venerdì 1 dicembre 2017

La parte immateriale dell’essere umano secondo la Bibbia


Secondo la Bibbia l’uomo ha avuto origine in seguito ad un atto di creazione di Dio (Genesi 2, 7):

Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.

Il verbo creò (בָּרָ֣א, bā•rā), è usato tre volte nella Genesi. La prima volta per la crezione della materia. La seconda volta per la creazione dell’anima. La terza volta per la creazione dello spirito. Vediamo i corrispondenti passaggi: 

Genesi (1, 1):

In principio Dio creò il cielo e la terra.

Genesi (1, 21):

Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati, secondo la loro specie. Dio vide che era cosa buona. 

Genesi (1, 27):

E Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò.

L’uomo è stato creato ad “immagine e somiglianza di Dio”. Lo stato originale di Adamo era quello di santità relativa (propria di un essere creato). Adamo perse la santità con la sua caduta, però l’uomo conserva ancora vestigia dell’immagine e somiglianza di Dio. 

L’uomo si compone di corpo, anima e spirito. 
Prima Lettera ai Tessalonicesi (5, 23): 

Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.

Anche se vi è differenza tra anima e spirito, entrambi sono due aspetti della parte immateriale dell’uomo. 

Anima:

L’anima ha emozioni e combatte contro la concupiscenza e i desideri disordinati della carne. Vediamo a tale propósito questa citazione della Prima Lettera di Pietro (2, 11):

Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima.

Spirito:


Lo spirito si compone di intelletto, sentimento, volontà. 
L’intelletto è la capacità di apprendere ed elaborare.
Il sentimento è la capacità di amare e odiare.
La volontà è la capacità di prendere decisioni contro i propri istinti. 

Lo spirito si riferisce agli aspetti più elevati dell’uomo. Vediamo un primo verso della Lettera ai Romani (8, 16):

Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. 

Tutti gli esseri umani hanno lo spirito, Prima Lettera ai Corinzi (2, 11): 

Chi infatti conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. 

Lo spirito può essere corrotto, Seconda Lettera ai Corinzi (7, 1):

In possesso dunque di queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la santificazione, nel timore di Dio.

Cuore:

Il cuore è il concetto più amplio che si utilizza nella Bibbia quando si parla degli aspetti della natura immateriale dell’uomo. Viene utilizzato per descrivere lo spirito. E’ la sede, incluso nel subconscio, della vita intellettuale, emozionale, volitiva e spirituale dell’uomo.
Vediamo, a tale proposito, i passaggi corrispondenti. 

Vangelo di Matteo (22, 37): 

Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.

Lettera ai Romani (10, 9-10): 

Perché se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza.

Lettera agli Ebrei (4, 7): 

Dio fissa di nuovo un giorno, oggi, dicendo mediante Davide, dopo tanto tempo:
Oggi, se udite la sua voce,
non indurite i vostri cuori!

Lettera agli Ebrei (4, 12): 

Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.

Coscienza: 

La coscienza è un testimonio interiore.
Vediamo a tale proposito questo passaggio della Lettera ai Romani (2, 15):

Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono.

La coscienza è stata influenzata dalla caduta dell’uomo, ma a volte può servire da guida sicura.

Lettera agli Ebrei (10, 22): 

accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura.

La coscienza può anche essere marchiata e perdere di sensibilità

Prima Lettera a Timoteo (4, 2): 

a causa dell’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza:

Mente:

E’ l’aspetto della parte immateriale dell’uomo che che si focalizza nell’apprendimento, pertanto fa parte dello spirito. La mente è stata influenzata dalla caduta dell’uomo però può essere rinnovata in Cristo, Lettera ai Romani (12, 2): 

Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Yuri Leveratto

mercoledì 15 novembre 2017

La profezia di Isaia: il Messia è “Dio”


Circa settecento anni prima di Cristo, Isaia ha profetizzato che il Messia sarebbe venuto come un bambino e come un dono di Dio per governare. Libro di Isaia (9, 5-6)

Perchè un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il potere
e il suo nome sarà:
Consigliere mirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace.
Grande sarà il suo potere
e la pace non avrà fine
sul trono di Davide e sul suo regno,
che egli viene a consolidare e rafforzare
con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.
Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Le caratteristiche del Messia sono: 
1-Consigliere mirabile. Il termine פֶּ֠לֶא (pe-le), tradotto con “mirabile”, viene anche tradotto con “meraviglioso”. Quindi il Messia è un consigliere meraviglioso che nella sua prima venuta ha portato parole di vita eterna e quando tornerà regnerà con saggezza perfetta (Isaia 11, 2). 
2-Dio potente. Isaia dichiara che il Messia è “Dio”, quindi Gesù Cristo, il bambino, è “Dio”. E’ una espressione applicata anche a YHWH (per esempio in Deuteronomio 10, 17; Isaia 10, 21; Geremia 32, 18). L’attributo “Dio potente”, predice la vittoria finale del Messia sul male. 
3-Padre per sempre. Il Messia è eternamente un Padre per il suo popolo, occupandosi delle sue necessità. 
4-Principe della pace. Il Messia è colui che porta la pace, la tranquillità e la serenità nel senso assoluto e perfetto. Oggi gli uomini possono conoscere la sua pace. Ciò si vede anche nella Lettera agli Efesini (2, 13-18): 

Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo.
Egli infatti è la nostra pace,
colui che di due ha fatto una cosa sola,
abbattendo il muro di separazione che li divideva,
cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne.
Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti,
per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,
facendo la pace,
e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo,
per mezzo della croce,
eliminando in se stesso l’inimicizia.
Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani,
e pace a coloro che erano vicini.
Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri,
al Padre in un solo Spirito.

