riferiva a Gesù Cristo, il Verbo eterno, che entrò nella storia con la sua Incarnazione, nel paesello di Betlemme, in Giudea.
Cosa significa ricevere o accogliere Gesù Cristo?
Secondo Giovanni, il Cristo eterno, prima di incarnarsi nella persona umana di Gesù, era Spirito eterno, infinito, onniscente e onnipotente. Quando, di sua propria volontà, volle limitarsi in un corpo umano, non cessò di essere ciò che è stato da sempre, dall’eternità del passato: il Cristo eterno spirituale. Accogliendolo, riceviamo il suo Spirito, e in questo modo Egli occupa pienamente il nostro essere. Quando una persona riceve Cristo è pienamente cosciente di ciò, e la sua vita cambierà per sempre. E’ come se bevesse l’acqua pura e fresca di una fonte di montagna. La serenità, la pace e l’amore saranno parte di lui per tutta la vita.
Nell’undicesimo verso si utilizza la parola “parelabon” tradotta con “hanno accolto”.
Vediamo l’undicesimo verso del Vangelo di Giovanni:

Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.

Nel dodicesimo verso si utilizza la parola “elabon”, che ugualmente significa sempre “hanno accolto”, ma rispetto a “parelabon” indica una maggiore attività da parte di chi riceve.
Chi riceve lo Spirito di Cristo, riconosce Gesù Cristo come suo Re, Signore e Salvatore.
Il verbo “elabon” (hanno accolto, hanno ricevuto), è nel secondo tempo aoristo. L’aoristo anche se è tradotto al tempo passato si usa per considerare il passato, il presente e il futuro. In pratica Giovanni ci sta comunicando che ci sono persone che accolsero Gesù durante la sua missione sulla terra, altri che lo accolsero verso la fine del primo secolo, quando Giovanni scrisse il suo Vangelo, e ci saranno altri che lo accoglieranno nel futuro. La salvezza in Cristo non ha mai avuto una limitazione cronologica nel tempo, ma è una situazione personale che chiunque ha potuto vivere e sperimentare anche prima di Cristo, giacchè la sua luce eterna ha brillato da sempre.
Il processo di ricezione e accoglimento di Cristo nel cuore dell’uomo è comunque solo l’inizio di un percorso che terminerà con la completa accoglienza che Cristo ci darà nel suo regno, il Regno di Dio. Da un certo punto di vista l’uomo fa un passo credendo e accogliendo Cristo in se e Cristo poi accoglie l’uomo definitivamente nel suo Regno.
Per quale motivo Giovanni non scrisse: “a quanti lo accolsero come Salvatore”? Perché scrisse solamente: “a quanti lo accolsero”?
E’evidente che lo scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra è stato quello di salvare gli esseri umani, ossia liberarli dal peccato. Lo ha fatto con la sua morte vicaria sulla croce. In pratica Gesù Cristo è morto al posto nostro sulla croce e si è sacrificato espiando così tutti i peccati e quindi perdonandoli. Vediamo a tale proposito due passaggi importanti del Vangelo di Matteo:

(20, 28):
Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti.

(26, 27-28):
Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati.

Però se Giovanni avesse scritto: “a quanti lo accolsero come Salvatore”, l’uomo sarebbe autorizzato ad accogliere Cristo solo per un motivo egoista ossia per salvarsi. Ma in Cristo non c’è solo la salvezza, che è comunque determinante.
In Cristo vi è anche la gioia, la letizia, l’allegria di vivere per lui, mettendo in pratica e diffondendo il Vangelo. In questo modo l’uomo sta accogliendo Cristo e si converte in un figlio di Dio.
Analizziamo ora la frase: “a quelli che credono nel suo nome”. In realtà questa frase è intimamente legata alla prima: “A quanti però lo hanno accolto”.
Le parole greche “tois pisteuousin” significano “a quelli che credono”. Il mezzo per accogliere Cristo è la fede, in quanto una persona può ricevere Cristo solo se crede in lui. A tale proposito vediamo questo passaggio della Lettera agli Efesini (2, 8):

Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio;

