venerdì 25 novembre 2016

Legge, Grazia e Verità: analisi del diciassettesimo verso del Vangelo di Giovanni



Nel sedicesimo verso Giovanni ci ha mostrato che Gesù Cristo ci ha dato parte della sua pienezza: grazia su grazia. Nel diciasettesimo verso Giovanni puntualizza la differenza tra la Legge (nomos), la Grazia (charis) e la Verità (aletheia), queste ultime due date da Gesù Cristo. Vediamo il diciasettesimo verso del Vangelo di Giovanni:

Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

Hoti o nomos dia Mōuseōs edothē hē charis kai hē alētheia dia Iēsou Christou egeneto

Innanzitutto Gesù Cristo è un personaggio storico, ugualmente a come lo fu Mosè.
Però Cristo non è solo al di fuori di noi come lo è stato Mosè. Per il credente, ossia per colui il quale accoglie Gesù Cristo nel suo cuore, Gesù vive in lui e attua un cambiamento in lui. E per il credente Gesù è fonte di pienezza, ed è dispensatore di Grazia e Verità.
Il diciasettesimo verso non vuole mostrare alcun contrasto tra Mosè e Cristo. E neppure tra la Legge, la Grazia e la Verità. Giovanni vuole puntualizzare che mentre Dio ha dato la Legge per mezzo di Mosè, Gesù ha portato la Grazia e la Verità. Anteriormente ci si salvava per fede e seguendo la Legge, ora ci si salva credendo nel sacrificio di Gesù Cristo per noi sulla croce. Ci si salva accettando la Grazia, con la fede.
Però per quale motivo Giovanni ribadisce che Dio diede la Legge per mezzo di Mosè, antecedentemente alla Grazia?
Proprio per il fatto che la prima trasgressione della legge fu in Adamo. Dio aveva dato all’uomo la possibiltà di scelta, in quanto non poteva forzare l’uomo a scegliere il bene. Però poteva imporre un castigo per le trasgressioni. La Legge non fu “un’opzione di Dio”, ne la conseguenza della disobbedienza dell’uomo a Dio. Dopo l’uscita degli ebrei dall’Egitto, Dio scelse Mosè per dare la legge agli uomini. Mosè fu utilizzato da Dio solo come strumento. La legge fu data in un determinato momento storico. Per questo si usa il verbo edothe, “fu data”, che si riferisce ad un determinato periodo.
La Legge data da Dio per mezzo di Mosè era divisa in tre parti: cerimoniale, giudiziale e morale. Una parte della Legge era rivolta solo a Israele, mentre un’altra parte si estendeva a tutte le persone.
La legge cerimoniale si relazionava con il compimento di sacrifici e offerte. Queste norme si applicavano solo al popolo degli ebrei fino al tempo di Gesù Cristo, che fu il compimento della legge cerimoniale. Gesù Cristo si è convertito nel sacrificio finale e perfetto per tutti gli uomini per mezzo dello spargimento del suo sangue nella croce. Dopo la sua morte non era più necessario lo spargimento del sangue di animali per la remissione temporanea dei peccati. Pertanto con Cristo troviamo il compimento della legge cerimoniale. La legge cerimoniale era rivolta solo agli ebrei, infatti in Esodo (34, 23-24), si impone che ogni persona che era sotto la legge cerimoniale doveva recarsi a Gerusalemmme tre volte all’anno. E’ evidente che si riferiva solo agli ebrei. Pertanto oggi, gli ebrei di religione giudaica, dovrebbero recarsi a Gerusalemme tre volte all’anno, se applicassero alla lettera la Legge.
La legge cerimoniale pertanto non si applicò mai ai “gentili”, ossia ai non ebrei. Per gli ebrei cristiani il compimento della legge cerimoniale è stato Gesù Cristo. Infatti, leggiamo la Lettera ai Romani (10, 4):

Ora, il termine della Legge è Cristo, perché la giustizia sia data a chiunque crede.

Per quanto riguarda le Leggi giudiziali, esse si riferivano al governo dello stato di Israele. Queste leggi non erano obbligatorie per nessun’altra nazione. Israele era una teocrazia e Dio diede leggi per il suo governo.
La Legge morale è contenuta principalmente nei dieci comandamenti. Sono principi generali e morali che si riferivano a tutte le persone di qualunque etnia e che ancora adesso hanno vigenza (per i dieci comandamenti vedere Esodo, cap. 20).
Tuttavia, il rispetto assoluto dei dieci comandamenti non è sufficente per la salvezza. Al contrario, chi ha accettato Gesù Cristo nel suo cuore, naturalmente rispetterà i dieci comandamenti (1).
In altre parole non è il rispetto dei dieci comandamenti che porta l’uomo alla salvezza, ma è la fede che Gesù Cristo sia morto per i nostri peccati che porta l’uomo alla salvezza. Infatti anche se una persona rispettasse alla lettera i dieci comandamenti sarebbe sempre un peccatore. Non potrà salvarsi “da solo”, ne con azioni di riparazione dei suoi peccati (il peccato resta), ne con azioni buone tese a compensare il peccato. Solo accettando la Grazia data da Gesù Cristo, per mezzo della fede, l’uomo può salvarsi. Infatti vediamo questi due passaggi neo-testamentari:

Lettera ai Galati (3, 13):

Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poichè sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno, 

Lettera ai Romani (8, 1):

Ora, dunque, non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù.

Pertanto Gesù si è caricato dei nostri peccati e se accogliamo il suo sacrificio ci liberiamo dal potere di condanna della Legge, senza violarla, perché in Cristo troviamo il compimento della Legge morale di Dio.
Però in che cosa e perché la Grazia e la Verità sono superiori alla Legge?
Mosè non fu la personificazione della Legge. Ma Gesù Cristo fu la personificazione della Grazia e della Verità. Vediamo alcune frasi che richiamano alla Legge e altre che richiamano invece alla Grazia e alla Verità.

Legge:
Lettera ai Romani (6, 23 a):

Perché il salario del peccato è la morte; 

Grazia:
Lettera ai Romani (6, 23b):

ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore. 

Legge:
Ezechiele (18, 20):

Chi pecca morirà; il figlio non sconterà l’iniquità del padre, nè il padre l’iniquità del figlio. Sul giusto rimarrà la sua giustizia e sul malvagio la sua malvagità.

Grazia:
Vangelo di Giovanni (11, 25-26):

Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 

La Legge pronuncia condanna e morte.
La Grazia proclama giustificazione e vita.

Grazia:
Ezechiele (11, 19):

Darò loro un cuore nuovo, uno spirito nuovo metterò dentro di loro. Toglierò dal loro petto il cuore di pietra, darò loro un cuore di carne, 

Ezechiele (36, 26):

vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.

Legge:
Lettera ai Galati (3, 10):

Quelli invece che si richiamano alle opere della Legge stanno sotto la maledizione, poichè sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della Legge per metterle in pratica. 

Grazia:
Salmi (32, 1-2):

Beato l’uomo a cui è tolta la colpa
e coperto il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto
e nel cui spirito non è inganno.

Legge:
Deuteronomio (6, 5):

Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. 

Grazia:
Vangelo di Giovanni (3, 16-17):

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 

La Legge descrive ciò che l’uomo deve fare per Dio.
La Grazia descrive ciò che Cristo ha fatto per l’uomo.

La Legge si dirige all'uomo come parte della creazione antica.
La Grazia permette che l'uomo si faccia membro della nuova creazione.

La Legge produce una propensione naturale alla disobbedienza.
La Grazia crea una propensione naturale all'obbedienza.

La Legge richiede obbedienza per il timore della Legge stessa.
La Grazia supplica l’uomo per la misericordia di Dio.

La Legge chiede santità.
La Grazia da santità.

La Legge dice: “condannalo!”.
La Grazia dice: “assolvilo”.

Per la Legge la benedizione è il risultato dell’obbedienza.
Per la Grazia l’obbedienza è un risultato delle benedizioni.

La Legge fu data per sottomettere il vecchio uomo.
La Grazia libera l’uomo nuovo.

La Legge descrive sacrifici sacerdotali offerti anno per anno che non potranno mai rendere perfetti gli uomini.
Sotto la Legge la salvezza si doveva guadagnare.
Sotto la Grazia la salvezza è un dono.

Grazia:
Lettera agli Ebrei (10, 12-14)

Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. 

Legge:
Lettera ai Romani (2, 12):

Tutti quelli che hanno peccato senza la Legge, senza la Legge periranno; quelli invece che hanno peccato sotto la Legge, con la Legge saranno giudicati. 

La Grazia:
Vangelo di Giovanni (5, 24):

In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.