Il regno eterno del Messia sul trono di Davide inizierà con il secondo avvento di Gesù Cristo. 

Yuri Leveratto

Tratto da commenti alla Sacra Bibbia, versione Reina Valera, di Charles Ryrie. 

venerdì 10 novembre 2017

Gesù Cristo è sacerdote perfetto: analisi dell’ottavo capitolo della Lettera agli Ebrei


L’ottavo capitolo della Lettera agli Ebrei è incentrato sui concetti del tabernacolo e della Nuova Alleanza. 
Vediamone i seguenti versi (1-7): 

Il punto capitale delle cose che stiamo dicendo è questo: noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della Maestà nei cieli, ministro del santuario e della vera tenda, che il Signore, e non un uomo, ha costruito.
Ogni sommo sacerdote, infatti, viene costituito per offrire doni e sacrifici: di qui la necessità che anche Gesù abbia qualcosa da offrire. Se egli fosse sulla terra, non sarebbe neppure sacerdote, poichè vi sono quelli che offrono i doni secondo la Legge. Questi offrono un culto che è immagine e ombra delle realtà celesti, secondo quanto fu dichiarato da Dio a Mosè, quando stava per costruire la tenda: «Guarda – disse – di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte.
Ora invece egli ha avuto un ministero tanto più eccellente quanto migliore è l’alleanza di cui è mediatore, perchè è fondata su migliori promesse. Se la prima alleanza infatti fosse stata perfetta, non sarebbe stato il caso di stabilirne un’altra. 

Gesù Cristo viene descritto come ministro del vero tabernacolo, ossia quello celeste. Infatti egli non poteva essere un sacerdote del santuario terrestre, proprio perchè non discendeva dalla tribù di Levi, ma da quella di Giuda. 
Proprio per questo è stato necessario che sorgesse un sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek, e non secondo l’ordine di Aronne. Quel sacerdote era Gesù Cristo, che ha offerto se stesso, in espiazione dei peccati. 
Il patto del quale Cristo è mediatore è migliore dell’antico, la legge mosaica (Esodo 19, 5), in quanto si basa su migliori promesse. Il sangue di Cristo sta alla base del Nuovo Patto ed espia i peccati di tutti. Vediamo infatti questi due versi corrispondenti: 

Vangelo di Matteo (26, 27-28): 

Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perchè questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati.

Sappiamo anche che i cristiani sono i ministri di questo patto, come si evince da questa citazione di Paolo di Tarso: Seconda Lettera ai Corinzi (3, 5-6): 

Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, il quale anche ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perchè la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita.

Vediamo ora i versi sucessivi (7-13): 

Dio infatti, biasimando il suo popolo, dice:
Ecco: vengono giorni, dice il Signore,
quando io concluderò un’alleanza nuova
con la casa d’Israele e con la casa di Giuda.
Non sarà come l’alleanza che feci con i loro padri,
nel giorno in cui li presi per mano
per farli uscire dalla terra d’Egitto;
poichè essi non rimasero fedeli alla mia alleanza,
anch’io non ebbi più cura di loro, dice il Signore.
E questa è l’alleanza che io stipulerò con la casa d’Israele
dopo quei giorni, dice il Signore:
porrò le mie leggi nella loro mente
e le imprimerò nei loro cuori;
sarò il loro Dio
ed essi saranno il mio popolo.
Nè alcuno avrà più da istruire il suo concittadino,
nè alcuno il proprio fratello, dicendo:
«Conosci il Signore!».
Tutti infatti mi conosceranno,
dal più piccolo al più grande di loro.
Perchè io perdonerò le loro iniquità
e non mi ricorderò più dei loro peccati.
Dicendo alleanza nuova, Dio ha dichiarato antica la prima: 
ma, ciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a scomparire.

In questi versi l’autore della Lettera agli Ebrei riporta i versi di Geremia, il profeta che ha annunciato il Nuovo Patto. 
Innanzitutto il Nuovo Patto è senza condizioni. La sua base è il sangue di Cristo. I comandamenti del Signore saranno scritti sui cuori. Israele troverà la sua condizione di popolo eterno (decimo verso, ciò  si compirà nel regno millenario vedere Zaccaria 8, 8). La conoscenza del Signore sarà comune a tutti (undicesimo verso, vedere Isaia 54, 13). Dio non si ricorderà più dei loro peccati ne delle loro iniquità (dodicesimo verso). 