Sia la Grazia che la fede sono regali di Dio affinchè noi possiamo accogliere Gesù Cristo.
Pertanto la fede è in sintonia con l’accoglienza di Cristo. Credere è ricevere e ricevere è credere. Infatti le parole greche non sono “tois pisteusasi” (ossia: a quanti hanno creduto), ma bensì: “tois pisteuousin” (ossia: a quanti credono). Oltre a ciò bisogna sottolineare che la fede non si manifesta solo una volta, ma è costante. L’Apostolo Giovanni nel suo Vangelo utilizza novantanove volte il verbo credere (pisteuein), ma nemmeno una volta utilizza il sostantivo “il credere” o “la fede” (pistis). Per quale motivo?
Giovanni non descrive mai la fede come qualcosa di astratto. Si riferisce alla fede come qualcosa che è parte del cuore umano. Colui che crede è l’uomo e colui nel quale si crede è Dio incarnato in un essere umano. Quindi nel momento che una persona crede, riceve Gesù Cristo.
Molte volte troviamo, nel Nuovo Testamento, la parola “nel nome di Cristo”. Nel greco ellenistico, l’espressione “nel nome di” era usata sia nel senso legale che in quello commerciale. A volte si diceva “depositalo a mio nome” o “per conto mio”. Anche nel senso commerciale si utilizza la frase “firmare un assegno con il proprio nome”. La persona che riceve l’assegno “ha avuto fede”, ossia “ha creduto”, che la persona che gli ha consegnato l’assegno avesse del denaro nel conto e che quel denaro fosse suo. La persona che ha ricevuto l’assegno ha avuto fede nel nome della persona che glielo ha consegnato.
La relazione con Dio si può riassumere così: Dio è Vita e Luce. L’uomo ha bisogno della salvezza, della vita eterna, ma solo attraverso la Luce eterna di Cristo, e solo credendo nel nome di Cristo, l’uomo può giungere al Padre, alla salvezza.
Giovanni ci ha descritto Cristo come il Verbo eterno, la Vita e la Luce del mondo. Solo se crediamo che Gesù Cristo è l’Incarnazione di Dio il suo nome avrà potere su di noi e i nostri peccati saranno perdonati. Se Gesù fosse stato un semplice uomo, non avrebbe potuto essere il Salvatore del mondo.
Credere nel “nome di Gesù Cristo” significa credere che lui possa compiere qualsiasi cosa, e in specialmodo significa credere che lui possa perdonare i nostri peccati, rendendoci così liberi e quindi, salvi. C’è inoltre una stretta relazione tra credere e ricevere. Credere nel nome di Cristo ci permette di riceverlo. Ciò fa si che lui si faccia “nostro”. Quante volte abbiamo ascoltato le parole “mio Dio!”. In questo modo Gesù Cristo è nostro e noi siamo “di Cristo”. Se diciamo “si”, credendo nel nome di Gesù Cristo ci convertiamo in figli di Dio e accettiamo anche che lui è morto per noi, ottenendo così la redenzione dei peccati.
A questo punto analizziamo la frase: “ha dato potere di diventare figli di Dio”. Da questa frase si evince che non tutti gli umani sono “figli di Dio”. Solo coloro che accolgono, che ricevono Gesù Cristo, diventano “figli di Dio”.
Innanzitutto questa frase significa che siccome l’uomo può diventare figlio di Dio, anteriormente alla sua conversione, non lo era.
Molte persone oggi credono che tutti gli esseri umani siano “figli di Dio”. Arrivano a questa conclusione errata in quanto pensano che siccome Dio è il Creatore, tutti dovremmo essere suoi figli. Invece il Vangelo di Giovanni è chiaro: siamo tutti creature di Dio, ma non tutti siamo “figli di Dio”. L’uomo fu creato inizialmente ad immagine e somiglianza di Dio, però ha deciso di seguire Satana e non obbedire al suo Creatore. Pertanto l’uomo ha preferito convertirsi in figlio del male, piuttosto che in “figlio di Dio”.
Vi sono altri passaggi del Vangelo di Giovanni dove si evidenziano questi concetti, vediamone due:
Nella seconda parte del verso (8, 41) gli interlocutori di Gesù dicono:

“Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!»

E Gesù afferma, nel verso (8, 44):

Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna.

