sabato 4 febbraio 2017

Analisi critica del pensiero di Agostino d’Ippona


Molti studiosi descrivono Agostino d’Ippona come il più grande filosofo del Cristianesimo, colui che riuscì a fare da cerniera tra il platonismo e il Cristianesimo. Ciò fu sicuramente vero, ma altri studiosi lo dipingono come il creatore di vari dogmi aggiunti e non presenti nel Nuovo Testamento, come il sostenitore della predestinazione assoluta e come un apologista del cosidetto “ibrido costantiniano”, il sistema di potere creato da Costantino, che influenzò in negativo tutto il mondo occidentale nei successivi quindici secoli, quindi almeno fino al periodo dell’Illuminismo. 
Per comprendere il pensiero di Agostino d’Ippona (354-430 d.C.), bisogna necessariamente studiare il periodo storico post-costantiniano durante il quale il filosofo ha vissuto. 
Esso fu caratterizzato da un graduale ritorno a concetti tipici dell’Antico Testamento e da un progressivo sincretismo tra il Cristianesimo e alcuni culti pagani. 
Come sappiamo l’imperatore Costiantino aveva reso lecita la religione cristiana nel 313 d.C. (editto di Milano). Questo fatto storico di enorme importanza aveva segnato un cambio fondamentale nella storia del Cristianesimo, sia dal punto di vista dell’attitudine del cristiani, sia dal punto di vista di come il Cristianesimo si sarebbe poi lentamente trasformato, in seguito ad alcuni sincretismi con culti pagani. 
I cristiani, che erano stati perseguitati per circa 280 anni, passarono lentamente a far parte del potere. Costantino aveva bisogno però di cementare la fede cristiana in modo da unificare l’impero sotto un’unica religione. Egli cavalcò astutamente le tesi della componente originale e maggioritaria del Cristianesimo, quella Apostolica. Le altre correnti, come quelle ariane o gnostiche furono avversate perché ritenute pericolose per l’unità dell’impero. Durante il Concilio di Nicea, che Costantino presiedette, fu redatto il Credo, una preghiera non biblica alla quale però fu riconosciuto valore quasi scritturale. Era l’inizio del cosidetto “ibrido costantiniano”, il periodo durante il quale il Cristianesimo si abbracciò con il potere imperiale e fu poi sincretizzato con alcuni culti pagani. 
Innanzitutto nel 336 d.C. vi fu la fissazione del 25 dicembre come data di nascita di Gesù Cristo. Come sappiamo nei Vangeli non vi è traccia di questa data, ma essa fu introdotta in modo da far coincidere il giorno del sol invictus, che era un culto pagano al sole, con il culto a Gesù. 
A Roma ed in altre città dell’impero vi era il culto della dea madre, impersonificato nella dea egizia Iside. Lentamente questo culto fu sostituito con il culto a Maria anche in seguito al pensiero di Agostino, come vedremo più avanti nell’articolo, fino a giungere al 431 d.C., quando i teologi cattolici sancirono il titolo di “teotokos” per Maria, ovvero “Madre di Dio”. 
Durante questi anni i cristiani pensavano che Dio stesse inaugurando una nuova età dell’oro nella quale essi erano liberi da persecuzioni e avrebbero potuto vivere nel lusso, abbracciati con il potere mondano. Siccome però non trovarono alcun passaggio nel Nuovo Testamento per giustificare questo periodo, retrocedettero all’Antico Testamento, ossia al modello teocratico di re Salomone. Nell’ibrido costantiniano vi fu pertanto un ritorno a certi modelli di vita che erano tipici dell’Antico Testamento, e non del Nuovo Testamento. 
Per esempio, mentre i Vangeli propongono un messaggio di allontanamento dai beni materiali, nall’Antico Testamento non vi era questo messaggio. Pertanto per i cristiani dell’ibrido, era consentito cercare di accrescere le proprie ricchezze. 
Anche per quanto riguarda i giuramenti vi fu un ritorno all’Antico Testamento. Mentre nel Nuovo Testamento non erano leciti i giuramenti, in quanto si presupponeva che i cristiani dicessero sempre la verità, nell’ibrido si instaurarono nuovamente i giuramenti, che si convertirono nel pilastro della società romana e medievale. 
Ma uno dei punti più importanti dell’ibrido fu l’abbandono del concetto di non violenza insaturato da Cristo. L’amore persino per i nostri nemici fu lentamente abbandonato e si tornò a concetti tipici dell’Antico Testamento, come “occhio per occhio e dente per dente”. 
Agostino si inserì molto bene nell’ibrido costantiniano, infatti anticipò il concetto della guerra giusta e altri dogmi che supportarono il sincretismo con culti pagani. 
Innanzitutto Agostino introdusse il concetto di guerra giusta. Vediamo una sua citazione tratta dal libro "Contro Fausto Manicheo", Libro 22, 74, (1): 

"Cosa infatti si biasima nella guerra? Forse il fatto che muoiano quelli che sono destinati a morire, perché i destinati a vivere siano sottomessi nella pace? Obiettare questo è proprio dei paurosi, non dei religiosi. Il desiderio di nuocere, la crudeltà della vendetta, l'animo non placato e implacabile, la ferocia della ribellione, la brama di dominare e simili: è questo che a ragione si biasima nelle guerre. È soprattutto per punire a buon diritto simili cose che le guerre vengono intraprese dai buoni, per ordine di Dio o di qualche altro potere legittimo, contro la violenza di chi si oppone, quando essi vengono a trovarsi in una congiuntura delle umane vicende tale che la situazione stessa li costringe giustamente o a ordinare qualcosa di simile o ad eseguirlo". 

Vediamo anche questo passaggio de La città di Dio, (1, 21):

Lo stesso magistero divino ha fatto delle eccezioni alla legge di non uccidere. Si eccettuano appunto casi d'individui che Dio ordina di uccidere sia per legge costituita o per espresso comando rivolto temporaneamente a una persona. Non uccide dunque chi deve la prestazione al magistrato. È come la spada che è strumento di chi la usa. Quindi non trasgrediscono affatto il comandamento con cui è stato ingiunto di non uccidere coloro che han fatto la guerra per comando di Dio ovvero, rappresentando la forza del pubblico potere, secondo le sue leggi, cioè a norma di un ordinamento della giusta ragione, han punito i delinquenti con la morte. Così Abramo non solo non ha avuto la taccia di crudeltà ma è stato anche lodato per la pietà perché decise di uccidere il figlio non per delinquenza ma per obbedienza. E a buona ragione si discute se si deve considerare come comando di Dio il caso per cui Iefte sacrificò la figlia che gli andò incontro, giacchè aveva fatto voto di immolare a Dio l'essere che per primo gli fosse andato incontro dopo la vittoria. Non altrimenti è scusato Sansone per il fatto che si fece schiacciare assieme ai nemici nel crollo della casa, giacchè una ispirazione divina, che per suo mezzo compiva prodigi, glielo aveva comandato interiormente. Eccettuati dunque questi casi, in cui una giusta legge in generale o in particolare Dio, sorgente stessa della giustizia, comandano di uccidere, è responsabile del reato di omicidio chi uccide se stesso o un altro individuo.

In realtà Agostino non fu il creatore della dottrina della “guerra giusta”. Fu Tommaso d’Aquino che, in pieno Medio Evo, giustificò la guerra come un mezzo per raggiungere un fine. Vediamo a tale proposito questa citazione di Tommaso d’Aquino (2): 

« In contrario, sant'Agostino afferma: "Quando s'intraprende una guerra giusta, ai fini della giustizia non interessa nulla che uno combatta in campo aperto o con imboscate". Agostino lo dimostra con l'autorità del Signore, che comandò a Giosuè di preparare un'imboscata agli abitanti di Ai. »

Come vediamo Tommaso cita Agostino, che fece enfasi in un episodio dell’Antico Testamento. 
I criteri della “guerra giusta” sono una chiara violazione degli insegnamenti di Gesù Cristo. Il Messia ha detto che non dobbiamo resistere al malvagio, come si nota nel Vangelo di Matteo (5, 39-42): 

Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pòrgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. 