Yuri Leveratto

domenica 15 ottobre 2017

Melchisedek, archetipo di Gesù Cristo. Analisi del settimo capitolo della Lettera agli Ebrei


Secondo la visione esoterico-gnostica Melchisedek, il personaggio descritto in Genesi (cap.14), nel Salmo 110 e nella Lettera agli Ebrei, sarebbe “Figlio di Dio”, esattamente come lo è Gesù Cristo. 
In questo articolo si dimostrerà invece che gli autori biblici consideravano Melchisedek come un archetipo sacerdotale dell’Unigenito Figlio di Dio, Gesù Cristo. 
Innanzitutto vediamo il passaggio della Genesi dove si menziona Melchisedek: Genesi (14, 17-20):

Quando Abram fu di ritorno, dopo la sconfitta di Chedorlaomer e dei re che erano con lui, il re di Sòdoma gli uscì incontro nella Valle di Save, cioè la Valle del re. Intanto Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici. Abram gli diede la decima di tutto. 

Dal passaggio della Genesi si evince che: 

Melchisedek significa: “re di giustizia”. 
Melchisedek è il re di Salem, quindi è il re di Gerusalemme. 
Salem significa “pace”, quindi Melchisedek è “re di pace”. 
È sacerdote del Dio Altissimo. 
Al Dio Altissimo offre pane e vino. 
Melchisedek è insieme sacerdote e re. 
Melchisedek benedice Abramo. 
Abramo gli consegna la “decima”, quindi riconosce la superiorità di Melchisedek. 

Ora vediamo il Salmo 110: 

Di Davide. Salmo. Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finchè io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi. Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: Domina in mezzo ai tuoi nemici. A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell'aurora, come rugiada, io ti ho generato. 
Il Signore ha giurato e non si pente: Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek. Il Signore è alla tua destra, annienterà i re nel giorno della sua ira. Giudicherà i popoli: in mezzo a cadaveri ne stritolerà la testa su vasta terra. Lungo il cammino si disseta al torrente e solleva alta la testa. 

Analizziamo il Salmo 110: 

Davide ascolta una conversazione tra YHWH e il Signore (il Messia), nella quale si dice che Cristo siederà alla destra del Padre, nel posto d’onore, fino alla sua seconda venuta, e in quel momento i suoi nemici saranno collocati sotto i suoi piedi. Durante il secondo avvento (il millennio), il Messia regnerà sulla terra da Sion (Gerusalemme), nel trono di David. Quindi Dio giura che il Messia, suo Figlio, sarà sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchisedek. 

Ora analizziamo il settimo capitolo della Lettera agli Ebrei. Vediamone i primi tre versi, dove si descrive la persona di Melchisedek: 

1 Questo Melchìsedek infatti, re di Salem, sacerdote del Dio altissimo, andò incontro ad Abramo mentre ritornava dall’avere sconfitto i re e lo benedisse; 2 a lui Abramo diede la decima di ogni cosa. Anzitutto il suo nome significa «re di giustizia»; poi è anche re di Salem, cioè «re di pace». 3 Egli, senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni nè fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre.

Qui l’autore della Lettera agli Ebrei amplia la descrizione di Melchisedek rispetto alle informazioni che si possono trarre dalla Genesi. Infatti aggiunge che Melchisedek è “senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni nè fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre”.

Analizzeremo presto il perchè Melchisedek viene presentato senza genealogia. Ma prima soffermiamoci sulle similitudini tra Melchisedek e Cristo. 
Innanzitutto Melchisedek è come Cristo “re di giustizia” e “re di pace”. Cristo è “re”, sia per discendenza regale, sia perchè regnerà durante il secondo avvento, (durante il millennio) e poi nell’eternità. Farà giustizia quando sconfiggerà per sempre Satana e quando giudicherà coloro che non hanno creduto nel suo nome e coloro che hanno fatto opere malvagie. Inoltre Cristo ha portato la pace a chiunque lo abbia accolto nel suo cuore, liberandolo dal giogo del peccato, e porterà la pace dopo la sua seconda venuta quando regnerà prima sulla terra e poi nell’eternità. 
Melchisedek offre pane e vino al Dio altissimo come archetipi del sacrificio finale e perfetto di Cristo che offrirà il suo corpo e il suo sangue (dei quali il pane e il vino sono gli archetipi), per espiare i peccati del mondo. Cristo è pertanto sacerdote finale e perfetto.

Facciamo un passo indietro e analizziamo il passaggio 5, 10 della Lettera agli Ebrei: 

essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek.

In questo passaggio l’autore della Lettera agli Ebrei si riferisce a Cristo, che è stato proclamato sommo sacerdote da Dio, ma non secondo l’ordine levitico, ma secondo l’ordine di Melchisedek. 
Gesù Cristo non poteva essere un sacerdote secondo l’ordine levitico, in quanto nacque dalla tribù di Giuda, e non dalla tribù di Levi. Sia Melchisedek che Cristo erano re e sacerdoti, ed entrambi erano “re di giustizia” e “re di pace”. 
Ora soffermiamoci sul terzo verso: 

3 Egli, senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni nè fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre.