Pertanto se l’uomo resta nel peccato e nella disobbedienza non è un “figlio di Dio”, ma è bensì un “figlio di satana”.
Il secondo insegnamento che si può trarre dalla frase “ha dato potere di diventare figli di Dio”, è che qualsiasi persona, anche se ha vissuto molti anni nel peccato, nell’errore e nelle tenebre, può ricevere Cristo e può essere accolto da Dio come figlio.
Ovviamente, come spiegato anteriormente, per poter ricevere, deve credere.
Il verbo utilizzato è edōken (ha dato), che appare nel tempo aoristo. Anche se l’uomo ha voltato le spalle a Dio, Dio, con Cristo, gli ha dato la possibilità di redimersi. Dopo che l’uomo ha lasciato la casa del Padre, Dio non ha mai chiuso la porta, ma l’ha lasciata aperta in modo che l’uomo possa avere l’opzione di tornare.
Torniamo ora ad analizzare la parola edōken (ossia: ha dato). Questa parola deriva dalla stessa radice delle parole dosis e dooron, che significa “regalo”. Pertanto la frase “ha dato”, implica la nozione di dare con generosità e senza costo alcuno. L’attitudine di Dio verso di noi e verso il nostro stato peccaminoso è generosa. Non importa quale sia stato il nostro peccato. Può anche essere stato un peccato grave, ma la Grazia di Dio è più che sufficiente per “coprirlo”, “espiarlo”.
La parola edōken viene utilizzata anche nel verso (3, 16) del Vangelo di Giovanni:

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Il fatto che la Grazia di Dio è senza costo, significa che noi non dobbiamo “pagare” nulla. Il prezzo del nostro peccato è già stato pagato da Dio mediante il sacrificio di suo Figlio, Gesù Cristo, con la sua morte in croce. Vediamo a tale proposito questo passaggio della Lettera ai Romani (6, 23):

Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

La parola exousian viene tradotta con “potere”. Questo sostantivo deriva dal verbo exesti che significa “è permesso”. Pertanto exousian si riferisce al permesso, al diritto, alla libertà e al potere di convertirsi in “figli di Dio”. Nel permesso che Dio da all’uomo di diventare suo figlio, è inclusa anche la capacità di potersi convertire. Questo “permesso” o “diritto”, si ottiene per Grazia per mezzo della fede (Lettera agli Efesini 2, 8).
Exousian è pertanto “diritto” e “potere”. All’uomo viene dato il diritto e il potere di convertirsi in qualcuno che non era. Il “figlio di Dio” è pertanto “una persona nuova”.
Non è che per essere cristiani dobbiamo fare determinati atti. Ma bensì quando diveniamo cristiani, quando ci convertiamo in “figli di Dio”, istintivamente realizziamo atti cristiani (opere buone). Il verbo utilizzato è genesthai (diventare, essere fatti), e non deve essere interpretato come se l’uomo potesse convertirsi di sua volontà. E’ Dio che da questa capacità, questo potere, come si evince anche dal tredicesimo verso.
Genesthai è l’infinitivo del secondo tempo aoristo e si riferisce a due cose.
La prima è il fatto definitivo del cambiamento che si è attuato nella persona convertita che diventa “figlio di Dio”. La seconda implica un fine: quando qualcuno si converte in “figlio di Dio” non è come ottenere qualcosa che poi si può perdere. E’ ovvio che per alcuni il cambio di paradigma non è istantaneo, ma è un processo lento che da comunque la salvezza.
Una volta che una persona si converte in “figlio di Dio”, non può tornare indietro. Non può “perdere la fede”. Può tornare a peccare ma, se la conversione era reale, tornerà sempre a Cristo.
Un terzo punto da analizzare del verbo “genesthai” è il fatto che la conversione non può ripetersi. Succede una volta e per sempre. Una persona non può convertirsi in figlio di Dio molte volte nella sua vita.
Pertanto i convertiti in Cristo sono nati due volte: la prima físicamente, e la seconda spiritualmente, come specificato nel Vangelo di Giovanni (3, 5):

Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio.

C’è una splendida armonia tra “genesthai” e il sostantivo tekna (figli). Tekna deriva dal verbo tiktein che significa generare, dare alla luce. Pertanto, quando crediamo in Gesù Cristo siamo creature nuove. Vediamo a tale proposito il seguente passaggio della Seconda Lettera ai Corinzi (5, 17):

Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Da notare che il Signore Gesù Cristo non viene mai chiamato “teknon Theou”, ossia “un figlio di Dio”, ma sempre “ho huios tou Theou”, ossia: “il Figlio di Dio”. O altre volte volte viene chiamato “ho huioss ton anthroopon”, ossia “il Figlio dell’Uomo”. Questo perché la parola teknon (figlio) non si applica a Gesù Cristo in quanto il Padre non ha mai creato o dato alla luce il Figlio. Se così fosse il Figlio non sarebbe Dio, consustanziale al Padre, ma sarebbe un essere creato e quindi minore. Ma ciò contraddirebbe il primo verso del Vangelo di Giovanni:

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.