Naturalmente Agostino considerava che la guerra giusta potesse essere dichiarata solo dallo stato, ma così facendo stava dando allo stato il potere di sostituirsi a Dio, ovvero di andare contro le parole di Gesù Cristo, se fosse stato conveniente e opportuno. Questi scritti di Agostino hanno influenzato i teologi successivi, come Tommaso d’Aquino, e tutto il periodo medievale. 
Soffermiamoci adesso sul concetto di “Immacolata Concezione” di Maria, la madre di Gesù. Sappiamo che questo dogma fu introdotto nel 1854 e si riferisce al fatto che Maria sia stata preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento. Non voglio entrare nel merito di questo dogma, ma qui voglio sottolineare l’influenza che ebbe Agostino su di esso. Ecco il cap. 42 dell’opera di Agostino “Natura e Grazia”: 

Poi ricorda coloro "dei quali si dice non solo che non peccarono, ma che vissero anche santamente: Abele, Enoch, Melchisedech, Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Gesù di Nave, Finees, Samuele, Natan, Elia, Eliseo, Michea, Daniele, Anania, Azaria, Misaele, Ezechiele, Mardocheo, Simeone, Giuseppe di cui era sposa la vergine Maria, Giovanni". Aggiunge pure delle donne: "Debora, Anna madre di Samuele, Giuditta, Ester, l'altra Anna figlia di Fanuel, Elisabetta" e anche la stessa Madre del Signore e Salvatore nostro, e di essa dice "che va necessariamente riconosciuta senza peccato dal nostro senso religioso". Escludiamo dunque la santa vergine Maria, nei riguardi della quale per l'onore del Signore non voglio si faccia questione alcuna di peccato. Infatti da che sappiamo noi quanto più di grazia, per vincere il peccato sotto ogni aspetto, sia stato concesso alla Donna che meritò di concepire e partorire colui che certissimamente non ebbe nessun peccato? Eccettuata dunque questa Vergine!, se avessimo potuto riunire tutti quei santi e quelle sante durante la loro vita terrena e interrogarli se fossero senza peccato, quale pensiamo sarebbe stata la loro risposta? Quella che dice costui o quella dell'apostolo Giovanni? Lo chiedo a voi. Per quanto grande potesse essere la loro santità nella vita corporale, alla nostra eventuale domanda non avrebbero forse gridato ad una sola voce: Se dicessimo di essere senza peccato, inganneremmo noi stessi e la verità non sarebbe in noi ? O forse risponderebbero in questo modo più per umiltà che per verità? Ma a costui già piace, e gli piace con ragione, "di non mettere il pregio dell'umiltà dalla parte della falsità". Allora, se quei santi nella loro risposta dicessero la verità, sarebbero peccatori e la verità sarebbe in essi, proprio per il loro umile riconoscimento. Se al contrario mentissero, sarebbero ugualmente peccatori, perché in essi non ci sarebbe la verità. 

Come vediamo fu Agostino che anticipò la creazione di questo dogma, ossia che Maria fu esente dal peccato fin dal suo concepimento. Ma ciò contraddice in modo particolare questo passaggio del Vangelo di Luca (1, 46-47): 

Allora Maria disse:
«L'anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

Maria disse “Dio, mio salvatore” e pertanto anche ella, essendo salvata, fu salvata dal peccato. 
Agostino introdusse anche il concetto che i bimbi non battezzati sarebbero condannati per tutta l’eternità. Vediamo a tale proposito questa sua citazione dal libro “Il castigo e il perdono dei peccati e il battesimo dei bambini (1, 20, 28):  

C'è a proposito anche quest'altro testo: Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio, ha la vita eterna; chi non crede al Figlio, non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe su di lui. In quale dunque di queste categorie metteremo i bambini? In quella di coloro che credono nel Figlio o in quella di coloro che sono increduli al Figlio? "In nessuna delle due, dirà qualcuno, perché, non potendo credere ancora, non sono da computarsi nemmeno come increduli". Non dà questa indicazione la regola ecclesiastica che conta i bambini battezzati nel numero dei fedeli. I bambini che si battezzano, per la virtù e la celebrazione di un cosi grande sacramento, pur non facendo essi con il loro cuore e con la loro bocca ciò che concerne la fede da possedere interiormente e da professare esteriormente, sono tuttavia computati nel numero dei credenti. Certamente quei bambini ai quali è mancato il sacramento devono considerarsi tra coloro che non credono al Figlio e quindi, se usciranno dal corpo privi della grazia di questo sacramento, subiranno la conseguenza già detta: Non avranno la vita, ma l'ira di Dio incombe su di loro. Da che viene questo, se, essendo chiaro che non hanno peccati propri, essi non sono nemmeno implicati nella colpa del peccato originale?

L’usanza di battezzare il bimbo appena nato, introdotta da Agostino, era in contrasto con il battesimo biblico. In generale per i primi cristiani il battesimo non era visto come un rituale magico che potesse salvare una persona, a meno che non fosse accompagnato dalla fede in Gesù Cristo e dal vero pentimento dei propri peccati. In pratica il battesimo attuato senza fede, non aveva alcun valore.
Il battesimo (la cui etimologia deriva dal greco “immersione”), veniva attuato immergendo completamente la persona nell’acqua, la quale, una volta emersa dichiarava “Io credo che Gesù Cristo è Figlio di Dio” (Atti, 8, 37). L’immersione è un simbolo del “scendere nella tomba” dell’uomo vecchio, e l’emersione è un simbolo della “rinascita” dell’uomo nuovo in Cristo. I primi cristiani quindi sostevano che i bambini non battezzati che morivano nell’infanzia potevano salvarsi. 
Agostino ha introdotto anche il concetto non biblico che i morti si possono beneficiare del sacrificio dell’eucarestia. Vediamo a tale proposito questo passaggio del "Manuale sulla fede, speranza e carità" (cap. 110).

Non si deve nemmeno negare che le anime dei defunti ricevono sollievo dalla pietà dei propri cari che sono in vita, quando viene offerto per loro il sacrificio del Mediatore o si fanno elemosine nella Chiesa. Tutto questo però giova a quanti in vita hanno acquisito meriti che consentissero in seguito di ricavarne vantaggio. C’è infatti un tipo di condotta non così buono da non richiedere questi suffragi dopo la morte, nè così cattivo da non ricavarne giovamento dopo la morte; ve n’è poi uno talmente buono da non richiederne e viceversa uno talmente cattivo da non potersene avvantaggiare, una volta lasciata questa vita. È in questa vita perciò che si acquista ogni merito, che consente a ciascuno di ricavarne sollievo o oppressione. Nessuno però s’illuda di guadagnarsi presso Dio, al momento della morte, quanto ha trascurato quaggiù. Quindi tutte le pratiche solitamente raccomandate dalla Chiesa a favore dei defunti non sono contrarie all’affermazione dell’Apostolo: Tutti dovremo comparire davanti al tribunale di Dio, ciascuno per ricevere la ricompensa per quanto ha fatto finchè era nel corpo, sia in bene che in male; anche il merito di potersi giovare di queste cose, infatti, ciascuno se l’è procurato finchè viveva nel corpo. Ma non tutti se ne giovano: e perché mai, se non perché ciascuno ha condotto, finchè era nel corpo, una vita diversa? Ora, dal momento che vengono offerti sia i sacrifici dell’altare sia di qualunque altra elemosina, essi rendono grazie per chi è veramente buono; intercedono per chi non è veramente buono; per chi poi è veramente cattivo, non potendo in alcun modo aiutare i morti, cercano in qualche modo di consolare i vivi. Per quanti poi se ne giovano, il giovamento comporta o la piena remissione o almeno la possibilità di una condanna più tollerabile.

Secondo la Bibbia non ha valore pregare o chiedere intercessioni per i morti. Vediamo a tale proposito questo passaggio della Lettera agli Ebrei (9, 27-28):

E come è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio, così anche Cristo, dopo essere stato offerto una volta sola, per portare i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza peccato, a quelli che l'aspettano per la loro salvezza”.

In ultima analisi consideriamo ciò che insegnò Agostino sul concetto di salvezza.
Durante la vita di Agostino ci fu un monaco britannico di nome Pelagio che sosteneva che non vi sia necessità della Grazia divina: l’uomo è capace da solo di scegliere il bene. In pratica per Pelagio l’uomo con il libero arbitrio sarebbe capace di salvarsi. 
La posizione di Pelagio era contraria al Cristianesimo apostolico secondo il quale nessuno, senza la Grazia, può salvarsi. Tuttavia i primi cristiani hanno sempre sostenuto che i credenti hanno comunque un ruolo nella loro salvezza. Vediamo a tale proposito questo passaggio della Lettera agli Efesini (2, 8-9):

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinchè nessuno se ne vanti;

Secondo questo passaggio neo-testamentario il credente si salva per Grazia e per fede. Egli deve essere disposto a rinunciare al mondo e portare la sua croce. Quindi, la salvezza dell’uomo viene, secondo la Bibbia, da Dio, ma anche dall’uomo. 
Agostino, per controbbattere le tesi di Pelagio sostenne l’esatto opposto, ossia che in seguito alla caduta di Adamo, l’uomo è completamente incapace di salvarsi. Inoltre l’uomo non è libero di scegliere se credere o no, ma dipende totalmente dalla Grazia di Dio. Dio è colui che decide se salvare una persona o condannarne un’altra. Secondo Agostino, prima della creazione del mondo, Dio ha predestinato chi sarebbe stato salvo e chi sarebbe stato condannato. Inoltre, sempre secondo Agostino, nessuno può fare nulla in questa vita per modificare questa situazione: gli eletti non possono perdere la salvezza, mentre i non eletti non possono guadagnarla. Questi concetti sono stati espressi nel suo libro “la predestinazione dei santi” (3).
E’ vero che il concetto di predestinazione è biblico, nel senso che Dio essendo onniscente conosce fin da prima della creazione chi si salverà e chi no (come si evince dalla Lettera ai Romani 8, 29-30), ma è anche vero che Dio ha dato all’uomo la possibiltà di scelta. Se l’insegnamento dogmatico di Agostino fosse giusto quale sarebbe stato il senso di questi passaggi dei Vangeli? 

