venerdì 24 luglio 2015

La vera identità di Gesù Cristo


Poche persone dubitano dell’esistenza storica di Gesù Cristo. Molti però lo definiscono un “grande profeta di Dio”, un “uomo saggio”, un “riformatore del giudaismo”, o addirittura “l’uomo più saggio che abbia mai vissuto”. 
Alcune religioni, inoltre, lo considerano un “grande profeta”, un “inviato da Dio”, o un “messaggero di Dio”.
Queste definizioni, però, sono in contraddizione con i libri del Nuovo Testamento, che sono i piu antichi testi che descrivono la vita e le opere di Gesù Cristo e dei suoi seguaci, gli Apostoli, e che sono stati scritti prima del 100 d.C.
Quindi per appofondire il tema della vera identità di Gesù Cristo, dobbiamo studiare i testi del Nuovo Testamento, che sono stati scritti da coloro i quali hanno vissuto con Gesù, o da coloro i quali hanno ricevuto un insegnamento diretto dagli Apostoli.
Innanzitutto analizziamo il Prologo del Vangelo di Giovanni (1, 1-5):

In principio era il Verbo
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Questi era in principio presso Dio.
Tutto per mezzo di lui fu fatto e senza di lui non fu fatto nulla di ciò che è stato fatto.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; e la luce nelle tenebre brilla e le tenebre non la compresero.

In questi celebri passi, Cristo è proclamato come Parola di Dio (Verbo), Dio egli stesso, Creatore del mondo e principio della vita. Analizziamo anche un altro passo del Prologo (Giovanni 1, 14):

E il Verbo si fece carne e dimorò fra noi e abbiamo visto la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.

In questo passo si descrive che il Verbo si fece carne, ossia s’incarnò in una persona umana, (Gesù). Inoltre si spiega che il Figlio è Unigenito, cioè “unico e solo” (ossia non ve ne sono stati altri, e non ve ne saranno altri all’infuori di lui).
Già questi primi passi del Vangelo di Giovanni esprimono con forza la piena identità di Gesù Cristo. Lui è il Verbo, la Parola di Dio, Dio stesso.
C’è un altro passo del Prologo del Vangelo di Giovanni molto importante per identificare pienamente la persona di Gesù Cristo, (1, 18):

Dio nessuno l’ha visto mai.
L’Unigenito Dio
che è nel seno del Padre
egli lo ha rivelato.

Quando Giovanni scrive “Dio nessuno l’ha visto mai”, si riferisce a Dio Padre. Quando scrive “Unigenito Dio”, si riferisce a Dio Figlio, il quale “è nel seno del Padre”, e che ha rivelato il Padre. In questo passaggio pertanto, Giovanni, definendo “Unigenito Dio”, il Figlio, ci svela ancora la vera identità di Gesù Cristo.
Ora analizziamo un passo successivo del Vangelo di Giovanni (1, 29):

L’indomani vede Gesù venirgli incontro e dice: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.

E’ Giovanni il Battista che parla. Ci dice che Gesù è “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. Cosa significa?
Nell’Antico Testamento i sacrifici animali venivano attuati per farsi perdonare i peccati da Dio. La perdita di un animale del gregge e la vista della morte di un animale, che è innocente per definizione, in quanto non conosce il bene e il male, avevano lo scopo di far redimere il peccatore.
Ma che cosa è il peccato? Il peccato è un atto di non-umiltà. Un atto di supponenza, presunzione, saccenza. Il peccato originale, è stato attuato da Adamo ed Eva, la prima coppia di umani dotata del libero arbitrio. Essi vollero sostituirsi a Dio, scalzarlo dal suo trono. Peccarono di presunzione, di saccenza.
Il peccato originale è ciò che rese necessario il sacrificio di Cristo sulla croce.
La sua sofferenza e il suo sangue, versato al posto nostro, ci rende liberi dal peccato, se riconosciamo Cristo e lo accettiamo come nostro Salvatore. (Lettera ai Romani 3, 22).
Il sacrificio del Figlio di Dio, è per definizione è il sacrificio finale e perfetto, come si deduce da questo passaggio della lettera agli Ebrei (7, 27):

Il quale non ha bisogno tutti i giorni, di offrire vittime prima per i propri peccati, poi per quelli del popolo come i sommi sacerdoti, perchè questo egli ha fatto una volta per tutte offrendo se stesso.