Nella seconda frase del primo verso: “e il Verbo era presso Dio”, notiamo che il Verbo era in eterna comunione con Dio Padre da sempre, dall’eternità.
Teknon (figlio) indica derivazione, mentre “huios” indica “eterna comunione” o “perfetta relazione”.
In ultima analisi, quando una persona si converte in “figlio di Dio”, vi è l’ingresso della natura divina nella persona umana. La parola teknon indica inoltre la delicatezza e l’amore con i quali il Padre tratta i suoi figli.
Giovanni ci vuole comunicare che credendo e convertendoci in “figli di Dio”, non solo otteniamo la salvezza, ma siamo anche amati profondamente da Dio. Arriviamo così a sentire che realmente Dio è nostro Padre.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Nota:
1-Frederick Luis Godet, Commenti sul Vangelo di Giovanni, Grand Rapids, Zondervan, pag. 164.

giovedì 8 settembre 2016

Alcune profezie sulla morte in croce di Gesù Cristo


La stirpe della donna sarà ferita:

Genesi (3, 14):
Io porrò inimicizia fra te e la donna,
fra la tua stirpe e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno».

compimento:
Vangelo di Giovanni (19, 18):
dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. 

Grido di dolore sulla croce:

Salmi (22, 1)
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido!

compimento:
Vangelo di Matteo (27, 46):
Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». 

Tenebre sulla terra

Salmi (22, 2):
Mio Dio, grido di giorno e non rispondi;
di notte, e non c’è tregua per me.

compimento:
Vangelo di Matteo (27, 45):
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. 

Gesù disprezzato dalla gente

Salmi (22, 6)
Ma io sono un verme e non un uomo,
rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente.

compimento:
Vangelo di Matteo (27, 39-44):
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

Gesù circondato dai nemici

Salmi (22, 7-8):
Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».

Salmi (22, 13):
aprono la loro gola contro di me,
come un leone rapace e ruggente.

compimento:
Vangelo di Matteo (27, 39-44):
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

Mani e piedi trafitti

Salmi (22, 14):
Io sono come acqua che si sparge,
e tutte le mie ossa sono slogate;
il mio cuore è come la cera,
si scioglie in mezzo alle mie viscere.

Salmi (22, 16):
Poiché cani mi hanno circondato;
una folla di malfattori m'ha attorniato;
m'hanno forato le mani e i piedi.

compimento:
Vangelo di Giovanni (19, 34):
ma uno dei soldati gli forò il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua.

Vangelo di Giovanni (19, 37):
E un'altra Scrittura dice:
«Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Nessun osso gli fu rotto

Salmi (22, 17):
Posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano e mi osservano:

Salmi 34, 20
Egli preserva tutte le sue ossa;
non se ne spezza neanche uno.

Esodo (12, 46):
Si mangi ogni agnello per intero in una casa. Non portate fuori casa nulla della sua carne e non gli spezzate neanche un osso. 

compimento:
Vangelo di Giovanni (19, 36):
Poiché questo è avvenuto affinché si adempisse la Scrittura:
«Nessun osso di lui sarà spezzato».

Lo stavano osservando 

Salmi (22, 17):
Posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano e mi osservano:

compimento:
Vangelo di Matteo (27, 36):
e, postisi a sedere, gli facevano la guardia.

Tirarono a sorte

Salmi (22, 18):
spartiscono fra loro le mie vesti
e tirano a sorte la mia tunica.

compimento:
Vangelo di Matteo (27, 35):
Poi, dopo averlo crocifisso, spartirono i suoi vestiti, tirando a sorte;

Non stracciarono la sua tunica

Salmi (22, 18):
spartiscono fra loro le mie vesti
e tirano a sorte la mia tunica.

compimento:
Vangelo di Giovanni (19, 24):
Dissero dunque tra di loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocchi»; affinché si adempisse la Scrittura che dice:
«Hanno spartito fra loro le mie vesti,
e hanno tirato a sorte la mia tunica».
Questo fecero dunque i soldati.