Nel diciassettesimo verso troviamo le parole Grazia e Verità come nel quattordicesimo verso. Infatti Gesù Cristo non venne solo a mostrarci la Grazia. Così come Dio è infinitamente misericordioso e sacro, è anche infinitamente giusto. La parola “Verità”, richiama la giustizia. La Verità richiama al fatto che lui ci trovò colpevoli del peccato. Infatti nessuno è senza peccato. Pertanto, siccome il prezzo del peccato è la morte, (Lettera ai Romani 6, 23), noi dovremmo morire per i nostri peccati. Proprio perché Dio è infinitamente misericordioso, ma anche infinitamente giusto, ha inviato il Figlio, per morire al posto nostro. Lui pagò la nostra pena in modo da poterci liberare, se noi accettiamo il suo sacrificio sulla croce. Pertanto il vero cambio rispetto alla Legge non è solo la Grazia, ma anche la Verità.
Analizziamo ora il verbo “vennero”, nella frase:

la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

hē charis kai hē alētheia dia Iēsou Christou egeneto

Mentre nella frase “la Legge fu data per mezzo di Mosè”, si utilizza il verbo edothe, nella frase seguente si utilizza il verbo “egeneto”. Egeneto indica un preciso atto, che indica un determinato momento. Lo stesso verbo viene utilizzato nel quattordicesimo verso.
Inoltre nel testo greco è scritto: “hē charis kai hē alētheia”. Giovanni non sta descrivendo un tipo di grazia o un tipo di verità. Giovanni sta descrivendo “la Grazia" e “la Verità". La Grazia e la Verità di Gesù Cristo sono definitive ed esclusive di lui. Pertanto Gesù Cristo non insegna la Grazia e la Verità. Gesù Cristo è la Grazia, ed è la Verità. Quando si dice: “ho sperimentato la verità”, è come se si stesse dicendo: “ho conosciuto Gesù Cristo”.
Inoltre c’è da analizzare un ultimo punto: la verità, (attinente alla giustizia), non si riferisce solo alla morte di Gesù Cristo sulla croce, ma si riferisce anche alla vita dei cristiani dopo che hanno sperimentato la Grazia di Dio nelle proprie vite. Quando una persona accoglie il perdono di Cristo nel suo cuore, e accetta la Grazia, la sua vita cambia, in quanto ottiene la giustificazione.
La Grazia pertanto è differente dalla Legge, in quanto non proclama il castigo, ma ci permette di superarlo. Cristo fa l’uomo nuovo, l’uomo che vive nella Grazia, l’uomo perdonato e che sa perdonare.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Bibligrafia: Cristo era Dio? Spiros Zodhiates

1-Per quanto riguarda il sabato vedere atti degli Apostoli (20, 7).

Immagine: la guarigione del cieco nato, El Greco, 1567.

giovedì 10 novembre 2016

La linea della fede



Non è una novità che vi siano persone non credenti. Già dai primissimi anni dopo la vita terrena di Gesù Cristo vi erano persone che non credevano che Egli era realmente il Figlio di Dio. Il compito di noi cristiani non è quello di forzare altri a credere. Noi dobbiamo solo testimoniare, in differenti modi, il Vangelo di Gesù Cristo. La nostra testimonianza deve essere pacata, cortese, umile, ma ferma. Con la nostra testimonianza riusciremo ad avvicinare le persone a Gesù, e riusciremo ad avvicinarle alla “linea della fede”. Ciò che non potremo fare è far si che una persona creda. Ciò è impossibile da parte dell’uomo. La vera conversione, secondo le parole di Giovanni, (1, 12-13) viene direttamente da Dio, ossia è opera dello Spirito Santo: 

A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.

