venerdì 15 maggio 2020

Quando essere “cristiani del Regno” era illegale


C’è stato un periodo della storia medievale quando essere “cristiani del Regno” era illegale. Un primo esempio di questa situazione fu Arnaldo da Brescia (1090-1155), un credente che cercò di riformare la Chiesa Cattolica del XII secolo. 
Arnaldo sosteneva che tutti i membri del clero, dal papa fino all’ultimo sacerdote, dovessero vivere in povertà, come gli Apostoli. Egli denunciò che i membri del clero possedevano terre, praticavano la simonia e l’usura. Arnaldo fu inizialmente condannato come eretico dal Concilio Lateranense II e si rifugiò in Francia e in Boemia. Nel 1145 ottenne il perdono da papa Eugenio III e ritornò in Italia dove continuò a predicare un ritorno al Vangelo e denunciare che la Chiesa Cattolica aveva perso la visione di come si diffonde il messaggio cristiano. Ancora una volta Arnaldo predicò che la Chiesa Cattolica avrebbe dovuto spogliarsi delle sue ricchezze e dedicarsi esclusivamente alla predicazione del Vangelo di Cristo. Arnaldo sostenne che il papato con il suo potere temporale era completamente incompatibile con il messaggio evangelico. Sostenne l’idea di creare una Repubblica Romana in contrapposizione al potere temporale dei papi e inizialmente fu appoggiato dalle masse. Ma quando l’imperatore Federico Barbarossa si diresse verso Roma, il papa Adriano IV accettò di incoronarlo a patto che gli fosse consegnato Arnaldo. Federico Barbarossa fece quindi imprigionare Arnaldo che dopo poco tempo fu arso vivo a Roma. 
Un altro cristiano del Regno contemporaneo ad Arnaldo fu il francese Pierre de Bruys (1095-1131). Per Pierre de Bruys le chiese cattoliche erano uno spreco di risorse che avrebbero potuto essere usate per i poveri. Il centro del suo insegnamento era un deciso ritorno al Vangelo e al Cristianesimo antico. Secondo lui il battesimo agli infanti, che era stato introdotto da Agostino d’Ippona, non aveva valore, perchè solo la fede in Cristo porta alla salvezza e i bambini appena nati non possono averla. Pierre de Bruys considerava inoltre che le opere fatte in beneficio dei morti sono inutili. Quindi già mille anni fa vi erano cristiani del Regno che contestavano le messe per i defunti. Inoltre Pierre de Bruys diceva ai suoi seguaci che non avrebbero dovuto venerare o adorare la croce o altre immagini o statue. In pratica egli era fortemente avverso ad ogni tipo di idolatria. La Chiesa cattolica gli vietò di continuare la sua predicazione intorno al 1120. Egli non obbedì e continuò nelle sue predicazioni. Nel 1131 le gente di Sant Gilles, un piccolo comune dell’Occitania, esasperata dal fato che Pierre de Bruys continuasse a bruciare statue soggette ad adorazione, lo uccise bruciandolo in un rogo.  
Ci furono altri cristiani del Regno, come per esempio Enrico di Losanna, che fu ucciso per le sue predicazioni nel 1148. Essi avevano in comune l’approccio semplice al Vangelo, che vedevano come l’acqua fresca di una sorgente di montagna. Non erano esperti di teologia, e proprio per questo seguivano alla lettera il Nuovo Testamento. Proprio questo è il cristianesimo del Regno, seguire alla lettera il Nuovo Testamento e comprenderne il suo significato più semplice e diretto. 
Il personaggio più importante di questa epoca fu però Valdo (1140-1206), un ricco commerciante di Lyon. 
Valdo era un buon cattolico. Ogni domenica era presente alla messa. Presto però Valdo entrò in crisi. Siccome voleva essere un vero discepolo di Gesù si rese conto che tutte le sue ricchezze rappresentavano per lui un fardello troppo pesante da portare. Ad un certo punto, prese la decisione della sua vita e diede gran parte delle sue ricchezze ai poveri. L’altra parte delle sue ricchezze fu utilizzata per tradurre alcune parti del Nuovo Testamento nella lingua che si parlava a Lyon. Quando i suoi concittadini gli chiesero il perchè della sua decisione Valdo rispose che tutte quelle ricchezze stridevano con il messaggio del Vangelo, in particolare con la parabola del giovene ricco, Vangelo di Matteo (19, 21):

“Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi».