Melchisedek è presentato senza genealogia, e sacerdote in eterno, ma simile al Figlio di Dio e quindi non “esattamente uguale al Figlio di Dio”. Se l’autore della Lettera agli Ebrei ci avesse voluto comunicare che Melchisedek era “Figlio di Dio”, esattamente come Gesù Cristo, non avrebbe scritto: “fatto simile al Figlio di Dio”.

Secondo alcuni teologi, come il dispensazionalista Charles Ryrie, Melchisedek era un uomo, esattamente come Cristo è anche uomo, ed è sacerdote per sempre in un modo a noi ignoto. Di lui non è descritta la madre, ne il padre, ed è presentato senza genealogia, e senza principio di giorni nè fine di vita, allo scopo di renderlo ancora più adatto ad essere un archetipo di Gesù Cristo.
Infatti Gesù Cristo come vero Dio non ebbe madre e come vero uomo non ebbe padre. Inoltre Gesù Cristo non ebbe principio e non avrà mai fine (Vangelo di Giovanni 1, 1; Apocalisse 1, 17).

Quindi Melchisedek non era “il Figlio di Dio”, ma un suo archetipo. Ciò è provato innanzitutto dalla frase: “fatto simile al Figlio di Dio”, del terzo verso, ma anche dall’oggetto del sacrificio offerto al Dio altissimo: pane e vino da parte di Melchisedek, mentre Gesù Cristo offrì se stesso, la propria carne e il proprio sangue, come sacrificio finale e perfetto. Mentre l’offerta di Melchisedek al Dio altissimo aveva pertanto un valore archetipico e simbolico, l’offerta che Gesù Cristo fece a Dio, ossia il suo corpo e il suo sangue, ha un valore infinito, in quanto il Figlio stesso è Dio, ed è stata quindi sufficente ad espiare tutti i peccati. 
Il sacerdozio di Gesù Cristo è pertanto infinitamente superiore al sacerdozio di Melchisedek. 

Proseguiamo nell’analisi del settimo capitolo della Lettera agli Ebrei. 

4 Considerate dunque quanto sia grande costui, al quale Abramo, il patriarca, diede la decima del suo bottino. 5 In verità anche quelli tra i figli di Levi che assumono il sacerdozio hanno il mandato di riscuotere, secondo la Legge, la decima dal popolo, cioè dai loro fratelli, essi pure discendenti da Abramo. 6 Egli invece, che non era della loro stirpe, prese la decima da Abramo e benedisse colui che era depositario delle promesse. 7 Ora, senza alcun dubbio, è l’inferiore che è benedetto dal superiore. 8 Inoltre, qui riscuotono le decime uomini mortali; là invece, uno di cui si attesta che vive. 9 Anzi, si può dire che lo stesso Levi, il quale riceve le decime, in Abramo abbia versato la sua decima: 10 egli infatti, quando gli venne incontro Melchìsedek, si trovava ancora nei lombi del suo antenato.

Dal quarto verso si evince che Abramo diede la decima a Melchisedek e quindi riconobbe la superiorità del Re di Salem. Nel quinto verso l’autore descrive che la decima era donata dai discendenti di Abramo ai loro fratelli sacerdoti. I sacerdoti tuttavia non erano i destinatari della decima ma i beneficiari. Destinatario finale è Dio, e il pagamento della decima era vero atto di adorazione per il Signore. 
Dal sesto all’ottavo verso l’autore torna a delineare la figura di Melchisedek. Nel sesto verso si specifica che Melchisedek, pur non essendo della stirpe di Abramo, prese da lui la decima e lo benedisse. Nel settimo verso si afferma che Melchisedek è quindi superiore ad Abramo. Nell’ottavo verso si specifica che, mentre il sacerdozio levitico o di Aronne era espletato da uomini mortali, e che quindi non era eterno, ma terminava con la morte del sacerdote che doveva essere rimpiazzato, il sacerdozio di Melchisedek è eterno, in quanto egli vive per sempre. Nei versi nono e decimo si ribadisce che in Abramo tutto il popolo di Dio è benedetto e paga la decima a Melchisedek. 

Continuiamo con l’analisi dei versi sucessivi (7, 11-17): 

11 Ora, se si fosse realizzata la perfezione per mezzo del sacerdozio levitico – sotto di esso il popolo ha ricevuto la Legge –, che bisogno c’era che sorgesse un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek, e non invece secondo l’ordine di Aronne? 12 Infatti, mutato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un mutamento della Legge. 13 Colui del quale si dice questo, appartiene a un’altra tribù, della quale nessuno mai fu addetto all’altare. 14 È noto infatti che il Signore nostro è germogliato dalla tribù di Giuda, e di essa Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio.
15 Ciò risulta ancora più evidente dal momento che sorge, a somiglianza di Melchìsedek, un sacerdote differente, 16 il quale non è diventato tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile. 17 Gli è resa infatti questa testimonianza: 
Tu sei sacerdote per sempre
secondo l’ordine di Melchìsedek.