Tuttavia come ho scritto poc’anzi, il nostro compito è testimoniare il Vangelo. Ma oggi c’è gente che non vuole ascoltare il Vangelo, perchè ha dei preconcetti su Gesù o sui primi cristiani e pertanto si “chiude a riccio”. Analizziamo brevemente questi preconcetti e dimostriamo la loro infondatezza. 
Innanzitutto, seguendo il liberalismo, molte persone oggi credono che Gesù fosse un grande “saggio”, una persona di altissimo valore morale che predicò il bene ed ebbe vari seguaci. In pratica lo individuano come una persona illuminata, un grande filosofo, o “il più grande saggio di tutti i tempi”. Altri seguendo questo filone, considerano che Gesù fosse un “predicatore apocalittico.”
Questa interpretazione viene facilmente smontata non solo dalla Bibbia, ma soprattutto dalla logica. Innanzitutto vediamo questo punto: se Gesù Cristo fosse stato “solo” un “grande saggio”, non sarebbe risorto dai morti il terzo giorno. A questo punto nessuno dei suoi seguaci avrebbe divulgato la sua Risurrezione, peraltro rischiando la vita sia nei confronti del potere sacerdotale giudaico, sia nei confronti del potere romano. Che cosa ci avrebbero guadagnato i seguaci di Gesù a divulgare una menzogna sapendo di divulgare una menzogna? Nulla. 
Inoltre il messaggio centrale del Vangelo non è solo amore, ma è salvezza. Dalle fonti bibliche e storiche in nostro possesso si evince che fin dai primissimi anni dopo la vita terrena di Gesù, gli Apostoli e gli altri seguaci di Cristo hanno predicato che solo attraverso il pentimento dei propri peccati e la fede che Gesù sia morto in croce per perdonare tutti i peccati, si può accedere al Padre. In pratica essi hanno predicato che solo attraverso Gesù si può ottenere la vita eterna (Vangelo di Giovanni 14, 6). Inoltre i primi cristiani battezzavano nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, (Vangelo di Matteo 28, 19), dimostrando di credere nella Trinità e pertanto di considerare che Gesù Cristo, è vero Dio e vero uomo. La maggioranza dei primi cristiani sono andati al martirio pur di non negare la Risurrezione di Gesù nella carne e la sua piena Divinità. 
Tutti gli Apostoli eccetto Giovanni sono morti martiri. Ed inoltre Stefano, Paolo di Tarso, Barnaba, Giacomo il Giusto, Clemente di Roma, Ignazio di Antiochia, Giustino martire ed altri sono anch’essi morti sul patibolo, colpevoli di non aver rinnegato la Divinità di Gesù Cristo. 
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che la Risurrezione stessa non è stato un evento reale, ma che gli Apostoli si sono convinti di aver rivisto Gesù, il loro maestro, e ne hanno divulgato la Risurrezione. Nel mio articolo “Considerazioni sulla Risurrezione di Gesù Cristo”(1), ho analizzato varie ipotesi sulla Risurrezione. Per esempio che il corpo di Gesù sia stato sottratto dalla tomba, o che gli Apostoli abbiano avuto delle allucinazioni collettive. Analizziamo il primo punto: innanzitutto bisogna ricordare che la legge ebraica vietava espressamente di aprire i sepolcri (se non per collocarvi altri morti), e puniva con la morte il trafugamento di cadavere, pertanto l’ipotesi che qualcuno dei seguaci di Gesù abbia realmente asportato il corpo è, da un punto di vista storico, remota. Gli Apostoli stessi non avrebbero guadagnato nulla a divulgare una menzogna che loro stessi avrebbero creato. Al contrario avrebbero rischiato la morte. Anche se uno degli Apostoli, per assurdo, avesse asportato il corpo, la verità sarebbe venuta alla luce, e nessuno avrebbe divulgato una menzogna rischiando la vita. Da escludere che i sacertodi ebrei o i soldati romani abbiamo asportato il corpo, proprio perchè non avevano alcun interesse in alimentare il mito che Gesù fosse risorto dai morti. 
Anche l’ipotesi dell’allucinazione collettiva è da scartare. Gli studiosi di fenomeni di allucinazione sostengono che normalmente le allucinazioni si verificano attraverso uno dei cinque sensi. Pertanto si possono verificare allucinazioni visive, olfattive, uditive, tattili, e persino gustative. E’ rarissimo però che il fenomeno di allucinazione si manisfesti in modo completo, ossia vedendo, ascoltando e toccando “qualcuno o qualcosa”. Inoltre ancora più difficile è che una allucinazione si manisfesti a più persone contemporaneamente. 
Ma le apparizioni di Gesù non hanno avuto luogo in un singolo evento. Ve ne sono state varie, e in differenti luoghi. Inoltre gli Apostoli in seguito alle apparizioni non hanno dato segno di delirio o pazzia, ma hanno vissuto in modo mite, pacato e tranquillo, divulgando con fermezza la Buona Novella. 
Il fatto poi che nessuno di loro abbia contraddetto gli altri è un’altro indizio del fatto che ciò che videro era veritiero. Inoltre il fatto che i primi cristiani fossero disposti addirittura ad andare alla morte pur di non rinnegare Gesù Cristo è una ulteriore prova della veridicità delle apparizioni. Nessuno di loro sarebbe andato alla morte se non fosse stato più che sicuro che colui che gli apparve dopo la Risurrezione era proprio Gesù, in carne e ossa, ricordando ovviamente che questo evento era stato da lui annunciato, mentre era in vita. Inoltre c’è un fatto da considerare: se la teoria delle allucinazioni fosse vera, dovrebbe essere vera pure la teoria dell’asportazione del cadavere di Gesù dalla tomba. A questo punto gli scettici della Risurrezione devono conciliare vari fatti per negare che la Risurrezione sia realmente avvenuta: devono infatti assumere che il corpo di Gesù sia stato rubato (teoria che come abbiamo visto è, da un punto di vista storico, remota), e che contestualmente tutti gli Apostoli, oltre a Maria Maddalena, i discepoli di Emmaus, Giacomo il Giusto e poi Paolo di Tarso abbiano avuto allucinazioni di gruppo per più di una volta. Considerando infatti che nel Nuovo Testamento, vi sono descritte almeno dodici apparizioni (2) diverse fra loro (escludendo l’Apocalisse), risulta altamente improbabile che siano state tutte dovute ad allucinazioni, anche considerando che durante gli anni successivi, nessuno degli Apostoli ha dato segni di schizzofrenia o delirio.
Vediamo pertanto che la teoria del Gesù “grande saggio”, viene a cadere proprio per il comportamento degli Apostoli. Se fosse stato solo “un grande saggio”, nessuno di loro avrebbe divulgato la sua Risurrezione nella carne. 
Analizziamo ora la teoria del Gesù rivoluzionario, partigiano anti-romano che avrebbe combattuto contro le ingiustizie con lo scopo di liberare Israele dal giogo dei romani. Innanzitutto possiamo confutare questa teoria con la prima argomentazione: se Gesù fosse stato solo un partigiano anti-romano, nessuno ne avrebbe divulgato la sua Risurrezione. Ma vi è di più: se Gesù fosse stato un partigiano anti-romano, che voleva generare una rivolta per liberare Israele, i suoi seguaci, dopo la sua morte avrebbero diffuso idee rivoluzionarie e violente, ma la storia prova che essi divulgarono il Vangelo, ossia amore nei confronti anche dei nemici e salvezza per chi accetta il sacrificio di Gesù Cristo sulla croce. 
Il semplice fatto che gli Apostoli morirono come martiri smentisce la possibilità stessa che Gesù fosse un rivoluzionario anti-romano. Il martirio infatti era un atto pacifico e non violento. Essi preferivano morire piuttosto che negare il nome di Gesù Cristo e la sua Divinità. 
Se invece avessero avuto il fine di un complotto anti-romano, non si sarebbero fatti uccidere dopo torture atroci pur di non rinnegare la Divinità di Cristo, (come quelle inflitte per esempio a Bartolomeo, che fu scorticato vivo), ma avrebbero rinnegato, salvandosi così la vita e portando avanti le loro idee in altro modo. Anche la teoria del Gesù partigiano anti-romano decade, quindi. 
Analizziamo ora, brevemente, la teoria islamica su Gesù. Secondo il Corano, Gesù sarebbe stato solo un profeta di Dio, ma non l’Incarnazione di Dio. Inoltre non sarebbe morto in croce, (Corano 4, 157-158), e quindi non avrebbe potuto perdonare i peccati del mondo. Ovviamente per gli islamici Gesù non sarebbe risuscitato nella carne. 
La teoria islamica su Gesù si confuta facilmente con le citazioni storiche sulla morte di Gesù Cristo in croce (vedere nota 3, e 4), anche e soprattutto con la logica. Se infatti Gesù non fosse morto in croce, non sarebbe neppure risuscitato dai morti. Nessuno avrebbe quindi divulgato la sua Risurrezione, rischiando peraltro la vita sia nei confronti del potere sacerdotale giudaico, sia nei confronti del potere romano. 
Analizziamo ora l’ultima teoria su Gesù, ossia quella del “Gesù gnostico”. Innanzitutto individiamo brevemente cosa fu lo gnosticismo cristiano del secondo secolo della nostra era. La visione gnostica di Basilide, Valentino e Marcione, non fu una fede originale, ma fu un adattamento di concetti gnostici applicati al Cristianesimo, in forte contrapposizione all’Antico Testamento. Gli gnostici, vedendo solo le negatività del mondo terreno, ossia il male, il dolore e la sofferenza, le attribuirono a YHWH, che identificavano con il demiurgo cattivo. 
Gesù invece non potevano ripudiarlo, perché il suo messaggio era grandioso e molti erano disposti a morire per lui. Pertanto attuarono un sincretismo, adattandolo alla loro credenza. 
Il “Gesù gnostico” che ne derivava pertanto, non era più quello narrato dagli Apostoli, che furono coloro che vissero con il Salvatore, ma era quello inventato e idealizzato dagli gnostici. Quel “Gesù gnostico” non aveva sofferto in croce, in quanto la sua natura prettamente divina gli impediva di soffrire, e pertanto anche la Risurrezione non aveva senso, era un’allegoria. L’importanza della venuta di Gesù era solo e solamente la sua azione di “ponte” che avrebbe potuto portare l’uomo alla vera gnosi e quindi, a Dio. Ne risulta un Gesù completamente falsato e non attinente ai testi neo-testamentari. 
Gli gnostici attuali, di solito, riconoscono Gesù come una persona illuminata che fu capace di incarnare in sè la “coscienza di Cristo” (spesso utilizzano il termine “coscienza cristica”, in perfetto stile new age), e lo indicano come un ponte per poter ottenere la salvezza. Dichiarano pure di accettare la Bibbia, come rivelazione di Dio, ma nessuno di loro parla del peccato, e del messaggio di salvezza che fu dato da Gesù Cristo. Ripudiano la Grazia che ci è stata data da Gesù Cristo con la sua morte in croce e pertanto negano il concetto della “morte vicaria di Gesù Cristo.” Quando gli si fa notare che gli Apostoli hanno predicato il concetto di “morte vicaria di Gesù Cristo” e il concetto di espiazione dei peccati, sostengono che questo fu il pensiero di Paolo di Tarso, ma non degli Apostoli. Questa tesi è facilmente confutabile. Innanzitutto le citazioni sulla “morte vicaria di Gesù Cristo” sono numerose non solo nelle lettere di Paolo, ma anche nei Vangeli e negli altri libri neotestamentari (5). In secondo luogo è errato dire che Paolo di Tarso avrebbe influenzato gli altri Apostoli e gli Evangelisti. Innanzitutto secondo alcuni studiosi sia il Vangelo di Matteo che il Vangelo di Marco sono stati scritti prima delle lettere paoline. Per lo studioso J. Carmignac il Vangelo di Matteo sarebbe stato scritto nel 45 d.C. inizialmente in aramaico (6). Inoltre secondo lo studioso O’Callaghan, uno dei frammenti dei Rotoli del Mar Morto, sarebbe parte del Vangelo di Marco, e risalirebbe addirittura al 50 d.C. (7).
Inoltre se prima del concilio di Gerusalemme gli Apostoli si fossero resi conto che Paolo di Tarso sosteneva delle tesi non coincidenti con il messaggio centrale di Gesù Cristo, il kerygma (ossia: Gesù Cristo è nato da una vergine, per cui è il Figlio di Dio, è morto sulla croce per perdonare tutti i peccati ed è risorto il terzo giorno nella carne), lo avrebbero allontanato e scomunicato e non gli avrebbero permesso di predicare la parola del Signore. 
In terzo luogo le Lettere di Paolo furono dirette alle comunità cristiane dei tessalonicesi, dei corinzi, dei galati, dei filippesi, dei romani, degli efesini e dei colossesi. Pertanto queste lettere inizialmente non giunsero al cospetto degli altri Evangelisti, che quindi non avrebbero certo potuto copiarne i contenuti. In quarto luogo luogo bisogna considerare che Paolo di Tarso non viaggiò in Egitto, ne a Bisanzio (Costantinopoli), ne in Armenia, ne in Etiopia, ne in Persia e tantomeno in India. Però in quei luoghi si diffuse il kerygma fin dal I secolo. Chi diffuse il kerygma in quei territorio dove Paolo di Tarso non viaggiò? Gli Apostoli, naturalmente. Se Paolo di Tarso avesse inventato qualcosa, e se il suo predicare non fosse stato perfettamente coincidente con l’insegnamento di Gesù Cristo, ne sarebbe risultato che nei luoghi che ho citato si sarebbe diffuso un qualcosa di diverso, mentre solo nelle aree visitate da Paolo si sarebbe diffuso il kerygma, ma come sappiamo non fu così, per esempio in Egitto si diffuse il kerygma e il Cristianesimo apostolico, esattamente uguale al Cristianesimo diffuso da Paolo, e il primo che lo diffuse fu l’Evangelista Marco. E via di seguito per gli altri luoghi da me citati: Andrea per Bisanzio, Giuda Taddeo e Bartolomeo per l’Armenia, Tommaso per l’India ecc. 
Inoltre Paolo di Tarso andò al martirio pur di non rinnegare quello che aveva scritto e detto su Gesù Cristo. Naturalmente le fonti storiche sul martirio di Paolo di Tarso sono numerose. (7). 
Ecco pertanto dimostrato che la dottrina della “morte vicaria di Gesù Cristo” è apostolica, ossia fu divulgata da tutti gli Apostoli e non fu un’invenzione di Paolo di Tarso. 
Pertanto la visione gnostica, che non considera il Vangelo nella sua totalità, ossia scarta il peccato e il messaggio centrale della predicazione di Gesù Cristo sulla salvezza, risulta essere una fede falsata, accomodata alle esigenze di una tendenza alla moda, che mostra un Vangelo di amore, ma non di salvezza. Si scartano le parti del Vangelo che sono taglienti, e che indicano nel pentimento dei propri peccati e nella fede che Gesù sia morto per espiarli al posto nostro, e ci si sofferma solo sull’amore, la compassione e la misericordia. 
Abbiamo visto pertanto che ognuna di queste quattro teorie (ossia il Gesù “grande saggio” o “predicatore apocalittico”, il “Gesù rivoluzionario anti-romano”, il “Gesù  islamico” e il “Gesù gnostico”), non hanno un fondamento solido, ne dal punto di vista storico ne dal punto di vista logico. 