Presto Valdo ebbe dei seguaci. Insieme a loro predicava il Vangelo del Regno alla popolazione di Lyon. Predicava loro di spogliarsi dei propri beni e seguire l’insegnamento di Gesù Cristo sull’amore e sul perdono. Insomma il Regno di Dio era giunto a Lyon e stava sconvolgendo quella città. Valdo e i suoi seguaci non ebbero nessuna intenzione di fondare una nuova chiesa, anzi non ebbero neppure idea di uscire dalla Chiesa Cattolica, ma semplicemente volevano vivere un cristianesimo autentico all’interno della Chiesa Cattolica e vivere in armonia con gli altri credenti. 
Il gruppo dei seguaci di Valdo si autodenominò “poveri in spirito”. Quello che è importante sottolineare è che i “poveri in spirito” non insegnarono nessuna dottrina nuova, ma predicavano lo stesso messaggio che Gesù aveva predicato. Però loro non avevano chiesto il permesso di predicare alla Chiesa Cattolica e manifestoro l’intenzione di voler continuare a predicare nelle strade di Lyon e dei villaggi vicini. 
Tutto ciò non piacque all’arcivescovo locale, che vide in loro un gruppo di persone non preparate teologicamente che predicavano basandosi solo sulla Bibbia. In pratica un gruppo di persone non ordinate e non preparate dalla Chiesa Cattolica stava predicando liberamente e ciò non poteva essere tollerato. Che cosa temevano i prelati ecclesiastici? Forse temevano che leggendo il Nuovo Testamento alla lettera, i “poveri di spirito” finissero per rendersi conto che molti dogmi introdotti secoli addietro da Agostino d’Ippona erano completamente assenti nel libro della Nuova Alleanza. Come sappiamo fin dall’epoca di Costantino la Chiesa Cattolica aveva avuto il monopolio e l’esclusiva delle predicazioni. In effetti una delle caratteristiche dell’ibrido costantiniano fu la prassi che solo le persone autorizzate dalla Chiesa istituzionale potevano predicare il Vangelo con tutta sicurezza. Pertanto l’arcivescovo intimò a Valdo di presentarsi davanti a lui e quindi proibì a lui e ai suoi seguaci di continuare a predicare. Valdo però non accettò l’ordine dell’arcivescovo e rispose che la predicazione deve far parte di ogni cristiano che vuole vivere realmente come gli Apostoli di Gesù. 
Tutto ciò provocò l’ira dell’arcivescovo, ma Valdo aveva un’ingenua fiducia nella Chiesa Cattolica e così viaggio a Roma nella speranza di presentare il suo caso al papa. Il papa ripose loro che l’arcivescovo aveva giurisdizione per occuparsi del suo caso. Valdo però durante il terzo concilio lateranese fu sottoposto a un breve test da parte di un monaco inglese, che si chiamava Walter Map. 
Ecco il testo della conversazione (1): 
“-Ditemi, voi credete in Dio Padre?
-Si, certo. 
-E nel Figlio?
-Si certo.
-E nello Spirito Santo?
-Si.
-E, ...nella madre di Cristo?
-Si.” 
Dopo quest’ultima risposta i delegati del concilio si burlarono dei “poveri di spirito” che di lì a poco si ritirarono. Ma, quale era il motivo di quella burla? Valdo e i suoi seguaci non potevano sapere che centinaia di anni prima durante il concilio di Efeso a Maria era stato dato il titolo di “Madre di Dio”. Pertanto quando essi dissero che credevano nella “madre di Cristo” dimostrarono che non erano preparati teologicamente. Però le Scritture non si riferiscono mai a Maria come la “Madre di Dio” e i “poveri in spirito” erano studiosi delle Scritture. Essi conoscevano solo il Vangelo del Regno e in realtà era solo quello che necessitavano conoscere. 
Quando tornarono a Lyon Valdo e i suoi seguaci ripresero le predicazioni. I vertici ecclesiastici locali tornarono a ordinar loro di non predicare più e Valdo rispose citando Pietro negli Atti degli Apostoli: (4, 19-20):

"Ma Pietro e Giovanni risposero loro: «Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio. Quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite". 

A quel punto i vertici ecclesistici di comune accordo con le autorità civili obbligarono Valdo e i suoi seguaci a un esilio forzato. Essi non potevano più rimanere a Lyon. Ma questa decisione fu accettata di buon occhio da Valdo che iniziò con i suoi seguaci a predicare il Vangelo del Regno in tutto il sud della Francia. Ovviamente continuavano a parlare bene della Chiesa Cattolica e a non volersi distaccare da essa. 
A questo punto i Valdesi (così venivano chiamati dal clero), mentre peregrinavano nel sud della Francia vennero in contatto con alcuni predicatori del Regno: erano i seguaci di Pierre de Bruys e Enrico di Losanna. Valdo si rese conto che essi erano cristiani del Regno, ma essi, siccome avevano un attitudine critica nei confronti della Chiesa Cattolica, iniziarono ad esporre le loro tesi ai valdesi. Essi attaccavano la Chiesa Romana per le sue ricchezze e per il suo potere mondano. Inoltre segnalavano che la venerazione di immagini e le preghiere per i morti non erano bibliche. Tutto ciò era completamente nuovo per Valdo e i suoi seguaci, che però si misero a leggere la Bibbia e si diedero conto che quelle critiche erano giuste. E quindi anche loro iniziarono a denunciare gli errori e i peccati della Chiesa Cattolica. 
La Chiesa Cattolica reagì molto presto. Nell’anno 1184 il Concilio di Verona condannò i valdesi come scismatici pericolosi (ma non come eretici). Fu proprio Walter Map, quello che aveva tratto in inganno Valdo con la sua domanda trabocchetto che scrisse (2): 

“Queste persone non hanno un domicilio fisso, ma viaggiano due a due, scalzi e vestiti con tuniche di lana. Loro non sono padroni di nulla, ma mettono tutto in comune, seguendo i modi degli Apostoli. Nudi, essi seguono a un Cristo nudo. Hanno iniziato in modo molto umile e ancora non hanno molti seguaci, tuttavia, se li lasciamo fare, finiranno per cacciarci tutti via.”