A partire dall’undicesimo verso si descrive che il sacerdozio levitico, durante il quale il popolo di Dio ricevette la Legge, non ha portato alla perfezione. Proprio per questo è stato necessario che sorgesse un sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek e non secondo l’ordine di Aronne. Quel sacerdote era Cristo. 
La Nuova Alleanza, il Nuovo Patto annunciato da Dio al profeta Geremia (cap. 31 dell’omonimo libro), sarà espletato da un nuovo sacerdozio, basato sull’ordine archetipico di Melchisedek e sarà fondato sul sacrificio finale e perfetto del nuovo e definitivo sacerdote, il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che offrirà se stesso per il perdono dei peccati. 
Dal dodicesimo al diciassettesimo verso, l’autore sviluppa il suo ragionamento, dimostrando che, un cambio nel sacerdozio, ossia dai sacerdoti levitici a Cristo, sacerdote eterno dell’ordine di Melchisedek, comporta necessariamente il mutamento della legge mosaica, sostituita dalla Grazia. Il Messia è il vero e definitivo sacerdote. Gesù Cristo è Messia proprio perchè è vero e definitivo sacerdote. 
In particolare nel quindicesimo e sedicesimo verso si attesta che il Messia è sacerdote a somiglianza di Melchisedek (il suo sacerdozio quindi non è uguale a quello di Melchisedek, ma vi somiglia, in quanto eterno), e che non è diventato sacerdote in seguito ad una legge prescritta dagli uomini o secondo discendenza carnale (come lo erano i discendenti di Aronne), ma l’origine del suo sacerdozio eterno è divina, viene direttamente da Dio che lo ha scelto sacerdote dall’eternità del passato quindi da sempre. La frase “per la potenza di una vita indistruttibile”, si riferisce a Dio in quanto la vita di Dio è indistruttibile. Questo verso si può anche leggere nel senso che il Messia, il cui sacerdozio eterno è sorto grazie alla potenza di una vita indistruttibile, ha dato se stesso per noi in modo che anche noi potessimo avere una vita indistruttibile, cioè eterna. 
Nel diciassettesimo verso si evince che Cristo non si è autoproclamato sacerdote, ma bensi è stato chiamato dal Padre al sacerdozio eterno, secondo l’ordine di Melchisedek. 

Vediamo i restanti versi del settimo capitolo (7, 18-28):

18 Si ha così l’abrogazione di un ordinamento precedente a causa della sua debolezza e inutilità – 19 la Legge infatti non ha portato nulla alla perfezione – e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alla quale noi ci avviciniamo a Dio. 20 Inoltre ciò non avvenne senza giuramento. Quelli infatti diventavano sacerdoti senza giuramento; 21 costui al contrario con il giuramento di colui che gli dice:
Il Signore ha giurato e non si pentirà:
tu sei sacerdote per sempre.
22 Per questo Gesù è diventato garante di un’alleanza migliore.
23 Inoltre, quelli sono diventati sacerdoti in gran numero, perchè la morte impediva loro di durare a lungo. 24 Egli invece, poichè resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. 25 Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore.
26 Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. 27 Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso. 28 La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre.

Nei versi diciottesimo e diciannovesimo si afferma che il sacerdozio levitico è stato abrogato. Il sacerdozio levitico era basato sulla Legge e sui sacrifici animali. Ciò non portava alla perfezione, perchè non trasformava la natura stessa dell’uomo. Con la Grazia però l’uomo ha una speranza migliore, perchè con la fede può ottenere la giustificazione (Lettera agli Efesini 2, 8). 
Nei versi venti e ventuno si specifica che i discendenti di Aronne assumevano il sacerdozio levitico senza giuramento, mentre il Messia è stato costituito sacerdote in seguito al giuramento del Signore (ci si riferisce al Salmo 110, 4). 
Nel ventiduesimo verso si afferma pertanto che Gesù è divenuto il garante di un’alleanza migliore. L’alleanza è migliore in quanto è perfetta, basata sul sacrificio finale e perfetto dell’Unigenito Figlio di Dio, con lo scopo di espiare tutti i peccati. 
Dal ventitreesimo al venticinquesimo verso si ribadisce un’altra diversità tra il sacerdozio levitico e il sacerdozio di Cristo. Mentre i sacerdoti levitici sono stati molti, in quanto essi, essendo mortali, morivano e venivano pertanto rimpiazzati da altri sacerdoti, Gesù Cristo, invece, è eterno, e il suo sacerdozio è pertanto eterno, senza sucessori. Proprio per questo Egli, può salvare coloro i quali si avvicinano a Dio attraverso di Lui. 
A partire dal ventiseiesimo verso, l’autore ci presenta la persona del sacerdote finale e perfetto, Gesù Cristo. L’autore afferma che vi era bisogno di un sommo sacerdote “santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli.” 
Santo in quanto Gesù Cristo è senza peccato, mentre i sacerdote levitici sono dei peccatori. Proprio perchè è santo Cristo è separato dai peccatori. Non che Gesù non volesse accostarsi ai peccatori; anzi lo fa per redimerli e portarli a Lui, ma è separato dalla loro condizione peccaminosa. 
Nel ventisettesimo verso si afferma che Cristo non ha avuto bisogno di offrire sacrifici per i propri peccati, in quanto Egli era esente dal peccato. E non ha avuto neppure bisogno di offrire ogni giorno sacrifici per i peccati del popolo, in quanto lo ha fatto una volta sola, offrendo se stesso, essendo Egli l’Agnello di Dio (Vangelo di Giovanni, 1, 29). Una sola morte, un solo sacrificio, una sola espiazione, una sola redenzione. Anche in seguito a questo fatto si evince che l’uomo muore una volta sola, e il sacrificio di Cristo è sufficiente per espiare i suoi peccati e quindi per ottenere la redenzione, la liberazione dei peccati e quindi, una futura Risurrezione di vita. 
Nel ventottesimo verso si ribadisce ancora una volta la differenza tra il sacerdozio levitico e il sacerdozio di Cristo. Con Aronne i sacerdoti erano uomini soggetti all’umana debolezza, ma in seguito al giuramento (Salmo 110, 4), il Figlio di Dio è costituito sacerdote perfetto ed eterno. 
Si può pertanto riassumere che gli autori biblici hanno presentato Melchisedek come archetipo sacerdotale di Gesù Cristo. In particolare l’autore della Lettera agli Ebrei ha voluto esprimere che il sacerdozio di Cristo, è superiore al sacerdozio levitico. Sia per il fatto che il sacerdote è eterno, al modo di Melchisedek, ma soprattutto perchè il sacerdote è Dio stesso (Vangelo di Giovanni 1, 1), che, nella persona del Figlio, ha offerto se stesso per la remissione dei peccati. Il valore salvifico del suo sacrificio è pertanto infinito ed è sufficente per espiare tutti i peccati. 