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Note:
1-http://yurileveratto2.blogspot.com/2015/11/considerazioni-sulla-risurrezione-di.html

2-Elenco delle apparizioni e indicazione del rispettivo libro del Nuovo Testamento dove sono citate (senza contare l'Apocalisse):
Prima apparizione a Maria Maddalena, Marco 16, 9-11; Giovanni 20, 11-18
Seconda apparizione a Maria Maddalena e l’altra Maria, Matteo 28, 9-10
Terza apparizione a Simon Pietro: Vangelo di Luca 24: 43; 1 Corinzi 15, 5
Quarta apparizione a due discepoli in Emmaus: Vangelo di Luca 24, 13-35
Quinta apparizione a Gerusalemme ai dieci: Vangelo di Giovanni 20, 19-25; Marco 16, 14; Luca 24, 33-43
Sesta apparizione a Gerusalemme agli undici: Vangeli di Giovanni 20, 26-31; 1 Corinzi 15, 5
Settima apparizione ai sette sul lago di Galilea, (Pietro, Tommaso, Bartolomeo/Natanaele, Giovanni, Giacomo e altri due), Giovanni 21, 1-25
Ottava apparizione a 500 in una sola volta, 1 Corinzi 15, 6
Nona apparizione a Giacomo (fratello di Gesú); 1 Corinzi 15, 7
Decima apparizione agli undici in Galilea, Matteo 28, 16-20; Marco 16, 15-18
Undicesima apparizione agli undici (Ascensione) a Gerusalemme: Luca 24, 44-53; Atti 1, 3-12
Dodicesima apparizione (uditiva e accecante): a Paolo: Atti 9: 3-9; Atti 22: 6-11; Atti 26: 12-18
Tredicesima apparizione: a Stefano: Atti 7, 55

3-http://yurileveratto2.blogspot.com/2015/11/la-morte-in-croce-di-gesu-cristo.html

4-http://yurileveratto2.blogspot.com/2015/04/confutazione-della-religione-islamica.html

5-http://yurileveratto2.blogspot.com/2015/11/lo-scopo-principale-della-missione-di.html

6- J. Carmignac, Nascita dei Vangeli sinottici, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1986.

7- http://www.statveritas.com.ar/Varios/JLoring-01.htm

8-Ecco le fonti del martirio di Paolo:

Lettera di Ignazio di Antiochia agli Efesini (110 AD)

XII. So chi sono e a chi scrivo. Io sono un condannato, voi avete ottenuto misericordia. Io in pericolo, voi al sicuro. Voi siete la strada per quelli che s'innalzano a Dio. Gli iniziati di Paolo che si è santificato, ha reso testimonianza ed è degno di essere chiamato beato. Possa io stare sulle sue orme per raggiungere Dio; in un'intera sua lettera si ricorda di voi in Gesù Cristo.

Lettera ai Romani di Dionigi, vescovo di Corinto (166-174 AD), in Eusebio di Cesarea - Storia Ecclesiastica 25-8

“Con una tale ammonizione voi avete fuso le piantagioni di Roma e di Corinto, fatte da Pietro e da Paolo, giacchè entrambi insegnarono insieme nella nostra Corinto e noi ne siamo i frutti, e ugualmente, dopo aver insegnato insieme anche in Italia, subirono il martirio nello stesso tempo”

Tertulliano –Prescrizione contro le eresie (200 AD)

Come felice è la sua chiesa, su cui gli apostoli riversano tutta la loro dottrina insieme con il loro sangue! Dove Pietro subisce la passione come il suo Signore! Dove Paolo vince la corona in una morte simile a quella di Giovanni, dove l'apostolo Giovanni fu immerso, illeso, in olio bollente, e quindi rimandato in esilio nella sua isola! Vedete ciò che ha imparato, ciò che ha insegnato, e quello che ha avuto comunione con le nostre chiese in Africa!

Lattanzio, De Mortibus Persecutorum (318 AD)

I suoi apostoli erano allora undici di numero, al quale sono stati aggiunti Mattia, al posto del traditore Giuda, e poi Paolo. Poi si dispersero per tutta la terra a predicare il Vangelo, come il Signore loro Maestro gli aveva ordinato; e durante venticinque anni, e fino all'inizio del regno di Nerone, si occuparono di gettare le fondamenta della Chiesa in ogni provincia e città. E mentre Nerone regnava, l'apostolo Pietro è venuto a Roma, e, attraverso la potenza di Dio che gli fu affidata, fece certi miracoli e, convertendo molti alla vera religione, costruì un tempio fedele e saldo al Signore. Quando Nerone sentì parlare di queste cose, e osservò che non solo a Roma, ma in ogni altro luogo, una grande moltitudine di persone abbandonava ogni giorno il culto degli idoli, e, condannando le loro vecchie abitudini, si avvicinava alla nuova religione, lui, un esecrabile e pernicioso tiranno, decise di radere al suolo il tempio celeste e distruggere la vera fede. Fu lui che per primo ha perseguitato i servi di Dio; lui ha crocifisso Pietro e ha fatto uccidere Paolo.

Vi sono poi altre fonti su Paolo, come la Lettera ai Filippesi di Policarpo e la Storia Ecclesiastica Eusebio di Cesarea, Libro II cap. 25 5-7

mercoledì 9 novembre 2016

La pienezza e la grazia di Gesù Cristo: analisi del sedicesimo verso del Vangelo di Giovanni

 

Abbiamo visto che nel quindicesimo verso del Prologo si riporta una citazione diretta di Giovanni il Battista nella quale egli, dicendo che Gesù Cristo “era prima” di lui anche se venne dopo di lui, ne dichiarava l’eternità. Nel sedicesimo verso l’Evangelista continua a descrivere il Cristo, e si sofferma su due caratteristiche peculiari: la pienezza e la grazia. Questo verso si collega in parte al precedente in quanto, siccome nel precedente Giovanni il Battista ha dichiarato l’eternità di Cristo e quindi la sua piena Divinità ora ci comunica che due qualità primarie di Cristo sono la pienezza e la grazia. Se egli non fosse Dio non avrebbe potuto dare parte della sua pienezza ai suoi figli. Vediamo il sedicesimo verso:

Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

Hoti ek tou plērōmatos autou hēmeis pantes elabomen kai charin anti charitos

Secondo il teologo greco Zodhiates vi è una relazione diretta tra il quattordicesimo e il sedicesimo verso. Nel quattordicesimo verso Giovanni ci comunica che Gesù Cristo è pieno di grazia e verità e nel sedicesimo verso Giovanni scrive che i figli di Dio ricevettero parte della pienezza di Cristo: grazia su grazia. La grazia è l’esternalizzazione della bontà.
Innanzitutto quando Giovanni scrive: “ricevemmo”, si riferisce a coloro che hanno accolto Gesù Cristo nel loro cuore, ossia i figli di Dio.
Cosa significa però la parola pienezza? Questa parola si riferisce al concetto di “riempire ciò che era vuoto”. Inoltre questa parola può riferirsi al completamento di qualcosa. Se una coppa è piena a metà di acqua, la sua “pienezza” sarà la quantità d’acqua che si aggiunge per riempire la coppa. Per quanto riguarda Gesù Cristo il concetto di “pienezza” si riferisce alla sua Divinità. Egli è come una coppa ricolma d’acqua fino all’orlo, e che pertanto può solo dare, ma che non ha bisogno di ricevere nulla, in quanto è piena. Ma di cosa è piena la coppa di Cristo? Si potrebbe rispondere affermando che essa è piena di grazia, amore, di misericordia, di bontà di giustizia. Però tutto ciò si può riassumere dicendo che la coppa di Cristo è piena di Divinità, e la sua Divinità è piena.
A tale proposito vediamo il passaggio della Lettera ai Colossesi (2, 9):