Ancora una volta il potere temeva che i mansueti e gli umili avrebbero sconvolto il mondo. Finalmente la Chiesa Cattolica, nel 1190 li condannò come eretici esponendoli alla possibiltà di una repressione crudele e alla morte. 
Ma Valdo e i suoi seguaci non si persero d’animo e continuarono a predicare nel sud della Francia. Quindi passarono le Alpi e giunsero in Lombardia dove si incontrarono con dei seguaci di Arnaldo da Brascia. Ancora una volta ci fu uno scambio di opinioni e ancora una volta Valdo si rese conto ancor di più che la Chiesa non dovrebbe mischiarsi con il potere e con lo stato. I due gruppi di credenti si unirono, erano pronti a sconvolgere il mondo, a predicare ancora una volta il Vangelo del Regno. 
Poco dopo che i due movimenti si unirono, Valdo morì. Ma il movimento continuò, infatti queste persone non erano proprio seguaci di Valdo, ma in realtà erano seguaci di Gesù. 
I valdesi si resero conto che la corruzione della Chiesa avvenne nel periodo costantiniano, quando si formo e prese corpo la religione cattolica. Quindi divisero la storia della Chiesa in due chiari periodi: quello del testimonio fedele (la chiesa antica, fino a Costantino) e quello del tradimento (da Costantino in poi). Però significava che tutti i cristiani del Regno erano scomparsi dopo Costantino? No di certo! Essi credevano che nei secoli seguenti a Costantino la luce del Regno si era oscurata, ma non si era mai spenta. (3)
L’insegnamento dei valdesi era molto semplice. Non vi era molta teologia nelle loro prediche. Essi sostenevano che “nessuno può essere un vero cristiano se non ha abbandonato sul serio la sua vita al Signore Gesù Cristo”(4). Essi sostennero che l’accumulazione delle ricchezze era contro il Vangelo del Regno e sostennero che un cristiano non può usare la spada neppure se obbligati in caso di guerra. Inoltre si dimostrarono uomini d’onore che non avevano bisogno di giurare, proprio in un periodo, il medio evo, dove la pratica di giurare era tornata in auge come nell’Antico Testamento. I valdesi furono appasionati studiosi della Bibbia e anche se avevano iniziato a predicare come cattolici, con il tempo abbandonarono tutte le pratiche e dottrine non bibliche come il purgatorio, le messe per i defunti, le intercessioni di Maria e i santi, la venerazione e adorazione di immagini e di croci.
Gli evangelisti valdesi continuarono a predicare anche se sapevano che avrebbero potuto essere l’obiettivo della Chiesa Cattolica, che avrebbe potuto torturarli e metterli a morte. I valdesi vissero per circa quattro secoli in costante pericolo. 
Nel 1488 e 1489 le milizie papali assalirono alcuni gruppi di valdesi con una crudeltà incredibile. Fu il cosidetto massacro del Piemonte dove furono massacrati migliaia di valdesi. 
Agli inizi del 1500 la maggioranza dei valdesi era stata sterminata. Tuttavia il movimento sopravvisse a queste orribili persecuzioni, anche se in forma ridotta e limitata. Ma anche così i pochi valdesi rimasti non vollero smettere di predicare, e utillizzarono un nuovo mezzo di divulgazione: la stampa. 

Yuri Leveratto

Bibliografia: El reino que trastornò el mundo, David Bercot
Note:
1-Giorgio Tourn – You are my witnesses (Torino, Claudiana editrice, 1989), 14
2-Giorgio Tourn – Tou are my witnesses (Torino, Claudiana editrice, 1989), 20
3- Giorgio Tourn – Tou are my witnesses (Torino, Claudiana editrice, 1989), 36
4- Giorgio Tourn – Tou are my witnesses (Torino, Claudiana editrice, 1989), 37

Immagine: statua di Valdo ubicata a Worms (Germania).

mercoledì 19 febbraio 2020

Il significato della Trasfigurazione


Gesù, insieme a Pietro, Giovanni e Giacomo salì su un alto monte (Vangelo di Matteo 17, 1-8). 
La montagna è il simbolo della immutabilità e quindi dell’eternità. Pensiamo al monte Moriah, al Sinai, al Monte degli Ulivi. La montagna è il luogo dove avvengono le iniziazioni, e dove il cammino spirituale si fa più chiaro. La montagna è vicina a Dio. In quel luogo Gesù si trasfigura, assume cioè una forma diversa, molto luminosa. Ciò significa che Gesù assunse una forma divina, pur non abbandonando la sua natura umana. Gesù rivela la sua gloria in tutta la sua pienezza, e la rivela prima ai suoi discepoli e poi a Mosè ed Elia. Nel passaggio del Vangelo di Luca (9, 31), Mosè ed Elia parlavano con Gesù della “sua dipartita”, ossia della sua morte, che ebbe valore salvifico per tutta l’umanità. Significativo come, in un momento soprannaturale di massima luce e gloria, Gesù parlasse della sua successiva umiliazione e morte. Ciò fa comprendere che la Trasfigurazione va compresa alla luce del Calvario. 
La gloria del Cristo eterno nel suo stato pre-incarnato era grandiosa, magnifica. Nella Trasfigurazione Gesù assume forma divina. Ma l’apice massimo della sua gloria, in riferimento a noi umani, si ebbe quando, Gesù Cristo morì per noi sulla croce, concedendoci così la Grazia e la possibilità di diventare figli di Dio, in modo che noi potessimo ottenere una gloria maggiore di quella che perdemmo quando abbiamo peccato seguendo l’atto di Adamo. In altri termini, la più alta gloria di Dio è Gesù Cristo, manifestato in forma divina nella Trasfigurazione, e la più alta gloria di Gesù Cristo è stata la sua umiliazione e la sua morte in croce per noi.
Mosè ed Elia rappresentavano la Legge e i profeti, ma la voce di Dio dal cielo significava che sia la Legge che i profeti dovevano cedere il passo alla Grazia di Cristo. 
Pietro che fu testimone oculare dell’evento, lo riportò poi nella sua seconda lettera, vediamo il passaggio corrispondente: Seconda Lettera di Pietro (1, 16-18): 

Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perchè siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perchè siamo stati testimoni oculari della sua maestà. Egli, infatti, ricevette da Dio Padre onore e gloria quando la voce giunta a lui dalla magnifica gloria gli disse: «Questi è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto». E noi l'abbiamo udita questa voce che veniva dal cielo, quando eravamo con lui sul monte santo.

Yuri Leveratto

immagine: La Trasfigurazione, Raffaello.

mercoledì 22 gennaio 2020

Cambiare paradigma?