Rese lo spirito

Salmi (22, 21):
salvami dalla gola del leone.
Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

Salmi (31, 5):
Nelle tue mani rimetto il mio spirito;
tu m'hai riscattato, o SIGNORE,
Dio di verità.

compimento:
Vangelo di Giovanni (19, 30):
Quando Gesù ebbe preso l'aceto, disse: «È compiuto!» E, chinato il capo, rese lo spirito.

Vangelo di Luca (23, 46):
Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò.

Vangelo di Giovanni (10, 18):
Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest'ordine ho ricevuto dal Padre mio».

Falsi testimoni

Salmi (35, 11):
Si alzano contro di me perfidi testimoni;
mi interrogano su cose delle quali non so nulla.

compimento:
Vangelo di Marco (14, 56):
Molti deponevano il falso contro di lui; ma le testimonianze non erano concordi.

Gli amici guardamano da lontano

Salmi (38, 11):
Amici e compagni stanno lontani dalla mia piaga,
i miei stessi parenti si fermano a distanza.

compimento:
Vangelo di Luca (23, 49):
Ma tutti i suoi conoscenti e le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea stavano a guardare queste cose da lontano.

Tradimento di Giuda

Salmi (41, 9):
Anche l'amico con il quale vivevo in pace,
in cui avevo fiducia, e che mangiava il mio pane,
si è schierato contro di me.

compimento:
Vangelo di Marco (14, 10):
Giuda Iscariota, uno dei dodici, andò dai capi dei sacerdoti con lo scopo di consegnare loro Gesù.

Vangelo di Giovanni (13, 18-19):
«Non parlo di voi tutti; io conosco quelli che ho scelti; ma, perché sia adempiuta la Scrittura:
"Colui che mangia il mio pane,
ha levato contro di me il suo calcagno".
Ve lo dico fin d'ora, prima che accada; affinché quando sarà accaduto, voi crediate che io sono.

La sete di Gesù

Salmo (69, 3):
Sono stanco di gridare, la mia gola è riarsa;
i miei occhi si spengono nell'attesa del mio Dio.

compimento:
Vangelo di Giovanni (19, 28):
Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete».

I soldati scherniscono Gesù

Salmi (69, 19):
Tu conosci la mia vergogna, il mio disonore e la mia infamia;
davanti a te sono tutti i miei nemici.

compimento:
Vangelo di Matteo (27, 28-29):
E, spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto; intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra e, inginocchiandosi davanti a lui, lo schernivano, dicendo: «Salve, re dei Giudei!»

L’aceto offerto a Gesù

Salmi (69, 21):
Hanno messo fiele nel mio cibo,
e mi hanno dato da bere aceto per dissetarmi.

compimento:
Vangelo di Giovanni (19, 29):
C'era lì un vaso pieno d'aceto; posta dunque una spugna, imbevuta d'aceto, in cima a un ramo d'issopo, l'accostarono alla sua bocca.

I passanti scuotono il capo

Salmi (109, 25):
Sono diventato per loro un oggetto di scherno;
quando mi vedono scuotono il capo. 

compimento:
Vangelo di Matteo (27, 39-40):
E quelli che passavano di là, lo ingiuriavano, scotendo il capo e dicendo: «Tu che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi giù dalla croce!»  

L’ora della morte

Daniele (9, 26):
Dopo le sessantadue settimane un unto sarà soppresso, nessuno sarà per lui. Il popolo d'un capo che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà come un'inondazione ed è decretato che vi saranno devastazioni sino alla fine della guerra.

compimento:
Vangelo di Giovanni (11, 50-52):
e non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione». Or egli non disse questo di suo; ma, siccome era sommo sacerdote in quell'anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire in uno i figli di Dio dispersi.

Gesù colpito e schernito

Isaia (50, 6):
Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva,
e le mie guance a chi mi strappava la barba;
io non ho nascosto il mio vòlto
agli insulti e agli sputi.

compimento:
Vangelo di Matteo (27, 26):
Allora egli liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Vangelo di Matteo (27, 30):
E gli sputavano addosso, prendevano la canna e gli percotevano il capo.