Yuri Leveratto

Illustrazione: Melkisedek offre pane e vino al Dio Altissimo. (Santa Maria Maggiore, Roma).

martedì 10 ottobre 2017

Le due interpretazioni della parabola del buon samaritano



Lo studio biblico è importante, ma se poi non si fa il primo passo nei confronti dell’altro, se non ci si fa “altro”, se non si tende la mano a nessuno e ci si chiude in se stessi, allora non ci si può  dire cristiani. 
Vediamo ora cosa ci dice Gesù del farsi “altro”, del farsi “prossimo”. Vediamo la parabola del buon samaritano e analizziamo anche un’interpretazione alternativa del racconto. 
Vediamo la parabola, dal Vangelo di Luca (10, 25-37):

Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Innanzitutto vediamo che il dottore della Legge risponde a Gesù unendo i passaggi di Deuteronomio 6, 5 e Levitico 19, 18.
Gesù gli dice che ha risposto bene, infatti Gesù non insegna niente di diverso dalla Torah. 
A questo punto però  il dottore della Legge chiede a Gesù chi è il prossimo. Normalmente il prossimo era il connazionale, però nel Levitico vi sono dei passaggi che incitano ad amare anche gli stranieri, in quanto per primo il popolo ebraico era stato straniero in terra d’Egitto. La linea di demarcazione su chi sia il nostro prossimo era comunque confusa. 
A tutto ciò  Gesù risponde con la nota parabola, dove il samaritano, certo non considerato “prossimo” dai giudei, ebbe compassione di un uomo che era stato derubato e picchiato da briganti. E’ il samaritano quindi che si fa “prossimo” nei confronti dell’uomo derubato e picchiato. 
In questo caso il samaritano esce dagli schemi convenzionali e si fa “prossimo”. Mentre il sacerdote e il levita non fecero nulla, e passarono oltre, il samaritano si fa guidare dalla compassione e, senza porsi domande, aiuta il bisognoso, senza chiedere nulla in cambio. 

Vi è anche un’interpretazione cristologica della parabola. L’uomo che è caduto vittima dei briganti è Adamo, che è caduto vittima del peccato. Si è fatto alienare, imbrigliare da una società che si basa sul profitto e non sull’amore. In pratica l’uomo spogliato, percosso e alienato che giace nella strada tra Gerusalemme e Gerico è l’immagine dell’umanità. 
Il sacerdote e il levita che passano oltre rappresentano le religioni, le culture, dalle quali non viene nulla di buono, se non rituali e liturgie. 
Il samaritano è invece Gesù Cristo, che era lontano prima dell’incarnazione, ma ora si è fatto carne per venire a prendersi cura della sua creatura ferita, l’uomo. 
Egli versa olio e vino sulle ferite del bisognoso, che rappresentano a loro volta l’unzione e il sacrificio di Cristo (con il suo sangue versato). 
Gesù poi conduce l’uomo nella locanda, che rappresenta la Chiesa. 
Il lettore della parabola, quindi, può vedere Cristo nel samaritano, e può vedere egli stesso nell’uomo moribondo, ma può anche volere di essere “samaritano” e quindi farsi altro nei confronti dei deboli, e quindi, così facendo, assomigliare a Cristo. 