Oggigiorno la maggioranza delle persone seguono esattamente il paradigma darwinista-materialista-positivista che la società ci impone fin da bambini. E’ stato Herbert Spencer il fautore di questa filosofia che ancora oggi domina il mondo. Secondo questo paradigma la vita si è originata per caso e l’uomo è quindi frutto del caso. Alla base di questa filosofia vi è il concetto che l’uomo non sia altro che un ammasso di carne, muscoli, nervi e terminazioni nervose, in pratica un robot di carne e ossa, che si è evoluto da altri animali. Secondo questo concetto l'uomo è pertanto un animale sviluppato. Siccome gli animali nel loro ambiente lottano per la sopravvivenza, anche l’uomo dovrebbe lottare per la sopravvivenza e quindi imporsi sugli altri. L’uomo-macchina, privato della sua spiritualità viene appiattito, liquefatto. E’ un semplice robot che deve sottostare alle leggi di mercato. Da questa concezione darwinista-materialista-positivista deriva tutto un modo di considerare la vita e la società: per esempio si avalla la produzione e la vendita di armi ad altri paesi, in nome dell’economia, quando lo stato potrebbe benissimo caricarsi della riqualificazione e inserimento dei lavoratori di aziende militari in altri ambiti di lavoro. Si avalla l’importazione di beni di consumo, da paesi lontani, contribuendo all'inquinamento globale dovuto ai sistemi di trasporto navale per poter usufruire di questi beni. Si avalla un educazione meccanicistica e materialistica che insegna all'uomo a costruire, ma non al rispetto dell’uomo e dell’ambiente, in quanto il fine ultimo da perseguire è sempre il profitto. Si avalla una medicina ufficiale che tenta di sconfiggere la malattia con il metodo riduzionistico, affrontando i sintomi e non le cause della malattia, e spesso addirittura sostituendo le parti malate come fossimo realmente degli androidi robotici. E invece persino la medicina psicosomatica ammette che la nostra psiche (parola greca che significa anima, sede della coscienza, delle emozioni e delle sensazioni) è spesso la causa delle malattie. Allora perchè  non basare gli studi di medicina sulla cura dell’anima? Siamo esseri dotati di corpo, anima e spirito e nessuno mai potrà cambiare questa meravigliosa realtà. Perchè  non insegnare che la parte psichica influenza non solo le malattie, ossia i disequilibri, ma anche i comportamenti delle persone? 
Iniziamo noi ad attuare un cambio. Siamo noi cristiani che dobbiamo dare l’esempio. Noi sappiamo che la tri-unità dell’essere umano è fatta di spirito, anima e corpo (“Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l'intero essere vostro, lo spirito, l'anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.” 1 Tessalonicesi 5, 23). 
Iniziamo così a curare la nostra anima, mettendo in pratica il perdono. Impariamo a perdonarci e a perdonare chi ci ha offesi. Ne otterremo serenità e quindi salute. Impariamo a considerare gli altri come delle persone, dotate di volontà, intelletto e sentimenti e non come dei golem, privi di spirito il cui compito è solo quello di produrre e consumare. Impariamo ad ascoltare il prossimo e a considerare la sua parte animica, dove vi è la sua coscienza, le sue emozioni, le sue sensazioni e i suoi istinti. Impariamo a rendere grazie a Dio per il cibo con il quale ci nutriamo, che ci fornisce le sostanze per affrontare la nostra vita. Impariamo a conoscerci, per individuare come la nostra psiche influisce sul nostro corpo. Impariamo a comprare in modo corretto, selezionando prodotti locali e a bassa impronta ecologica. Iniziamo a considerare che alla base dei processi sociali non vi è la competizione, ma la collaborazione. Spargiamo onde di amore e di perdono. Solo così, nel nome di Gesù Cristo, potremo aiutare anche gli altri a cambiare. Iniziamo a pensare di poter cambiare paradigma. 
Qual’è il senso di questi versi?: 
“Allora Gesù disse loro: «Figlioli, avete del pesce?» Gli risposero: «No». Ed egli disse loro: «Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete». Essi dunque la gettarono, e non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci.” (Vangelo di Giovanni 21, 5-6).
Gli Apostoli avevano conosciuto Gesù e avevano creduto che Lui fosse il Figlio di Dio. Lui aveva indicato loro la via di amore e di perdono, ma loro non erano stati capaci di percorrerla. Nella prima frase Gesù si rivolge ai suoi discepoli sapendo che loro non lo hanno riconosciuto. Vuole provare la loro buona volontà, la loro bontà. Chiede loro qualcosa da mangiare. Ma loro, in modo molto secco, risposero: “no”. Quindi i discepoli di Gesù non furono in grado di parlare in modo gentile a uno sconosciuto. Avrebbero potuto dirgli. “Aspetta, forse possiamo cercare qualcosa da darti da mangiare”, ma risposero: “no”. Nella seconda frase Gesù dice loro di gettare la rete dalla parte destra della barca. Questa frase è un’allegoria che significa che solo cambiando il nostro paradigma, potremo riuscire a seguire Gesù. Gettare la rete dove normalmente si getta, significa uniformarsi al mondo, essere conformisti, seguire le masse, applicare la regola d’oro passiva (non biblica) “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Gettare la rete dal lato destro invece significa essere anticonformisti, applicare la regola d’oro attiva (biblica): “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”. (dal Vangelo di Matteo 7, 12).
Solo con un cambio di paradigma totale, che implica una rinascita spirituale, potremo mettere in pratica gli insegnamenti di Gesù e quindi dare dei frutti. In questo modo non solo il credente farà del bene, ma attirerà altri a Cristo. E infatti quando i discepoli attuano il “cambio”, cioè gettano la rete dal lato opposto di dove normalmente si getta, pescarono molti pesci. Una volta attuato il cambio di paradigma, il credente ottiene molti frutti, riesce a divulgare il Vangelo ad altri, riesce a far fruttificare i propri talenti, riesce ad attrarre persone a Cristo. 
Questa seconda pesca miracolosa quindi, se vista in chiave allegorica, significa che solo con l’insegnamento di Gesù (il cambio di paradigma), vi saranno frutti reali.

