venerdì 18 dicembre 2015

La doppia natura di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo


In Gesù Cristo, ossia il Verbo che si fece carne (Vangelo di Giovanni 1, 14), coesistono due nature, la divina e la umana, in un’unica persona. Gesù Cristo è pertanto vero Dio e vero uomo.
Molte persone pensano che questo concetto sia un dogma imposto a partire dall’epoca costantiniana. Dallo studio delle profezie presenti nell’Antico Testamento e dei testi del Nuovo Testamento ci si rende conto invece, che la doppia natura di Gesù Cristo è un concetto insito nella Bibbia, che non è altro che la descrizione di colui che doveva venire nel mondo (Antico Testamento), e la storia reale di colui che è venuto nel mondo, Gesù Cristo, con lo scopo di “togliere il peccato del mondo” e salvare pertanto tutti gli esseri umani (Nuovo Testamento).
Alla nascita di Gesù Cristo, il Salvatore non apparve esclusivamente come Dio o come uomo, ma apparve come la unica combinazione di vero Dio e vero uomo. Dio (il Verbo), si manifestò nella carne.
Per comprendere appieno il concetto della doppia natura di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, si deve considerare che Dio avrebbe potuto venire sulla terra in piena potenza, ossia in forma pienamente divina. In questo caso avrebbe dimostrato la sua forza infinita ma, non avendo potuto soffrire in forma umana, ossia esattamente come noi, anzi più di noi, in quanto fu flagellato e crocifisso in modo terribile, non avrebbe potuto pagare per i peccati dell’umanità intera, non avrebbe potuto espiare e quindi togliere, il peccato del mondo. Questa è la vera ragione del fatto che Gesù Cristo venne anche in forma pienamente umana, in quanto solo con un corpo umano, ha potuto soffrire, provare emozioni, piangere, provare compassione, sentire dolore e in definitiva pagare per tutti i nostri peccati.

Vediamo subito un passaggio di Zaccaria (13, 7):

Insorgi, spada, contro il mio pastore,
contro colui che è mio compagno.
Oracolo del Signore degli eserciti.
Percuoti il pastore e sia disperso il gregge,
allora volgerò la mia mano sui piccoli.

Il pastore è il Messia, compagno del Padre. Dopo la crocifissione del pastore, il gregge sarà disperso, (distruzione di Gerusalemme), e allora il Padre si rivolgerà ai piccoli, agli umili di spirito.

Quando il Verbo si fece carne, la seconda persona della Trinità non era più spirito, ma carne. Vediamo un passaggio che si riferisce ai quaranta giorni passati da Gesù sulla terra, dopo la Risurrezione (Vangelo di Luca 24, 39):

Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho. 

Il miracolo dell’incarnazione, pertanto, è stata la trasformazione del Verbo, dalla forma di Dio alla forma di servo (Lettera ai Filippesi 2, 3-11). Dal momento del suo sacro concepimento per opera dello Spirito Santo le sue due nature hanno convissuto in lui. Come uomo ha presenziato gentilmente alle nozze di Cana, ma come Dio ha trasformato l’acqua in vino, come uomo aveva necessità di dormire, ma come Dio ha calmato le acque durante la tempesta, come uomo ha sofferto per la morte del suo amico Lazzaro, ma come Dio lo ha resuscitato.

Analizziamo ora in modo dettagliato alcune profezie bibliche dove si sancisce la doppia natura, divina e umana, di Gesù Cristo:

Salmi (2, 7):

Dichiarerò il decreto dell'Eterno. Egli mi ha detto: Tu sei mio figlio, oggi io ti ho generato

Salmi (2, 12):

Sottomettetevi al Figlio, perché non si adiri e non periate per via, perché la sua ira può accendersi in un momento. Beati tutti coloro che si rifugiano in lui. 

Salmi (45, 11):

e il re desidererà grandemente la tua bellezza; prostrati davanti a lui, perché egli è il tuo Signore.

Salmi (89, 27):

Lo costituirò pure mio primogenito, il più eccelso dei re della terra.

Salmi (110, 1):

L'Eterno dice al mio Signore: «Siedi alla mia destra finchè io faccia dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi

Isaia (9, 6):

Grande sarà il suo potere
e la pace non avrà fine
sul trono di Davide e sul suo regno,
che egli viene a consolidare e rafforzare
con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.
Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Isaia (25, 9):

E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio;
in lui abbiamo sperato perché ci salvasse.
Questi è il Signore in cui abbiamo sperato;
rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza,

Isaia (40, 10):

Ecco, il Signore, l'Eterno viene con potenza, e il suo braccio domina per lui. Ecco il suo premio è con lui e la sua ricompensa lo precede.

Compimento delle profezie:

Vangelo di Matteo (2, 2):

e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo»

Lettera ai Romani (8, 29):

Poichè quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli;

Lettera ai Colossesi (1, 15):

Egli è immagine del Dio invisibile,
primogenito di tutta la creazione,

Vangelo di Giovanni (20, 28):

Rispose Tommaso e gli disse: “Signore mio e Dio mio!”

Vangelo di Matteo (13, 54):

Venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi?

Vangelo di Luca (24, 19):

Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 

Lettera a Tito (2, 10-13):

non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore. È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.

Apocalisse (18, 8):

Per questo, in un solo giorno,
verranno i suoi flagelli:
morte, lutto e fame.
Sarà bruciata dal fuoco,
perché potente Signore è Dio
che l’ha condannata».

Prima Lettera ai Corinzi (10, 30):

Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione

Vangelo di Giovanni (17, 24):

Padre, voglio che anche quelli che tu mi hai dato siano con me, dove sono io, affinchè contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato, poichè mi hai amato prima della creazione del mondo.

Oltre a questi passaggi del Nuovo Testamento, che chiarificano la Divinità di Cristo, ci sono naturalmente i miracoli, che testimoniano il suo potere assoluto  sulle forze della natura, sui demoni, sulle malattie e sulla morte.

Il titolo “Figlio di Dio”, tuttavia, non deriva dalla sua nascita sopranaturale, in quanto non è stato attraverso la nascita che questa relazione tra Padre e Figlio ha avuto inizio. Dio Figlio è stato il Figlio eterno di Dio da sempre, ossia dall’eternità. Quindi era il Figlio di Dio prima della nascita verginale da Maria.
Analizziamo anche un altro passo del Prologo del Vangelo di Giovanni (1, 14):

E il Verbo si fece carne e dimorò fra noi e abbiamo visto la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.

In questo passo si descrive che il Verbo si fece carne, ossia s’incarnò in una persona umana, (Gesù). Inoltre si spiega che il Figlio è Unigenito, cioè “unico e solo” (ossia non ve ne sono stati altri, e non ve ne saranno altri all’infuori di lui).
Ciò si spiega con il fatto che Cristo non è uno dei tanti “figli di Dio”, ma è l’unico e solo “Figlio di Dio”. Vediamo a tale proposito questo passaggio del Vangelo di Giovanni (1, 33-34):

Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Se il titolo “Figlio di Dio” esprime la sua coscienza di Dio, il titolo Figlio dell’uomo esprime la sua coscienza messianica.

Vediamo ora alcune profezie sul Figlio dell’uomo:

Isaia (53, 3-9):

Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua posterità?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
nè vi fosse inganno nella sua bocca.

Numeri (23, 19):

Dio non è un uomo da potersi smentire,
non è un figlio dell'uomo da potersi pentire.
Forse Egli dice e poi non fa?
Promette una cosa che poi non adempie?

Ezechiele (2, 1):

Mi disse: «Figlio dell’uomo, alzati, ti voglio parlare».

Daniele (8, 15-17):

Mentre io, Daniele, consideravo la visione e cercavo di comprenderla, ecco davanti a me uno in piedi, dall’aspetto d’uomo; intesi la voce di un uomo, in mezzo all’Ulài, che gridava e diceva: «Gabriele, spiega a lui la visione». Egli venne dove io ero e quando giunse io ebbi paura e caddi con la faccia a terra. Egli mi disse: «Figlio dell’uomo, comprendi bene, questa visione riguarda il tempo della fine». Mentre egli parlava con me, caddi svenuto con la faccia a terra; ma egli mi toccò e mi fece alzare.

Daniele (7, 13 14):

Guardando ancora nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

Compimento delle profezie:

Vangelo di Giovanni (8, 44):

Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna.

Vangelo di Matteo (27, 30 31):

Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.

Vangelo di Giovanni (17, 6-8):

Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.

Il titolo “Figlio dell’uomo” è utilizzato da Gesù Cristo per descrivere se stesso, ma non è mai usato da un altra persona per riferirsi a lui. Viene citato 17 volte nel Vangelo di Matteo, 12 in quello di Marco, 21 in Luca e 11 in Giovanni. All’infuori dei Vangeli appare una volta negli Atti, una volta nella Lettera agli Ebrei e due volte nell’Apocalisse. In totale il titolo “Figlio dell’uomo” appare 65 volte nel Nuovo Testamento.
Ricordiamo che il capo dei sacerdoti non incriminò Gesù perche lui stesso si autodefinì Figlio dell’uomo, ma lo incriminò perché lui stesso si autodefinì “Figlio di Dio”. In realtà quando il capo dei sacerdoti gli chiese se lui stesso si considerava Figlio di Dio, Gesù rispose con la visione di Daniele (Matteo 23, 63-64). I giudei intesero, che il Figlio dell’uomo nella visione di Daniele non poteva essere altro che Divino. Per questo lo incriminarono.

Vediamo altre profezie sul concetto di umanità di Gesù: 

Genesi (29, 14):

Allora Làbano gli disse: «Davvero tu sei mio osso e mia carne!». Così restò presso di lui per un mese.

II Samuele (5, 1):

Vennero allora tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne.

Salmi (89, 20):

Un tempo parlasti in visione ai tuoi fedeli, dicendo:
«Ho portato aiuto a un prode,
ho esaltato un eletto tra il mio popolo.

Zaccaria (6, 12-13):

Gli riferirai: Dice il Signore degli eserciti: Ecco un uomo che si chiama Germoglio: fiorirà dove si trova e ricostruirà il tempio del Signore. Sì, egli ricostruirà il tempio del Signore, egli riceverà la gloria, egli siederà da sovrano sul suo trono. Un sacerdote siederà sul suo trono e fra i due regnerà una pace perfetta.

Isaia (4, 2):

In quel giorno, il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria e il frutto della terra sarà a magnificenza e ornamento per i superstiti d’Israele.

Compimento delle profezie:

Luca (24, 39):

Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho»

Lettera agli Ebrei (13, 6):

Così possiamo dire con fiducia:
Il Signore è il mio aiuto, non avrò paura.
Che cosa può farmi l’uomo?

Vangelo di Matteo (23, 37):

Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!

Vangelo di Giovanni (15, 1-5):

«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.

Vangelo di Matteo (11, 19):

È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».

In pratica il piano divino era proprio quello di far si che il Verbo s’incarnasse in una persona umana, pienamente umana, che potesse caricare su di se tutto il dolore, tutta la tristezza propria dell’umanità. Solo un vero uomo poteva sperimentare le tentazioni, provando le limitazioni della carne. In questo modo Dio stesso ha potuto comprovare su di se in forma umana il vero dolore, la vera sofferenza, la vera tristezza, il vero pianto, e la vera umiltà. Inoltre la Divinità di Gesù Cristo in nessun modo ha interferito con la sua piena umanità.
Infatti il Verbo ha deciso di farsi carne, ossia di “vestirsi di umanità”, e allo stesso tempo l’uomo Gesù Cristo si è vestito di Divinità. (Giovanni 1, 1; Giovanni 1, 14; Giovanni 8, 40; I Timoteo 2, 5).
Il fatto che il Verbo (Dio, Vangelo di Giovanni 1, 1) sia sia fatto carne, è stata la prova che ora Dio stesso conosce la sofferenza umana, anzi la conosce più di qualsiasi altro, proprio perché lui ha caricato su di se tutti i peccati e le iniquità del mondo. L’ha provata su se stesso e in un modo terribile, estremo. Nel momento della crocifissione infatti tutto l’odio del mondo si è riversato su di lui, e lui lo ha accettato, senza proferire parola, in modo del tutto pacifico, esattamente come un agnello, in quanto il suo sacrificio è stato l’ultimo, il finale e il perfetto. (Isaia 53, 3-9).

Gesù Cristo aveva un corpo perfettamente umano.
Vediamo a tale proposito un passaggio della Lettera agli Ebrei (10, 5):

Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:
Tu non hai voluto nè sacrificio nè offerta,
un corpo invece mi hai preparato.