Da notare che Giovanni il Battista disse: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, e non disse: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato di Israele”, indicando così che Gesù venne per caricare su di se tutti i peccati del mondo, proprio tutti, anche di coloro che non sono ebrei. La sua missione non è pertanto quella di un “riformatore del giudaismo”, come affermato da alcuni scrittori, ma è “universale”, per tutti gli esseri umani.

Un altro passo importante per comprendere questo concetto è Giovanni (3, 16-21):
Dio infatti ha tanto amato il mondo, che ha dato il Figlio suo Unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non mandò il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perchè non ha creduto nel nome del Figlio Unigenito di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

Anche in questi passi si descrive Gesù come “il Salvatore del mondo” e non “colui che condanna il mondo”. Salvatore è colui, che con il suo sacrificio “toglie i peccati del mondo”. Chi crede in lui è gia salvato, nel senso che accetta che Cristo abbia accolto su di se i suoi peccati.
A tale proposito vediamo questi passi del Vangelo di Matteo (20, 27-28):

E chi fra voi vorrà essere al primo posto si farà vostro schiavo, come il Figlio dell’uomo che non è venuto ad essere servito, ma a servire e dare la propria vita in riscatto di molti.

e (26, 26-28):

Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: "Prendete, mangiate: questo è il mio corpo". Quindi prese il calice, rese grazie e lo passò a loro dicendo: “Bevetene tutti: questo infatti è il mio sangue dell’alleanza, che sarà versato per molti in remissione dei peccati.

Secondo la credenza cristiana pertanto, Dio non perdona i peccati “dall’alto”, ma pagando lui stesso. Dio non ha delegato ad una sua “creatura” la sofferenza sulla croce. Dio stesso era sulla croce, dandoci il massimo esempio di umiltà, perchè amava talmente l’uomo che si è sacrificato per lui, caricando su di se tutti i peccati del mondo e rendendoci così liberi. Solo Dio inoltre, essere infinito, poteva pagare con il suo sangue per tutti i peccati del mondo.
Solo con un corpo umano il Verbo ha potuto realmente sentire il nostro dolore, la nostra sofferenza e la nostra tristezza. Ha voluto sentirla su di sè, non per un motivo vacuo, ma perché l’atto di caricare su di se tutto il dolore del mondo, tutta la sofferenza del mondo, e tutti i peccati del mondo era la condizione necessaria per salvare l’umanità. Senza l’azione salvifica di Cristo, nessun uomo potrebbe espiare i suoi peccati. Da ciò si evince che la vera identità di Gesù Cristo è una perfetta unione di due nature, la divina e la umana, in un’unica persona. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo.
Da vari passaggi dei Vangeli si evince che il Padre e il Figlio sono “della stessa sostanza”. E’ Gesù stesso che lo ha affermato, dipanando ogni dubbio sulla sua identità e sulla sua missione.
Ecco un primo passaggio del Vangelo di Matteo, (11, 27):

Tutto mi è stato dato dal Padre mio: nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo.

Continuiamo con l’analisi del Vangelo di Giovanni. Nel seguente passo (8, 18-19) è scritto:

Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me». Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete nè me nè il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio».

Frase significativa, perchè indica che solo conoscendo e accettando lui, si può accettare il Padre.
Ecco che stiamo entrando nel vivo del Vangelo di Giovanni, e stiamo analizzando gli importanti passaggi dove Cristo ha rivelato la sua piena identità ai farisei e ai religiosi nel tempio.
Nel seguente passaggio di Giovanni (8, 23-24), Gesù, attribuendo a se stesso il nome con il quale Dio si rivelò a Mosè (“Io Sono”, in Esodo 3, 14) si pone alla pari con Dio.

E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati».

E ancora in Giovanni (8, 53-58):

Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono».
Anche il decimo capitolo del Vangelo di Giovanni è particolarmente significativo per conoscere la vera identità di Gesù Cristo. Leggiamo i seguenti passi (10, 14-18):
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perchè io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Innanzitutto in questi passi è scritto che Gesù ci conosce, esattamente come il Padre conosce lui e lui conosce il Padre. Poi c’è scritto che lui da la vita per noi. In questa frase quindi Gesù anticipa quello che sarà il suo sacrificio, ed inoltre ci anticipa la sua Risurrezione: lui da la sua vita e lui la riprende, proprio perchè lui è il Signore.
Inoltre, anche da questa frase si evince che Gesù è venuto per tutti e non solo per i Giudei (ho anche altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore).
Pochi passi più avanti quando alcuni Giudei gli chiedono di rivelare la sua vera natura Gesù risponde (Giovanni 10, 24-30):

Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo uno.