Vangelo di Matteo (7, 21-27):

Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».

Per quale motivo ci avrebbe esortato a costruire la nostra casa sopra la roccia se la decisione della nostra salvezza o della nostra condanna fosse stata già presa da Dio prima della creazione del mondo?

Vangelo di Matteo (9, 13):

“Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato”

Per quale motivo Gesù ci avrebbe avvertito di perseverare fino all’ultimo se non ci fosse nulla che noi potremmo fare per perseverare?
Ed inoltre, per quale motivo Gesù ha ordinato agli Apostoli di portare il Vangelo a tutte le nazioni, se la predicazione degli Apostoli non poteva cambiare nulla in riferimento alla salvezza o alla condanna delle persone?
Inoltre, per quale motivo Agostino sosteneva che gli eretici come Pelagio dovevano essere perseguitati e messi a tecere? Secondo la logica di Agostino gli eletti non possono perdere la salvezza mentre i non eletti non possono guadagnarla, quindi gli insegnamenti di Pelagio non avrebbero potuto fare alcun danno. 
Come vediamo Agostino d’Ippona, il grande filosofo che riuscì a completare e superare il platonismo, interpretandolo come un preambolo al Cristianesimo, contribuì anche all’introduzione di dogmi e concetti non propriamente biblici, che influirono in negativo per molti secoli sulla civiltà occidentale. 

Yuri Leveratto

Immagine: Agostino d'Ippona, Botticelli.

Note:

1-http://www.augustinus.it/italiano/contro_fausto/index2.htm
2 Somma teologica,  IIª-IIae q. 40 art. I
3-La predestinazione dei santi cap. 16-19

giovedì 2 febbraio 2017

Agostino d’Ippona e il superamento del platonismo


Agostino d’Ippona viene considerato come il più grande filosofo del Cristianesimo, colui che riuscì a fare da cerniera tra il platonismo e il Cristianesimo.
Sappiamo che inizialmente Agostino era un manicheo, ossia abbracciava la religione misterica di Mani, una forma di gnosticismo. Tuttavia il contesto nel quale Agostino è cresciuto e si è formato (non bisogna dimenticare che sua madre era cristiana), fu un ambiente cristiano e neo-platonico. 
Quando Agostino giunse a Milano, nel 383 d.C., venne in contatto con il vescovo cristiano Ambrogio e ne fu influenzato. Dopo qualche tempo Agostino abbandonò il manichesimo e fu interessato per alcuni anni al neo-platonismo di Plotino. Nel 387 però, Agostino accolse Cristo nel suo cuore e si fece battezzare, proprio da Ambrogio. 
Agostino ha individuato nel platonismo molti concetti che aprono la strada alla comprensione del Cristianesimo. 
Sappiamo che per Platone Dio era perfezione, mentre Agostino fa notare che  secondo la Bibbia Dio è amore e giustizia. In pratica nella Bibbia Dio è “perfetto nell’amore”. 
Agostino evidenzia che per Platone l’anima è immortale e lascia il corpo dopo la morte. Mentre nei Vangeli non esiste il concetto di anima immortale, ma vi è un concetto simile, rapportato però al giudizio al quale l’uomo sarà sottoposto: vi sarà una Risurrezione di vita o di condanna a seconda se l’uomo, nella sua vita terrena, avrà o meno accettato la Grazia a lui offerta con il sacrificio di Gesù Cristo. 
Questa idea di negatività della materia, espressa da Platone, contro la quale anche Paolo di Tarso si scontrò nel celebre discorso all’Areopago di Atene, viene superata pienamente nella Bibbia, dove Dio ha creato corpo, anima e spirito e dove Gesù Cristo offre una speranza per i giusti, dimostrando con la sua Risurrezione, che anch’essi potranno riappropriarsi del loro corpo, dopo la morte. 
Anche lo schema iniziale della creazione proposto da Platone (stato iniziale perfetto, decadenza, necessità di una redenzione per restaurare lo stato primitivo di purezza) è simile al concetto biblico espresso nella Genesi e poi nel Nuovo Testamento con la redenzione attuata da Gesù Cristo. Agostino funge da cerniera anche tra il pensiero neo-platonico di Plotino e la fede cristiana. Plotino aveva ipotizzato Dio come: Uno, Nous (intelligenza) e Anima. Agostino fa notare che Dio è uno e trino: Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Nous di Plotino, quindi, non sarebbe altro che il Logos di Giovanni. Il Logos peraltro era stato ipotizzato anche da Filone di Alessandria, ma Giovanni lo ha identificato pienamente con Gesù Cristo, il Logos (Parola, o Verbo) che si è fatto carne (Gn, 1, 14). 
Per Platone la fede nel Trascendente si poteva raggiungere con la ragione, mentre per Agostino la fede deve essere supportata dalla ragione. La grande differenza tra platonismo e Cristianesimo è però la redenzione. Mentre nel platonismo l’uomo si eleva verso Dio (concetto che si è sviluppato anche nelle filosofie orientali come lo yoga), nel Vangelo è Dio che è sceso tra di noi nella persona di Gesù Cristo con lo scopo di espiare i nostri peccati e redimerci. Nel Cristianesimo quindi l’uomo si eleva verso Dio solo dopo aver accettato la Grazia, offerta da Gesù. Per Agostino la redenzione non è opera dell’uomo, ma è offerta da Dio all’uomo. Gesù Cristo è il perfetto mediatore, essendo Dio-uomo, in lui la natura divina si è saldata con quella umana, in seguito al mistero dell’Incarnazione. 

Yuri Leveratto

Immagine: Il battesimo di Agostino, Benozzo Gozzoli

domenica 8 gennaio 2017

Gesù Cristo ha salvato anche i giusti che vissero prima della sua missione sulla terra



Alcuni scettici del messaggio cristiano di salvezza sostengono che il sacrificio di Gesù Cristo sulla croce non sia servito per coloro i quali hanno vissuto prima di lui, in quanto essi non hanno ricevuto il suo messaggio. 
Per rispondere a questa osservazione iniziamo citando il nono verso del Vangelo di Giovanni: 

Era la luce vera che illumina ogni uomo, 
Quella che veniva nel mondo

Il soggetto è il Verbo. E’ come se vi fosse scritto: “il Verbo era la luce vera”. Il verbo utilizzato qui è “en” che viene usato varie volte per descrivere l’eternità di Gesù Cristo. Pertanto si potrebbe interpretare in questo modo: “Gesù Cristo è stato da sempre la Luce eterna”. 
Subito dopo vi è l’aggettivo “vera”. Qui Giovanni non stava affermando che Gesù si esprime in modo verace, ma stava affermando che Gesù Cristo è la luce genuina, perfetta, originale, vera, e non solo per la sua sostanza divina, ma per la sua eternità. 
Tutto ciò ha un’attinenza con la dottrina della salvezza. Nessun uomo può salvare, in quanto nessun uomo può espiare il peccato di altri. Solo chi è la Luce eterna, vera, perfetta e originale può salvare (può quindi dare la vita eterna), in quanto è l’essenza stessa della vita. 
Analizziamo adesso la frase: “quella che veniva nel mondo”. Perchè l’Evangelista Giovanni ha scritto: “veniva”, e non “venne”? 
In realtà Giovanni si riferisce a qualcosa che sta per succedere. Usa il participio “erchomenon”. L’evangelista descrive un qualcosa che è in procinto di accadere. L’eternità stava entrando nella storia, come si descriverà nel quattordicesimo verso del Prologo. 
“Erchomenon” significa “veniva” e indica volontà. Questa situazione si differenzia da quando un semplice essere umano viene al mondo. Nessun essere umano viene da un’esistenza anteriore. Cristo invece ha avuto un’esistenza anteriore, eterna, in quanto esisteva da sempre. 
Però, quale era il proposito dell’arrivo della Luce vera nel mondo? Analizziamo la frase “che illumina ogni uomo”. La parola utilizzata nel testo greco è “phōtizei” che deriva dalla parola “phoos”, luce. 
E’ come se Giovanni ci avesse voluto comunicare che Gesù Cristo si è voluto fare uomo per essere uno di noi, illuminare il nostro cammino tortuoso, con la sua luce vera. Il tempo phōtizei è al presente indicativo. 
Mentre “era”, in greco “en” è un “passato eterno”, e “erchomenon” è un futuro inminente, phōtizei è al presente. Perchè?
Si pensa che Giovanni abbia voluto indicare in questo verbo il passato, il presente e il futuro e abbia voluto enfatizzare che la Luce eterna di Cristo ha illuminato tutti gli esseri umani da sempre, in forma conosciuta, sconosciuta e persino inconcepibile. 
In questo senso l’azione di Gesù Cristo si estende nel passato fino ai primordi dell’uomo e nel futuro, fino alla fine dei tempi. Ciò si spiega anche con la rivelazione progressiva della Bibbia, la Parola di Dio. Gesù apparve come un Angelo di Dio nell’Antico Testamento, ed ora era in procinto di apparire in forma umana. 
L’apparizione di Cristo in forma umana, comunque, non significa che la sua luce non illuminò gli uomini nel passato. E non significa che non illuminerà gli uomini nel futuro.
Come venivano giustificati gli esseri umani prima della missione di Gesù Cristo sulla terra?
La risposta non può essere che una: per fede. Infatti Abramo credette al Signore, vediamo il verso corrispondente, Genesi (15, 6): 

Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia

In un certo senso i credenti dell’Antico Testamento erano giustificati perchè credevano che, in un tempo futuro, Dio avrebbe espiato i loro peccati. I giusti di oggi guardano al passato, credendo che Dio, nella persona di Gesù Cristo, abbia già espiato i nostri peccati sulla croce.
Pertanto la Luce eterna di Cristo ha illuminato tutti gli uomini, da sempre, sia quelli che vissero nel passato, sia quelli che vivono ora e vivranno nel futuro. Quelli che prima di Cristo hanno avuto fede in Dio e si sono abbandonati alla sua volontà, credendo per fede che i loro peccati sarebbero stati espiati, hanno ottenuto la giustificazione e sono poi stati salvati da Cristo con la sua morte vicaria (1). 
I credenti del Nuovo Patto hanno ricevuto la rivelazione finale e perfetta, si salvano per fede, credendo che i loro peccati sono già stati espiati da Gesù Cristo con la sua morte in croce. Essi conoscono il progetto di Dio in modo più completo rispetto ai credenti dell’Antico Testamento. A tale proposito vediamo questo passaggio della Lettera agli Ebrei (1, 1-2): 

"Dio, dopo aver anticamente parlato molte volte e in svariati modi ai padri per mezzo dei profeti, 2 in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo di suo Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, per mezzo del quale ha anche fatto l'universo".

Yuri Leveratto

Bibliografia: Cristo era Dio? Spiros Zodhiates
Nota:
1-http://yurileveratto2.blogspot.com.co/2016/11/la-morte-vicaria-di-gesu-cristo.html

sabato 10 dicembre 2016

Paolo di Tarso ha divulgato la piena Divinità di Gesù Cristo



Alcune persone pensano che la Divinità di Gesù Cristo sia un concetto espresso solamente nel Vangelo di Giovanni. Vi sono però altri libri del Nuovo Testamento dove si proclama la piena Divinità di Gesù Cristo. Innanzitutto il Vangelo di Matteo (1), che secondo vari studiosi risulta essere il primo libro scritto del Nuovo Testamento (2). Anche dalle lettere paoline si evince la piena Divinità di Gesù Cristo.
L’Apostolo dei Gentili aveva chiarissimo il concetto di Divinità di Gesù Cristo, e si evince da numerosi passaggi delle sue Lettere: 
Innanzitutto vediamo un passaggio importante della Lettera ai Filippesi dell’Apostolo Paolo, (2, 3-11): 

Non fate niente per ambizione ne per vanagloria, ma con umiltà ritenete gli altri migliori di voi; non mirando ciascuno ai propri interessi, ma anche a quelli degli altri. Coltivate in voi questi sentimenti che furono anche in Cristo Gesù: 
il quale, essendo per natura Dio, 
non stimò un bene irrinunciabile 
l’essere uguale a Dio
ma annichilì se stesso
prendendo natura di servo,
diventando simile agli uomini; 
e apparso in forma umana
si umiliò facendosi obbediente
fino alla morte
e alla morte in croce.
Per questo Dio lo ha sopraesaltato
ed insignito di quel nome,
affinché, nel nome di Gesù,
si pieghi ogni ginocchio
degli esseri celesti
dei terrestri e dei sotterranei
e in ogni lingua proclami,
che Gesù Cristo è Signore
a gloria di Dio Padre. 

Analizzando questo importante brano ritmico, vediamo che, al sesto passo Paolo scrive: “il quale, essendo per natura Dio”. Quindi Paolo scrive chiaramente che Gesù è Dio, per natura. Inoltre nell’undicesimo passo scrive: “e in ogni lingua proclami, che Gesù Cristo è Signore a gloria di Dio Padre”. Paolo non scrive “Dio”, ma bensì “Dio Padre”. Così facendo, ricollegandosi al sesto passo, certifica la Divinità del Figlio. 

Quindi vediamo il versetto della Lettera ai Colossesi (2, 9), in lingua greca: 

ὅτι ἐν αὐτῷ κατοικεῖ πᾶν τὸ πλήρωμα τῆς θεότητος σωματικῶς, 

che tradotto nella King James del 1611 d.C. è: “For in him dwelleth all the fulness of the Godhead bodily”. E in italiano: 

“È in lui che dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità”. 

Paolo afferma che in Cristo si ha “tutta la pienezza della divinità”, cioè l'essenza divina. Cristo è Dio. Egli, in quanto Persona, si distingue dal Padre per la relazione che ha con il Padre essendo lui il Figlio Unigenito, ma una sola è l'essenza. Tutta la pienezza della divinità “abita corporalmente” in lui, cioè non per via di semplice azione della divinità su di un corpo umano, ma per l'unione ipostatica delle due nature, quella divina e quella umana. In Cristo vi sono due nature, non mescolate tra di loro, nell'unica Persona che è quella divina. In Dio si hanno tre Persone uguali e distinte nell'unica essenza. Dio è Trinità.

Vi sono poi altri passaggi di Paolo di Tarso dove si afferma la piena Divinità di Gesù Cristo. 

Per esempio la Prima Lettera a Timoteo 3, 16, (Versione Diodati)

Senza alcun dubbio, infatti, è grande il mistero della pietà:
Dio si è manifestato nella carne
Fu giustificato nello spirito
Apparve agli angeli
Fu predicato alle nazioni
Fu creduto nel mondo
Fu assunto nella gloria

Mentre nel Textus Receptus è scritto “Dio si è manifestato nella carne”, nelle edizioni San Paolo, derivate dalla Vulgata è scritto “Colui che fu manifestato nella carne”. (3)

Analizziamo nuovamente un passaggio della Lettera ai Romani (9, 4-5)

Essi sono Israeliti, loro è l’adozione a figli, la gloria le alleanze, a loro è stata data la legge, il culto le promesse, i patriarchi, da loro proviene Cristo secondo la sua natura umana, egli che domina tutto è Dio, Benedetto nei secoli, amen.

In questo passaggio è chiaro che Paolo sosteneva la piena Divinità del Figlio.

Vediamo questo ultimo passaggio di Paolo di Tarso, nella Lettera a Tito, (2, 13):

nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo 

Ovviamente il fatto che Paolo credesse e divulgasse la piena Divinità di Gesù Cristo si evince anche dalla Prima Lettera ai Corinzi cap. 15, dove si descrive la Risurrezione. 
Nella Risurrezione Gesù Cristo ha vinto la morte e ha dimostrato il suo potere su di essa. Solo Dio stesso, che ha creato l’universo, ha il potere di vincere il peccato e la morte. Senza Risurrezione, come scrive Paolo, la fede in Cristo sarebbe inutile. Tutte le altre religioni sono state fondate da uomini e profeti, la cui fine è stata la tomba. Ma solo nella religione cristiana Dio si è incarnato in un essere umano, che è venuto sulla terra (Giovanni 1, 11), con lo scopo di “togliere il peccato del mondo” (Giovanni 1, 29), vincere il peccato e la morte, fatto attestato dalla Risurrezione. 
E tutto questo Paolo di Tarso lo ha sancito chiaramente, fino alle estreme conseguenze, ossia fino al martirio (4).

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Immagine: Andrej Rublev, Icona di Paolo di Tarso, 1407

Note:
1-Per esempio nei passaggi del Vangelo di Matteo (26, 64) e (28, 19). 
2-L'esegeta Francesco Spadafora sostiene che le lettera ai Tessalonicesi composte nel 50-51 dipendono dal Vangelo di Matteo ( Francesco Spadafora, L'escatologia di san Paolo, Ed. Studium, 1957). Il biblista Bernard Orchard data il Vangelo di Matteo tra il 45 e il 50 (J. B. Orchard, Thessalonians and the Synoptic Gospels, Bib 19 1938). Inoltre lo storico Gerarde Garitte riporta che due codici georgiani del X e XI secolo riferiscono la notizia che il vangelo secondo Matteo fu scritto otto anni dopo l'Ascensione di Gesù, il vangelo di Marco 11 anni dopo, Luca 15 anni dopo e Giovanni 32 anni dopo. (G. Garitte, Catalogue des manuscrits géorgiens littéraires du Mont Sinaï, Louvain, 1956.) Per finire Jean Carmignac propone una datazione originale dell'originale ebraico del Vangelo di Matteo intorno al 45 e la traduzione al greco nel 50. (J. Carmignac, Nascita dei Vangeli sinottici, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1986).
3- Negli antichi manoscritti, i nomi sacri di Dio, Cristo, lo Spirito, ecc., erano abbreviati. L’abbreviazione greca per “Dio” sembra esattamente iguale alla parola “Chi”, eccetto che ha un breve trattino orrizontale che segna la differenza tra una theta e una omicron, e un altro trattino sulla parola da mostrare che si tratta di un’abbreviazione. I manoscritti hanno differenti letture: “Dio” (Textus receptus), “Chi”, e Colui che”. In ogni caso anche la dicitura “Colui che si manifestò nella carne”, indica l’incarnazione del Verbo, ossia Dio, in una persona umana. Infatti Paolo di Tarso non avrebbe scritto “colui che si manifestò nella carne” riferendosi ad un semplice uomo, giacché un semplice uomo è sempre in carne e ossa. 
4-Ecco alcune fonti storiche sul martirio di Paolo di Tarso: 
Lettera di Ignazio di Antiochia agli Efesini (110 AD)

XII. So chi sono e a chi scrivo. Io sono un condannato, voi avete ottenuto misericordia. Io in pericolo, voi al sicuro. Voi siete la strada per quelli che s'innalzano a Dio. Gli iniziati di Paolo che si è santificato, ha reso testimonianza ed è degno di essere chiamato beato. Possa io stare sulle sue orme per raggiungere Dio; in un'intera sua lettera si ricorda di voi in Gesù Cristo.