Proprio perché il suo corpo doveva provare la sofferenza del mondo su di se. Si è riferito al suo corpo come ad un tempio (Vangelo di Giovanni 2, 19):

Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».

Prima Lettera di Giovanni (1, 1-3):

Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo.

Gesù Cristo aveva un’anima umana.

Vangelo di Matteo (26, 38):

E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me».

Isaia (53, 10-11):

Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità.

Davide sapeva che l’anima di Cristo non sarebbe rimasta all’inferno (Atti degli Apostoli 2, 31).

Vangelo di Matteo (16, 21):

Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.

Analizziamo ora i limiti umani di Gesù Cristo.

Potrebbe sembrare strano considerare che se Gesù Cristo era Dio aveva delle limitazioni umane, ma proprio perché l’infinito non ha limiti il finito ne ha. Pertanto quando il Figlio di Dio divenne Figlio dell’uomo, fu soggetto a dei limiti. Pertanto umiliò se stesso, come si evince dal celebre passo della Lettera ai Filippesi (Cap 2). Era onniscente ed onnipotente, ma scelse di non essere onnipresente.
Approfondiamo nello specifico le sue emozioni ed esperienze umane.

Lettera agli Ebrei (4, 14-15):

Dunque, poichè abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato

Isaia (63, 9):

in tutte le loro tribolazioni.
Non un inviato nè un angelo,
ma egli stesso li ha salvati;
con amore e compassione li ha riscattati,
li ha sollevati e portati su di sè,
tutti i giorni del passato.

Ezechiele (3, 15):

Giunsi dai deportati di Tel-Abìb, che abitano lungo il fiume Chebar, dove hanno preso dimora, e rimasi in mezzo a loro sette giorni come stordito.
Al termine di quei sette giorni mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia.

Compimento delle profezie:

Lettera ai Colossesi (1, 24):

Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.

Vangelo di Matteo (8, 14-17):

Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva.
Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Egli ha preso le nostre infermità
e si è caricato delle malattie.

Vangelo di Luca (10, 33):

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione.

Ecco che Gesù Cristo, proprio come il samaritano, ha soggiornato presso di noi e di noi ebbe compassione. E’ venuto tra di noi (Vangelo di Giovanni 1, 11; 1-14).
Ha provato ed ha sperimentato le nostre stesse emozioni. Solo con un corpo umano il Verbo ha potuto realmente sentire il nostro dolore, la nostra sofferenza e la nostra tristezza. Ha voluto sentirla su di sè, non per un motivo vacuo, ma perché l’atto di caricare su di se tutto il dolore del mondo, tutta la sofferenza del mondo, e tutti i peccati del mondo era la condizione necessaria per salvare l’umanità. Senza l’azione salvifica di Cristo, nessun uomo potrebbe espiare i suoi peccati. Il peccato quando è compiuto, rimane. Certo si può tentare di compensarlo, magari con un gesto di riconciliazione o con un’adeguata punizione seguita da una compensazione, ma il peccato resta. Non si può cancellare e nemmeno espiare realmente. Ogni atto di non-umiltà è un peccato contro Dio. E ogni peccato contro Dio ha una gravità infinita perché Dio stesso è infinito. Ora, come potrebbe l’uomo espiare i propri peccati senza il sacrificio finale e perfetto, senza colui che toglie il peccato del mondo? Solo affidandosi a lui e credendo che il suo sangue è servito per lavare i nostri peccati, saremo salvi, solo però se perseveremo in lui fino alla fine, ovviamente.
Ecco che si spiega il fatto che il Verbo si fece carne. Se ci avesse giudicato dall’alto, come per esempio in altre religioni, chi si sarebbe salvato? Nessuno avrebbe potuto ottenere la vita eterna. Invece è venuto in forma di servo (Filippesi 2, 7):

ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,

Ed è venuto con lo scopo di salvarci, e non di giudicarci. La sua venuta salvifica ha un valore infinito. Senza di lui vero Dio, e senza di lui vero uomo, non ci potrebbe essere salvezza. Lui, il Verbo fatto uomo, ci ha dimostrato che è stato capace di soffrire come noi, sentire il dolore come noi, anzi infinite volte più di noi, in quanto durante il calvario tutto il dolore e tutto l’odio del mondo si è riversato su di lui.

Vediamo il significato delle sue lacrime.

Come avrebbe potuto Gesù Cristo essere pienamente umano se non avesse provato emozioni e non avesse sofferto? Come avrebbe potuto essere pienamente umano se non avesse pianto? Vediamo a tale proposito alcuni passaggi biblici: 

Vangelo di Luca (19, 41):

Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa

Vangelo di Giovanni (11, 33-35):

Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto.

Lettera agli Ebrei (5, 7):

Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito.

Gesù Cristo ha pianto per tutti. Non ha fatto distinzione tra giusti e peccatori, ma ha sentito compassione per tutti e ha pianto per tutti.

Vangelo di Matteo (16, 13-14):

Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».

Perché alcuni pensarono che Gesù fosse Geremia? Perché Geremia era intensamente emozionale. Le lacrime sono abbastanza comuni nelle profezie di Geremia.

Atti degli Apostoli (20, 19):

ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei;

Atti degli Apostoli (20, 31):

Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi.


Uno dei discepoli di Gesù che ha non avuto timore di mostrare le sue lacrime fu Paolo di Tarso, vediamo a tale proposito questo passaggio della Lettera ai Filippesi (3: 18):

Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo.

Seconda Lettera ai Corinzi (2, 4):

Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e col cuore angosciato, tra molte lacrime, non perché vi rattristiate, ma perché conosciate l’amore che nutro particolarmente verso di voi.

Analizziamo adesso i passi biblici dove si approfondisce il concetto di “fame” del Signore.

Gesù si è fatto uomo anche per provare la fame, esattamente come la provano i poveri della terra.

Giobbe (22, 7):

Non hai dato da bere all’assetato
e all’affamato hai rifiutato il pane.

Deuteronomio (8,3):

Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.

Salmi (50, 12):

Se avessi fame, non te lo direi:
mio è il mondo e quanto contiene.

Isaia (58,7):

Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?

Isaia (58, 10):

se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio.

Compimento delle profezie:

Vangelo di Marco (11, 12):

La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame.

Vangelo di Matteo (21, 18):

La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame.

Vangelo di Matteo (25, 42):

Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere,

Vangelo di Matteo (4, 2):

Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.

Malgrado Gesù provò la fame, non fece mai un miracolo per saziarsi, ma pensò sempre prima agli altri.

Approfondiamo ora il concetto di “sete” del Signore.
Gesù provò la sete. Senza un corpo fìsico non avrebbe potuto soffrire la sete. Ma anche qui vediamo che vi sono alcune profezie nell’Antico Testamento dove si descrive tutto ciò.

Neemia (9, 15):

Hai dato loro pane del cielo quando erano affamati e hai fatto scaturire acqua dalla rupe quando erano assetati e hai comandato loro che andassero a prendere in possesso il paese che avevi giurato di dare loro.

Salmi (22 15-16):

Io sono come acqua versata,
sono slogate tutte le mie ossa.
Il mio cuore è come cera,
si scioglie in mezzo alle mie viscere.
Arido come un coccio è il mio vigore,
la mia lingua si è incollata al palato,
mi deponi su polvere di morte.

Salmi (69, 21):

Mi hanno messo veleno nel cibo
e quando avevo sete mi hanno dato aceto.

Giudici (4, 19):

Egli le disse: «Dammi da bere un po’ d’acqua, perché ho sete». Ella aprì l’otre del latte, gli diede da bere e poi lo ricoprì.

Compimento delle profezie:

Vangelo di Giovanni (4, 13):

Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete;

Vangelo di Giovanni (4, 7):

Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere».

Vangelo di Matteo (25, 42):

perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere,

Vangelo di Giovanni (19, 28-30):

Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinchè si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

Vangelo di Marco (15, 22-23):

Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.

Perché non ne bevve? Perché la mirra era un narcotico e lui voleva soffrire fino in fondo. L’aceto invece lo bevve, per dare compimento alla profezia scritta nei Salmi (69, 21).

Analizziamo adesso il concetto di “sonno” del Signore.
Gesù Cristo ha dimostrato la sua umanità anche perché ha avuto bisogno di dormire, ma ha dormito dove ha potuto. Vediamo alcune profezie al riguardo:

Salmi (3, 5, 6):

A gran voce grido al Signore
ed egli mi risponde dalla sua santa montagna.
Io mi corico, mi addormento e mi risveglio:
il Signore mi sostiene.

Salmi (4, 8, 9):

Hai messo più gioia nel mio cuore
di quanta ne diano a loro grano e vino in abbondanza.
In pace mi corico e subito mi addormento,
perché tu solo, Signore, fiducioso mi fai riposare.

Salmi (132, 4, 5)

non concederò sonno ai miei occhi
nè riposo alle mie palpebre,
finchè non avrò trovato un luogo per il Signore,
una dimora per il Potente di Giacobbe».

Proverbi (3, 24):

Quando ti coricherai, non avrai paura;
ti coricherai e il tuo sonno sarà dolce.

Ezechiele (34, 25):

Stringerò con loro un’alleanza di pace e farò sparire dal paese le bestie nocive. Abiteranno tranquilli anche nel deserto e riposeranno nelle selve.

Ed ora vediamo il compimento di queste profezie:

Vangelo di Luca (6, 12):

In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio.

Vangelo di Matteo (8, 24):

Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva.

Vangelo di Luca (9, 58):

E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».

Analizziamo adesso il concetto di “stanchezza” del Signore.
Dio non può stancarsi. Ma il Verbo fatto carne ha provato la stanchezza, varie volte.

Isaia (40, 28):

Non lo sai forse?
Non l’hai udito?
Dio eterno è il Signore,
che ha creato i confini della terra.
Egli non si affatica nè si stanca,
la sua intelligenza è inscrutabile.

Malachia (2, 17):

Voi avete stancato il Signore con le vostre parole; eppure chiedete: «Come lo abbiamo stancato?». Quando affermate: «Chiunque fa il male è come se fosse buono agli occhi del Signore e in lui si compiace», o quando esclamate: «Dov’è il Dio della giustizia?».

Nel Vangelo di Giovanni si afferma che Gesù era affaticato per il viaggio.

Vangelo di Giovanni (4, 6):

qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno.

In effetti prima della incarnazione Dio appariva remoto, lontano, inaccessibile. Ma ora che Gesù soffre come noi, e sente la fame, la sete e la stanchezza come noi, ecco che Dio si avvicina a noi. Però afferma anche di poter dare ristoro agli oppressi, come? Con la sua Divinità. Ecco quindi che mentre dimostra la sua umanità essendo stanco, afferma la sua Divinità potendo dare ristoro agli oppressi.

Vangelo di Matteo (11, 28):

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.

Pertanto anche se stanco, non era debole. Pertanto pur essendo stanco durante la sua missione, non fu mai stanco della sua missione.

Anche Paolo di Tarso dimostrò stanchezza, ma non cedette, vediamo a tale proposito il seguente passaggio della Seconda Lettera ai Corinzi (11, 27):

disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità.

Tornando alla profezia di Isaia vediamo come vi sia un incitazione al fatto che chi confida in Dio possa trovare nuovamente la forza per affrontare la vita.

Isaia (40, 29, 31):

Egli dà forza allo stanco
e moltiplica il vigore allo spossato.
Anche i giovani faticano e si stancano,
gli adulti inciampano e cadono;
ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza,
mettono ali come aquile,
corrono senza affannarsi,
camminano senza stancarsi.

Analizziamo ora  il concetto di “povertà” del Signore.
Quando Gesù iniziò la sua missione sulla terra era povero, ma la sua povertà non gli impedì di portarla a termine. Anzi il suo stato di povertà gli permise di poter avvicinarsi ai poveri con giustizia.
Vediamo a tale proposito alcuni passaggi della Bibbia.

Isaia (11, 4):

ma giudicherà con giustizia i miseri
e prenderà decisioni eque per gli umili della terra.
Percuoterà il violento con la verga della sua bocca,
con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio.

Levitico (21, 22):

Se quel tale è povero e non ha mezzi sufficienti, prenderà un agnello come sacrificio di riparazione da offrire con il rito di elevazione, per compiere l’espiazione per lui, e un decimo di efa di fior di farina impastata con olio, come oblazione, e un log di olio. Prenderà anche due tortore o due colombi, secondo i suoi mezzi; uno sarà per il sacrificio per il peccato e l’altro per l’olocausto.