Yuri Leveratto

Bibliografia: Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret

Immagine: Jan Wijnants, il buon samaritano (1670)

sabato 2 settembre 2017

L’effusione dello Spirito Santo


Uno degli eventi fondamentali del Cristianesimo è stata l’effusione dello Spirito Santo avvenuta nel giorno di Pentecoste, quindi sette settimane dopo la Pasqua ebraica. Innanzitutto l’invio dello Spirito Santo fu profetizzato da Gioele, nel V secolo a.C., vediamo il passaggio corrispondente del Libro di Gioele (2, 28-29): 

Dopo questo avverrà che io spanderò il mio Spirito sopra ogni carne; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri vecchi faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. In quei giorni spanderò il mio Spirito anche sui servi e sulle serve. (1)

Inoltre Gesù Cristo aveva annunciato ai suoi seguaci questo evento prima del suo arresto. Vediamo alcuni passaggi corrispondenti. 

Vangelo di Luca (24, 49):

Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finchè non siate rivestiti di potenza dall’alto».

Vangelo di Giovanni (14, 16-17):

e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perchè rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perchè non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perchè egli rimane presso di voi e sarà in voi. 

Vangelo di Giovanni (15,26):

Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perchè siete con me fin dal principio.

Vangelo di Giovanni (16, 7-8):

Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perchè, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio.

Finalmente, cinquanta giorni dopo la Pasqua ebraica, lo Spirito Santo giunse sugli Apostoli. Vediamo il passaggio corrispondente, negli Atti degli Apostoli (2, 1-4): 

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

Questo fatto che gli Apostoli cominciarono a parlare in lingue era stato profetizzato da Isaia in questo passaggio del suo libro (28, 11): 

Con labbra balbettanti e in lingua straniera parlerà a questo popolo

Dopo l’effusione dello Spirito Santo gli Apostoli furono investiti di potenza. In loro vi fu un cambiamento poderoso. Da dubbiosi e timidi, incapaci di sanare gli infermi e deboli nel diffondere la Parola di Dio, divennero sicuri, decisi, capaci di diffondere il Vangelo con fermezza. Vediamo il primo discorso di Pietro: Atti degli Apostoli (2, 22-36): 

Allora Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò a loro così: «Uomini di Giudea, e voi tutti abitanti di Gerusalemme, vi sia noto questo e fate attenzione alle mie parole. Questi uomini non sono ubriachi, come voi supponete: sono infatti le nove del mattino; accade invece quello che fu detto per mezzo del profeta Gioele:

Avverrà: negli ultimi giorni – dice Dio –
su tutti effonderò il mio Spirito;
i vostri figli e le vostre figlie profeteranno,
i vostri giovani avranno visioni
e i vostri anziani faranno sogni.
E anche sui miei servi e sulle mie serve
in quei giorni effonderò il mio Spirito
ed essi profeteranno.
Farò prodigi lassù nel cielo
e segni quaggiù sulla terra,
sangue, fuoco e nuvole di fumo.
Il sole si muterà in tenebra
e la luna in sangue,
prima che giunga il giorno del Signore,
giorno grande e glorioso.
E avverrà:
chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.

Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perchè non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: 

Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perchè io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perchè tu non abbandonerai la mia vita negli inferì nè permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza.

Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poichè era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, nè la sua carne subì la corruzione.
Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire. Davide infatti non salì al cielo; tuttavia egli dice:

Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, finchè io ponga i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi.

Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

Che trasformazione! Dal timido Pietro che aveva rinnegato per tre volte il Signore al valoroso Pietro che diffonde il Vangelo senza timore, rischiando persino la vita. 
Ma quando qualcuno chiede a Pietro quale sia la strada da percorrere, Pietro risponde con autorità (2, 38-39): 

E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».

In seguito vi è la prima guarigione nel nome di Gesù. Vediamo i passaggi corrispondenti (3, 1-16):

Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio. Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita; lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta Bella, per chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio. Costui, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, li pregava per avere un’elemosina. Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: «Guarda verso di noi». Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa. Pietro gli disse: «Non possiedo nè argento nè oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!». Lo prese per la mano destra e lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e, balzato in piedi, si mise a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. Tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio e riconoscevano che era colui che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta Bella del tempio, e furono ricolmi di meraviglia e stupore per quello che gli era accaduto.
Mentre egli tratteneva Pietro e Giovanni, tutto il popolo, fuori di sè per lo stupore, accorse verso di loro al portico detto di Salomone. Vedendo ciò, Pietro disse al popolo: «Uomini d’Israele, perchè vi meravigliate di questo e perchè continuate a fissarci come se per nostro potere o per la nostra religiosità avessimo fatto camminare quest’uomo? Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni. E per la fede riposta in lui, il nome di Gesù ha dato vigore a quest’uomo che voi vedete e conoscete; la fede che viene da lui ha dato a quest’uomo la perfetta guarigione alla presenza di tutti voi.

Gli Apostoli erano pieni di Spirito Santo. A tale proposito vediamo come parlò Pietro davanti agli anziani quando gli fu domandato con quale autorità aveva sanato il paralitico. Vediamo questi versi corrispondenti, in Atti degli Apostoli (4, 7-10):

Li fecero comparire davanti a loro e si misero a interrogarli: «Con quale potere o in quale nome voi avete fatto questo?». Allora Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato.