Lettera ai Romani di Dionigi, vescovo di Corinto (166-174 AD), in Eusebio di Cesarea - Storia Ecclesiastica 25-8

“Con una tale ammonizione voi avete fuso le piantagioni di Roma e di Corinto, fatte da Pietro e da Paolo, giacchè entrambi insegnarono insieme nella nostra Corinto e noi ne siamo i frutti, e ugualmente, dopo aver insegnato insieme anche in Italia, subirono il martirio nello stesso tempo”

Tertulliano –Prescrizione contro le eresie (200 AD)

Come felice è la sua chiesa, su cui gli apostoli riversano tutta la loro dottrina insieme con il loro sangue! Dove Pietro subisce la passione come il suo Signore! Dove Paolo vince la corona in una morte simile a quella di Giovanni, dove l'apostolo Giovanni fu immerso, illeso, in olio bollente, e quindi rimandato in esilio nella sua isola! Vedete ciò che ha imparato, ciò che ha insegnato, e quello che ha avuto comunione con le nostre chiese in Africa!

Lattanzio, De Mortibus Persecutorum (318 AD)

I suoi apostoli erano allora undici di numero, al quale sono stati aggiunti Mattia, al posto del traditore Giuda, e poi Paolo. Poi si dispersero per tutta la terra a predicare il Vangelo, come il Signore loro Maestro gli aveva ordinato; e durante venticinque anni, e fino all'inizio del regno di Nerone, si occuparono di gettare le fondamenta della Chiesa in ogni provincia e città. E mentre Nerone regnava, l'apostolo Pietro è venuto a Roma, e, attraverso la potenza di Dio che gli fu affidata, fece certi miracoli e, convertendo molti alla vera religione, costruì un tempio fedele e saldo al Signore. Quando Nerone sentì parlare di queste cose, e osservò che non solo a Roma, ma in ogni altro luogo, una grande moltitudine di persone abbandonava ogni giorno il culto degli idoli, e, condannando le loro vecchie abitudini, si avvicinava alla nuova religione, lui, un esecrabile e pernicioso tiranno, decise di radere al suolo il tempio celeste e distruggere la vera fede. Fu lui che per primo ha perseguitato i servi di Dio; lui ha crocifisso Pietro e ha fatto uccidere Paolo.

Vi sono poi altre fonti sul martirio di Paolo, come la Lettera ai Filippesi di Policarpo e la Storia Ecclesiastica Eusebio di Cesarea, Libro II cap. 25 5-7

giovedì 8 dicembre 2016

La morte vicaria di Gesù Cristo


Da un punto di vista storico possiamo affermare che i seguaci di Cristo, quindi gli Apostoli, gli Evangelisti, e i primi cristiani, credevano che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, e credevano nella sua doppia natura, ossia vero Dio e vero uomo. I seguaci di Cristo hanno divulgato, oltre alla sua nascita da una vergine, due fatti fondamentali: la sua morte vicaria e la sua Risurrezione. Questi due fatti sono gli eventi fondamentali del Cristianesimo.
Secondo i seguaci di Gesù Cristo, egli, morendo in croce, ha espiato tutti i peccati del mondo, e quindi è stato realmente “l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1, 29). A tale proposito vediamo alcuni passaggi neo-testamentari: 

Vangelo di Matteo (26, 27-28):

Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perchè questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati.

Ed ecco quello che predicava Pietro davanti ai capi del popolo e agli anziani, Atti degli Apostoli (4, 8-12):

Allora Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati»

Ecco due passaggi del Vangelo di Luca 
(19, 10):

Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

(22, 19-20):

Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».

Vediamo ora un passaggio importante della Prima Lettera ai Corinzi (15, 1-8):

Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.

Vediamo ora il passaggio già citato del Vangelo di Giovanni (1, 29):

Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

E’ evidente pertanto che già poco tempo dopo la vita terrena di Gesù, i primi cristiani credevano che Gesù, morendo sulla croce, avesse espiato tutti i peccati. 
Il significato principale della morte vicaria di Cristo è la sostituzione (si utilizza la parola greca “anti” ossia: “al posto di”). Semplicemente, ciò significa che Cristo è morto al posto di tutti i peccatori. Nel passaggio seguente del Vangelo di Matteo si sostiene infatti che la sua morte sarebbe servita a riscattare molti, Vangelo di Matteo (20, 28):

Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Altre volte si utilizza la parola “huper”, che significa “a favore di” o “al posto di”. Per esempio nella Seconda Lettera ai Corinzi (5, 21): 

Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perchè in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.

Inoltre la morte vicaria di Gesù Cristo ha fornito la redenzione dal peccato. 
Vi sono tre vocaboli importanti per descrivere questo concetto. Il primo vocavolo è “Comprare” o “pagare un prezzo per qualcosa”. (per esempio viene utilizzato in Matteo 13, 44). 
Il secondo vocabolo è lo stesso vocabolo che si può tradurre con “pagare un prezzo per qualcosa” ma rinforzato dal suffisso ek che significa “tirare fuori”. Ciò per significare che la morte di Cristo non solo servì a pagare il prezzo del peccato, ma ci tirò fuori dalla schiavitù del peccato. 
Il terzo vocabolo può essere tradotto con “rilasciare”, nel senso che la persona che ha accettato il sacrificio di Cristo sulla croce è stata “rilasciata”, ossia è divenuta libera, libera dal peccato. La base di questa liberazione è il sangue di Cristo (Lettera agli ebrei 9, 12), e il risultato è la purificazione di un popolo puro che appartenga a lui, infatti ecco il passaggio corrispondente: Lettera di Tito (2, 14):

Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sè un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

Pertanto la dottrina della redenzione indica che a causa dello spargimento del sangue di Cristo, i credenti sono stati salvati, e allontanati per sempre dalla schiavitù del peccato. 
Un altro effetto della morte di Cristo è la riconciliazione dell’uomo con Dio. Quando l’uomo accoglie il sacrificio di Cristo sulla croce si riconcilia con il Padre e quindi può salvarsi. A tale proposito questo passaggio della Seconda Lettera ai Corinzi (5, 19): 

Era Dio infatti che riconciliava a sè il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.

Un altro effetto della morte di Cristo è la propiziazione. Normalmente il concetto di propiziazione si riferisce al concetto di placare Dio o soddisfare le sue esigenze. Però perchè l’ira di Dio dovrebbe essere placata? Semplicemente perchè Dio è adirato con l’umanità a causa del peccato. Il concetto dell’ira di Dio appare in molti passaggi neotestamentari per esempio nel Vangelo di Marco (14, 21): 

Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

O nella Lettera ai Romani (1, 18):

Infatti l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, 

L’ira di Dio non è solo il risultato della legge di causa ed effetto, ossia ira dovuta al peccato, ma deve intendersi come l’intervento e l’interesse personale di Dio nelle faccende umane. Secondo Giovanni l’opera propiziatoria di Cristo è rivolta al mondo intero. Vediamo a tale proposito questa citazione della Prima Lettera a Giovanni (2, 2):

È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.

Un altro effetto della morte di Cristo è la condanna della natura peccaminosa. In pratica la sua morte ha reso inoperoso il dominio del peccato che si annida nella nostra natura umana. Vediamo a tale proposito questo passaggio della Lettera ai Romani: (6, 1-10):

Che diremo dunque? Rimaniamo nel peccato perchè abbondi la grazia? È assurdo! Noi, che già siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere in esso? O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinchè, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. Lo sappiamo: l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinchè fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è liberato dal peccato.
Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio.