Salmi (10, 2):

Con arroganza il malvagio perseguita il povero:
cadano nelle insidie che hanno tramato!

Salmi (107, 41):

Ma risollevò il povero dalla miseria
e moltiplicò le sue famiglie come greggi.

Isaia (14, 32):

Che cosa si risponderà ai messaggeri delle nazioni?
«Il Signore ha fondato Sion
e in essa si rifugiano gli umili del suo popolo».

Compimento delle profezie:

Vangelo di Luca (2, 22-24):

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

Lettera ai Filippesi (2, 7-8):

ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
8umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.

Gesù non solo era povero, era anche umile e mite. Però ciò non vuol dire che non fosse in grado di denunciare le iniquità opponendosi al potere. Solo essendo povero poteva denunciare la ricchezza opulenta ed egoista come fece nel discorso della montagna:

Vangelo di Luca (6, 20, 21):

Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.

Evidenza della sua povertà materiale sono ovunque nei Vangeli: nacque in una capanna presa a prestito, mangiò in mense di altri, dormì in letti presi a prestito in Betania, navigò su battelli di altri, ha vissuto di cibo e soldi consegnateli da donne che lo seguivano, fu sepolto in una tomba non sua.
Povero com’era non ebbe nulla di materiale da lasciare, nemmeno la sua tunica che fu giocata a sorte dai soldati che lo crocifissero. Ma anche se non ebbe nulla da lasciare ai suoi cari, lasciò un eredità dal valore inestimabile, lasciò il Nuovo Testamento, che ottenne validità con la sua morte. A tale proposito vediamo un altro passaggio della Lettera agli Ebrei (9, 15-17):
Perciò egli è il mediatore dell’alleanza nuova, affinchè essendo intervenuta una morte in redenzione delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, i chiamati ricevessero la promessa dell’eredità eterna. Ove infatti vi è un testamento, è necessario che venga denunziata la morte del testatore, perché il testamento è valido solo in caso di morte, dal momento che non ha nessuna forza finchè è in vita il testatore.

Analizziamo ora le tentazioni del Signore.
Dio non può essere tentato, ma quando Dio Figlio si fece carne e divenne uomo, divenne immediatamente l’obiettivo delle tentazioni di Satana. Il fatto però che fu tentato, non vuol dire che cadde in tentazione e che poi peccò. Infatti Gesù condusse la sua esistenza senza peccato. Gesù non accettò la via facile verso il potere che gli offrì Satana, ma preferì una via difficile verso il calvario, per espletare la sua missione di togliere il peccato del mondo.

Vediamo le corrispondenti profezie:

Deuteronomio (6, 16):

Non tenterete il Signore, vostro Dio

Esodo (17, 2):

Il popolo protestò contro Mosè: «Dateci acqua da bere!». Mosè disse loro: «Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?».

Salmi (78, 18):

Nel loro cuore tentarono Dio,
chiedendo cibo per la loro gola.

Genesi (3, 1):

Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?»

Compimento delle profezie:

Vangelo di Matteo (4, 7):

Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:
Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».

Vangelo di Matteo (22, 18):

Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?

Vangelo di Luca (22, 28):

Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove

Vangelo di Luca (4, 13):

Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Lettera di Giacomo (1, 12):

Beato l’uomo che resiste alla tentazione perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.

Nella vita siamo tentati, e spesso cadiamo, ma abbiamo la certezza che colui che fu tentato e non cadde, è colui sul quale dobbiamo confidare per la cancellazione dei nostri peccati.

Infatti nel Vangelo di Giovanni (8, 46), Gesù disse:

Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete?

Lettera agli Ebrei (4, 15):

Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato

Analizziamo ora la gioia del Signore.
Gesù essendo vero uomo, non fu solo soggetto delle nostre debolezze, ma fu soggetto anche delle emozioni umane come gioia, amore, tristezza, rabbia e compassione.
Incredibilmente Gesù fu l’uomo più lieto ma anche l’uomo piu triste dei suoi tempi. Ma per ora concentriamoci sulla gioia. La parola gioia appare varie volte nei Vangeli:

Vangelo di Marco (4, 16):

Quelli seminati sul terreno sassoso sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia,

Lettera ai Romani (12, 12):

Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera

La gioia è qualcosa di diverso dalla felicità. La felicità si prova quando le cose vanno bene, e non può mai convivere con l’infelicità. Mentre la gioia è qualcosa di più profondo, e può coesistere con la tristezza. Vediamo alcune profezie in riferimento alla gioia:

Salmi (4, 8):

Hai messo più gioia nel mio cuore
di quanta ne diano a loro grano e vino in abbondanza.

Salmi (30, 12):

Hai mutato il mio lamento in danza,
mi hai tolto l’abito di sacco,
mi hai rivestito di gioia,

Salmi (100, 2):

Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.

Salmi (45, 8):

Ami la giustizia e la malvagità detesti:
Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato
con olio di letizia, a preferenza dei tuoi compagni.

Ecclesiaste (2, 10):

Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, nè ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore, che godeva d'ogni mia fatica; questa è stata la ricompensa di tutte le mie fatiche.

Isaia (62, 5):

Sì, come un giovane sposa una vergine,
così ti sposeranno i tuoi figli;
come gioisce lo sposo per la sposa,
così il tuo Dio gioirà per te.

Isaia (61, 3):

per dare agli afflitti di Sion
una corona invece della cenere,
olio di letizia invece dell’abito da lutto,
veste di lode invece di uno spirito mesto.
Essi si chiameranno querce di giustizia,
piantagione del Signore, per manifestare la sua gloria.

Compimento delle profezie:

Vangelo di Luca (1, 19):

L’angelo gli rispose: “Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio”

Vangelo di Luca (10, 21):

In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.

Vangelo di Giovanni (3, 29):

Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena.

Apocalisse (19, 7):

Rallegriamoci ed esultiamo,
rendiamo a lui gloria,
perché sono giunte le nozze dell’Agnello;
la sua sposa è pronta:

Vangelo di Luca (6, 23):

Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

Vangelo di Luca (15, 7):

Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Vangelo di Giovanni (15, 11):

Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Vangelo di Giovanni (16, 24):

Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.

Vangelo di Giovanni (17, 13):

Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.

Lettera ai Galati (5, 22):

Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sè;

Prima Lettera ai Tessalonicesi (3, 8-9):

Ora, sì, ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore. 9Quale ringraziamento possiamo rendere a Dio riguardo a voi, per tutta la gioia che proviamo a causa vostra davanti al nostro Dio,

Lettera ai Romani (5, 2):

Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.

Lettera ai Filippesi (4, 4):

Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti.

La gioia di Gesù non fu pertanto una felicità temporanea o superficiale, ma fu un qualcosa di profondo, insito nel suo cuore.

Analizziamo adesso la tristezza del Signore.
Gesù Cristo non fu esente dalla tristezza durante la sua missione sulla terra. Le cause della sua tristezza furono varie: il dolore, l’angoscia, la sofferenza.

Rileggiamo la profezia di Isaia (53, 3-7):

Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.

Vediamo il punto corrispondente nel Vangelo di Matteo (8, 17):

perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Egli ha preso le nostre infermità
e si è caricato delle malattie.

Lamentazioni (1, 12):

Voi tutti che passate per la via,
considerate e osservate
se c’è un dolore simile al mio dolore,
al dolore che ora mi tormenta,
e con cui il Signore mi ha afflitta
nel giorno della sua ira ardente.

Geremia (15, 15):

tu lo sai, Signore,
ricòrdati di me e aiutami,
vèndicati per me dei miei persecutori.
Nella tua clemenza non lasciarmi perire,
sappi che io sopporto insulti per te.

Compimento delle profezie:

Vangelo di Matteo (26, 27-28):

Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati.

Vangelo di Matteo (26, 37-38):

E, presi con sè Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me».

Vangelo di Matteo (16, 21):

Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.

Vangelo di Luca (24, 46):

e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno,

Lettera agli Ebrei (13, 12):

Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, subì la passione fuori della porta della città.

Analizziamo adesso il concetto di amore per il Signore.
L’Apostolo Giovanni ci ha indicato che il Logos (il Verbo fatto carne, Gesù Cristo), è amore in quanto è “la luce vera”. (Vangelo di Giovanni 1, 9). Per Giovanni il Logos è amore in quanto è “la vita” (Vangelo di Giovanni 11, 25).
Vediamo alcune profezie a tale proposito:

Geremia (31, 3):

Da lontano mi è apparso il Signore:
«Ti ho amato di amore eterno,
per questo continuo a esserti fedele.

Osea (14, 5):

«Io li guarirò dalla loro infedeltà,
li amerò profondamente,
poichè la mia ira si è allontanata da loro.

Compimento delle profezie:

Prima Lettera di Giovanni (4, 19):

Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo.

Vangelo di Giovanni (13, 1):

Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.

Vangelo di Giovanni (3, 16):

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Vangelo di Giovanni (15, 13):

Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.

Vangelo di Giovanni (11, 3):

Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».

Dio ha dimostrato il suo amore per l’umanità nell’atto dell’incarnazione in un essere umano, Gesù Cristo. L’amore che Gesù Cristo ci ha dato era un amore divino. Vediamo il seguente passo del Vangelo di Giovanni (15, 9):

Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.

Il suo amore era incommensurabile. Vediamo i seguenti passaggi della Lettera agli Efesini (3, 18, 19):

siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.

Il suo amore era personale. Pur amando tutti, Gesù Cristo ama ognuno di noi in modo speciale, personale.

Lettara ai Galati (2, 20):

e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.

Vangelo di Giovanni (20, 16)

Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!».

Gesù Cristo chiama per nome le persone che ama, perché il suo amore oltre ad essere assoluto, è personale.

Approfondiamo ora il concetto di collera del Signore.
Mentre nell’uomo la collera può essere a volte vendicativa, la collera divina non è mai vendicativa o dispettosa. Ogni emozione del Signore, anche la più sanguigna, fu divinamente controllata. Anche quando scacciò i mercanti dal tempio (non toccò ne spinse alcun essere umano), anche quando si rivolse in modo fermo e deciso ai farisei, ed anche quando proclamò la sua consustanzialità con il Padre quando disse “Io Sono” (Vangelo di Giovanni 8, 58).

Vediamo alcune profezie al riguardo:

Deuteronomio (1, 37):

Anche contro di me si adirò il Signore, per causa vostra, e disse: “Neanche tu vi entrerai,

Salmi (2, 12):

Imparate la disciplina,
perché non si adiri e voi perdiate la via:
in un attimo divampa la sua ira.
Beato chi in lui si rifugia.

Isaia (13, 9):

Ecco, il giorno del Signore arriva implacabile,
con sdegno, ira e furore,
per fare della terra un deserto,
per sterminarne i peccatori.

Compimento delle profezie:

Vangelo di Marco (3, 5):

E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita.

Vangelo di Marco (10, 14):

Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio.

Vangelo di Matteo (16, 23):

Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Analizziamo ora il concetto di compassione del Signore.
La compassione è un sentimento che porta a sentire un emozione verso chi soffre. Gesù Cristo ha dimostrato di essere la persona più compassionevole che abbia mai camminato sulla terra, in quanto ha percepito la sofferenza altrui, ha provato pena e ha alleviato la sofferenza altrui.

Salmi (78, 38):

Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore;

Salmi (83, 15):

Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso,
lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà,

Lamentazioni (3, 22):

Le grazie del Signore non sono finite,
non sono esaurite le sue misericordie.

Esodo (33, 19):

Rispose: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia».
Compimento delle profezie:

Vangelo di Matteo (9, 36):

Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.

Vangelo di Matteo (15, 32):

Allora Gesù chiamò a sè i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino».

Vangelo di Marco (5, 19):

Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te».

Vangelo di Luca (10, 33):

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione.

Seguendo i passi di Gesù Cristo noi dobbiamo avere compassione uno per l’altro. Vediamo a tale proposito questi passaggi:

Prima Lettera di Pietro (3, 8):

E infine siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili.

Prima Lettera di Giovanni (3, 17):

Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?

Analizziamo ora l’umiltà del Signore.
L’umiltà è alla base di tutta la missione del Signore. Il Verbo, Dio, s’incarna in un essere umano: è questo l’atto di umiltà più grandioso di tutti i tempi. L’umiltà del Signore si vede poi in numerosi passaggi del Nuovo Testamento, per esempio quando lavò i piedi ai suoi discepoli, o quando entrò a Gerusalemme sulla groppa di un asinello. La sua umiltà è in forte contrasto con i miti delle religioni antiche, dove gli dei sono mostrati in potenza. Gesù Cristo anche qui ci mostra il suo vero lato divino: la vera forza non è la potenza, ma l’umiltà. Se avesse voluto avrebbe potuto venire solo come vero Dio, in potenza, ma così non avrebbe potuto soffrire. E’ per questo che venne anche come vero uomo, per poter soffrire come noi, e pagare per noi, per i nostri peccati, sulla croce.