Gesù dileggiato dai soldati crudeli

Isaia (52,14):
Come molti, vedendolo, sono rimasti sbigottiti
(tanto era disfatto il suo sembiante al punto da non sembrare più un uomo, e il suo aspetto al punto da non sembrare più un figlio d'uomo)

compimento:
Vangelo di Matteo (27, 27-30):
Allora i soldati del governatore portarono Gesù nel pretorio e radunarono attorno a lui tutta la coorte. E, spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto; intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra e, inginocchiandosi davanti a lui, lo schernivano, dicendo: «Salve, re dei Giudei!» E gli sputavano addosso, prendevano la canna e gli percotevano il capo.

Gesù disprezzato e ripudiato dagli uomini

Isaia (53, 1-3):
Chi ha creduto a quello che abbiamo annunciato?
A chi è stato rivelato il braccio del SIGNORE?
Egli è cresciuto davanti a lui come una pianticella,
come una radice che esce da un arido suolo;
non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi,
né aspetto tale da piacerci.
Disprezzato e abbandonato dagli uomini,
uomo di dolore, familiare con la sofferenza,
pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia,
era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.

compimento:
Vangelo di Marco (15, 29-32):
Quelli che passavano lì vicino lo insultavano, scotendo il capo e dicendo: «Eh, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso e scendi giù dalla croce!» Allo stesso modo anche i capi dei sacerdoti con gli scribi, beffandosi, dicevano l'uno all'altro: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso. Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, affinché vediamo e crediamo!» Anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

Gesù crocifisso per i nostri peccati

Isaia (53, 4-6):
Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava,
erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato;
ma noi lo ritenevamo colpito,
percosso da Dio e umiliato!
Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni,
stroncato a causa delle nostre iniquità;
il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui
e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo smarriti come pecore,
ognuno di noi seguiva la propria via;
ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti.

compimento:
Vangelo di Marco (15, 25):
Era l'ora terza quando lo crocifissero.

Prima Lettera di Pietro (2, 24):
egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue lividure siete stati guariti.

Gesù offerta per il peccato (la sua morte è vicaria)

Isaia (53, 5-6):
Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni,
stroncato a causa delle nostre iniquità;
il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui
e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo smarriti come pecore,
ognuno di noi seguiva la propria via;
ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti.

compimento:
Vangelo di Giovanni (19, 16):
Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

Lettera ai Romani (4, 25):
il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.

Seconda Lettera ai Corinzi (5, 21):
Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui.

Figura in alto: Marc Chagall, L'esodo

mercoledì 7 settembre 2016

Venne fra i suoi: analisi dell’undicesimo verso del Vangelo di Giovanni


Nell’undicesimo verso del Prologo, Giovanni descrive il fatto che Gesù Cristo è venuto “fra i suoi”, nella sua terra, ma non è stato accolto:

Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

Eis ta idia ēlthen kai hoi idioi auton ou parelabon

Quando Giovanni scrisse “venne”, usando il verbo greco ēlthen, si riferiva all’Incarnazione. Nel nono verso aveva scritto:

Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.

Nell’undicesimo verso, invece di “veniva”, Giovanni scrisse “venne”, utilizzando il tempo aoristo, e indicando un fatto definitivo della storia. Durante molto tempo Cristo stava arrivando, era in procinto di manifestarsi. Poi, finalmente, giunse.
Gesù Cristo non venne al mondo perché obbligato, o perché doveva venire. Non fu un dovere, fu il massimo atto di Grazia.
Non fu il nostro peccato ad obbligarlo a venire tra di noi, ma fu un atto di Grazia.
Gesù Cristo “venne fra i suoi”. Questa espressione in greco è “Eis ta idia”.
Idios si riferisce a qualcosa in contrasto con la proprietà pubblica. Ta idia si può tradurre con: “nel suo”, “la sua casa”, “la sua terra”, “la sua proprietà”. Ciò ci fa ponderare e comprendere che in realtà noi umani non siamo proprietari di nulla su questa terra.
Ta idia si può interpretare in due modi: si può riferire al pianeta terra, quindi “i suoi”, sono gli abitanti del pianeta; o si riferisce alla terra di Israele, quindi, “i suoi” sono gli ebrei.
Secondo la prima interpretazione Gesù Cristo considera che la terra sia di sua esclusiva proprietà. Gesù Cristo non chiese a nessuno il permesso di venire nella sua proprietà. A tale proposito vediamo alcuni versi biblici che corroborano questo concetto:

Esodo (19, 5):

Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra!

Levitico (25, 23):

Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti.