E’ in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, 

Ciò significa che gli Apostoli quando videro Gesù Cristo non videro “una parte di Dio”, ma videro Dio in forma umana, in tutta la sua pienezza. La parola “pienezza”, plērōmatos, significa l’opposto di “parte”.
Giovanni però non scrive : “La sua pienezza infatti ricevemmo”, ma bensì: “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto”. Cio significa che essi (ossia Giovanni più altri figli di Dio), ricevettero parte della sua pienezza, non “tutta” la sua pienezza.
L’uomo non può ricevere “tutta” la pienezza di Dio, perché sennò si convertirebbe in Dio. Ne può ricevere solo una parte. Ma quando l’uomo riceve parte della pienezza di Dio riceve Gesù Cristo nel suo cuore, e il suo Spirito va ad abitare nel suo cuore. Quando il Figlio vive nel cuore dell’uomo, l’uomo diventa un tutt’uno con il Figlio e potrà quindi accedere al Padre. Pertanto “parte della pienezza di Dio” è sufficente per convertire pienamente l’uomo a Dio.
Dio occupa pienamente la vita del credente, lo cambia radicalmente. La sua natura carnale è dominata e la natura divina ha il pieno dominio su di lui.
Siccome l’uomo che riceve Cristo ottiene la pienezza di Dio, riempie il suo vuoto iniziale, e non vi è più spazio in lui per la vita mondana.
Il verbo che si usa qui è elabomen, “ricevettero”, lo stesso verbo che si usa nel dodicesimo verso dove si descrive che solo chi ha accolto, o ricevuto Gesù Cristo ha ottenuto il potere di diventare figlio di Dio.
Il verbo elabomen si trova nel secondo tempo aoristo che normalmente si riferisce al passato. La pienezza di Cristo è stata ricevuta una volta sola o è un processo continuo che si ripeterà indefinitamente?
Secondo Zodhiates l’Evangelista Giovanni ha utilizzato un “aoristo gnomico”, riferendosi al fatto che ricevere parte della pienezza di Cristo non è un privilegio che ricevettero solo gli Apostoli o gli altri seguaci di Cristo, ma è una possibilità data a tutti gli esseri umani fino all’ultimo giorno di Grazia. La pienezza di Cristo per il credente è come l’aria che ci circonda: è sempre presente e sempre sarà a disposizione di chi vorrà riceverne.
Nell’ultima parte del sedicesimo verso viene descritto che i figli di Dio ricevettero “grazia su grazia”. Il verbo elabomen si riferisce infatti anche alla “grazia su grazia”. Questo concetto si spiega con il fatto che chi riceve parte della pienezza di Cristo ha sempre avuto bisogno di lui, e non ha mai smesso di essere colmato dalla sua grazia. In altre parole Cristo continua a colmare il vuoto che vi è nell’uomo e lo colma continuamente, con la sua grazia. Perché accade ciò? Secondo il Zodhiates l’uomo è come una coppa d’acqua; dopo aver ricevuto gratuitamente, gratuitamente da, regala ad altri parte della pienezza di Dio che ha ricevuto. Ma a questo punto la coppa dell’uomo risulterà essere nuovamente mezza piena. Quindi la coppa sarà riempita nuovamente con nuova “pienezza” e nuova “grazia”, come fosse acqua pura che fluisce da una sorgente di montagna. Chi non desidererebbe nuova acqua fresca e pura, nuova grazia su grazia da parte di Dio? Pertanto l’uomo, anche dopo aver accolto Gesù Cristo nel suo cuore, continua ad aver bisogno di grazia su grazia. Egli non tornerà più al peccato volontariamente o provando piacere al peccare, ma continuerà a deludere Dio in differenti forme. In ogni caso il peccato non avrà più dominio sull’uomo, perché l’uomo convertitosi a Cristo ha ricevuto e continua a ricevere grazia su grazia.
Ciò dimostra che la grazia di Dio è infinita. Se Dio ci dovesse dare esattamente quello che meritiamo, dovremmo ricevere tutti una sentenza di morte per crocifissione per espiare i nostri peccati, che sono infiniti, perché sono contro Dio. Ma Dio è infinitamente misericordioso e ci ha regalato la Grazia, ossia la possibilità di accogliere Cristo nei nostri cuori e di accogliere il sacrificio di Cristo sulla croce come perdono per i nostri peccati. La Grazia è pertanto un flusso continuo. Dio ci dona Grazia continuamente in modo che noi possiamo vivere di essa e continuare a riempire il nostro vuoto. Se noi daremo ad altri, (con l’amore), la grazia che abbiamo ricevuto (anche se non la meritiamo), riceveremo altra “grazia su grazia”.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Bibliografia, Spiros Zodhiates, Cristo era Dio? 
Foto: Cristo degli abissi, statua sommersa nel fondale di San Fruttuoso, (Genova)

mercoledì 5 ottobre 2016

La testimonianza di Giovanni il Battista sull’eternità di Gesù Cristo: analisi del quindicesimo verso del Vangelo di Giovanni

 

L’evangelista Giovanni ha già descritto la persona di Giovanni il Battista nei versi sei, sette ed otto. Giovanni il Battista è stato presentato come un uomo inviato da Dio, (quindi una persona di altissima moralità), che venne come testimone con lo scopo di testimoniare la missione di Gesù Cristo sulla terra. Giovanni il Battista ha semplicemente riflettuto la luce eterna di Gesù Cristo. Nel quindicesimo verso però, l’autore indica una citazione diretta di Giovanni, l’ultimo dei profeti:

Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

Iōannēs martyrei peri autou kay kekragen legōn Houtos ēn hon eipon Ho opisō mou erchomenos emprosthen mou gegonen hoti prōtos mou ēn

Nel primo capitolo del Vangelo di Giovanni, dopo il Prologo, è descritto l’episodio nel quale un gruppo di sacerdoti e leviti giunsero dove viveva Giovanni e gli domandarono chi fosse (1, 19-28). Giovanni rispose di non essere il Cristo e nemmeno Elia. Rispose citando il profeta Isaia (40, 3), ossia identificando se stesso come colui che testimonia l’avvento del Signore. Quindi sempre nel primo capitolo (1, 29-34), vi è la descrizione di Gesù da parte di Giovanni il Battista. Innanzitutto la prima frase (1, 29):

“Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”

Ma anche le frasi successive hanno un’importanza fondamentale. Vediamo il trentesimo verso:

Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”.

Questa citazione di Giovanni il Battista è riportata quasi uguale nel verso quindicesimo, come per rimarcarne l’assoluta importanza.
Secondo il teologo Zodhiates tra il quattordicesimo e il diciottesimo verso vi è una parentesi, rappresentata dal quindicesimo verso, esattamente come vi è una parentesi rappresentata dal sesto, settimo e ottavo verso, tra il primo e il quattordicesimo verso.
In effetti il quindicesimo verso non è interconnesso al quattordicesimo o con altri precedenti infatti non inizia con la congiunzione “e”, ma con la parola “Giovanni”.
Vi sono due motivi per i quali l’Evangelista descrive Giovanni il Battista nei versi sei, sette e otto del suo Prologo. Innanzitutto per risaltare la sua missione di testimone, e in secondo luogo per fugare ogni dubbio sulla sua persona in quanto qualcuno poteva pensare che il Battista fosse il Cristo, infatti nel verso ottavo è scritto:

Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.

Il quindicesimo verso inizia con la frase “Giovanni gli dà testimonianza”, che translitterato è “Iōannēs martyrei”. E’ un presente storico. Perché è stato utilizzato un presente storico? Innanzitutto perché Giovanni il Battista, pur essendo morto da tempo, aveva lasciato una testimonianza così forte e chiara che ancora risuonava nella mente dell’Evangelista. In secondo luogo perché la testimonianza di Gesù Cristo è immutabile. Oggi si possono utilizzare differenti metodi per avvicinare la persone a Cristo, ma la testimonianza della sua persona deve essere uguale a quella di Giovanni il Battista. Egli ha detto che Gesù era l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1, 29) e ha detto che Gesù è il Figlio di Dio (1, 34). Quindi se si vuole testimoniare Gesù Cristo bisognerà farlo in modo concordante con Giovanni il Battista. Pertanto non è la testimonianza di Cristo che si deve adattare alle differenti epoche, ma è il predicatore e testimone di Cristo che deve correggere gli errori che vengono a crearsi nelle differenti situazioni storiche, continuando a divulgare il Vangelo, che è immutabile.
Quando Giovanni Evangelista scrive “Giovanni gli dà testimonianza”, usa il presente, mentre il verbo successivo, anche se è tradotto al presente nelle versioni bibliche italiane, (kekragen) è al passato. Secondo Zodhiates il primo verbo indica che la sua testimonianza non ha fine, continuerà a risuonare per sempre, mentre il secondo verbo indica che la sua testimonianza fisica fu data in un momento specifico della storia.
Il verbo kekragen deriva dal verbo krazoo che significa “gridare”, “fare clamore”. In effetti Giovanni il Battista gridò, annunciò con la sua forte voce l’arrivo del Messia.
Analizziamo ora la seconda frase:

«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».

Questa frase è simile, (ma non esattamente uguale) a quella del trentesimo verso del Prologo.
Alcune persone nel primo secolo si sono equivocate e hanno pensato che Giovanni il Battista fosse egli stesso il Messia. Oggi alcune persone si confondono e pensano che tra Giovanni il Battista e Gesù ci fosse stata una certa rivalità. Ma Giovanni il Battista, come descritto nel primo capitolo del Vangelo di Giovanni, ha dato una testimonianza verace e chiarissima, innanzitutto sulla missione di Gesù Cristo (1, 29), ma soprattutto sulla identità di Cristo (1, 30). Secondo questo verso, Gesù Cristo era prima del Battista, quindi “era” da sempre, quindi è l’Incarnazione di Dio. Inoltre Giovanni ha detto che Gesù Cristo battezza nello Spirito Santo (1, 34) e che Gesù Cristo  è il Figlio di Dio (1, 34).
Analizziamo la frase in questione: “Colui che viene dopo di me”. Questa frase si riferisce al fatto che Gesù nacque dopo Giovanni il Battista (sei mesi dopo, ma non sappiamo le esatte date di nascita), ed iniziò il suo ministero pubblico dopo quello di Giovanni il Battista. Da notare che “erchomenos” ossia “che viene” è lo stesso verbo che si è usato nel nono verso del Prologo quando ci si riferiva alla Luce eterna di Cristo.
Nella frase: “è avanti a me,” vi è l’avverbio emprosthen, che significa “avanti”.
Il verbo utilizzato nella frase “è avanti a me,” è gegonen, tempo perfetto del verbo ginomai che significa “cominciare a essere”. Questa frase si riferisce al tempo e non al rango. Cioè anche se Gesù è venuto dopo Giovanni il Battista, in realtà “era” prima di lui.
Nell’ultima frase il senso del quindicesimo verso si rivela in tutta la sua pienezza. E infatti si riporta: “perché era prima di me”. Con questa frase il Battista dichiarò la vera natura del Figlio di Dio, ossia la sua co-esistenza con il Padre da sempre, dall’eternità del passato.
Ancora una volta Giovanni, riportando la frase del Battista, ci vuole indicare che Gesù Cristo nella sua eternità e deità non fu creato, ma è auto-esistente. Gesù Cristo non è pertanto una creatura, ma è Dio stesso. Quindi, come Gesù vero uomo, Egli venne dopo Giovanni il Battista, ma come Cristo eterno, Egli “era” da sempre (il verbo utilizzato è “en”, che indica l’eternità). Pertanto Giovanni il Battista non ha avuto bisogno di descrivere il rango superiore di Gesù rispetto a lui. Ha dichiarato semplicemente che Gesù Cristo esiste da sempre, ed è pertanto vero Dio. Da ciò si evince che ogni predicatore che compara Gesù ad altri uomini saggi del passato non sta predicando il Vangelo, in quanto nel Vangelo Gesù è il Verbo, il Cristo eterno, Dio che si è fatto carne per dare la possibilità agli uomini di convertirsi in figli di Dio.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Bibliografia: Spiros Zodhiates, Cristo era Dio?