Vediamo alcune profezie a tale proposito:

Zaccaria (9, 9):

Esulta grandemente, figlia di Sion,
giubila, figlia di Gerusalemme!
Ecco, a te viene il tuo re.
Egli è giusto e vittorioso,
umile, cavalca un asino,
un puledro figlio d’asina.

Proverbi (16, 19):

È meglio essere umili con i poveri
che spartire la preda con i superbi.

Isaia (57, 15):

Poichè così parla l’Alto e l’Eccelso,
che ha una sede eterna e il cui nome è santo.
«In un luogo eccelso e santo io dimoro,
ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati,
per ravvivare lo spirito degli umili
e rianimare il cuore degli oppressi.

Compimento delle profezie:

Lettera agli Ebrei (2, 9):

Tuttavia quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti.

Vangelo di Matteo (21, 5)

Dite alla figlia di Sion:
Ecco, a te viene il tuo re,
mite, seduto su un’asina
e su un puledro, figlio di una bestia da soma.

Vangelo di Luca (22, 27):

Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.

Vangelo di Giovanni (13, 5):

Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto

Vangelo di Matteo (11, 29-30):

Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

In questi passaggi seguenti vediamo che Gesù Cristo, oltre a dimostrare massima umiltà, non ha cercato la gloria degli uomini, ne il dominio su di essi come re terreno.

Vangelo di Giovanni (5, 41):

Io non ricevo gloria dagli uomini.

Vangelo di Giovanni (6, 15):

Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Da notare inoltre che Gesù Cristo “si veste” di Divinità solo per il bene degli altri e mai per esaltare se stesso. Mente “si veste” di umanità principalmente per provare la sofferenza e tristezza di noi mortali, anche se altre volte esprime con i suoi comportamenti gioia, letizia, mitezza e serenità.

Analizziamo ora le preghiere del Signore.
Sappiamo che Gesù Cristo ha dimostrato di non non fare alcuna distinzione tra se e suo Padre. Infatti in varie frasi ha dichiarato chiaramente la sua consustanzialità con il Padre. Vediamone alcune. Vangelo di Giovanni (8, 18-19):

Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me». Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete nè me nè il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio».

Vangelo di Giovanni (10, 30):

Io e il Padre siamo uno

Vangelo di Giovanni (12, 44-45):

Gesù proclamò  ad alta voce: “Chi crede in me, non crede in me, ma in Colui che mi ha mandato, e colui che vede me, vede Colui che mi ha mandato.

Malgrado ciò vi sono alcuni passaggi del Nuovo Testamento nei quali Gesù Cristo prega il Padre suo e un passaggio dove afferma che il Padre è maggiore di lui. Molti pertanto si chiedono come possa colui che è consustanziale al Padre, allo stesso tempo pregare il Padre. Vadiamo alcuni di questi versi.

Vangelo di Luca (5, 15-16):

E la sua fama si diffondeva sempre più; e grandi folle si radunavano per udirlo e per essere da lui guarite dalle loro infermità. Ma egli si ritirava in luoghi solitari e pregava.

Vangelo di Luca (22, 42-44):

«Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra.

Vangelo di Giovanni (14, 28):

Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me.

Da questi versi si evince che Gesù Cristo pregava il Padre. Come vero uomo era sottomesso al Padre e pertanto lo pregava e ubbidiva al suo divino progetto. Pertanto quando si riferiva alla sua natura umana diceva “il Padre è più grande di me”, ma quando si riferiva alla sua natura divina diceva “Io e il Padre siamo uno”.
Vediamo adesso alcune profezie a tale proposito:

Salmi (55, 17-18):

Io invoco Dio
e il Signore mi salva.
Di sera, al mattino, a mezzogiorno
vivo nell’ansia e sospiro,
ma egli ascolta la mia voce;

Salmi (109, 4):

In cambio del mio amore mi muovono accuse,
io invece sono in preghiera.

Isaia (53, 12):

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli.

Compimento delle profezie:

Vangelo di Giovanni (17, 1):

Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te.

Vangelo di Luca (18, 1):

Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:

Vangelo di Luca (6, 12):

In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio.

Lettera agli Ebrei (5, 7):

Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito.

Lettera agli Ebrei (7, 25):

Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore.

Gesù Cristo, come vero uomo, ha pregato il Padre e lo Spirito Santo per tutta la sua vita, in ogni circostanza. Ha pregato persino per i suoi carnefici.

Per concludere, aggiungo che per comprendere appieno la meravigliosa e gloriosa missione salvifica di Gesù Cristo sulla terra, dobbiamo cercare di capire che la sua Divinità e la sua umanità sono presenti in un unica Persona, il Figlio di Dio.
Lui ha dovuto espiare tutti i peccati, pagando con la sua morte sulla croce. Ma per questo ha dovuto avere un corpo fisico, uguale al nostro, in modo da provare il dolore che noi proviamo. Però solo essendo Dio, il Verbo incarnato, ha potuto “togliere il peccato del mondo” (Vangelo di Giovanni 1, 29), ed inoltre solo essendo Dio ha potuto vincere il peccato e la morte, risuscitando il terzo giorno dai morti. La Risurrezione è inoltre la dimostrazione che Dio ha accettato l’estremo sacrificio di Cristo fatto per tutti gli esseri umani e certifica che coloro che credono in Gesù Cristo saranno risuscitati a Vita Eterna.
A tale proposito vediamo un ultimo passaggio del Nuovo Testamento, tratto dalla Lettera agli Ebrei (1, 3):

Egli, che è lo splendore della sua gloria e l'impronta della sua essenza e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza, dopo aver egli stesso compiuto l'espiazione dei nostri peccati, si è posto a sedere alla destra della Maestà nell'alto dei cieli,

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

Foto : Cristo con barba, catacombe di Commodilla, Roma.

Bibliografia: Tutte le profezie messianiche della Bibbia, Herbert Lockyer


mercoledì 2 dicembre 2015

Il Vangelo di Giovanni e l’incarnazione del Logos


Il Vangelo di Giovanni è uno dei 27 libri del Nuovo Testamento. Inizia con il famoso Prologo, nel quale Giovanni descrive l’incarnazione del Logos nella persona di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, e termina con la morte in croce di Gesù Cristo, la sua Risurrezione e le sue apparizioni ai suoi seguaci.
Varie fonti storiche, oltre alla tradizione, indicano nell’Apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo il maggiore, l’autore del quarto Vangelo, composto molto probabilmente nel centro ellenistico di Efeso sul finire del I secolo dell’era cristiana.
Per quanto riguarda la datazione del quarto Vangelo la maggioranza degli studiosi è concorde che sia stato scritto prima della fine del I secolo. Il papiro 52, la più antica fonte documentale in nostro possesso (Rylands Library, Papyrus P52, nella foto), che è stato ritrovato in Egitto nel 1920, risale ad un epoca che va dal 117 al 138 d.C. (1). E’ ragionevole pensare pertanto, che se una copia del Vangelo fu scritta intorno al 125 d.C., in Egitto, l’originale possa essere stato scritto circa 25 anni prima, ad Efeso, dove si trovava l’Apostolo Giovanni.
Analizzando l’opera da un punto di vista sostanziale, si nota innnazitutto il famoso prologo. Vediamone i passi (1, 1-18):

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio.
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perchè tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
nè da volere di carne
nè da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perchè era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perchè la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

Innanzitutto notiamo che Giovanni utiliza il termine Logos (in greco Parola, ma nelle versioni italiane si usa spesso il termine Verbo).
Quale è l’origine della dottrina del Logos?
Il concetto di Logos risale al VI secolo a.C., quando nella cosidetta scuola di Mileto, i filosofi “naturalisti” Talete, Anassimandro e Anassimene lo avevano indicato come il mezzo attraverso cui l’essere umano arriva ad avere una conoscenza stabile delle continue trasformazioni che avvengono in natura.
Eraclito di Efeso e Parmenide di Elea descrivono un Logos insito nella natura, cioè un progetto razionale che governa le cose e dà loro le leggi cui sono sottoposte. Per Eraclito tale progetto è l’armonia dei contrari, che vanno sempre insieme, giorno/notte, buono/cattivo, bello/brutto, sopra/sotto, ecc., e la realtà è un continuo fluire, scorrere, ma ciò che permane stabile è il Logos, tale armonia. Parmenide, concepisce il Logos come il tutto, stabile, immobile, eterno, la vera realtà, mentre tutte le cose che si trasformano sono solo illusione dei sensi.
Per entrambi in ogni caso, solo il sapiente, il filosofo, aveva la facoltà di saper vedere oltre le apparenze e andare nella sostanza della realtà, per cogliere, grazie al buon raziocinio, il progetto razionale nascosto del Logos.
Uno sviluppo significativo nella filosofia ellenistica e nella concezione del Logos avvenne durante la dinastia di Tolomeo II (285-246 a.C.), ad Alessandria d’Egitto, nel III secolo a.C. Il sovrano commissionò alle autorità religiose di Gerusalemme una traduzione in greco del Pentateuco. In seguito, intorno al 185 a.C. furono tradotti al greco gli altri libri della Bibbia. Si diede inizio così ad un periodo di scambi culturali tra il mondo ebraico e quello ellenistico, che aveva appunto il suo centro ad Alessandria d’Egitto.
L’ebreo ellenizzato Filone di Alessandria (I sec. d.C.) contribuì a sviluppare una sintesi tra l’Antico testamento e la filosofia ellenistica. Per Filone il Logos è inteso come il progetto di Dio prima della creazione. Il Logos è pure la parola di Dio che fa essere, che crea, che parla, è la parola dotata di senso profondo e sostanziale, una parola mediatrice che avvicina cielo e terra, divino e umano.
Giovanni, Apostolo del Signore ed evangelista, visse a lungo ad Efeso, città ellenistica che fu sede di grandi filosofi nei secoli precedenti. In quel periodo ad Efeso vi era il culto popolare di Artemide, dea della caccia, della luna crescente e della iniziazione femminile.
Giovanni però  aveva chiaro il proposito del suo Vangelo. Doveva riportare e divulgare dei detti del Signore che avrebbero chiarito la sua reale identità.
Giovanni, descrivendo Gesù, descrive la persona che lui aveva conosciuto, con la quale aveva percorso i sentieri polverosi della Galilea e della Giudea, la persona che aveva dato un insegnamento nuovo, originale, profondo, che aveva dato la vista ai ciechi e che aveva fatto camminare i paralitici. Giovanni descrive colui il quale aveva fatto resuscitare i morti, ed in ultima analisi descrive colui il quale affermò la sua consustanzialità con Dio Padre, e colui il quale resuscitò dalla morte e rimase con gli Apostoli per altri 40 giorni.
Giovanni si inserisce in modo diretto nel substrato ellenistico ma anche in quello prettamente asiatico, dominato dal dualismo tra luce e tenebre, tra verità e falsità e riporta alcuni detti di Gesù Cristo che toccano i cuori di quelle popolazioni.
La piena Divinità di Gesù Cristo era già stata divulgata fin dagli anni immediatamente successivi alla Resurrezione di Gesù, (si vedano a tale proposito le Lettere di Paolo di Tarso: per esempio, Lettera ai Colossesi 2, 9), ma Giovanni introduce un concetto nuovo: il Logos, il Verbo di Dio, si è incarnato in un essere umano. Inoltre Giovanni svela la Verità ultima: il “Logos è Dio”.
Innazitutto nel Prologo (1, 1-2), si nota la pre-esistenza del Logos (Verbo), con Dio “dal principio” (en archè, pronuncia del greco). Se il Verbo coesisteva con Dio “dal principio” non poteva che essere Dio stesso, o meglio, una delle sue “Persone”. Notiamo quindi che Giovanni inizia a delineare quello è il concetto di Trinità. Ma poi vi è scritto espressamente: “e il Verbo era Dio”.
Pochi passi dopo, (1, 14), Giovanni ci rivela che il Verbo, il Logos, ossia Dio, si fece carne e venne tra di noi.
E’ un cambiamento rivoluzionario rispetto alla fredda concezione ellenistica, nella quale il Logos rimaneva distaccato, lontano. Nella fede cristiana invece il Verbo decise di venire tra di noi, incarnandosi in Gesù Cristo. Nel Prologo viene delineato inoltre il concetto che il Verbo è la vita, ossia l’origine stessa della vita sulla terra. Oltre a ciò si descrive il dualismo luce-tenebre: “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”.
Sempre nel primo capitolo del quarto Vangelo, Giovanni ci rivela per quale motivo il Logos si è incarnato in Gesù Cristo, ossia per quale motivo Gesù Cristo è venuto sulla terra. E Giovanni il Battista che parla, Vangelo di Giovanni (1, 29):

Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

Ecco che si inizia a delineare la vera identità di Gesù Cristo. Non è solo il Logos della filosofìa ellenistica, ma è Dio che si è incarnato, ed è venuto per “togliere il peccato del mondo”. L’incarnazione del Logos è pertanto il centro della storia e del cosmo, ed infatti la sua nascita di Gesù Cristo da inizio ad una nuova era.
Il Vangelo si Giovanni si differenzia dagli altri 3 Vangeli “sinottici” per vari motivi. Innanzitutto vi sono descritti solo 7 miracoli. 5 sono esclusivi, cioè sono presenti solo nel Vangelo di Giovanni: la tramutazione dell’acqua in vino (nozze di Cana, 2, 1-11), la guarigione del figlio del funzionario del re (4, 46-54), la guarigione del paralitico alla piscina di Betzaeta, (5, 1-18), la guarigione del cieco nato (9, 1-41) e la risurrezione di Lazzaro (11, 1-44).
Questi ultimi due invece sono presenti in altri Vangeli: la prima moltiplicazione dei pani (6, 1-14), il dominio di Gesù sulle acque del mare, quando vi cammina (6, 15-21). Inoltre il Vangelo di Giovanni si differenzia perchè in esso sono narrati vari discorsi tra Gesù e i farisei. Il fine ultimo del Vangelo di Giovanni è dare a conoscere al mondo che il Verbo incarnato è realmente Gesù Cristo. Per questo Giovanni ha riportato i detti di Gesù dove egli stesso ha svelato la sua vera identità.
Proseguendo con l’analisi dell’opera vediamo che Gesù Cristo svela a Nicodemo che l’incarnazione del Verbo è in realtà un dono fatto da Dio agli uomini, un dono fatto per salvare il mondo, e non per condannarlo.
(3, 16-18):

Dio infatti ha tanto amato il mondo, che ha dato il Figlio suo Unigenito, affinchè chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non mandò il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perchè il mondo sia salvato per mezzo di lui. 
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perchè non ha creduto nel nome del Figlio Unigenito di Dio.

Nel capitolo sucessivo vi è il celebre dialogo con la samaritana, nel quale Gesù afferma di poter dare “l’acqua della vita”. (4, 13-14):

Gesù le risponde: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”.

Nel sesto capitolo vi è il famoso discorso nel quale Gesù afferma di essere il “pane della vita”. Vediamo due importanti passaggi:

(6, 35-39):
Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perchè sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo
risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

(6, 48-58):
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perchè chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perchè la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno»

Gesù Cristo è il pane per essere mangiato, in modo che noi stessi assorbiamo la sua essenza, la sua vita. La frase “il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”, è il preludio dell’Eucarestia, il dono immenso che Gesù fa all’umanità. Mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue lo possiamo “assumere in noi”, in modo da salvarci e poter portare il suo messaggio di amore al prossimo.

Nel capitolo ottavo capitolo Gesù afferma di essere la “luce del mondo”

(8, 12-19):
Di nuovo Gesù parlò loro e disse: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». Gesù rispose loro: «Anche se io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perchè so da dove sono venuto e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. E anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perchè non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. E nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera. Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me». Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete nè me nè il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio».

Quest’ultima è una frase molto significativa, perchè indica che solo conoscendo e accettando lui, si può accettare il Padre.

Sempre nell’ottavo capitolo Gesù Cristo afferma la sua pre-esistenza con Dio fin dal principio.

(8, 48-59)
Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono».

In questo passaggio Gesù Cristo, attribuendo a se stesso il nome con il quale Dio si rivelò a Mosè (“Io Sono”, in Esodo 3, 14) si pone alla pari con Dio.

Nel capitolo 10 vi è il celebre discorso di Gesù Cristo che si paragona alla “porta delle pecore”.
(10, 1-18)

In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perchè conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perchè non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perchè abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.
Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perchè è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perchè io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Il tema della porta è centrale nel messaggio cristiano. Nell’Antico testamento vi erano vari riferimenti alla porta, vediamone uno: Salmo (118,20):

E’ questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti.

La porta è quindi un simbolo, utilizzato da Gesù per giungere al cuore degli ebrei e dei non ebrei. Solo attraverso “quella porta” si giunge al Padre, e non attraverso “altre porte”. Inoltre nell’ultima parte del suo discorso Gesù afferma che darà la sua vita e poi la riprenderà. E’ lui che decide di darla per espiare il peccato del mondo, ed è lui che decide di riprenderla, per certificare la sua vittoria sul peccato e sulla morte.
Sempre in questo capitolo, vi è un altro passaggio importante dove Gesù Cristo dichiara ancora la sua consustanzialità con il Padre (10, 30):

Io e il Padre siamo una cosa sola.

Nel capitolo undicesimo Gesù afferma di essere la Risurrezione e la vita, vediamo i passi rispettivi (11, 26-27):

Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Gesù, come il Padre, ha in se la vita, ossia il bene più prezioso che esista. Lui quindi può ridarla e lui può darla in eterno a chi crede in lui. Dopo questa frase Marta testimonia che Gesù Cristo è il Figlio di Dio.

Nel capitolo dodicesimo vi è ancora un riferimento alla luce, contrapposta alle tenebre.

(12, 35-36)
Allora Gesù disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è tra voi. Camminate mentre avete la luce, perchè le tenebre non vi sorprendano; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce, credete nella luce, per diventare figli della luce». Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose loro.

Nel capitolo quattordicesimo Gesù ribadisce di essere la via, la verità e la vita, e l’unica via per il Padre. Vediamo questo passaggio importante:

(14, 5-14):
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perchè io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perchè il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

“Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Questa è la frase più significativa tra quelle nelle quali Gesù definisce se stesso. Vediamo perchè: innanzitutto il tema della Verità è centrale nel Vangelo di Giovanni. Vediamo anche questa frase pronunciata da Gesù davanti a Pilato: ““Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità” (18, 37).
La Verità non è altro che lui stesso, Gesù Cristo, il centro della storia e del cosmo, il Verbo incarnato che è venuto a “togliere il peccato del mondo”. Senza di lui nessuno potrebbe andare al Padre, senza di lui nessuno potrebbe salvarsi. La Verità è solo una, non ci possono essere altre verità e chiunque afferma ce ne siano altre è nella menzogna. Inoltre Gesù si definisce “la via” e “la vita”. La via, in quanto è solo attraverso il suo insegnamento d’amore che possiamo conoscere la Verità e quindi salvarci, ottenere la vita eterna. La vita, in quanto lui, come abbiamo visto è il “pane della vita”. Solo mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue possiamo ottenere la vita eterna. Solo chi è il Creatore della vita, può  vincere la morte. Solo chi è l’essenza stessa della vita, può sconfiggere il peccato, che causa la morte. Significative sono anche le frasi: “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”. – “Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?” Infatti in questi passi ancora una volta Gesù ribadisce la sua consustanzialità con il Padre.

Nel capitolo quindicesimo Gesù afferma di essere la vite vera.

(15, 1-10):
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perchè porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perchè senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.

L’immagine della vite e dei tralci è molto familiare in un popolo che coltiva uva da secoli. Ma il tralcio che non porta frutto, viene tagliato. Il tralcio invece che rimane con la vite, sicuramente porterà frutto. “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto.”. Frase importante, in quanto solo assumendo il messaggio di Cristo nella sua pienezza e facendolo nostro, possiamo camminare nella via segnata da Cristo, che conduce alla salvezza. 

Nel capitolo diciasettesimo Giovanni riporta la preghiera al Padre di Gesù.

(17, 1-11):
Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perchè il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perchè egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perchè le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perchè sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perchè siano una sola cosa, come noi.

Qui l’Apostolo Giovanni riporta il lungo discorso finale di Gesù. Nella sua preghiera, Gesù afferma di aver glorificato il Padre, compiendo l’opera che doveva essere compiuta. Poi chiede di essere glorificato con la gloria che lui aveva “prima che il mondo fosse”. In quest’ultima frase Gesù afferma di essere pre-esistente con il Padre prima che il mondo fosse creato, ossia da sempre, dall’eternità. Nelle ultime frasi Gesù ribadisce che quelli che gli sono stati dati, i “figli di Dio” continuano nel mondo, ma non sono del mondo, in quanto sono di Dio.
Nei capitoli sucessivi (18-19-20-21), si narra l’arresto, il processo, la crocifissione, la Risurrezione e alcune apparizioni di gesù agli Apostoli.
Il Vangelo di Giovanni pertanto, si delinea come un opera fondamentale del Nuovo Testamento, l’ultima testimonianza che ci ha dato l’Apostolo Giovanni poco prima di morire (2). In esso si è delineata chiaramente la vera identità di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, incarnazione del Verbo, che è venuto tra di noi con lo scopo principale di togliere il peccato del mondo.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

Nota:
(1)-https://en.wikipedia.org/wiki/Rylands_Library_Papyrus_P52
(2)-Oltre alle sue Lettere e all’Apocalisse

venerdì 20 novembre 2015

La morte in croce di Gesù Cristo


Il fondamento della fede cristiana è che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, morì sulla croce per togliere il peccato del mondo ed il terzo giorno è resuscitato dai morti, vincendo così il peccato e la morte. La Risurrezione è stato un evento soprannaturale, che non si può provare storicamente. E’ vero però  che vi sono vari indizi che corroborano questo fatto, ed inoltre nessuna teoria è riuscita a provare che non sia avvenuta.
La morte in croce di Gesù Cristo è invece un evento storico, comprovato e sicuro. Oggi non vi è nessuno storico serio del Nuovo Testamento che nega la morte in croce di Gesù Cristo. Eppure gli islamici considerano che questo fatto non sia avvenuto. Essi, contraddicendo questa evidenza storica, sostengono che Gesù Cristo non morì in croce, ma fu sostituito da un’altra persona (1). Vediamo su cosa basano la loro convinzione. Innanzitutto sul loro testo sacro, il Corano (4, 157-158):

e dissero: “Abbiamo ucciso il Messia Gesù figlio di Maria, il Messaggero di Allah!” Invece non l'hanno né ucciso né crocifisso, ma così parve loro. Coloro che sono in discordia a questo proposito, restano nel dubbio: non hanno altra scienza e non seguono altro che la congettura. Per certo non lo hanno ucciso ma Allah lo ha elevato fino a Sé. Allah è eccelso, saggio.

In questo articolo proveremo che la crocifissione e la morte di Gesù Cristo sono fatti storici, accaduti realmente e che  pertanto ogni altra teoria che nega la morte in croce di Gesù Cristo è completamente anti-storica e anti-logica.
Innazitutto vi sono le fonti storiche cristiane e non cristiane sulla morte di Gesù Cristo. Le cristiane ovviamente sono i libri del Nuovo Testamento, tutti scritti nel primo secolo (quindi i più antichi) e tutti scritti da persone che hanno vissuto con Gesù, hanno succesivamente divulgato il Vangelo, e in definitiva hanno deciso di anteporre il nome di Cristo alle loro stesse vite: hanno infatti deciso di morire martiri pur di non rinnegare il nome del Messia. Mi riferisco agli  autori del Nuovo Testamento che morirono da martiri: Marco, Matteo, Paolo di Tarso, Pietro, Giacomo.
Poi vi sono le fonti documentali storiche non cristiane. Vediamole nello specifico. Innazitutto vi è quella di Cornelio Tacito, che scrive così nei suoi annali (XV, 44):

"Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Christus, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato all'estrema condanna dal procuratore Ponzio Pilato".

Tacito, anche se li disprezza, descrive i cristiani e conferma quello che c’è scritto nei Vangeli: Gesù Cristo, visse sotto l’impero di Tiberio (che governò dal 14 al 37 d.C.) e gli fu imposta l’estrema condanna (crocifissione) da Ponzio Pilato.
Vi è poi il libro “Antichità Giudaiche” dove, nel passaggio detto Testimonium Flavianum, Giuseppe Flavio descrive la crocifissione di Gesù e persino la sua Risurrezione:

“Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se è lecito chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sè molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d'altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani.”