Naturalmente in questo passaggio Paolo di Tarso intendeva il battesimo nello Spirito Santo. Pertanto la crocifissione del cristiano con Cristo significa la fine del dominio del peccato nella sua vita. In ogni caso ciò non significa che il peccato termini di esistere nel cristiano rinato, ma non è più dominante. 
La morte di Cristo ha inoltre posto fine alla legge mosaica come si può notare in questi due passaggi neotestamentari: 

Lettera ai Romani 10, 4): 

Ora, il termine della Legge è Cristo, perchè la giustizia sia data a chiunque crede.

Lettera ai Colossesi (2, 13-14):

Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. 

La Legge non poteva giustificare il peccatore, come vediamo nella Lettera ai Romani (3, 20): 

Infatti in base alle opere della Legge nessun vivente sarà giustificato davanti a Dio, perchè per mezzo della Legge si ha conoscenza del peccato.

La legge poteva mostrare all’uomo la necessità della redenzione, ma non poteva offrire la redenzione. Ciò si evince dalla Lettera ai Galati (3, 23-25):

Ma prima che venisse la fede, noi eravamo custoditi e rinchiusi sotto la Legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la Legge è stata per noi un pedagogo, fino a Cristo, perchè fossimo giustificati per la fede. Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. 

Secondo gli Apostoli fu la morte di Cristo ad offrire all’uomo la possibilità di essere giustificati mediante la fede in lui. 
Però vi sono porzioni della Legge mosaica che si ripetono nel Nuovo Testamento, con il fine della santificazione del credente. In realtà nove dei dieci comandamenti sono ripetuti. Bisogna distinguere tra il codice e i comandamenti contenuti nel codice. Come codice la Legge si è abolita. Mentre il codice attualmente vigente è la Legge di Cristo (Lettera ai Galati 6, 2): 

Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo. 

o Legge dello Spirito che da vita: (Letetra ai Romani 8, 2):

Perchè la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. 

Il rispetto assoluto dei dieci comandamenti non è sufficente per la salvezza. Al contrario, chi ha accettato Gesù Cristo nel suo cuore, naturalmente rispetterà i dieci comandamenti.
In altre parole non è il rispetto dei dieci comandamenti che porta l’uomo alla salvezza, ma è la fede che Gesù Cristo sia morto per i nostri peccati che porta l’uomo alla salvezza. Infatti anche se una persona rispettasse alla lettera i dieci comandamenti sarebbe sempre un peccatore. Non potrà salvarsi “da solo”, ne con azioni di riparazione dei suoi peccati (il peccato resta), ne con azioni buone tese a compensare il peccato. Solo accettando la Grazia data da Gesù Cristo, per mezzo della fede, l’uomo può salvarsi. Infatti vediamo questi due passaggi neo-testamentari: 

Lettera ai Galati (3, 13): 

Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poichè sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno, 

Lettera ai Romani (8, 1): 

Ora, dunque, non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù.

Pertanto Gesù si è caricato dei nostri peccati e se accogliamo il suo sacrificio ci liberiamo dal potere di condanna della Legge, senza violarla, perchè in Cristo troviamo il compimento della Legge morale di Dio. 
L’ultimo effetto della morte di Cristo è la base per la quale il credente possa essere lavato dei suoi peccati. Il sangue di Cristo è la base della costante purificazione dei credenti. A tale propòsito vediamo la Prima Lettera di Giovanni (1, 7): 

Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.

Ora passiamo ad analizzare alcuni benefici della morte vicaria di Cristo e dell’accettazione di questo concetto da parte del credente. 
Innanzitutto il credente viene giustificato cioè viene reso accettabile davanti a Dio. A tale proposito vediamo alcuni passaggi del Nuovo Testamento: 

Redenzione e giustificazione: Lettera ai Romani (3, 23-24):

perchè tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. 

Riconciliazione: Seconda Lettera ai Corinzi (5, 19-21):

Era Dio infatti che riconciliava a sè il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perchè in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.

Perdono: Lettera ai Romani (3, 25): 

È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati 

Liberazione: Lettera ai Colossesi (1, 12-13):

ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore,

L’accettazione nell’Amato: Lettera agli Efesini (1, 6):

a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.

La sicurezza della glorificazione futura: Lettera ai Romani (8, 30):

quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.

Giustificare significa dichiarare giusto. E’ un termine giudiziale che si riferisce al fatto che il verdetto di assoluzione è stato pronunciato, e ha escluso ogni possibile condanna. La giustificazione non potrebbe essere basata sulle opere, in quanto Dio richiede perfetta obbedienza la quale è impossibile all’uomo. In quest’ottica la perfetta santità di Cristo nel compimento della Legge e la sua morte espiatoria sono le basi per la giustificazione del credente. Vediamo a tale proposito un altro passaggio della Lettera ai Romani (5, 8-10): 

Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.

Il mezzo per raggiungere la gisutificazione è la fede (Lettera ai Romani 3, 22, 25, 28, 30). La fede è il mezzo attraverso il quale la Grazia di Dio imputa al peccatore credente la giustizia di Cristo. 

Dopo la giustificazione il credente diventa “figlio di Dio”, e quindi viene adottato come “figlio”. Inizia una relazione speciale tra lui e il Padre, una relazione filiale. 

Un’altro beneficio della morte vicaria di Cristo è la santificazione del credente. La parola santificazione viene dal ebraico qados ossia “eletto da Dio”, “distinto”, “differenziato”. 
Innanzitutto il credente è stato santificato, separato da i non giustificati. Vediamo questo passaggio della Prima Lettera ai Corinzi (6, 11):

E tali eravate alcuni di voi! Ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio.

In secondo luogo il credente proprio perchè è stato santificato, approffondirà e mettera in pratica sempre più la sua posizione. Vediamo questo passaggio della Prima Lettera di Pietro  (1, 16):

Poichè sta scritto: Sarete santi, perchè io sono santo.

Vi è naturalmente una futura e perfetta santificazione: quando vedremo Cristo faccia a faccia e inizieremo a essere simili a Lui, come specificato nella Prima Lettera di Giovanni (3, 1-3):

Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perchè non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perchè lo vedremo così come egli è.

Questa è la definitiva e futura santificazione quando i credenti in Cristo usciranno dai sepolcri con un corpo glorificato, come spiegato in questi due passaggi neo-testamentari:

Lettera agli Efesini (5, 26-27):

E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia nè ruga o alcunchè di simile, ma santa e immacolata. 

Lettera di Giuda, (24-25):

A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire davanti alla sua gloria senza difetti e colmi di gioia, all’unico Dio, nostro salvatore, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, gloria, maestà, forza e potenza prima di ogni tempo, ora e per sempre. Amen.


Yuri Leveratto
Bibliografia: Significato della salvezza e benedizioni che provvede. Charles Ryrie. Commenti alla Bibbia (versione Reina Valera).

sabato 3 dicembre 2016

L’Unigenito Figlio ha fatto conoscere Dio: analisi del diciottesimo verso del Vangelo di Giovanni


Come abbiamo visto il proposito dei primi diciotto versi del Vangelo di Giovanni è stato quello di dimostrare la pre-esistenza, quindi la piena Divinità, di Gesù Cristo. I versi fondamentali del Prologo sono il primo e il quattordicesimo.
Nel primo verso Giovanni dichiara che il Verbo (Gesù Cristo), era pre-esistente con Dio Padre fin dal principio, ossia “da sempre”, e dichiara che il Verbo è Dio.
Nel quattordicesimo verso si indica l’Incarnazione di Dio nella persona di Gesù Cristo. Con le parole “E il Verbo si fece carne”, Giovanni vuole esprimere il momento fondamentale della storia dell’umanità, ossia Dio che si fa uomo, per venire a salvare l’uomo. Tuttavia anche il diciottesimo verso è molto importante per comprendere chi era veramente Gesù Cristo e perché solo attraverso di lui possiamo conoscere il Padre. Vediamolo:

Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

Theon oudeis heōraken pōpote monogenēs Theos ho ōn eis ton kolpon tou Patros ekeinos exēgēsato

Dalla frase “Dio, nessuno lo ha mai visto”, si evince che nessuno ha mai potuto vedere Dio nella sua completezza. E’ vero che Dio si è manifestato varie volte a Mosè, ma ne il profeta biblico, ne altri profeti hanno mai potuto vedere realmente Dio nella sua pienezza.
La seconda frase del diciottesimo verso ci indica invece che qualcuno, ossia il Figlio unigenito, ha reso Dio visibile.
Torniamo però alla prima frase: “Dio, nessuno lo ha mai visto”. Da questa frase si evince che Dio è spirito, e come tale è invisibile. A tale proposito vediamo una frase del Vangelo di Giovanni, quando il Signore si è rivolto alla donna samaritana (4, 24):

Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 

Giovanni pertanto, quando scrive che nessuno lo ha mai visto, si riferisce alla pienezza di Dio, alla sua essenza spirituale, infinita ed eterna. Nessuno può vedere l’essenza spirituale di Dio in tutta la sua pienezza, per il semplice fatto che l’uomo, essendo limitato e finito, non può cogliere l’infinito.
Ovviamente Giovanni non scrive “ho Theon”, ma bensì: “Theon”, dimostrando che si riferisce al concetto Trascendente di Dio. Dio nella sua pienezza onniscente, onnipotente e onnipresente, non può essere visto dall’uomo.
La parola heōraken significa “vide”, o “ha visto”. E’ il tempo perfetto del verbo horaao, vedere.
Il verbo horaao può significare tre cose: vedere con gli occhi, vedere con la mente o percepire, sperimentare o conoscere per mezzo dell’esperienza.
Giovanni afferma quindi che nessuno ha mai potuto vedere Dio, nella sua pienezza. L’Evangelista pertanto non si riferisce a manifestazioni parziali di Dio, o teofanie (come per esempio in Esodo 33, 11 o Numeri 12, 8).
Dopo averci comunicato che nessuno ha mai visto Dio, Giovanni ci comunica che esiste un’eccezione, infatti scrive: “il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”.
Secondo Giovanni, Dio ha voluto rivelarsi completamente e lo ha fatto con Gesù Cristo, che viene chiamato Verbo (Logos), e anche unigenito Figlio. La parola greca “monogenees” può significare (1): 1 - figlio unico, ossia chi non ha fratelli o sorelle (come in Luca 8, 42); 2 - l’unico di questa specie; 3 - della stessa natura. Secondo Spiros Zodhiates “monogenees”, deve essere interpretato “della stessa natura, o della stessa sostanza”. Per Zodhiates pertanto anche “monogenees”, è un indizio che Giovanni volesse intendere che Gesù Cristo, il Verbo, ha la stessa sostanza del Padre e pertanto, solo lui può farlo conoscere.
Proprio per questo Gesù Cristo ha detto, Vangelo di Giovanni (14, 9):

Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? 

Perché Dio si è incarnato nella persona di Gesù Cristo?
La forma di uomo, era l’unica che poteva essere riconosciuta da altri uomini. Ciò naturalmente non significa che durante l’Incarnazione Dio cessò di esistere come puro spirito.
Questa espressione “monogenēs Theos”, è unica e si riferisce al fatto che il Figlio è Dio, e ha la “stessa sostanza” di Dio Padre.
D’altronde sono numerose le citazioni bibliche che indicano la corrispondenza di Dio Padre con il Figlio, per esempio Giovanni (10, 30):

Io e il Padre siamo una cosa sola.

Analizziamo adesso la frase: “che è nel seno del Padre”. E’ vero che Giovanni scrisse queste parole dopo l’Ascensione di Gesù Cristo alla destra del Padre.
In ogni caso la frase “che è nel seno del Padre”, non si riferisce solo al periodo successivo alla sua Ascensione, ma all’eternità. Anche durante l’Incarnazione Gesù Cristo era “nel seno del Padre”. Anche prima dell’Incarnazione, il Cristo eterno era “nel seno del Padre”.
Questa frase comincia con la parola “ho”, che si traduce con “colui”, o “che”. Pertanto la traduzione letterale potrebbe essere: “colui che è nel seno del Padre”. La frase continua con la parola ὢν ossia on, che significa “è”. Giovanni non ha scritto “è stato” o “era”, ma bensì: “è”. Questo tempo indica che Egli è da sempre e per sempre nel seno del Padre. Anche da questo verbo si evince che Gesù Cristo non è soggetto al tempo.
Cosa significa la parola kolpos, ossia “seno”? Generalmente la parola seno si riferisce alla parte superiore del busto, dove è ubicato il cuore. Ciò da l’idea di una relazione intima tra il Figlio e il Padre. Proprio per questo solo il Figlio conosce l’essenza e i desideri del Padre e può pertanto rivelarli.
Analizziamo ora l’ultima frase del diciottesimo verso: “è lui che lo ha rivelato”.
Innanzitutto notiamo che Gesù Cristo si riferisce a Dio come “suo Padre”. Per esempio nel Vangelo di Luca (2, 49):

Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 

Ma anche nel finale del Vangelo di Matteo (28, 19):

Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 

Possiamo affermare che Gesù è venuto sulla terra per rivelarci che se lo accogliamo come nostro Salvatore, Dio si converte in nostro Padre. Giovanni ha sviluppato questo concetto nel dodicesimo verso del suo Prologo, dove afferma che i figli di Dio sono coloro i quali che accolgono Gesù Cristo e credono nel suo nome. Inoltre con una frase molto tagliente Gesù Cristo ha specificato che solo attraverso di lui si può giungere al Padre, Vangelo di Giovanni (14, 6):

Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

Pertanto attraverso Cristo e accettando il suo sacrificio sulla croce, l’uomo può convertirsi in figlio di Dio e quindi Dio può essere suo Padre. Ma di chi era figlio l’uomo prima di convertirsi in figlio di Dio? Ecco la risposta: Vangelo di Giovanni (8, 44):

Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna. 

La parola ekeinos significa “questa persona” o “lui”, in riferimento a “colui che è nel seno del Padre”. Nell’ultima frase Giovanni vuole dissipare ogni dubbio, vuole comunicarci che solo Gesù Cristo, l’Unigenito Figlio, ci ha fatto conoscere il Padre. Siccome l’essenza di Gesù Cristo (monogenees) è la stessa del Padre, egli, l’Unigenito Figlio, ha potuto farci conoscere il Padre.
Il verbo che Giovanni ha utilizzato per la frase “lo ha fatto conoscere” è exēgēsato, dal quale deriva la parola esegesi. Questo verbo era utilizzato da antichi scrittori greci per per indicare l’interpretazione dei misteri divini. E’ come se Giovanni avesse voluto esprimere che Gesù Cristo ci ha indicato la meravigliosa via per accedere al mistero di Dio, infinito ed onnipotente. In realtà exēgēsato è composto da ex (fuori) e dal verbo heegeomai (portare). Pertanto il suo significato è: portare fuori, estrarre, trarre. Ciò da l’idea che Dio non era pienamente accessibile all’uomo, ma è stato Gesù Cristo che ha reso possibile che l’uomo conoscesse Dio. E’ stato Gesù Cristo a rendere accessibile Dio all’uomo. E non esiste alcun altro modo per l’uomo per conoscere Dio se non attraverso Gesù Cristo, (Vangelo di Giovanni 14, 9).
Il verbo exēgēsato è nel tempo aoristo, e ciò indica che questa azione non si ripeterà. Gesù Cristo ha fatto conoscere il Padre una volta per tutte, e ciò significa che Gesù Cristo non tornerà ancora una volta per rivelare il Padre. Verrà certamente, ma come strumento della giustizia di Dio sulla terra.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Bibliografia: Cristo era Dio? Spiros Zodhiates.

Immagine: il discorso di Cristo agli undici Apostoli, Maestà di Duccio di Buoninsegna.

Note: 
1-Great Lexicon of the Greek language
2-http://yurileveratto2.blogspot.com.co/2015/11/la-vera-identita-di-gesu-cristo.html

venerdì 25 novembre 2016

Legge, Grazia e Verità: analisi del diciassettesimo verso del Vangelo di Giovanni



Nel sedicesimo verso Giovanni ci ha mostrato che Gesù Cristo ci ha dato parte della sua pienezza: grazia su grazia. Nel diciasettesimo verso Giovanni puntualizza la differenza tra la Legge (nomos), la Grazia (charis) e la Verità (aletheia), queste ultime due date da Gesù Cristo. Vediamo il diciasettesimo verso del Vangelo di Giovanni:

Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

Hoti o nomos dia Mōuseōs edothē hē charis kai hē alētheia dia Iēsou Christou egeneto

Innanzitutto Gesù Cristo è un personaggio storico, ugualmente a come lo fu Mosè.
Però Cristo non è solo al di fuori di noi come lo è stato Mosè. Per il credente, ossia per colui il quale accoglie Gesù Cristo nel suo cuore, Gesù vive in lui e attua un cambiamento in lui. E per il credente Gesù è fonte di pienezza, ed è dispensatore di Grazia e Verità.
Il diciasettesimo verso non vuole mostrare alcun contrasto tra Mosè e Cristo. E neppure tra la Legge, la Grazia e la Verità. Giovanni vuole puntualizzare che mentre Dio ha dato la Legge per mezzo di Mosè, Gesù ha portato la Grazia e la Verità. Anteriormente ci si salvava per fede e seguendo la Legge, ora ci si salva credendo nel sacrificio di Gesù Cristo per noi sulla croce. Ci si salva accettando la Grazia, con la fede.
Però per quale motivo Giovanni ribadisce che Dio diede la Legge per mezzo di Mosè, antecedentemente alla Grazia?
Proprio per il fatto che la prima trasgressione della legge fu in Adamo. Dio aveva dato all’uomo la possibiltà di scelta, in quanto non poteva forzare l’uomo a scegliere il bene. Però poteva imporre un castigo per le trasgressioni. La Legge non fu “un’opzione di Dio”, ne la conseguenza della disobbedienza dell’uomo a Dio. Dopo l’uscita degli ebrei dall’Egitto, Dio scelse Mosè per dare la legge agli uomini. Mosè fu utilizzato da Dio solo come strumento. La legge fu data in un determinato momento storico. Per questo si usa il verbo edothe, “fu data”, che si riferisce ad un determinato periodo.
La Legge data da Dio per mezzo di Mosè era divisa in tre parti: cerimoniale, giudiziale e morale. Una parte della Legge era rivolta solo a Israele, mentre un’altra parte si estendeva a tutte le persone.
La legge cerimoniale si relazionava con il compimento di sacrifici e offerte. Queste norme si applicavano solo al popolo degli ebrei fino al tempo di Gesù Cristo, che fu il compimento della legge cerimoniale. Gesù Cristo si è convertito nel sacrificio finale e perfetto per tutti gli uomini per mezzo dello spargimento del suo sangue nella croce. Dopo la sua morte non era più necessario lo spargimento del sangue di animali per la remissione temporanea dei peccati. Pertanto con Cristo troviamo il compimento della legge cerimoniale. La legge cerimoniale era rivolta solo agli ebrei, infatti in Esodo (34, 23-24), si impone che ogni persona che era sotto la legge cerimoniale doveva recarsi a Gerusalemmme tre volte all’anno. E’ evidente che si riferiva solo agli ebrei. Pertanto oggi, gli ebrei di religione giudaica, dovrebbero recarsi a Gerusalemme tre volte all’anno, se applicassero alla lettera la Legge.
La legge cerimoniale pertanto non si applicò mai ai “gentili”, ossia ai non ebrei. Per gli ebrei cristiani il compimento della legge cerimoniale è stato Gesù Cristo. Infatti, leggiamo la Lettera ai Romani (10, 4):