Immagine: la predicazione di Giovanni il Battista, Pieter Bruegel the Elder

lunedì 3 ottobre 2016

L’eternità entra nella storia: analisi del quattordicesimo verso del Vangelo di Giovanni


Nel quattordicesimo verso del Prologo è racchiuso, a mio parere, il senso ultimo di tutta la Bibbia: l’eternità entra nella storia.
Il Verbo infinito, eterno, si è fatto carne. Ma il Verbo è Dio (Gv, 1,1), quindi Dio è venuto tra di noi, per rimanere in noi, in coloro che lo accolgono (Gv, 1, 12). L’infinito si è fatto finito. E’ il più grande mistero di tutti i tempi. Ed è l’atto d’amore e di umiltà più sublime di tutti i tempi.
Vediamo il verso in questione:

E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

Kay ho Logos sarx egeneto kay eskēnōsen en hēmin kay etheasamethatēn doxan autou doxan hōs monogenous para Patros plērēs charitos kay alētheias

Molte persone, pur credendo in una sorta di “Dio impersonale”, negano questo fatto. Non accettano che Dio si sia fatto carne, nella persona umile di Gesù Cristo. Ma se Dio è Dio, può tutto, giacchè per l’Infinito e l’Onnipotente nulla è impossibile.
Innanzitutto soffermiamoci sul verbo “egeneto”. Non è nella forma passiva, ma bensì nella voce media. Non indica che qualcuno esercitò una forza in modo da trasformare il Logos in forma umana. Ma bensì indica la volontà propria del Verbo, che per sua decisione si rivestì di carne assumendo una natura umana. Il verbo egeneto è utilizzato anche nel terzo verso del Prologo in riferimento alla Creazione del mondo. Significa “diventare”, “cominciare ad essere”, “essere fatto”. Nel quattordicesimo verso egeneto assume il significato di “convertirsi” o “trasformarsi in”. Ciò che prima era invisibile agli occhi umani, ora può essere visto. Gesù Cristo si converte pertanto in colui che svela Dio, come è descritto nel diciottesimo verso.
In ogni caso il mistero dell’Incarnazione non si risolve solo nel fatto che Dio si rivestì di carne. Vi è molto di più: è Dio che si fa uomo. Non un uomo qualsiasi, ma un uomo senza peccato, perfetto. Pur essendo senza peccato era comunque un vero uomo, reale, con i suoi sentimenti, con la sua gioia e con la sua tristezza. Il fatto però che il Verbo si sia incarnato nella persona umana di Gesù Cristo non significa che abbia abbandonato la sua natura divina. Egli non ha mai cessato di essere vero Dio, il Logos eterno, anche quando era uomo. Sarebbe illogico pensare che il Logos eterno, che è Dio, abbia voluto limitarsi nel corpo umano di Gesù abbandonando il suo carattere infinito. In questo modo iniziamo a comprendere che in Gesù Cristo coesistono due nature in una sola persona: Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo.
La maggioranza degli esegeti biblici concorda nel sostenere che la congiunzione “e” con la quale inizia il quattordicesimo verso serva da unione con la prima frase del primo verso del Prologo. Vediamo:

In principio era il Verbo…e il Verbo si fece carne

Notiamo che Giovanni utilizza il termine sarx, carne. Per quale motivo usa il termine carne e non per esempio, corpo?
Secondo il teologo greco Zodhiates il termine carne indica espressamente il motivo, lo scopo principale per il quale Gesù Cristo è venuto al mondo. Mentre noi umani veniamo al mondo con il proposito di vivere, Gesù Cristo venne al mondo con il proposito di morire. Lo scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra è stata infatti la redenzione dei peccati che lui ha attuato con la sua morte in croce. La Bibbia, in numerosi versi, ci mostra che Gesù è morto sulla croce al nostro posto, ossia per espiare i nostri peccati. E’ la morte vicaria di Gesù Cristo, il sacrificio finale e perfetto. Vediamo a tale proposito due passaggi del Nuovo Testamento:

Lettera agli Ebrei (9, 22):

Secondo la Legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue, e senza spargimento di sangue non esiste perdono.

Prima Lettera di Giovanni (1, 7):

Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.

Il sangue però sta nella carne. Secondo Zodhiates nella frase “E il Verbo si fece carne”, vi è incluso il concetto dello scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra: morire spargendo il proprio sangue per la remissione dei peccati. Vediamo a tale proposito il passo del Vangelo di Matteo (20, 28):

Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»

Secondo la Bibbia la persona che non accetta la morte di Gesù Cristo come espiazione dei suoi peccati, non può rinascere in Cristo e pertanto non è lavata dei propri peccati e non può vivere secondo gli insegnamenti di Cristo.
“Sarx”, carne, può essere considerata in senso più generico, denotando la natura umana in contrapposizione alla spirituale. Ciò dimostra che il Cristo eterno si fece completamente umano, con l’eccezione del peccato. Pertanto Gesù, essendo completamente umano, aveva anche un’anima umana, la quale gli fece provare emozioni. Lui amò, si arrabbiò, si sentì triste, si sentì sereno, provò gioia.
C’è comunque un’altra interpretazione della parola “sarx”, carne. Con essa Giovanni ha voluto descrivere la profonda umiliazione che Dio ha deciso di provare convertendosi in uomo per noi, affinchè noi potessimo diventare “figli di Dio”. Questa umiliazione di Dio è descritta in modo eccelso nell’inno all’umiltà (Lettera ai Filippesi 2, 6-11):

egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

Tuttavia il Logos eterno, anche se si è trasformato in uomo e camminò su questa terra, non cessò mai di essere Dio. Essendo uomo, umile e debole ha potuto soffrire sulla croce e spargere il proprio sangue. Essendo Dio, onniscente, ha potuto espiare tutti i peccati. A tale proposito vediamo un verso biblico dove si sottolinea che solo Dio può perdonare e quindi espiare, tutti i peccati, Vangelo di Marco (2, 7):

«Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?».

Già a partire dal primo verso del suo Prologo, Giovanni ha dichiarato che il Figlio, ossia il Verbo, è Dio, ma ha comunque una personalità distinta dal Padre. Questo fatto misterioso, e tuttavia meraviglioso, inizia a svelare la splendente Trinità. Anche nel quattordicesimo verso si nota che il Verbo e il Padre hanno personalità distinte. Analizziamo infatti la seconda frase: “e venne ad abitare in mezzo a noi;”. Questa frase si connette alla seconda frase del primo verso:

E il Verbo era con Dio…e venne ad abitare in mezzo a noi;

Se il Verbo, ossia il Cristo eterno nel suo stato pre-incarnato, non fosse una persona distinta dal Padre non avrebbe potuto scendere su questa terra e vivere tra di noi. E’ pertanto proprio la splendente Trinità che ha permesso l’Incarnazione del Verbo.
Alcune persone potrebbero chiedere il perchè Dio onnipotente venne sulla terra in forma di uomo. Non poteva venire semplicemente come Dio?
Innanzitutto possiamo affermare che Dio non avrebbe potuto mostrarsi nella sua infinita pienezza. Inoltre noi esseri finiti non avremmo mai potuto cogliere ciò che è infinito. In secondo luogo il fatto che Dio sia venuto sulla terra in forma di uomo si spiega considerando la missione che doveva portare a termine. Gesù Cristo ha deciso di dare la sua vita per espiare “il peccato del mondo”. Con il suo atto di amore, Gesù ha fatto si che l’uomo si convertisse in figlio di Dio. Una volta portato a termine questo compito sublime, Gesù Cristo non ebbe più ragione di restare nella terra. Dopo la sua gloriosa Risurrezione nella carne, Gesù apparve agli Apostoli e ad altri suoi seguaci varie volte, ma poi ascese al cielo. Il suo compito sulla terra era finito.
Giovanni utilizza il termine eskēnōsen che tradotto letteralmente significa “mise le tende”, “accampò”, ossia “venne ad abitare temporaneamente”.
E’ interessante notare che eskēnōsen deriva dalla parola “skeenee” (tenda). In una delle sue forme sostantive però, (skeenooma), questa parola assume il significato di “corpo”.
Ciò si nota anche nei seguenti passaggi della Seconda Lettera di Pietro (1, 13-14):

Io credo giusto, finché vivo in questa tenda, di tenervi desti con le mie esortazioni, sapendo che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come mi ha fatto intendere anche il Signore nostro Gesù Cristo.