Vediamo un’altra fonte storica sulla crocifissione di Gesù: il Talmud Babilonese, una collezione di scritti rabbinici ebrei:

“Alla vigilia della Pasqua, Yeshu fu appeso. Per quaranta giorni prima dell'esecuzione, un araldo…gridava: "Egli sta per essere lapidato perché ha praticato la stregoneria e ha condotto Israele verso l'apostasia”.

Questo passaggio non solo è una delle prove dell’esistenza stessa di Gesù, ma spiega indirettamente, dal punto di vista degli ebrei, che non credettero in lui, il motivo della sua crocifissione, infatti si sostiene che abbia praticato la “stregoneria” e che “abbia portato Israele all’apostasia”.
Da una parte si confermano i miracoli, considerati come “stregoneria” da chi non credeva, dall’altra parte si confermano i Vangeli, che descrivono il perché Gesù fu mandato al patibolo, in quanto dal punto di vista degli ebrei non credenti, lui era un apostata, ovvero una persona blasfema che non crede nelle sacre scritture, ma si sostituisce ad esse.
Vi sono altre fonti storiche sulla crocifissione di Gesù, come per esempio quella dello scettico Luciano di Samostata (120-180 d.C.) nell’opera “La morte di Peregrino”. (XI-XIII):

"Allora Proteo venne a conoscenza della portentosa dottrina dei cristiani, frequentando in Palestina i loro sacerdoti e scribi. E che dunque? In un batter d’occhio li fece apparire tutti bambini, poichè egli tutto da solo era profeta, maestro del culto e guida delle loro adunanze, interpretava e spiegava i loro libri, e ne compose egli stesso molti, ed essi lo veneravano come un dio, se ne servivano come legislatore e lo avevano elevato a loro protettore a somiglianza di colui che essi venerano tuttora, l’uomo che fu crocifisso in Palestina per aver dato vita a questa nuova religione. […] Si sono persuasi infatti quei poveretti di essere affatto immortali e di vivere per l’eternità, per cui disprezzano la morte e i più si consegnano di buon grado. Inoltre il primo legislatore li ha convinti di essere tutti fratelli gli uni degli altri, dopochè abbandonarono gli dei greci, avendo trasgredito tutto in una volta, ed adorano quel medesimo sofista che era stato crocifisso e vivono secondo le sue leggi. Disprezzano dunque ogni bene indiscriminatamente e lo considerano comune, seguendo tali usanze senza alcuna precisa prova. Se dunque viene presso di loro qualche uomo ciarlatano e imbroglione, capace di sfruttare le circostanze, può subito diventare assai ricco, facendosi beffe di quegli uomini sciocchi”.

Luciano di Samostata quindi, pur non abbracciando la fede cristiana, anzi, criticandola, conferma che (Cristo)  “fu crocifisso in Palestina per aver dato vita a questa nuova religione”.

Analizziamo adesso, da un punto di vista logico, la posizione islamica, ossia che Gesù Cristo non morì sulla croce perché “fu sostituito da un altro”.
Da tutte le fonti cristiane si evince che Cristo si presentò  agli Apostoli e ad altri suoi seguaci, il terzo giorno dopo la sua morte, affermando la sua Risurrezione, proprio come aveva annunciato. Ma se Gesù Cristo non fosse morto in croce e poi si sarebbe presentato agli apostoli mostrandosi come risorto, allora sarebbe stato un impostore, perché avrebbe mentito. Nessuno degli Apostoli ha però pensato ad una sostituzione di persona, ovvio perché l’Apostolo Giovanni e varie donne seguaci di Gesù erano presenti al calvario ed avevano la certezza assoluta della sua morte.
Come potrebbe essere stato che l’uomo crocifisso non fu Gesù? Impossibile, perché Gesù Cristo, era stato facilmente individuato nel volto e nelle fattezze fisiche quando fu arrestato. Fu poi presentato al sinedrio, quindi si conosceva benissimo il suo volto.
Inoltre la logica dice che se veramente un altra persona fu mandata al patibolo al posto di Gesù, perché questa persona, sapendo di essere scambiata per Gesù, non lo avrebbe detto? Nessuno va alla morte felice, sapendo di essere scambiato per un altro.
Questo ragionamento, oltre a provare che Gesù Cristo non poté essere sostituito da nessuno e morì realmente in croce, mostra che la visione islamica su Gesù ha forti contraddizioni: come potrebbe Gesù essere un “grande profeta di Dio”, (visione islamica), se avesse mentito, dicendo che era risorto quando invece non era morto, perché sostituito? E come potrebbe Dio aver ingannato i seguaci di Gesù facendo loro credere che Egli risuscitò realmente dai morti? Dio non inganna nessuno, perché Lui è perfetta Verità.
A questo punto siamo sicuramente certi che l’uomo sulla croce era Gesù Cristo.
Analizziamo ora le possibilità che la crocifissione non sia stata suficiente per uccidere Gesù Cristo. E’ praticamente impossibile. La crocifissione era la condanna a morte più crudele e sicura utilizzata durante l’impero romano. Inoltre, moltissime volte e sicuramente nel caso di Gesù Cristo, la crocifissione era preceduta da severissime flagellazioni, che causavano forti perdite di sangue.
Vari medici (2) hanno dichiarato che la morte di Gesù Cristo deve essere stata provocata probabilmente da asfissia causata dalla posizione forzata che impedisce al torace la respirazione. Questi medici hanno confermato che una volta morto, e rimasto almeno cinque minuti nella stessa posizione, non ci sarebbe alcuna possibilità di “rianimarlo”. Inoltre nel Vangelo di Giovanni (19, 34), si descrive che un centurione trafisse il costato (e quindi il polmone) di Gesù con una lancia. Siccome Gesù era già morto non reagì. Abbiamo pertanto buone ragioni per affermare che Gesù era realmente morto quando il suo corpo fu deposto dalla croce.
L’ultima ipotesi, confutata dalla storia e dalla logica, è la morte apparente.
Se Gesù fosse realmente morto “in apparenza” e si fosse risvegliato il terzo giorno, non avrebbe potuto rimuovere la pietra tombale. Inoltre, anche ammettendo che la pietra sia stata rimossa da altri, quel Gesù “non morto in croce”, come avrebbe potuto convincere i suoi seguaci di essere realmente risorto? Impossibile, in quanto la Resurrezione che descrivono gli Apostoli, (che poi andarono alla morte pur di non rinnegare che sia avvenuta), è una Risurrezione gloriosa, di un vero Dio e vero uomo, senza ferite (a parte i segni dei chiodi e della lancia). Non era un Gesù “macilento e debole” quello che si presentò ai suoi seguaci, ma era un Gesù Cristo invincibile, onnipotente, era colui che aveva sconfitto il peccato e la morte, era il Verbo incarnato. Pertanto una cosa sarebbe un’improbabile sopravvivenza da morte apparente, altra cosa è la Risurrezione!
Oggigiorno la totalità degli storici del Nuovo Testamento (con l’eccezione di alcuni storici islamici, naturalmente), non ha dubbi che Gesù Cristo sia morto in croce (3)(4)(5).
La negazione della morte in croce di Gesù Cristo, non è solo la negazione di un fatto storico. E’ la negazione della nostra civiltà, che è basata su quell’atto di perdono, umiltà ed amore, ed è persino la negazione dell’era di Cristo.
Ecco dimostrato storicamente, che Gesù Cristo morto in croce è un fatto storico. Le false tesi che sostengono il contrario potrebbero derivare dai Vangeli gnostici che circolavano nel secondo e terzo secolo dell’era cristiana. Nessuno però di quegli gnostici era disposto a morire per quelle tesi.
Mentre gli Apostoli del primo secolo, che avevano vissuto con Gesù Cristo e lo avevano conosciuto di persona, testimoniavano la sua morte e la sua Risurrezione con il martirio.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

Bibliografia: Possiamo essere sicuri che Gesù morì sulla croce? Uno sguardo sulla pratica della crocifissione, Michael Licona.

Note:
1-“ma così parve loro”; «shubbiha lahum»; qualche volta questa espressione è stata tradotta con: «gli è stato sostituito un sosia». http://www.sufi.it/Corano/4.htm#_ftn104
2-The Death of the Messiah, Volume 2 (New York: Doubleday, 1994), 1088ff.
3-John Dominic Crossan, Jesus: A Revolutionary Biography (San Francisco: HarperCollings, 1991), 145.
4-Gerd Lüdemann. The Resurrection of Christ (Amherst, NY: Prometheus, 2004), 50.
5-Michael Licona www.4truth.net