Con quest’ultima frase Gesù afferma di essere in unione con il Padre. Tuttavia quando i Giudei raccolsero delle pietre per lapidarlo, ci fu questo dialogo (Giovanni 10, 32-38):

Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perchè tu, che sei uomo, ti fai Dio».
Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere annullata –, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perchè ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perchè sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre»

I Giudei avevano inteso che, con quell’affermazione, Gesù sosteneva di essere Dio, ma Gesù stesso non negò di esserlo. Gesù si rifà all’Antico Testamento: Nelle scritture vengono chiamati dei e figli dell’Altissimo i giudici e i re, perché partecipi della prerogativa divina di giudicare gli uomini (Sal. 82, 6-Sal. 2- Dt 1, 17; 19, 17). Gesù aggiunge che colui che è santificato e inviato dal Padre a buon diritto può essere considerato in unione con il Padre. Nell’ultima frase, inoltre, ribadisce ancora che lui e il Padre sono una cosa sola.
Analizziamo ora un altro passo del Vangelo di Giovanni (20, 28): 

Rispose Tommaso e gli disse: “Signore mio e Dio mio!”

In questo caso Gesú non ha negato di essere Dio, ma ha risposto, in Giovanni (20, 29): 

Gli disse Gesú: “Perché mi hai visto hai creduto? Beati coloro che hanno creduto senza vedere”.

La natura divina di Gesù non si evince solo da quello che disse, ma ovviamente anche da quello che fece. I miracoli, narrati nei quattro Vangeli, indicano il suo totale dominio sulle forze della natura, sui demoni, sulle malattie e sulla morte.
Gesù Cristo risuscita i morti: la figlia di Giairo, (in Luca 8, 49-56), il figlio della vedova di Naim, (in Luca 7, 11-17) e Lazzaro (Giovanni, 11).
Ecco il celebre dialogo di Gesù con Marta, prima della risurrezione di Lazzaro (Giovanni 11, 23-27):

Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Con questa frase Marta ha riconosciuto la vera identità di Gesù Cristo.
Proseguendo con l’analisi dei Vangeli, in particolare del Vangelo di Giovanni, analizziamo un altro passo fondamentale per comprendere la vera identità di Gesù Cristo (Giovanni, 12, 44,45):

Gesù proclamò ad alta voce: “Chi crede in me, non crede in me, ma in Colui che mi ha mandato, e colui che vede me, vede Colui che mi ha mandato.

In questo ultimo passo Gesù afferma di essere consustanziale al Padre.
E ancora in Giovanni, (14, 5-14):

Gli dice Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?”
Gli dice Gesù: “Io sono la via e la verità e la vita. Nessuno va al Padre se non attraverso di me. Se voi mi aveste conosciuto anche il mio Padre conoscereste, e fin d’ora voi lo conoscete e l’avete visto”.
Gli dice Filippo: “Mostraci il Padre e ci basta.”
Gli dice Gesù: “Da tanto tempo sono con voi, e non mi hai conosciuto Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi tu dire: -Mostraci il Padre?- Non credi che io sono nel Padre e il Padre e in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; il Padre che dimora in me fa le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me. Almeno credete a causa delle opere stesse. In verità, in verità vi dico, chi crede in me, anch’egli farà le opere che io faccio e ne farà anche di più grandi perchè io vado al Padre. E quando chiederete nel mio nome lo farò, affinchè il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualcosa nel mio nome, io lo farò”.

In questi passaggi vi sono due concetti significativi. Innanzitutto Gesù risponde a Tommaso dicendo: “Io sono la via e la verità e la vita. Nessuno va al Padre se non attraverso di me”. Quindi risponde a Filippo dicendo: “io sono nel Padre e il Padre è in me”. Gesù afferma dunque di essere la Verità, di essere unito al Padre, e di essere pertanto, della stessa “sostanza”.
Anche in Giovanni (16, 27-28), vi sono alcune frasi importanti:

Il Padre stesso vi ama, poichè voi mi avete amato e avete creduto che sono uscito da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo. Ora lascio il mondo e vado al Padre.

uscito da Dio”, frase che rende l’idea del Verbo generato, ma non creato, e finalmente incarnatosi in un uomo, Gesù.
Nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni vi sono poi affermazioni molto importanti di Gesù, che sta pregando il Padre. Ecco un primo, significativo passaggio (Giovanni 17, 3-5):

Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuta l’opera che tu mi hai dato da fare. Ora glorificami tu, Padre, davanti a te, con la gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.