La presenza di Gesù Cristo sulla terra fu temporanea, ma fu comunque quella di un corpo reale, non apparente.
Inoltre eskēnōsen, ossia, “venne ad abitare”, si riferisce ad un periodo di tempo definito, che non si ripeterà nel futuro. Questo fatto meraviglioso si spiega così: Cristo venne sulla terra in forma umile, con un corpo umano. Ma quando risuscitò, il suo corpo fu trasformato gloriosamente. Gesù aveva un corpo glorificato. Sarà con questo corpo glorificato che lui tornerà sulla terra. Non tornerà mai più con il suo corpo umano, ossia con il corpo della sua umiliazione, ma tornerà con il suo corpo glorificato della Risurrezione. Gesù pertanto rimase sulla terra temporaneamente con il fine di espiare i peccati, in quanto il suo sacrificio è stato finale, unico e perfetto.
Non tornerà come un maestro umile ma come Re e Giudice. Per questo la nostra vita è l’unica possibilità che abbiamo di riconoscere Gesù Cristo come nostro Salvatore, in quanto se non lo riconosciamo come Salvatore, lo conosceremo come Giudice.
Torniamo ora sulla frase “e venne ad abitare in mezzo a noi”. Questa decisione di “venire ad abitare in mezzo a noi”, è stata presa anche se vi era la consapevolezza che la maggioranza degli uomini avrebbe ripudiato la sua persona e il suo messaggio. Fu necessario che Dio venisse ad abitare tra quelli che si opponevano a lui. Vediamo a tale proposito questo passaggio della Lettera ai Romani (5, 10):

Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.

Ma Gesù Cristo, con il suo amore e sacrificio sulla croce conquistò persino molti dei suoi nemici.
Analizziamo la parola “en” (ἐν), che normalmente viene tradotta: “tra”. Secondo lo studioso A.T. Robertson (1), questa parola può significare “dentro” e “tra”. La seconda frase del quattordicesimo verso significherebbe che il Verbo venne al mondo principalmente per “rimanere” nei (“dentro”) nostri cuori, e quindi per abitare tra di noi. Mentre però la permanenza sulla terra è stata temporanea con il suo corpo fisico, la sua permanenza nei cuori del figli di Dio è eterna.
Che vantaggio avrebbero avuto gli uomini se Dio si fosse fatto carne per venire “tra di loro”, ma senza rimanere “in loro”? Molte persone, che videro Gesù Cristo da vicino, ma che non lo avevano nel loro cuore, gli chiesero persino di andarsene (per esempio la popolazione dei Geraseni, nel Vangelo di Luca 8, 26-39).
La parola eskēnōsen, “mettere le tende”, quindi un concetto temporaneo, non è in contrapposizione con l’interpretazione che il Verbo si è incarnato per rimanere “dentro” i nostri cuori. Durante la nostra vita terrena infatti, il Verbo temporaneamente rimane nei nostri cuori, nel nostro corpo fisico. Dopo la Risurrezione dei corpi il Verbo rimarrà per sempre nel cuore del nostro corpo glorificato.

Prima Lettera ai Corinzi (3, 16):

Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?

Questo fatto che Gesù Cristo vive in noi, e rimane nei nostri cuori, è un qualcosa di meraviglioso. Una volta che accettiamo Gesù Cristo, il suo Spirito è in noi e noi non possiamo più tornare indietro. Chi si converte sa che Gesù è in lui.
Analizziamo brevemente la parola “noi” nella frase: “e venne ad abitare tra di noi”. Giovanni si include nel gruppo ristretto di persone che inizialmente poterono vedere, ascoltare e conoscere Gesù Cristo. E’ un testimone verace, che è stato con Gesù Cristo fino alla sua morte in croce, e lo ha poi visto varie volte con un corpo glorificato, fino all’ultima apparizione di Gesù, sul finire del I secolo, quando fu scritta l’Apocalisse, nell’isola di Patmos. Giovanni scrivendo “in mezzo a noi” si riferisce anche ad altre persone: non solo agli Apostoli, ma anche ad altri seguaci di Gesù Cristo come Stefano, Barnaba, Paolo di Tarso, Giacomo il Giusto, Nicodemo, Maria di Betania, Marta, Maria Maddalena ecc., persone che, anche se non facevano parte della ristretta cerchia iniziale degli Apostoli, avevano accolto pienamente Gesù Cristo nei loro cuori.
La frase seguente è: “e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre”. Anche qui Giovanni non scrive: “ho contemplato”, ma “abbiamo contemplato”. Ovviamente Giovanni si riferisce a tutte le persone che descrive nel quarto Vangelo a partire dal diciannovesimo verso del primo capitolo. Il verbo etheasametha (abbiamo contemplato, abbiamo visto, dall’infinito: theasthai), viene usato ventidue volte nel Nuovo Testamento però mai in relazione con la visione spirituale (per esempio Vangelo di Giovanni 1, 32; 1, 38; 4, 35; 6, 5; 11, 45). Giovanni usa questo verbo per riferirsi alla visione reale e non spirituale. Potrebbe essere che Giovanni, utilizzando questo verbo, volesse rimarcare che Gesù è veramente apparso nella carne e non nello spirito. L’uso di questa parola potrebbe essere quindi una risposta al docetismo, una forma di gnosticismo che sosteneva l’ipotesi che Gesù non ebbe corpo ne natura umana.
Tuttavia secondo gli studiosi Arndt e Gingrich (2), la parola etheasametha significa non solo “vedere fisicamente”, ma anche “guardare in modo stupefatto, vedere percependo un fatto soprannaturale”. Vediamo il verso (1, 32) del Vangelo di Giovanni:

Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui.

In questa frase si utilizza tetheamai, prima persona di theasthai. Giovanni vide la colomba e si rese conto che era lo Spirito Santo.
Pertanto “abbiamo contemplato” si riferisce alla visione fisica di un corpo fisico, quando si percepisce che al di là di un corpo fisico ci sia anche uno spirito soprannaturale. L’Apostolo ed Evangelista Giovanni ed altri videro Gesù fisicamente, ma percepirono che era Dio incarnato.
Analizziamo adesso la frase: “e noi abbiamo contemplato la sua gloria”. Il verbo etheasemetha si riferisce all’osservazione fisica. Ma la parola “doxa”, ossia “gloria”, si riferisce a qualcosa che non si può vedere, ma solo percepire o verificare. Normalmente la parola “gloria” si riferisce ad un atto glorioso se è stato fatto per il bene massimo della comunità, quindi un atto di altissima moralità. Una persona gloriosa è pertanto chi si sacrifica per un fine altissimo, per il bene di tutti. La parola gloria è sinonimo anche di considerazione, reputazione, grandezza, trionfo, splendore, magnificenza. Nel caso di Gesù Cristo, i suoi seguaci hanno vissuto con lui, hanno visto i suoi miracoli, lo hanno visto rivolgersi ai più umili in una forma speciale, lo hanno visto accettare la sua condanna a morte in modo dignitoso, lo hanno visto morire (Giovanni era sotto la croce quando Gesù spirò), e lo hanno poi visto risorto con un corpo glorificato. Per tutte queste ragioni, (ovviamente la Risurrezione è la più importante, ma non l’unica), si sono convinti della sua natura divina, di vero Dio e vero uomo, e hanno percepito la sua gloria eterna. Gesù brillava di una luce divina ed emanava gloria eterna. Ma la gloria che percepirono gli Apostoli non era una gloria comune, quella che potrebbe avere un grandissimo uomo, ma era “gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre”. Era uno splendore, una luminosità divina che loro non vedevano, ma percepivano. A tale proposito vediamo alcuni passaggi biblici dove ci si riferisce alla gloria di Dio:

Esodo (24, 17):

La gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna.

Esodo (40, 34):

Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la dimora.

Numeri (14, 10):

Allora tutta la comunità parlò di lapidarli; ma la gloria del Signore apparve sulla tenda di convegno a tutti i figli d'Israele

Vi è una enorme differenza tra la gloria celeste e la gloria umana. Nella frase:

e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,

Giovanni si riferisce alla gloria divina di Gesù Cristo, al suo concepimento assolutamente divino, alla sua saggezza, grazia, santità, sacralità, al suo amore infinito. Quando gli Apostoli hanno percepito questa gloria sono rimasti stupefatti. Quando l’uomo finito viene a contatto con l’infinito non può che rimanere stupito. Pertanto i discepoli di Gesù si resero conto che lui non era solo un grandissimo uomo, o un profeta di Dio, e lo individuarono esattamente come: “Figlio unigenito che viene dal Padre”.
La parola monogenous, ossia “unigenito”, e il pronome “Patros”, ossia “Padre”, non sono proceduti da alcun articolo. Sappiamo che in greco l’assenza dell’articolo definito indica un concetto generico e non particolare. Quindi la traduzione: “gloria come di un figlio unigenito che viene da un padre” (o sue varianti simili), è completamente errata. Unigenito senza articolo si riferisce al concetto ultimo di Unigenito, ossia il Figlio di Dio, e Padre senza articolo si riferisce al concetto ultimo di Padre, ossia Dio.
C’è un altro concetto importante, la frase: “gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre” si riferisce al fatto che Gesù Cristo, ossia il Verbo incarnato, non aveva meno gloria di quella di suo Padre, Dio. Proprio la parola monogenees (monogenous è il genitivo), "unico genere", indica la consustanzialità. Il Logos eterno, e quindi anche il Logos incarnato, avevano la stessa “sostanza” del Padre. La qualità della gloria del Figlio era pertanto esattamente uguale alla gloria del Padre. E’ questo che Giovanni vuole comunicarci con la sua frase. In ogni caso comunque, dai versi precedenti, e in particolare dal dodicesimo, si evince che solo chi ha accolto nel suo cuore Gesù Cristo, può percepire la sua gloria. Chi non lo ha riconosciuto come il Verbo incarnato e suo Salvatore non ha neppure potuto percepire la sua gloria.
C’è un altro punto molto importante da considerare per quanto riguarda il concetto di gloria di Cristo. Da tutto il Nuovo Testamento si evince che il Verbo eterno ha fatto un atto di umiltà massimo con l’Incarnazione. Gesù Cristo ha deciso di umiliarsi venendo tra di noi. Rivediamo il passaggio corrispondente nella Lettera ai Filippesi (2, 6-8):

egli, pur essendo nella condizione di Dio, 
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.