1 Cronache (29, 14):

E chi sono io e chi è il mio popolo, per essere in grado di offrirti tutto questo spontaneamente? Tutto proviene da te: noi, dopo averlo ricevuto dalla tua mano, te l’abbiamo ridato.

Salmi (24, 1):

Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.

Salmi (50, 10):

Sono mie tutte le bestie della foresta,
animali a migliaia sui monti.

Ezechiele (18, 4):

Ecco, tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morirà.

Il fatto che Gesù venne nella sua proprietà potrebbe far pensare che in un certo senso ne rimase lontano per un certo tempo. Nel decimo verso si afferma che Cristo “era nel mondo”, mentre nell’undicesimo verso si afferma che “venne fra i suoi”. Vi è contraddizione tra i due scritti?
No, in quanto Cristo era nell’universo nel suo stato pre-incarnato, spirituale ed eterno, fin dall’eternità.
La frase “venne fra i suoi”, si riferisce ad una manifestazione particolare e specifica del Cristo eterno nell’uomo Gesù. Pertanto, come Cristo eterno, lui sempre era nel mondo, come uomo Gesù Cristo, venne fra i suoi, nel momento decisivo della storia umana.
La seconda interpretazione delle parole “ta idia” è che la sua proprietà sia la terra di Israele. E’ indubbio che nel decimo verso Giovanni ci comunica che Cristo era nel mondo, in forma spirituale, sin da quando creò il mondo. Si è occupato della sua creazione sostenendo l’universo e regolandolo con leggi armoniche.
Però, seguendo la seconda interpretazione, Cristo venne in una zona specifica del mondo, Israele, la terra degli ebrei, il popolo da lui eletto nell’Antico Testamento.
Cosicchè Israele e il suo popolo sono stati la porta attraverso la quale il Signore apparve al resto del mondo. Vediamo alcune citazioni bibliche che confermano che Dio chiama Israele il popolo eletto:

Esodo, (19, 5):

Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra!

Deuteronomio (7, 6):

Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore, tuo Dio: il Signore, tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo popolo particolare fra tutti i popoli che sono sulla terra.

Deuteronomio (26, 18):

Il Signore ti ha fatto dichiarare oggi che tu sarai il suo popolo particolare, come egli ti ha detto, ma solo se osserverai tutti i suoi comandi.

Quando Gesù venne al mondo gli ebrei erano sotto la dominazione romana. Alcuni di loro speravano che il Messia fosse non solo il Salvatore spirituale, ma anche un liberatore politico e nazionale. Non considerarono che il Salvatore è venuto per liberare tutti dalla schiavitù del peccato, e quindi annullare ogni ingiustizia. (Quindi venne anche per i romani).

Analizziamo ora la seconda parte dell’undicesimo verso: “e i suoi non lo hanno accolto”.
La venuta di Cristo sulla terra è annunciata da circa trecento profezie nell’Antico Testamento. Il Messia era atteso, ma quando finalmente giunse l’ora del suo arrivo, “i suoi non lo hanno accolto”. Dio camminò su questa terra, in forma umana nella persona di Gesù Cristo, ma coloro i quali lo avevano aspettato, non lo hanno riconosciuto, ne accolto.
“Non lo hanno riconosciuto”, si evince dal decimo verso, e siccome non lo riconobbero, non lo accolsero.
Questa frase “e i suoi non lo hanno accolto” è forse l’affermazione più dolorosa del Nuovo Testamento. Gesù era atteso, ma non fu benvenuto.
Tornando al tema della Grazia, Gesù Cristo venne al mondo come un regalo per gli esseri umani, e in specialmodo per gli ebrei. Fu come la pioggia dopo un lungo periodo di siccità.
Ma malgrado ciò, non fu riconosciuto, ne accolto. E’ come se un uomo torna alla sua famiglia dopo essere stato lontano e ne sua moglie ne i suoi figli lo riconoscono.
Anche se Gesù Cristo fu accolto da alcune persone (sono descritte nel dodicesimo verso), la maggioranza degli uomini non lo accolse come Dio fatto uomo.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Foto: Chagall, crocifissione bianca.

venerdì 2 settembre 2016

Il mondo non lo ha riconosciuto: analisi del decimo verso del Vangelo di Giovanni