E ancora, Giovanni (17, 24):

Padre, voglio che anche quelli che tu mi hai dato siano con me, dove sono io, affinchè contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato, poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
In questi due passaggi si evince che Gesù era con il Padre prima che il mondo fosseprima della creazione del mondo, dell’universo. Questi due passi, indirettamente, confermano la Divinità di Cristo.

Ma l’evento cardine della missione di Gesù è la Risurrezione (Matteo, 28; Marco 16; Luca, 24; Giovanni, 20). Nella Risurrezione Gesù Cristo ha vinto la morte e ha dimostrato il suo potere su di essa. Solo Dio stesso, che ha creato l’universo, ha il potere di vincere il peccato e la morte. Ecco i famosi passi della Lettera ai Corinzi di Paolo (1 Corinizi, 15, 54-55):

Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
La morte è stata inghiottita nella vittoria.
Dov’è, o morte, la tua vittoria?
Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?

La Risurrezione è inoltre la dimostrazione che Dio ha accettato l’estremo sacrificio di Cristo fatto per tutti gli esseri umani e certifica che coloro che credono in Gesù Cristo saranno risuscitati a Vita Eterna.
Vi sono poi altre frasi e comportamenti di Gesù che indicano la sua natura consustanziale al Padre. Nel capitolo quinto del Vangelo di Matteo, parlando della legge mosaica, ossia la legge data da Dio, Gesù ripetè varie volte: “avete inteso che fu detto…io invece vi dico”. Gesù quindi insegna sui giusti comportamenti da tenere nel caso di matrimonio, giuramenti, amore al prossimo. Per sei volte viene ripetuta la frase: “io invece vi dico”.
Come potrebbe un semplice profeta aggiungere o modificare le leggi date da Dio se non chi è per sua natura consustanziale al Padre?
I profeti dicevano: “Così parla il Signore”, mentre Gesù disse: “io invece vi dico”.
E’ noto che i giudei osservavano la legge del riposo durante il sabato, e per questo criticarono Gesù per aver curato un paralitico di sabato Giovanni (5, 1-10). Ma Gesù, dimostrando di essere al di sopra della legge dice (Giovanni 5, 17):

Ma Gesù rispose loro: “Mio Padre è all’opera fino ad ora ed anch’io sono all’opera”.

Gesù si pone quindi al di sopra della legge, per esempio anche quando dice:

Si, il Figlio dell’uomo è padrone del sabato” (Matteo, 12, 8).

Sono affermazioni inaudite, che mai uscirono dalla bocca di nessun uomo, e che provano la sua verà natura di Gesù Cristo, che è consustanziale al Padre.
Un’altra frase importante con la quale Gesù ha dichiarato la sua piena identità è la seguente, in risposta al sommo sacerdote, tratta dal Vangelo di Marco (14, 61-62):

Egli però taceva e non rispondeva nulla. Perciò il sommo sacerdote lo interrogò ancora dicendogli: “Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?”. Rispose Gesù: “Si, sono io! E vedrete il Figlio dell’uomo, seduto alla destra della Potenza, venire con le nubi del cielo.”

In questo passaggio Gesù rispose chiaramente, usando le parole della visione di Daniele (7, 13-14).
Vediamo ora, un passaggio importante della Lettera ai Filippesi dell’Apostolo Paolo, (2, 3-11):

Non fate niente per ambizione ne per vanagloria, ma con umiltà ritenete gli altri migliori di voi; non mirando ciascuno ai propri interessi, ma anche a quelli degli altri. Coltivate in voi questi sentimenti che furono anche in Cristo Gesù:
il quale, essendo per natura Dio,
non stimò un bene irrinunciabile
l’essere uguale a Dio
ma annichilì se stesso
prendendo natura di servo,
diventando simile agli uomini;
e apparso in forma umana
si umiliò facendosi obbediente
fino alla morte
e alla morte in croce.
Per questo Dio lo ha sopraesaltato
ed insignito di quel nome,
affinché, nel nome di Gesù,
si pieghi ogni ginocchio
degli esseri celesti
dei terrestri e dei sotterranei
e in ogni lingua proclami,
che Gesù Cristo è Signore
a gloria di Dio Padre.