Yuri Leveratto

Yuri Leveratto

mercoledì 25 dicembre 2019

Teoria e pratica del perdono



Oggigiorno anche tra persone cristiane si sente molta opposizione al concetto di perdono. Le frasi che di solito si sentono dire quando si nomina il perdono sono: “non riesco a perdonare”, o “io perdono solo se prima lui mi chiede perdono!”, oppure, “ma bisogna perdonare pure gli assassini?
La risposta è  che dal punto di vista cristiano, bisogna perdonare sempre, e per primi senza aspettare che ci venga chiesto perdono. 
Ma veniamo a definire che cosa non è, e poi che cosa è  il perdono. 
Innanzitutto il perdono non significa dimenticare. Perdonare significa vedere con occhi diversi. 
Il perdono non significa negare il dolore. Il dolore c’è  e ci vorrà del tempo per attenuarlo. 
Il perdono non significa tollerare le ingiustizie. Se vi è  un’ingiustizia essa va denunciata all'autorità.
Il perdono non significa condonare le ingiustizie. Se vi è  stata un’ingiustizia è  corretto che chi l’ha perpetrata paghi la pena prevista dalla giustizia terrena. 
Se il perdono non è  tutte queste cose, allora che cosa è ? Vediamo una citazione dello psicologo Robert Enright:

“il perdono è la disposizione ad abbandonare il diritto al risentimento, al giudizio negativo e alla condotta indifferente verso chi ci ha offesi ingiustamente, coltivando piuttosto atteggiamenti di compassione e bontà verso quella persona”. (1)

Percui, secondo questa definizione, perdonando si abbandona il risentimento, ma anche la condotta indifferente, verso chi ci ha offesi e gli si tende la mano, cercando di provare compassione e bontà verso di lui. 

Un concetto importante del perdono è  poi quello del perdonarsi, ossia perdonare se stessi. Quante volte sentiamo questa frase: “non riesco a perdonarmelo”. 
Ma per noi cristiani vi è la certezza che Gesù è morto per noi sulla croce. Per noi vi è la certezza che Gesù è morto per noi e ha espiato tutte le nostre colpe. Dobbiamo perciò avere la certezza che abbiamo già ricevuto il suo perdono, e dobbiamo guardare avanti. 
Soffermiamoci brevemente sull’insegnamento di Gesù sul perdono. 

Il primo insegnamento di Gesù sul perdono è inserito nella preghiera del “Padre nostro”. Vediamo il passaggio corrispondente, Vangelo di Matteo (6, 12):

E perdonaci i nostri debiti, come anche noi perdoniamo ai nostri debitori. 

Gesù indica che vi sono “debiti”, ossia “colpe”. Ogni colpa causa un risentimento e quindi una ritorsione. Ma per Gesù la colpa può essere superata solo attraverso il perdono, e non attraverso la ritorsione, o peggio, la vendetta. Dio perdona le nostre colpe, se realmente ci pentiamo, ma il suo perdono assume significato se anche noi perdoniamo chi ci ha fatto un torto.
Poco più avanti infatti Gesù afferma, Vangelo di Matteo (6, 14-15):

Perchè, se voi perdonate agli uomini le loro offese, il vostro Padre celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini le loro offese, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre.

Quante volte noi cristiani dobbiamo perdonare? Di solito si ascoltano frasi come: “io ho già perdonato una volta, ora non lo perdono più”. 

L’insegnamento sul perdono è spiegato molto bene anche in un’altra parabola, quella del “figliol prodigo”, conosciuta anche come “parabola del padre misericordioso” (Vangelo di Luca, 15, 11-32). 
In questa parabola, si racconta di un figlio che volle farsi dare l’eredità che gli spettava in anticipo, e poi se ne andò in un paese lontano sperperando tutti i suoi beni. Quando, in seguito ad un periodo di carestìa, si ritrovò in una situazione difficile, decise di tornare da suo padre. Nel verso ventesimo si legge: “Si mise in cammino e ritornò da suo padre. Mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione. Gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.” 
Si nota pertanto che il padre perdonò il figlio prima che il figlio gli chiese perdono. Il perdono deve essere pertanto un atto non condizionato alla richiesta di perdono. Deve essere dato sempre e senza condizioni. 

Quale è l’esempio massimo di perdono? Dio ci ha perdonato per primo inviando suo Figlio. 
Questo concetto è stato ribadito anche da Paolo di Tarso, il quale ha scritto che è stato Dio che ci ha riconciliato a sè per mezzo di Gesù Cristo, facendo Lui il primo passo verso di noi, anche se noi eravamo peccatori. Vediamo a tale proposito questo passaggio della Seconda Lettera ai Corinzi (5, 18-19):

Ora tutte le cose sono da Dio, che ci ha riconciliati a sè per mezzo di Gesù Cristo e ha dato a noi il ministero della riconciliazione, poichè Dio ha riconciliato il mondo con sè in Cristo, non imputando agli uomini i loro falli, ed ha posto in noi la parola della riconciliazione.

Secondo il Vangelo di Gesù Cristo quante volte si deve perdonare?

A tale proposito vediamo un altro passaggio del Vangelo di Matteo (18, 21-22), dove Gesù insegna a perdonare sempre, senza limiti:

Allora Pietro, accostatosi, gli disse: «Signore, se il mio fratello pecca contro di me, quante volte gli dovrò perdonare? Fino a sette volte?». Gesù gli disse: «Io non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. 

questo passaggio si contrappone con il passaggio di Genesi 4, 24: 

Se Caino sarà vendicato sette volte, Lamec lo sarà settantasette volte.