Ora, il termine della Legge è Cristo, perché la giustizia sia data a chiunque crede.

Per quanto riguarda le Leggi giudiziali, esse si riferivano al governo dello stato di Israele. Queste leggi non erano obbligatorie per nessun’altra nazione. Israele era una teocrazia e Dio diede leggi per il suo governo.
La Legge morale è contenuta principalmente nei dieci comandamenti. Sono principi generali e morali che si riferivano a tutte le persone di qualunque etnia e che ancora adesso hanno vigenza (per i dieci comandamenti vedere Esodo, cap. 20).
Tuttavia, il rispetto assoluto dei dieci comandamenti non è sufficente per la salvezza. Al contrario, chi ha accettato Gesù Cristo nel suo cuore, naturalmente rispetterà i dieci comandamenti (1).
In altre parole non è il rispetto dei dieci comandamenti che porta l’uomo alla salvezza, ma è la fede che Gesù Cristo sia morto per i nostri peccati che porta l’uomo alla salvezza. Infatti anche se una persona rispettasse alla lettera i dieci comandamenti sarebbe sempre un peccatore. Non potrà salvarsi “da solo”, ne con azioni di riparazione dei suoi peccati (il peccato resta), ne con azioni buone tese a compensare il peccato. Solo accettando la Grazia data da Gesù Cristo, per mezzo della fede, l’uomo può salvarsi. Infatti vediamo questi due passaggi neo-testamentari:

Lettera ai Galati (3, 13):

Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poichè sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno, 

Lettera ai Romani (8, 1):

Ora, dunque, non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù.

Pertanto Gesù si è caricato dei nostri peccati e se accogliamo il suo sacrificio ci liberiamo dal potere di condanna della Legge, senza violarla, perché in Cristo troviamo il compimento della Legge morale di Dio.
Però in che cosa e perché la Grazia e la Verità sono superiori alla Legge?
Mosè non fu la personificazione della Legge. Ma Gesù Cristo fu la personificazione della Grazia e della Verità. Vediamo alcune frasi che richiamano alla Legge e altre che richiamano invece alla Grazia e alla Verità.

Legge:
Lettera ai Romani (6, 23 a):

Perché il salario del peccato è la morte; 

Grazia:
Lettera ai Romani (6, 23b):

ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore. 

Legge:
Ezechiele (18, 20):

Chi pecca morirà; il figlio non sconterà l’iniquità del padre, nè il padre l’iniquità del figlio. Sul giusto rimarrà la sua giustizia e sul malvagio la sua malvagità.

Grazia:
Vangelo di Giovanni (11, 25-26):

Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 

La Legge pronuncia condanna e morte.
La Grazia proclama giustificazione e vita.

Grazia:
Ezechiele (11, 19):

Darò loro un cuore nuovo, uno spirito nuovo metterò dentro di loro. Toglierò dal loro petto il cuore di pietra, darò loro un cuore di carne, 

Ezechiele (36, 26):

vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.

Legge:
Lettera ai Galati (3, 10):

Quelli invece che si richiamano alle opere della Legge stanno sotto la maledizione, poichè sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della Legge per metterle in pratica. 

Grazia:
Salmi (32, 1-2):

Beato l’uomo a cui è tolta la colpa
e coperto il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto
e nel cui spirito non è inganno.

Legge:
Deuteronomio (6, 5):

Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. 

Grazia:
Vangelo di Giovanni (3, 16-17):

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 

La Legge descrive ciò che l’uomo deve fare per Dio.
La Grazia descrive ciò che Cristo ha fatto per l’uomo.

La Legge si dirige all'uomo come parte della creazione antica.
La Grazia permette che l'uomo si faccia membro della nuova creazione.

La Legge produce una propensione naturale alla disobbedienza.
La Grazia crea una propensione naturale all'obbedienza.

La Legge richiede obbedienza per il timore della Legge stessa.
La Grazia supplica l’uomo per la misericordia di Dio.

La Legge chiede santità.
La Grazia da santità.

La Legge dice: “condannalo!”.
La Grazia dice: “assolvilo”.

Per la Legge la benedizione è il risultato dell’obbedienza.
Per la Grazia l’obbedienza è un risultato delle benedizioni.

La Legge fu data per sottomettere il vecchio uomo.
La Grazia libera l’uomo nuovo.

La Legge descrive sacrifici sacerdotali offerti anno per anno che non potranno mai rendere perfetti gli uomini.
Sotto la Legge la salvezza si doveva guadagnare.
Sotto la Grazia la salvezza è un dono.

Grazia:
Lettera agli Ebrei (10, 12-14)

Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. 

Legge:
Lettera ai Romani (2, 12):

Tutti quelli che hanno peccato senza la Legge, senza la Legge periranno; quelli invece che hanno peccato sotto la Legge, con la Legge saranno giudicati. 

La Grazia:
Vangelo di Giovanni (5, 24):

In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.

Nel diciassettesimo verso troviamo le parole Grazia e Verità come nel quattordicesimo verso. Infatti Gesù Cristo non venne solo a mostrarci la Grazia. Così come Dio è infinitamente misericordioso e sacro, è anche infinitamente giusto. La parola “Verità”, richiama la giustizia. La Verità richiama al fatto che lui ci trovò colpevoli del peccato. Infatti nessuno è senza peccato. Pertanto, siccome il prezzo del peccato è la morte, (Lettera ai Romani 6, 23), noi dovremmo morire per i nostri peccati. Proprio perché Dio è infinitamente misericordioso, ma anche infinitamente giusto, ha inviato il Figlio, per morire al posto nostro. Lui pagò la nostra pena in modo da poterci liberare, se noi accettiamo il suo sacrificio sulla croce. Pertanto il vero cambio rispetto alla Legge non è solo la Grazia, ma anche la Verità.
Analizziamo ora il verbo “vennero”, nella frase:

la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

hē charis kai hē alētheia dia Iēsou Christou egeneto

Mentre nella frase “la Legge fu data per mezzo di Mosè”, si utilizza il verbo edothe, nella frase seguente si utilizza il verbo “egeneto”. Egeneto indica un preciso atto, che indica un determinato momento. Lo stesso verbo viene utilizzato nel quattordicesimo verso.
Inoltre nel testo greco è scritto: “hē charis kai hē alētheia”. Giovanni non sta descrivendo un tipo di grazia o un tipo di verità. Giovanni sta descrivendo “la Grazia" e “la Verità". La Grazia e la Verità di Gesù Cristo sono definitive ed esclusive di lui. Pertanto Gesù Cristo non insegna la Grazia e la Verità. Gesù Cristo è la Grazia, ed è la Verità. Quando si dice: “ho sperimentato la verità”, è come se si stesse dicendo: “ho conosciuto Gesù Cristo”.
Inoltre c’è da analizzare un ultimo punto: la verità, (attinente alla giustizia), non si riferisce solo alla morte di Gesù Cristo sulla croce, ma si riferisce anche alla vita dei cristiani dopo che hanno sperimentato la Grazia di Dio nelle proprie vite. Quando una persona accoglie il perdono di Cristo nel suo cuore, e accetta la Grazia, la sua vita cambia, in quanto ottiene la giustificazione.
La Grazia pertanto è differente dalla Legge, in quanto non proclama il castigo, ma ci permette di superarlo. Cristo fa l’uomo nuovo, l’uomo che vive nella Grazia, l’uomo perdonato e che sa perdonare.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Bibligrafia: Cristo era Dio? Spiros Zodhiates

1-Per quanto riguarda il sabato vedere atti degli Apostoli (20, 7).

Immagine: la guarigione del cieco nato, El Greco, 1567.