domenica 8 novembre 2015

L’antica disputa tra Cristianesimo e Gnosticismo


Qual’è l’interesse, oggi, nello studiare lo gnosticismo antico, una religione-filosofia che si oppose al Cristianesimo ben 1900 anni or sono? Sembrerebbe un compito di mero interesse storico, eppure ha anche un interesse odierno, mi riferisco ai cambiamenti epocali in atto nella nostra società.
Studiando ed approffondendo le antiche tesi gnostiche possiamo capire meglio lo gnosticismo moderno, che è alla base di correnti filosofiche come la Teosofia, il New Age, la Massoneria, e la globalizzazione. 
Lo gnosticismo moderno è stato influenzato dalla Teosofia, la quale a sua volta ha assorbito elementi delle religioni orientali, come l’induismo. 
Uno dei fondamenti dell’induismo, infatti, è che l’Io, “atman”, anima individuale, o particella di Dio, pervade ogni essere vivente, e fa parte del “brahman”, ossia dell’anima universale. Alla base di questo concetto vi è la possibilità, per ognuno di noi, di unirsi con l’anima universale, ossia con “Dio”, attraverso la “conoscenza” (la parola gnosticismo deriva dal greco “gnosi”, conoscenza). E’ il concetto alla base dello yoga, filosofia indiana che fa parte delle tradizioni induiste. 
Questo concetto però, è opposto al Cristianesimo. Secondo la fede cristiana, infatti, nessun umano ha “una particella di Dio al suo interno”, e la salvezza si raggiunge attraverso l’umiltà e non attraverso la conoscenza. 
In particolare la dottrina insegnata da Gesù Cristo afferma che per salvarsi l’uomo deve pentirsi dei suoi peccati, confessarli, e credere in Gesù Cristo, ossia credere che il suo sangue abbia tolto il peccato del mondo. 
Come vediamo i due concetti sono opposti. Eppure oggigiorno molti cristiani pensano che, dopo la morte, la loro anima si “unirà a Dio”, senza neppure soffermarsi a pensare che le due credenze, sono una l’opposta dell’altra. 
Se però per lo gnosticismo moderno è comprovata la sua origine teosofica e sincretica, quindi orientale e indiana, per lo gnosticismo antico, questa origine non è provata. Si pensa invece che lo gnosticismo antico affondi le sue radici nei culti delle religioni misteriche, sia babilonesi che egizie. Una delle più antiche correnti dello gnosticismo antico è il mandeismo,  basato su un sistema di dualismo. Da una parte, infatti,  vi è un Dio “buono” e un mondo abitato da angeli, e dall’altra parte vi è un Dio “maligno”, e un mondo abitato da demoni. Nello gnosticismo medio-orientale vi erano tante altre correnti, come per esempio i Barbelo-gnostici, i cui testi di riferimento furono il Vangelo di Maria e l’apocrifo di Giovanni, che furono confutati da Ireneo di Lione.  
Una delle correnti gnostiche più importanti fu la cosidetta gnosi-ellenistica, che si sviluppò ad Alessandria d’Egitto a partire dall’inizio del II secolo dell’era cristiana. In quel periodo, infatti, la Buona Novella si stava diffondendo in tutto il mondo mediterraneo. Il cosidetto “kerygma”, infatti, ovverosia la credenza che Gesù Cristo sia l’Unigenito Figlio di Dio, il Verbo incarnato, che è venuto sulla terra per togliere il peccato del mondo, ed è stato ingiustamente crocifisso, per poi risorgere dai morti il terzo giorno, stava facendo presa sulla gente, in specialmodo nelle zone orientali dell’impero. 
L’assidua opera evangelica di Paolo di Tarso, aveva dato molti frutti in Grecia. All’inizio Paolo era stato accolto con freddezza, specialmente ad Atene, giacchè la Risurrezione del Signore da lui predicata non faceva presa nelle menti neo-platoniche dei saggi dell’Areopago. Infatti gli eruditi greci vedevano la morte come una liberazione dell’anima dal corpo e l’idea di una risurrezione nella carne, sembrava loro un ritorno alla prigionia del corpo. In seguito però i greci iniziarono a valorizzare le lettere di Paolo, e si formarono alcune comunità di cristiani ad Efeso, Corinto, Filippi, Olimpos, Colosse, Salonicco. Mentre gli dei dell’Olimpo erano freddi e distaccati, la fede cristiana scaldava i cuori, in quanto si predicava che Gesù Cristo, il Verbo, si era fatto carne ed era venuto tra gli uomini (Vangelo di Giovanni 1,11), con lo scopo principale di togliere il peccato del mondo, e quindi salvarci, rendendoci veramente liberi. 
Contemporaneamente all’azione evangelizzatrice di Paolo di Tarso altri Apostoli ed evangelisti divulgavano il “kerygma” nel mondo. 
L’Apostolo Pietro si diresse a Roma, dove fu martirizzato ed ebbe seguaci. L’evangelista Marco si diresse ad Alessandra d’Egitto, dove, dopo aver predicato il Vangelo fu martirizzato, ma ebbe dei successori. L’evangelista Giovanni visse a lungo ad Efeso ed ebbe vari seguaci, tra i quali Policarpo di Smirne ed Ignazio di Antiochia. L’Apostolo Andrea fu il primo vescovo di Bisanzio, i cui successori furono Stachys ed Onesimo. Gli Apostoli Giuda Taddeo e Bartolomeo divulgarono il Vangelo in Armenia, l’Apostolo Tommaso si spinse, secondo la tradizione, fino in India.
Purtuttavia, mentre la nuova fede si diffondeva, essa si scontrava con altri culti pre-esistenti, le cosidette religioni misteriche. Molte persone rimasero affascinate dalla vicenda di Gesù Cristo, ma siccome erano nate e cresciute in un substrato culturale impregnato di culti misterici e iniziatici, iniziarono a dare una propria interpretazione del Cristianesimo, difforme da quella apostolica. Queste persone pertanto considerarono il nuovo culto alla luce dell’antico. Non potevano negare la persona di Gesù Cristo in quanto era evidente la sua esistenza storica, e non potevano neppure negare la sua figura immensa, in quanto riconoscevano il valore dei suoi insegnamenti e delle sue opere e vedevano che molti erano disposti a morire per lui, pur di non rinnegare il suo nome. Non se la sentivano però di abbracciare neppure il “kerygma”, ossia il fatto che Gesù Cristo sia venuto per togliere il peccato del mondo, sia stato ucciso e sia risorto dai morti il terzo giorno. 
Questa gente credeva che la salvezza non si raggiungesse attraverso il pentimento dei propri peccati e attraverso la fede in Gesù Cristo, ma credevano che la salvezza si potesse raggiungere con la gnosi, ossia con la conoscenza. Lo gnosticismo aveva pertanto una caratteristica iniziatica non aperta a tutti, e una diversa concezione cristologica, in quanto secondo gli gnostici il Verbo non poteva essersi fatto carne, ma si manifestò nello spirito mostrando un apparente corpo materiale. Ne consegue che la sofferenza di Gesù Cristo sulla croce sarebbe stato un fatto apparente, non avrebbe tolto “il peccato del mondo”, e anche la Risurrezione sarebbe stato quindi un fatto allegorico e apparente. 
Questa credenza, detta “docetismo”, (dal greco dokein, apparire), dimostra di essere falsa, per varie ragioni. Innanzitutto se Gesù avesse avuto solamente un corpo spirituale e non reale, come avrebbe potuto provare dei sentimenti e delle emozioni, come avrebbe potuto piangere, e come avrebbe potuto provare la sete e soffrire sulla croce? Tutti questi fatti, sono stati riportati nei Vangeli e negli altri libri neo-testamentari. Inoltre nella Prima Lettera di Giovanni (4, 1-2) si ribadisce che Gesù Cristo è venuto con un corpo fisico, nella carne:  

“Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo. Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio”

Inoltre se Gesù avesse avuto solo un corpo “apparentemente fisico”, non avrebbe potuto mostrare le sue ferite agli Apostoli dopo la Risurrezione. Vediamo a tale proposito alcuni passaggi del Vangelo di Giovanni (20, 26-28): 

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».

Inoltre, se le sofferenze di Gesù e quindi la sua morte fossero state apparenti, come avrebbe potuto Gesù dopo tre giorni dichiarare la sua Risurrezione? Come avrebbe potuto dichiarare di aver vinto il peccato e la morte? Sarebbe stato un impostore, perché avrebbe mentito. In questo caso gli Apostoli stessi, se fossero stati onesti, lo avrebbero smascherato e ovviamente non avrebbero divulgato la Buona Novella. 
Se però gli Apostoli credevano nella Risurrezione di Gesù, era perché erano certi della sua morte. Se avessero divulgato una Risurrezione mai avvenuta, sapendo di divulgare il falso, ecco che sarebbero stati degli impostori. Ma se fossero stati degli impostori non sarebbero andati al martirio per affermare la loro predicazione e i loro scritti. (Infatti quasi tutti gli autori dei Libri del Nuovo Testamento morirono da martiri, mi riferisco a Marco, Matteo, Paolo, Pietro, Giacomo).
Vediamo pertanto che è innazitutto la logica che dimostra la falsità dell’ipotesi docetista.
La falsa tendenza docetista fu confutata da vari vescovi e teologi cristiani. Vediamo a tale proposito alcuni passaggio della Lettera ai Tralliani (9, 1-2) di Ignazio di Antiochia:

Siate sordi se qualcuno vi parla senza Gesù Cristo, della stirpe di David, figlio di Maria, che realmente nacque, mangiò e bevve. Egli realmente fu perseguitato sotto Ponzio, realmente fu crocifisso e morì alla presenza del cielo, della terra e degli inferi.
Egli realmente risuscitò dai morti poichè lo risuscitò il Padre suo e similmente il Padre suo risusciterà in Gesù Cristo anche noi che crediamo in Lui, e senza di Lui non abbiamo la vera vita.

Per chiudere il discorso sulla corrente gnostica del docetismo ricordiamo che nella credenza cristiana il Verbo incarnato, cioè Gesù Cristo, doveva per forza avere due nature, vero Dio e vero uomo. 
Vero uomo per poter soffrire come noi stessi, dimostrandoci che l’amore più grande è dare la vita per i propri amici. Vediamo a tale proposito un passo del Vangelo di Giovanni (15, 13): 

Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.

Vero Dio per poter “togliere il peccato del mondo” (Vangelo di Giovanni 1, 29), e con la Risurrezione, dimostrare di aver vinto il peccato e la morte. 

Torniamo ora allo gnosticismo cristiano, che fu una specie di sincretismo tra concetti gnostici e il Cristianesimo.
Gli gnostici pensavano di “poter elevare” il Cristianesimo, da una scala considerata da loro “inferiore” alla scala sublime della conoscenza (gnosi). 
Con questo fine iniziarono a produrre una notevole quantità di scritti, che si possono distinguere in 3 categorie. 
Innazitutto furono redatti degli scritti anonimi, che mostravano dei parallelismi con i libri canonici del Nuovo Testamento. Avevano lo scopo di presentare dottrine gnostiche attraverso supposte rivelazioni di Gesù Cristo agli Apostoli. 
In questa prima categoria vi sono i cosidetti Vangeli gnostici, gli Atti apocrifi degli Apostoli, e alcune Lettere apocrife degli Apostoli. 
I più importanti Vangeli gnostici anonimi sono: la Pistis Sophia, una esaltazione del ruolo di Maria Maddalena, che sarebbe l’incarnazione dell’eone Sophia (II-III sec.); l’Apocrifo di Giovanni, che riporta la concezione della tripartizione degli uomini tra terreni, psichici e spirituali (fine II sec.); il Vangelo di Maria, che esalta il ruolo di Maria Maddalena (metà del II sec.); il Vangelo di Tommaso, che è una raccolta di detti di Gesù, visti in chiave gnostica (II sec.). Tra gli Atti apocrifi degli Apostoli si ricordano gli Atti di Giovanni, di Pietro, di Andrea e di Paolo (fine II sec.), facenti parte del ciclo leuciano, e gli Atti di Tommaso (III sec.), tutti testi con forti influenze gnostiche. 
Vi sono poi numerose lettere apocrife di influenza gnostica, come la Lettera dei Corinzi a Paolo (II sec.), e la Lettera di Pietro a Filippo (II sec.). 
Nella seconda categoria vi sono varie “Apocalissi gnostiche”, come l’Apocalisse di Paolo (fine II sec.-IV sec.), o quella di Pietro (fine II sec.-III sec.).
Nella terza categoria vi sono vari scritti teologici, etici, dogmatici, attribuiti a pensatori gnostici come Valentino (100-165 d.C., Vangelo della Verità, Vangelo secondo Filippo, Trattato sulla Risurrezione), Basilide (attivo dal 117 al 138 d.C., Vangelo di Basilide), Marcione (85-160 d.C., Antitesi, Canone marcionita).
Ma qual’era la cosmologia del gnosticismo cristiano?
Nella visione gnostica-ellenistica, Dio, detto anche l’Uno o Monade (dal greco μόνος, monas, unico), avrebbe generato 30 coppie di eoni, composti sempre da un entità maschile ed una entità femminile. Questi eoni avrebbero formato il “pleroma”, o la pienezza di Dio, pertanto non devono essere visti come distinti dalla divinità, ma astrazioni simboliche della natura divina. La transizione dal mondo immateriale a quello spirituale sarebbe stata causata da una imperfezione, un difetto, o un “peccato”, in uno di questi eoni. 
In molte versioni dei miti gnostici, e anche secondo lo studioso tedesco Albert Ehrhard sarebbe l’entità femminile Sophia che avrebbe causato questa imperfezione, perché avrebbe voluto essere uguale alla Monade. In seguito a questa confusione, Sophia, con il suo timore e la sua angoscia, produsse il demiurgo, che a sua volta creò  la materia e le anime. Ma il demiurgo è generato da un errore, un difetto, ed è per questo che crea un mondo imperfetto, fallace, erroneo, dove domina il dolore e il male. Nella “Pistis Sophia”, l’eone Cristo fu emanato da Dio per riportare Sophia verso il pleroma. L’eone Sophia, mostratosi nella forma umana di Maria Maddalena, sarebbe stato così “ricondotto sulla giusta via” dall’eone Cristo, apparso nella forma dell’uomo Gesù, che fu inviato da Dio sulla terra per fornire agli umani la gnosi necessaria per poter abbandonare il mondo fisico e poter tornare al mondo spirituale. 

Si nota subito che la cosmologia dello gnosticismo-cristiano deriva da una strana copia della cosmologia biblica. Sophia e il suo errore, o “peccato”, ricordano il “peccato originale” di Eva. 
E come se i pensatori gnostici avessero attinto dalla “Genesi” biblica, per poi costruire una cosmologia propria, che è carente però di originalità. 
In generale gli scritti gnostici rispecchiano una visione negativa della creazione. Il Dio vetero-testamentario (YHWH) sarebbe, nella visione gnostica, proprio il demiurgo. Ecco perché per gli gnostici il mondo sarebbe corrotto, e dominato dal male, perché secondo loro il demiurgo era imperfetto. 
Ma dalla lettura della Bibbia si evince chiaramente che Gesù Cristo, il Verbo incarnato, è consustanziale a Yahweh, ossia il Dio vetero-testamentario. Vediamo alcuni passaggi per chiarificare questo punto. Nel seguente passaggio di Giovanni (8, 23-24), Gesù, attribuendo a se stesso il nome con il quale Dio si rivelò a Mosè (“Io Sono”, in Esodo 3, 14) si pone alla pari con Dio.

E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati».

E pure nel passaggiodel Vangelo di Giovanni (8, 58):

Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono».

Vediamo un punto dei Salmi (Sal. 33:6): “I cieli furon fatti dalla parola dell’Eterno”. Per cui nei Salmi si afferma che l’Eterno (Dio) ha creato i cieli. 
Ma nel Vangelo di Giovanni (1, 3) si afferma: 

tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

Con una logica semplice si capisce che Dio ha creato i cieli (Salmi) e il Verbo ha creato ogni cosa (Giovanni 1, 3). Ovvio, perche il Verbo è Dio.