Quindi alla vendetta degli ingiusti dell’Antico Testamento si contrappone il perdono dei giusti del Nuovo Testamento. 

Il perdono che ci ha offerto Gesù è  pertanto un atto sublime. Gesù ha persino perdonato i suoi carnefici. Ecco infatti la famosa frase che ha pronunciato sulla croce e riportata nel Vangelo di Luca (23, 34):

Padre perdonali perchè non sanno quello che fanno

Nel Nuovo Testamento dove si afferma il valore salvifico della morte in croce di Gesù, atto sublime con il quale sono stati perdonati tutti i peccati. Innanzitutto questo primo passaggio del Vangelo di Matteo (26, 27-28):

Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perchè questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. 

“Offrire se stesso” è stato pertanto l’atto di perdono più grande di tutti tempi, che ha annullato il peso infinito dei peccati contro Dio, con il valore infinito del sacrificio finale e perfetto.
Vediamo ora una frase del Gesù risorto, riportata nel Vangelo di Luca (24, 46-47):

Ed aggiunse: “Così sta scritto: il Cristo doveva patire e il terzo giorno risuscitare dai morti; nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati. 

In questa frase si ribadisce che chi si converte, credendo nel sacrificio salvifico di Gesù, ottiene il perdono dei peccati.

Noi cristiani dobbiamo inoltre anche “farci altri”, cioè  partecipare alla sofferenza degli altri e indicare alle parti la via del perdono. 
Gesù ci indica quindi che non è solo possibile essere perdonati, ma è necessario perdonare. Perdonare sempre.
E’ necessario diventare agnelli per espiare i peccati di altri. Chi si proclama cristiano deve poter attuare la «riparazione vicaria». Farsi altro, farsi vittima e caricarsi del peso di un ingiustizia in modo da rendere meno arduo il processo di riconciliazione. Essere ministri di riconciliazione. 
Paolo di Tarso ci invita ad essere un sacrificio vivente: Lettera ai Romani 12-1:  

“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale."

Quindi se il Figlio di Dio è morto per noi non esiste sacrificio troppo grande che noi possiamo fare per Lui.

Per approfondire il tema del perdono è  utile considerare il metodo pratico del missionario colombiano Leonel Narvaez. 
Secondo Narvaez il risentimento porta al rancore e alla vendetta. La persona che non è capace di perdonare vive in uno stato continuo di insicurezza, si sente schiava del passato, non comprende perchè quella situazione è successa a lei, è incapace di socializzare. 
Eppure la persona umana è caratterizzata dallo spirito che è a sua volta formato da: intelletto, sentimenti e volontà. 
La persona umana è caratterizzata quindi dalla volontá, la facoltà di mantenere delle promesse (patti) e dalla capacità di perdonare ed essere perdonato. 

Leonel Narvaez ha indicato cinque passi per arrivare a perdonare: 
1-Accettare di essere nell’oscurità e voler passare dalle tenebre alla luce.
2-Decidere di perdonare. Il perdono è completamente irrazionale.
3-Guardare con nuovi occhi. (non dimenticare, ma guardare in modo diverso).
4-Comprendere chi ti ha fatto un offesa. Sviluppare la compassione, cercare di somigliare a Gesù. 
5-Rompere le catene con il passato: perdonare. (Chi non perdona continua a guardare indietro ed è schiavo del proprio passato). 

Inoltre Leonel Narvaez ha indicato cinque passi per arrivare alla riconciliazione, che si può definire come l’esercizio di recupero nella fiducia del prossimo
1-conoscere la verità: come si sono svolti i fatti
2-deve essere applicata una giustizia restaurativa.
3-ci deve essere una compensazione (in denaro, aiuti materiali).
4-realizzare un patto dove si sancisca che il fatto non si ripeterà. 
5-celebrare la riconciliazione.

Daniel Narvaez indica che vi possono essere tre gradi di riconciliazione: coesistenza, convivenza, comunione
Secondo Narvaez può esserci perdono senza riconciliazione, ma non può  esserci riconciliazione senza perdono. 

Yuri Leveratto

Note:
1-Enright Robert, Freedman Suzanne, Rique Julio, Interpersonal forgiveness, in Enright Robert e North J., Exploring forgiveness, University of Wisconsin Press Madison 1988, pp.46-47

Bibliografia: - La rivoluzione del perdono”, Leonel Narvaez, Alessandro Armato.

Qui potete trovare il mio commento video: https://www.youtube.com/watch?v=SOgqeBHR-_M

martedì 17 dicembre 2019

Quando è stato scritto il Libro di Daniele?