In seguito all’effusione dello Spirito Santo gli Apostoli predicarono il Vangelo con decisione e continuarono a sanare le persone malate. Il risultato fu che molti si convertirono al Signore e si fecero battezzare. A tale proposito vediamo questi versi, in Atti degli Apostoli (5, 12-16):

Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perchè, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti.

Da quel momento i credenti stabilirono una relazione con lo Spirito Santo, il Paraclito, come era stato annunziato da Gesù Cristo.
Gli Apostoli pertanto ricevettero lo Spirito Santo e annunziarono il Vangelo per tutta la loro vita, fino alle estreme conseguenze del martirio (eccetto l’Apostolo Giovanni che morì di vecchiaia). La loro vita era cambiata radicalmente in quanto erano stati investiti di autorità, dall’alto.

Yuri Leveratto

Nota: 1-Commento di Charles Ryrie alla profezia di Gioele: "Il compimento di questa profezia avverrà negli ultimi giorni, immediatamente prima del ritorno di Cristo. in Atti degli Apostoli 2, 17-18 Pietro ricordò ai suoi ascoltatori che, conoscendo la profezia di Gioele, dovrebbero aver riconosciuto che quello che stavano vedendo era opera dello Spirito". 

venerdì 1 settembre 2017

Il significato della lotta di Giacobbe con l’Angelo del Signore


L’episodio descritto nel trentaduesimo capitolo della Genesi nel quale Giacobbe lotta con un Angelo del Signore ha dato adito a differenti interpretazioni e controversie. In quest’articolo analizzerò il significato di questa narrazione. Vediamo i versi corrispondenti: 

Genesi (32, 23-30):

Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici bambini e passò il guado dello Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente e portò di là anche tutti i suoi averi. Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quello disse: «Lasciami andare, perchè è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perchè hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». Giacobbe allora gli chiese: «Svelami il tuo nome». Gli rispose: «Perchè mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse. 

Innanzitutto sappiamo che il significato del nome “Giacobbe” è “soppiantatore”, infatti «al momento del parto, teneva con la mano il calcagno del fratello gemello (Genesi 25, 26). Giacobbe era poi riuscito ad acquistare la primogenitura con l’inganno da suo fratello Esau, e, sempre con l’inganno, era riuscito a carpire la benedizione che era destinata a Esau da parte di suo padre Isacco. Giacobbe era quindi un peccatore. 
Però nel capitolo trentaduesimo si mostra che Giacobbe aveva avuto un cambio interiore, vediamo (32, 9-12): 

Pensava infatti: «Se Esaù raggiunge un accampamento e lo sconfigge, l’altro si salverà». Giacobbe disse: «Dio del mio padre Abramo e Dio del mio padre Isacco, Signore, che mi hai detto: “Ritorna nella tua terra e tra la tua parentela, e io ti farò del bene”, io sono indegno di tutta la bontà e di tutta la fedeltà che hai usato verso il tuo servo. Con il mio solo bastone avevo passato questo Giordano e ora sono arrivato al punto di formare due accampamenti. Salvami dalla mano di mio fratello, dalla mano di Esaù, perchè io ho paura di lui: che egli non arrivi e colpisca me e, senza riguardi, madri e bambini! 

Pertanto egli si riteneva indegno della bontà e fedeltà che Dio gli aveva mostrato. Ciò fu un primo passo verso l’umiltà che il vero credente deve avere per essere lavato dei propri peccati. 
Ma qual’è il significato della lotta di Giacobbe con l’Angelo di Dio? Questa lotta era un simbolo della vita di Giacobbe, che si era affannato per prevalere su suo fratello in varie circostanze. Lo scopo dell’Angelo non era quello di vincere fisicamente Giacobbe (lo avrebbe potuto fare facilmente), ma era quello di modificare la volontà ribelle di Giacobbe, per renderlo un vero figlio di Dio. L’Angelo lo colpisce all’articolazione del femore (nervo sciatico), con lo scopo di scuoterlo, dimostrargli che vi è un potere maggiore di quello umano. A quel punto Giacobbe si rivolge all’Angelo dicendo che non lo avrebbe lasciato se prima non avesse ricevuto da lui la benedizione. Qui Giacobbe mostra un’attitudine onorevole, tipica dell’uomo che cerca Dio e la sua benedizione. Il cambio di nome che ne deriva è significativo. Da Giacobbe (soppiantatore, usurpatore, ingannatore), a Israele, (colui che lotta con Dio). Da quel momento Giacobbe-Israele avrebbe mostrato un cambio di paradigma spirituale, che lo avrebbe portato ad abbandonarsi a Dio, e non a resistergli. Pertanto Giacobbe ottenne la “vittoria”, non per aver lottato, ne per aver resistito, ma per essersi abbandonato a Dio. 

Yuri Leveratto

Immagine: Giacobbe lottando con l’Angelo (Gustave Dorè).