Sebbene l’Evangelista Giovanni nel nono verso del Prologo si era riferito alla “luce vera che veniva nel mondo”, nel decimo verso torna a descrivere l’esistenza previa di Cristo, il Verbo.
“Veniva nel mondo” si riferisce all’Incarnazione, che era in procinto di accadere. “Era nel mondo”, invece, si riferisce alla sua esistenza eterna, al Verbo, il Logos.
Vediamo il decimo verso del Prologo:

Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

En tō kosmō ēn kai ho kosmos di’ autou egeneto kai ho kosmos auton ouk egnō

Nel nono verso abbiamo visto che l’Evangelista utilizzava il verbo “erchomenon”, ossia “veniva”. Ma nella prima parte del decimo verso si utilizza il verbo “en”, ossia “era”, l’imperfetto durativo del verbo eimi, che, come abbiamo visto varie volte, si riferisce, nel Prologo, all’eternità di Cristo.
La parola “kosmos”, (mondo), ha molteplici significati. In questo caso si riferisce all’universo, l’insieme dello spazio fisico dove sono inclusi il sole e la terra.
La frase “era nel mondo”, può intendersi come: “Cristo non si è mai separato dalla sua creazione”. Al contrario, si è sempre occupato con amore di ciò che ha creato, e continua con la sua azione a mantenere l’armonia e l’ordine. Cristo pertanto non ha solo creato il mondo, ma continua ad esserne la forza sostentatrice.
Questo concetto è espresso anche da Paolo di Tarso nella Lettera ai Colossesi (1, 17):

Egli è prima di tutte le cose
e tutte in lui sussistono.

La parola greca originale per “sussistono” è “sunesteeken”, che significa “mantenere unito”.
Il kosmos è appunto un’insieme ordinato di forme, che sussistono in armonia. Pensiamo per un attimo alla terra, che ruota su se stessa e intorno al sole, alla luna che causa le maree, alle piante che crescono e producono foglie e frutti, dei quali si alimentano gli animali. E’ un insieme armonico, contrapposto al caos, ossia al disordine.
Questo concetto viene espresso anche nella Lettera agli Ebrei, (1, 3):

Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli,

“Tutto sostiene”, ossia l’universo, viene reso in greco con le parole “pherōn te ta panta”.
Mentre nei versi precedenti del Prologo si evince che Cristo esisteva prima della creazione (1, 1) e che lui creò l’universo (1, 3), in questa prima parte del decimo verso si afferma che lui sosteneva l’universo.
Ciò ovviamente non deve essere frainteso con il panteismo. Che Cristo sia nel mondo, ossia che si occupi della sua creazione, non significa che lui “sia il mondo”. La natura non è Dio come alcuni erroneamente credono, ma è semplicemente una creazione di Dio.
Nella seconda parte del decimo verso vi è scritto: “e il mondo è stato fatto per mezzo di lui”. Il verbo utilizzato qui è “egeneto”, ossia “creare, fare, entrare in esistenza”. E’ lo stesso verbo utilizzato nel terzo verso del Prologo.
Giovanni pertanto usa “egeneto” quando vuole riferirsi ad un fatto storico che è successo in un determinato momento: la creazione del mondo. In pratica Giovanni ribadisce quanto affermato nel terzo verso.
Nell’ultima parte del decimo verso vi è scritto: “eppure il mondo non lo ha riconosciuto”.
La parola kosmos si usa anche per riferirsi all’insieme degli esseri umani, ossia l’umanità. (1).
Le parole greche tradotte “non lo ha riconosciuto”, sono ouk egnō. E’ il tempo aoristo del verbo ginoosko, “conoscere”. Significa: “conoscere per osservazione” e differisce dal verbo “eidenai” che significa “conoscere per riflessione”. In pratica questa terza frase del decimo verso significa che quando il Verbo si è incarnato nella persona di Gesù Cristo, è stato osservabile, visibile, ma malgrado ciò l’umanità (il mondo), nel suo complesso non lo ha riconosciuto come il Cristo eterno, il Logos.
Ciò si evince anche dal seguente verso del Vangelo di Giovanni (16, 3):

E faranno ciò perché non hanno conosciuto ne il Padre, ne me.

Sarà nel dodicesimo e nel tredicesimo verso che Giovanni descriverà invece chi sono coloro i quali lo hanno accolto.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Nota1- altre volte la parola kosmos si riferisce all’insieme dei comportamenti umani considerati negativi dal punto di vista biblico.

Foto: Codex Bezae, Prologo del Vangelo di Giovanni 1, 1-16 AD 400.