Secondo la datazione tradizionale il Libro di Daniele è stato scritto dal profeta Daniele nel VI secolo a.C. 
La prima critica alla data tradizionale fu fatta dallo scrittore Porfirio (232-303 d.C.) che fu un vigoroso oppositore del Cristianesimo, il quale affermava che questo libro fu scritto da un anonimo giudeo vissuto al tempo di Antioco IV Epifane (175-163 a.C.) 
Questo punto di vista è stato divulgato da eruditi dei secoli XVIII e XIX per queste seguenti ragioni: 1 - secondo loro Daniele non avrebbe mai potuto fare delle profezie che poi puntualmente si compirono, e pertanto, i fatti descritti nel libro di Daniele sarebbero stati scritti solo dopo che si verificarono i fatti; 2 - sempre secondo loro le parole persiane e greche usate nel libro non avrebbero potuto essere conosciute da un autore ebreo nel secolo VI a.C.; 3 - l’idioma arameo usato in 2: 4 e 7:28 sarebbe stato usato in un’epoca posteriore a Daniele: 4 – Ci sarebbero delle imprecisioni storiche. 
Però queste critiche partono dal presupposto che non possano esistere profeti ispirati da Dio. E invece la Bibbia intera mostra che molte profezie si sono già avverate, per esempio con l’avvento di Gesù. Sono circa trecento le profezie messianiche nell’Antico Testamento. E molte si sono già avverate. 
Siccome Daniele visse proprio durante il periodo di dominazione persiana è possibile che conoscesse parole di quell’idioma. La presenza di vocaboli greci è facilmente spiegabile, in quanto circa un secolo prima di Daniele, vi erano dei mercenari greci che combattevano al servizio di Asarhaddon, re dell’Assiria (681 a. C.-669 a. C.) e al servizio di Nabucodonosor II, re di Babilonia (604 a.C. -562 a.C.).
Alcune scoperte recenti di documenti aramaici del secolo V a.C. hanno dimostrato che il Libro di Daniele fu scritto in una forma di “aramaico imperiale”, una lingua ufficiale conosciuta in tutto il Medio Oriente in quell’epoca. L’accusa di imprecisioni storiche cade facilmente in seguito allo studio della Cronica di Nabonide (1), un antico testo babilonese scritto in caratteri cuneiformi, dal quale si identifica Baldassar (5:1), e Gubaru come Dario il Medo (5:31).
Inoltre se il Libro di Daniele fosse realmente stato scritto intorno al 170 a.C., come sostengono alcuni scettici, avrebbe avuto molte più parole di origine greca, in quanto il greco era la lingua ufficiale del governo seleucide. Ci si aspetterebbe una estesa terminologia greca, e invece le parola greche sono poche, nel libro in questione. 
Vi è un’altra prova indiretta dell’antichità del Libro di Daniele: i documenti di Qumran (o manoscritti del Mar Morto), che risalgono a pochi decenni prima della datazione proposta dagli scettici per il libro di Daniele, mostrano molte differenze grammaticali con il Libro di Daniele e ciò  dimostra che tra i due scritti vi sono secoli e non decenni, di distanza. 
Considerando tutto ciò si giunge alla conclusione logica che non esiste una prova certa che il Libro di Daniele risalga al II secolo a.C. Anzi, le evidenze storiche indicano che è possibile invece che il Libro di Daniele sia stato effettivamente scritto nel VI secolo a.C. 

Yuri Leveratto

Fonti: commenti della Sacra Bibbia (versione in spagnolo Reina Valera), del teologo Charles Ryrie, in lingua spagnola. 

Foto: Papiro 967 contenente parte del libro di Daniele.

Nota:
1-https://it.wikipedia.org/wiki/Cronaca_di_Nabonide

martedì 19 novembre 2019

Atti dei martiri scillitani

Qui di seguito si riporta il documento ufficiale del martirio di persone cristiane avvenuto a Scili, o Scilium, villaggio ubicato vicino a Cartagine (odierna Tunisia) il 17 luglio 180 d.C. Da notare come il proconsole romano parli di religione, sia quando descrive la religione romana sia quando descrive la fede dei cristiani. Mentre i cristiani dicono di essere “servi di Dio”.  

Sotto il consolato di Presente (per la seconda volta) e Condiano, il 17 luglio in Cartagine, furono introdotti, nell'ufficio riservato del proconsole: Sperato, Nartzalo, Cittino, Donata, Seconda, Vestia.
Il proconsole Saturnino disse loro: “Potete ottenere l’indulgenza dell’imperatore nostro signore se ritornate a propositi saggi”
Sperato disse: “Non abbiamo mai fatto del male, nè abbiamo atteso ad alcunchè di iniquo; non abbiamo mai detto nulla di male, e anche quando siamo stati trattati male, ne abbiamo reso grazie, per la qual cosa onoriamo il nostro imperatore”
Il proconsole Saturnino disse: “Anche noi siamo religiosi, e semplice è la nostra religione; giuriamo per il genio dell’imperatore nostro signore e supplichiamo per la sua salute, cose che anche voi dovete fare.”
Sperato disse: “Se mi presterai ascolto con animo sereno, ti esporrò  il mistero della semplicità”.
Saturnino disse: “Se ti accingi a parlare male delle nostre cerimonie religiose, non ti presterò  ascolto, ma piuttosto giura per il genio dell’imperatore nostro signore”.
Sperato disse: “io non riconosco l’imperio di questo mondo, ma piuttosto sono servo di quel Dio, che nessun uomo vide mai, ne può  vedere con questi occhi; non ho commesso alcun furto, e quando compro qualcosa, pago la tassa, perché conosco il Signore mio e imperatore dei re di tutte le genti”.
Il proconsole Saturnino disse agli altri: “Abbandonate questa persuasione”.
Sperato disse: “Cattiva persuasione è commettere omicidio, dire falsa testimonianza.”Il proconsole Saturnino disse “Non vogliate rendervi partecipi di questa follia”.
Cittino disse: “Non temiamo che il Signore Dio nostro che è nei cieli”.
Donata disse: “L’onore a Cesare in quanto Cesare, ma il timore a Dio.”
Vesta disse: “Sono cristiana”.
Seconda disse: “Quel che sono questo voglio essere”.
Il proconsole Saturnino disse a Sperato: “Perseveri nell'essere cristiano?”
Sperato disse: “Sono cristiano”; e con lui tutti consentirono. 
Il proconsole Saturnino disse: “Non volete del tempo per ponderare?”.Sperato disse: “In una cosa tanto giusta non c’è alcuna ragione di cambiare opinione”.
Il proconsole Saturnino disse: “Che cosa tenete nella vostra cassetta?”
Sperato disse: “Il libri e le lettere di Paolo, uomo giusto”.
Il proconsole Saturnino disse: “Prendete una dilazione di trenta giorni e ripensateci”.
Sperato disse di nuovo: “Sono cristiano”; e con lui tutti consentirono. 
Il proconsole Saturnino pronunciò  la sentenza [leggendola] dalla tavoletta: “Sperato, Nartzalo, Cittino, Donata, Vestia, Seconda e gli altri che hanno confessato di professare la religione cristiana, poichè pur essendo stata offerta loro la facoltà di tornare al costume dei Romani, ostinatamente perseverarono, si ordina che siano uccisi di spada”.
Sperato disse: “[Noi] rendiamo grazie a Dio.
Nartzalo disse: “Oggi siamo martiri nei cieli. Grazie a Dio”.
IL proconsole Saturnino fece dire dal precone: “Ho comandato che Sperato, Nartzalo, Cittino, Veturio, Felice, Aquilino, Letanzio, Ianuaria, Generosa, Vestia, Donata, Seconda, siano condotti [al supplizio]. 
Tutti quanti dissero: “Grazie a Dio”:
E così tutti insieme furono incoronati del martirio e regnano col Padre e col Figlio e con lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Fonte: 
F. Ruggiero, “Atti dei martiri scillitani. Introduzione, testo, traduzione, testimonianze e commento”, in Atti della Accademia nazionale dei Lincei, 388, Roma, 1991, pp. 75-76.
Tratto da: "Il Cristianesimo antico" di Paul Mattei.