Dalla frase “svuotò se stesso” si evince che Gesù Cristo, venendo sulla terra, rinunciò a qualcosa. Sappiamo che, limitando se stesso nel corpo umano di Gesù, il Cristo eterno ha rinunciato all’onnipresenza, ma nella frase della lettera ai Filippesi sembra che ci si stia riferendo ad un altro tipo di rinuncia.
Dall’analisi comparata della Lettera ai Filippesi e del Prologo di Giovanni si evince che con l’Incarnazione del Verbo, Gesù Cristo, ha cessato temporaneamente di avere la gloria del Padre che aveva nel suo stato pre-incarnato. Ciò non implica che Gesù Cristo abbia temporanemente messo da parte la sua Divinità. Egli era Dio e in nessun momento ha perso i suoi attributi divini (eccetto l’onnipresenza).
Per capire il concetto che Gesù Cristo ha rinunciato temporaneamente alla gloria del Padre consideriamo il verso (17, 5) del Vangelo di Giovanni:

ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.

Da questo passaggio è evidente che Gesù Cristo aveva, nel suo stato pre-incarnato, un tipo di “gloria” con il Padre che non aveva quando rimase con noi sulla terra. Ma a quale tipo di gloria ci stiamo riferendo?
In greco gloria si dice “doxa”, che deriva dal verbo dokein, il quale può significare: 1 - apparenza in contrasto con la verità; 2 - reputazione, riconoscimento.
Con questa seconda interpretazione il significato di vari versi della Bibbia si chiarifica. Vediamo a tale proposito la Lettera ai Romani (3, 23):

perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio,

Ossia: siccome hanno peccato, non sono riconosciuti da Dio, hanno perso il suo riconoscimento. Ecco che risulta chiaro che Gesù al venire sulla terra ha perso temporaneamente la gloria che aveva con il Padre. Pertanto in certe situazioni “gloria di Dio” si riferisce al suo splendore, alla sua magnificenza, mentre in altri casi si riferisce al suo riconoscimento.
Quando Gesù venne sulla terra, perse temporanemante la gloria o il riconoscimento del Padre. Neppure l’uomo redento, ossia libero dal peccato, colui che riconosceva pienamente Gesù Cristo come suo Signore e Salvatore, non poteva tributare a Gesù lo stesso onore, lo stesso riconoscimento che Gesù aveva con il Padre nel suo stato pre-incarnato.
Per comprendere questo concetto potremmo aggiungere che solo uno scienziato in fisica può riconoscere pienamente la qualità di un altro scienziato in fisica. La stessa cosa per Gesù e il Padre. Siccome hanno la stessa sostanza, solo il Padre poteva riconoscere e apprezzare tutta la gloria del Verbo, ossia del Cristo eterno, nel suo stato pre-incarnato. Gesù Cristo non potè trovare questo pieno riconoscimento mentre era qui tra gli uomini, e questa è la ragione per la quale desiderava riottenerlo.
Tornando però alla gloria di Gesù Cristo, è importante risaltare che sia nel quattordicesimo verso del Prologo che nel verso (17, 5) del quarto Vangelo, vi è la parola greca “para”. Questa preposizione significa “a lato di”, “in comunione con”, “congiunto a”. Pertanto ne consegue che la gloria di Gesù Cristo non deriva dal Padre. Il Padre ha riconoscito da sempre la gloria del Figlio e il Figlio ha riconosciuto da sempre la gloria del Padre.
In pratica i discepoli di Gesù percepivano la sua gloria, rendendosi conto che era la stessa gloria del Padre, e credettero pertanto di contemplare il Figlio Unigenito del Padre.
Analizziamo ora l’ultima frase del quattordicesimo verso: “pieno di grazia e verità”. Notiamo che questa frase è da relazionare con la terza frase del primo verso, vediamo:

E il Verbo era Dio…pieno di grazia e di verità.

Quando il Cristo eterno si fa uomo, Egli si caratterizza per due attributi principali: Grazia e Verità. Anche l’uomo può fare atti di grazia e può testimoniare la verità, ma solo Dio può essere pieno di Grazia e di Verità.
Nell’intera Bibbia gli attributi di Dio sono descritti numerose volte: onniscenza, onnipotenza, onnipresenza, infinita misericordia, infinita giustizia. In questo verso e anche nel diciassettesimo verso del Prologo troviamo due attributi di Dio estremamente importanti: Grazia e Verità.
Sappiamo che lo scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra è stato quello di perdonare tutti i peccati e quindi salvare l’uomo (Vangelo di Giovanni 3, 16-17). L’Incarnazione e la successiva morte in croce di Gesù Cristo sono stati pertanto atti di Grazia massima. E’ per Grazia che siamo salvi, per Grazia e fede. Pertanto Gesù Cristo è l’apoteosi della Grazia. E’ venuto a perdonare i peccati che sono dichiarati tali dalla sua luce, la luce della Verità. Il concetto di Verità divina ha molti significati. Innanzitutto quello di Verità ultima, Causa Prima. Gesù Cristo stesso è la Verità ultima, infatti, Vangelo di Giovanni (14, 6):

Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

Ma la verità si relaziona anche con la giustizia. Senza verità non vi può essere condanna. Ma Dio è infinitamente misericordioso e ha preferito offrire la Grazia in suo Figlio Gesù, che è sceso tra di noi, piuttosto che condannare dall’alto. Nel quattordicesimo verso del Prologo è pertanto racchiuso il senso ultimo di tutta la Bibbia. Il Verbo (Dio) si è fatto carne con lo scopo di venire a espiare e quindi perdonare tutti i peccati, morendo sulla croce, donandoci così il massimo atto di Grazia possibile. Lo ha fatto perchè Dio è Verità, quindi è Giustizia. Nessuno avrebbe potuto salvarsi da solo, nessuno avrebbe potuto espiare peccati infiniti contro Dio da solo. Solo Gesù Cristo, l’Incarnazione del Verbo, poteva espiarli con il suo sacrificio e quindi è stato inviato. Dio, essendo infinitamente misericordioso, ha voluto perdonare tutti peccati. Ma Dio è anche infinitamente sacro, e non si può giungere al suo cospetto macchiati del peccato. Anche una piccola macchia, se non è perdonata, non permette all’uomo di poter ottenere una Risurrezione di vita. Dio è pure infinitamente giusto e deve poter condannare tutti i peccati. L’unica soluzione a questa tripla realtà di Dio (infinita misericordia, sacralità, e giustizia), è l’invio del Figlio, che doveva espiare i nostri peccati sulla croce.
Perché Giovanni ha collocato la parola grazia prima della parola verità? Non perchè la grazia sia più importante della verità. Ora abbiamo la possibilità di ottenere la Grazia e ottenere così il perdono, quando riconosciamo che Gesù è morto per nostri peccati. In questo modo i nostri peccati sono da lui perdonati e diveniamo uomini giusti, uomini veri. Il nostro peccato è passato a lui, che lo ha espiato con la sua morte, e la sua giustizia è passata a noi. Contempliamo quindi la sua verità.
Chi invece non accetta Gesù Cristo, non accetta la sua Grazia. Verrà il giorno nel quale non ci sarà più grazia e verità, ma ci sarà solo la verità. La verità dei peccati di chi non ha e non avrà accolto Gesù Cristo, sarà messa alla luce, e pertanto vi sarà condanna eterna.
Vi è da aggiungere un ultimo concetto: la gloria del Cristo eterno nel suo stato pre-incarnato era grandiosa, magnifica. Ma l’apice massimo della sua gloria, in riferimento a noi umani, si ebbe quando, dopo l’Incarnazione, Gesù Cristo morì per noi sulla croce, concedendoci così la Grazia e la possibilità di diventare figli di Dio, in modo che noi potessimo ottenere una gloria maggiore di quella che perdemmo quando abbiamo peccato seguendo l’atto di Adamo. In altri termini, la più alta gloria di Dio è Gesù Cristo, e la più alta gloria di Gesù Cristo è stata la sua umiliazione e la sua morte in croce per noi.
Per concludere Giovanni afferma che il Verbo (Dio), si fece carne, che abitò tra di noi con lo scopo principale di espiare e quindi perdonare tutti i peccati. Inoltre Giovanni afferma che lui, ed altri discepoli di Gesù, poterono percepire tre caratteristiche di Gesù Cristo: la gloria, la grazia e la verità. Ma ancora più meraviglioso è che Gesù ha mostrato la sua compassione e la sua Grazia non solo ai suoi amici, ma anche ai suoi nemici, a tutti.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Bibliografia: Gesù era Dio? Spiros Zodhiates

Note:
1-http://yurileveratto2.blogspot.com/2015/11/lo-scopo-principale-della-missione-di.html
2-La grammatica del Nuovo Testamento alla luce dell’investigazione storica”, Doran, quarta edizione, pag. 586.
3-(Lessico Greco-Inglese del Nuovo Testamento e altra letteratura cristiana primitiva, Un. Chicago, pag. 353.