Nel Libro di Isaia vi è scritto (44, 6):

Così dice il Signore, il re d’Israele,
il suo redentore, il Signore degli eserciti:
«Io sono il primo e io l’ultimo;
fuori di me non vi sono dèi.

E nell’Apocalisse di Giovanni vi è riportato (1, 17-18): 

Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi.

Si evince pertanto che per l’evangelista Giovanni, Gesù Cristo, il Primo e l’Ultimo, coincide perfettamente con il Dio descritto da Isaia, anch’esso Primo e l’Ultimo.
Un’altra frase importante con la quale Gesù ha dichiarato la sua piena identità e coincidenza con YHWH, è la seguente, in risposta al sommo sacerdote, tratta dal Vangelo di Marco (14, 61-62):

Egli però taceva e non rispondeva nulla. Perciò il sommo sacerdote lo interrogò ancora dicendogli: “Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?”. Rispose Gesù: “Si, sono io! E vedrete il Figlio dell’uomo, seduto alla destra della Potenza, venire con le nubi del cielo.”

In questo passaggio Gesù rispose chiaramente, usando le parole della visione di Daniele (7, 13-14).
Da tutti questi passaggi e da altri della Bibbia, si evince chiaramente che gli Apostoli hanno predicato che Gesù Cristo, Verbo incarnato, non era altro che lo stesso identico Dio vetero-testamentario, ossia YHWH. Gli gnostici, invece, negando il vero Gesù Cristo e gli Apostoli, che vissero con il Messia e ne divulgarono il messaggio fino al martirio, hanno ripudiato il Dio dell’Antico Testamento, individuandolo nel loro demiurgo. 
Nel demiurgo gnostico coesistevano tre nature: materiale, psichica, spirituale. E da ciò  per gli gnostici anche gli umani si distinguevano in queste tre classi. Nella soteriologia gnostica valentiniana la salvezza non era relazionata al peccato, e Cristo non era vero Dio e vero uomo, come nella credenza cristiana, ma era solamente un essere divino. Per Valentino gli esseri umani materiali (i pagani), non si salvano, gli psichici, (cristiani ed ebrei), potranno unirsi con Dio a seconda dei loro comportamenti tenuti durante la loro vita terrena, solo però quando Sophia si unirà all’eone Cristo. Solo gli umani spirituali, ossia gli gnostici, si uniranno direttamente con Dio. Infatti nella dottrina valentiniana il mondo fìsico durerà fino a quando l’ultimo elemento spirituale che uscirà dal demiurgo ritornerà al pleroma per unirsi a Dio.  
In pratica nella visione gnostica il mondo corrotto, derivato da un errore di Sophia, è come se fosse Dio pietrificato. E’ l’uomo che, con la gnosi, annulla il mondo terreno, pertanto è l’uomo che, con la gnosi, “salva Dio” e ristabilisce la pienezza del pleroma. 
Nel Cristianesimo invece è Dio che incarnatosi in Gesù Cristo, salva l’uomo. 

Innanzitutto notiamo che la visione gnostica non fu una fede originale, ma fu un adattamento di concetti gnostici applicati al Cristianesimo, in forte contrapposizione all’Antico Testamento. Gli gnostici, vedendo solo le negatività del mondo terreno, ossia il male, il dolore e la sofferenza, le attribuirono a YHWH, che identificavano con il demiurgo cattivo. 
Gesù invece non potevano ripudiarlo, perché come ho già sottolineato, è stato un personaggio storico e molti erano disposti a morire per lui. Pertanto attuarono un sincretismo, adattandolo alla loro credenza. 
Il “Gesù gnostico” che ne derivava pertanto, non era più quello narrato dagli Apostoli, che furono coloro che vissero con il Salvatore, ma era quello inventato e idealizzato dagli gnostici. Quel “Gesù gnostico” non aveva sofferto in croce, in quanto la sua natura prettamente divina gli impediva di soffrire, e pertanto anche la Risurrezione non aveva senso, era un’allegoria. L’importanza della venuta di Gesù era solo e solamente la sua azione di “ponte” che avrebbe potuto portare l’uomo alla vera gnosi e quindi, a Dio. Ne risulta un Gesù completamente falsato e non attinente ai testi neo-testamentari. 
Anche l’escatologia cristiana neo-testamentaria, viene completamente cancellata. E’ totalmente assente la parusia del Signore e la resurrezione dei corpi e il giudizio finale sono concetti inesistenti. 
Un’altra caratteristica dello gnosticismo è che i maestri iniziati erano superiori agli adepti. 
Nel Cristianesimo antico invece non vi era gerarchia e tutti avevano pari diritti e doveri. Non vi erano capi ma vescovi (ἐπίσκοπος, supervisori). Siccome la credenza cristiana esige dei cambi radicali non solo a parole, ma anche nei fatti, i vescovi che predicavano questo cambio di paradigma dovevano dimostrare negli atti che loro per primi erano disposti a lasciare tutto per Gesù Cristo. Non solo dovevano dimostrare di vivere in modo integerrimo e mite, non solo dovevano abbandonare le loro proprietà materiali per donarle alla comunità, vivendo così in condivisione dei beni, ma dovevano essere disposti ad anteporre Cristo persino alle loro vite. Ed è quello che fecero: infatti la maggioranza dei vescovi o dei saggi cristiani che vissero dopo la morte di Giovanni, nella cosidetta “età patristica”, morirono martirizzati, dando l’estrema testimonianza (martire significa testimone, in greco), di Gesù Cristo. 
Mi riferisco per esempio a Clemente di Roma (morto nel 100 d.C.), Ignazio di Antiochia (35-107 d.C.), Policarpo di Smirne (69-155 d.C.), Giustino Martire (100-168 d.C.), Ireneo di Lione (130-202 d.C.), Ippolito di Roma (170-235 d.C.), Origene (185-254 d.C.), Cipriano (210-258 d.C.), Metodio di Olimpo (250-311 d.C.). La loro principale forza dunque, fu la fede incrollabile in Cristo, e la dimostrarono col martirio.   
I pensatori gnostici, invece, non erano disposti a morire per la loro fede. I seguaci di Basilide e di Valentino ripudiavano il martirio. Infatti dicevano: “Confessare Dio con la morte è un suicidio” (1).
I seguaci di Basilide credevano che i tormenti sofferti dai martiri cristiani erano il giusto castigo per i peccati commessi nella vita anteriore (indizio di credenze sulla reincarnazione). Ci sono indizi comunque che seguaci di Marcione e Montano valorizzassero l’azione dei martiri. In generale comunque si evince che tra gli gnostici praticamente nessuno era disposto a morire per affermare “l’eone di Cristo”.
Vi era poi il concetto che sta alla base dei culti iniziatici, che stava alla base dello gnosticismo: seondo la Pistis Sophia, Gesù avrebbe impartito ai suoi seguaci un insegnamento “segreto”, ed “occulto”, in specialmodo dopo l’evento della Risurrezione, che nello gnosticimo è un’allegoria. 
Si dimostra così facilmente che gli gnostici predicavano un “Gesù gnostico” mai esistito. Innanzitutto gli Apostoli e gli autori dei testi neo-testamentari hanno predicato che l’insegnamento di Gesù non fu mai esoterico, ossia riservato a pochi, ma fu completamente pubblico, cioè aperto a tutti. Il messaggio di Gesù Cristo nel Nuovo Testamento era rivolto non solo ai suoi seguaci, ma anche e soprattutto ai non-seguaci, ossia ai peccatori, ai gentili (vedi episodio della samaritana), ai soldati romani (vedi episodio del servo del centurione). Nell’insegnamento gnostico, frutto di un sincretismo forzato, l’insegnamento di Gesù era riservato a pochi iniziati, mentre il vero e unico Gesù Cristo insegnò  apertamente a tutti coloro che si dichiaravano pronti ad ascoltarlo. 
Vediamo a tale proposito il passo del Vangelo di Giovanni (18, 19-21): 

Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». 

Inoltre nel Cristianesimo vi è il concetto che i poveri di spirito (quelli che non si vantano della loro condizione spirituale, ma sono consapevoli di non essere arrivati al Regno di Dio), possono accedere al Regno, se si pentono dei propri peccati e riconoscono che Gesù Cristo è venuto per togliere il peccato del mondo. Tutti quindi possono accedere al Regno di Dio. Anche un ricco, anche una persona che ha potere terreno se diventa umile e si spoglia delle sue ricchezze, o della sua presunzione, può accedere al Regno. 
Ecco che si nota che Cristianesimo antico e Gnosticismo non potevano essere in accordo, perché sono all’opposto. Gli gnostici pertanto, non rinunciarono alle loro tradizioni misteriche, ma adattarono Gesù Cristo alla loro tradizione, travisando i concetti basilari del Nuovo Testamento e quindi predicando un Gesù mai esistito. 
Quale fu la risposta delle prime comunità di cristiani al culto sincretico dello gnosticismo-ellenistico? 
Innanzitutto vi fu una risposta ecclesiastica. Nessuno degli gnostici-ellenistici, che predicavano perlopiù in ambiente alessandrino e romano, fu nominato vescovo. L’alessandrino Valentino fu inizialmente nominato diacono a Roma, sotto i vescovi Igino e Aniceto. Ma non fu nominato vescovo, pertanto scelse la strada della predicazione gnostica indipendente, e morì a Cipro, possibilmente nel 165. 
Vi fu una corposa risposta teologica alle tesi sincretiche degli gnostici. Il principale scrittore e teologo anti-gnostico fu Ireneo di Lione (130-202 d.C.), ma anche Tertulliano (155-230 d.C.) e Ippolito di Roma (170-235 d.C.), scrissero nell’intento di difendere l’originalità della fede cristiana.
Ireneo era nato a Smirne, e fu discepolo di Policarpo. Durante la persecuzione di Marco Aurelio fu sacerdote presso nella città di Lione, il cui vescovo era Potino. Di ritorno da un viaggio a Roma si rese conto che Potino era morto in seguito ad una persecuzione e fu nominato secondo vescovo di Lione. Molti suoi scritti ebbero l’oiettivo di dimostrare l’infondatezza e la falsità delle dottrine gnostico-cristiane. La suo opera anti-gnostica più importante fu Adversus haereses o “Smascheramento e confutazione della falsa gnosi”.
In quest’opera Ireneo, confuta Valentino ed i suoi predecessori, che fa rimontare a Simone Mago, personaggio descritto negli Atti degli Apostoli (cap.8). Ireneo fa notare che semplicemente i testi gnostici non fanno parte degli scritti apostolici, facenti parte del canone. Proprio nella seconda metà del II sec., infatti, il canone testamentario stava per prendere corpo, come poi è stato provato con la scoperta del frammento muratoriano (2). Inoltre Ireneo dimostra che sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento non vi sono dottrine gnostiche. Fa notare inoltre che nessuno dei successori degli Apostoli insegna dottrine gnostiche. 
Ireneo dimostra pertanto già sul finire del II sec., che lo gnosticismo-ellenistico non è altro che un culto non originale e non apostolico. Dimostra che gli gnostici hanno divulgato un Gesù mai esistito, che rispecchiava solamente la loro tradizione, ma che nulla aveva a che fare con il vero Gesù Cristo, divulgato dagli Apostoli sia oralmente che negli scritti canonici del Nuovo Testamento.
Secondo l’imperatore Flavio Claudio Giuliano (331-363), esistevano delle scuole Valentiniane in Asia Minore fino ali suoi tempi. Nel IV secolo, quando il Cristianesimo fu accettato ed in seguito imposto come religione di stato, il culto gnostico-docetico declinò e venne marginalizzato in alcune zone periferiche dell’impero, come per esempio l’Arabia (3). 
Certi concetti gnostici però, non si estinsero, ma si trasformarono e soppravvissero fino e oltre il Medio Evo, per poi rinascere nell’epoca moderna attraverso il pensiero di persone come il poeta William Blake, il massone Albert Pike, l’esoterica H.P. Blavatsky (fondatrice della società teosofica), e lo psicoanalista Carl Gustav Jung. 

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

Foto principale: Frammento della principale opera anti-gnostica di Ireneo di Lione, Adversus Haereses -- P. Oxy. 3.405. Irenaeus, Adversus Haereses. Van Haelst 671; papyrus roll (7 fragments), ca 200 ce.

Nota:
(1) Clemente di Alessandria, strom. IV, 4; Ireneo, Adv. hæres. III, 18,5; IV, 33,9.
(2) https://en.wikipedia.org/wiki/Muratorian_fragment
(3) http://www.answering-islam.org/authors/masihiyyen/gnostic_islamic_crucifixion.html