venerdì 6 settembre 2019

La formazione del canone neotestamentario


Oggigiorno vi sono persone che ancora fanno confusione tra il Nuovo Testamento e i cosidetti Vangeli gnostici e apocrifi. In una recente conversazione su Gesù  mi sono sentito rispondere che la visione gnostica e panteista va bene perchè è scritta nel Vangelo di Tommaso. O altri mi hanno detto che il Vangelo di Maria (Maddalena) è da ritenere uno scritto valido che ci dà delle delucidazioni sulla vera vita di Gesù . 
Noi come cristiani dobbiamo sapere con chiarezza che cosa sono i Vangeli gnostici e soprattutto dobbiamo sapere con chiarezza perchè leggiamo solo i libri del Nuovo Testamento e non altri scritti su Gesù . 
Noi crediamo fermamente che i libri del Nuovo Testamento siano stati ispirati dallo Spirito  Santo. 
Comunque ci sono stati anche dei criteri che hanno contribuito a fissare il canone. 

Innazitutto l’Apostolicità: gli scrittori del Nuovo Testamento erano Apostoli o persone che avevano appartenuto alla ristretta cerchia degli Apostoli. 
Pertanto gli gnostici sono esclusi da questo punto, perchè sono tutte persone che hanno vissuto nel secondo secolo e non facevano parte della ristretta cerchia degli Apostoli (es: Basilide, Valentino, Marcione). 
La visione gnostica non fu una fede originale, ma fu un adattamento di concetti gnostici applicati al Cristianesimo, in forte contrapposizione all’Antico Testamento. Gli gnostici, vedendo solo le negatività del mondo terreno, ossia il male, il dolore e la sofferenza, le attribuirono a YHWH, che identificavano con il demiurgo cattivo. 
Gesù invece non potevano ripudiarlo, perchè è stato un personaggio storico e molti erano disposti a morire per lui. Pertanto attuarono un sincretismo, adattandolo alla loro credenza. 
Il “Gesù gnostico” che ne derivava pertanto, non era più quello narrato dagli Apostoli, che furono coloro che vissero con il Salvatore, ma era quello inventato e idealizzato dagli gnostici. Quel “Gesù gnostico” non aveva sofferto in croce, in quanto la sua natura prettamente divina gli impediva di soffrire, e pertanto anche la Risurrezione non aveva senso, era un’allegoria. L’importanza della venuta di Gesù era solo e solamente la sua azione di “ponte” che avrebbe potuto portare l’uomo alla vera gnosi e quindi, a Dio. Ne risulta un Gesù completamente falsato e non attinente ai testi neo-testamentari. 

Poi vi è la conformità: ció significa che i libri del Nuovo Testamento dovevano essere in concordanza con l’insegnamento di Gesù , sia sul peccato, sia sulla salvezza. Se un libro aveva una visione diversa su che cosa sia il peccato e su come si ottiene la salvezza ecco che non potevano essere inclusi nel canone. Per noi cristiani la salvezza è per Grazia mediante la fede, quindi è un dono di Dio che noi dobbiamo accogliere in Gesù . 
Per gli gnostici la salvezza non è un dono, ma è un qualcosa che si deve guadagnare. Per gli gnostici non è Gesù  che con il suo sangue ha espiato i nostri peccati, ma Gesù  è un ponte, un esempio per raggiungere lo stato “cristico”. 
Poi vi è l’universalità: i libri del Nuovo Testamento sono stati accolti senza eccezione da tutte le Chiesa dei primi tre secoli. Da notare che in quel periodo nessuna chiesa dominava sulle altre ma tutte erano uguali in importanza. 
Un altro punto importante da considerare è la data della formazione del canone. Alcune persone, ancor oggi credono che sia stata la Chiesa Cattolica a fissare il canone nel IV secolo. Questa convinzione errata è confutata da un preciso documento storico, il frammento muratoriano, (1), un documento che risale al 170 dopo Cristo nel quale sono elencati tutti i libri del Nuovo Testamento (2). 
Pertanto già nel secondo secolo, i primi cristiani leggevano il Nuovo Testamento e lo consideravano ispirato dallo Spirito Santo. 

Yuri Leveratto

Note
1: https://it.wikipedia.org/wiki/Canone_muratoriano
2: con l’eccezione della lettera agli Ebrei, che fu inclusa nel canone nel 382 d.C.