Analizzando questo importante brano ritmico, vediamo che, al sesto passo Paolo scrive: “il quale, essendo per natura Dio”. Quindi Paolo scrive chiaramente che Gesù è Dio, per natura. Inoltre nell’undicesimo passo scrive: “e in ogni lingua proclami, che Gesù Cristo è Signore a gloria di Dio Padre”. Paolo non scrive “Dio”, ma bensì “Dio Padre”. Così facendo, ricollegandosi al sesto passo, certifica la Divinità del Figlio.
Analizziamo ora un importante passaggio della Prima lettera di Giovanni. (1 Giovanni 5, 20):

Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere colui che è il Vero. E noi siamo in colui che è il Vero, nel Figlio suo Gesù Cristo. Questi è il vero Dio e la vita eterna.

In questo passaggio “Il Vero” è Dio. Giovanni afferma che solo il Figlio di Dio ci ha dato l’intelligenza per conoscere Dio. Inoltre afferma di permanere nel Vero, ossia in suo Figlio Gesù Cristo. Nell’ultimo passaggio Giovanni scrive qualcosa che non dovrebbe dare adito a dubbi: “Questi è il vero Dio e la vita eterna”, ossia Gesù Cristo è il vero Dio.
In ultima analisi vediamo alcuni passaggi importanti delle lettere di Paolo. Il primo, tratto dalla Lettera ai Colossesi (2, 8-9):

Badate che nessuno vi faccia sua preda con la “filosofía”, questo fatuo inganno che si ispira alle tradizioni umane, agli elementi del mondo e non a Cristo, poiché è in lui che dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità.

Paolo afferma che in Cristo si ha “tutta la pienezza della divinità”, cioè l'Essenza divina. Cristo è Dio. Egli, in quanto Persona, si distingue dal Padre per la relazione che ha con il Padre essendo lui il Figlio Unigenito, ma una sola è l'Essenza. Tutta la pienezza della divinità “abita corporalmente” in lui, cioè non per via di semplice azione della divinità su di un corpo umano, ma per l'unione ipostatica delle due nature, quella divina e quella umana. In Cristo vi sono due nature, non mescolate tra di loro, nell'unica Persona che è quella divina. In Dio si hanno tre Persone uguali e distinte nell'unica Essenza. Dio è Trinità.

Vediamo ora il seguente passaggio (1) della Prima Lettera a Timoteo: (3, 16)

Senza alcun dubbio, infatti, è grande il mistero della pietà:
Dio si è manifestato nella carne
Fu giustificato nello spirito
Apparve agli angeli
Fu predicato alle nazioni
Fu creduto nel mondo
Fu assunto nella gloria

“Dio si è manifestato nella carne”, è il Verbo (Giovanni 1, 14).
In ultima analisi vediamo un passaggio della Lettera ai Romani 9, 4-5

Essi sono Israeliti, loro è l’adozione a figli, la gloria le alleanze, a loro è stata data la legge, il culto le promesse, i patriarchi, da loro proviene Cristo secondo la sua natura umana, egli che domina tutto è Dio, Benedetto nei secoli, amen.

Anche da questo passaggio si evince chiaramente che Paolo sosteneva la piena Divinità del Figlio.

Coloro i quali negano la Divinità di Cristo, che si evince dai testi del Nuovo Testamento e non è un dogma aggiunto in epoca post-costantiniana, si trovano pertanto davanti ad un dilemma di difficile soluzione. Essi dicono che Gesù Cristo fu un grande saggio, se non il più grande di tutti i saggi. Ma come potrebbe essere stato il più grande dei saggi se avesse mentito?
Ecco pertanto che la vera identità di Gesù Cristo, consustanziale al Padre e allo Spirito Santo, Dio stesso e creatore del mondo, risulta chiara.
Naturalmente nella vita di Gesù Cristo vi sono vari misteri, che il credente accetta per fede.
Rimane però sempre un fatto fondamentale: Dio, il creatore del cielo e della terra, avrebbe potuto benissimo giudicarci dall’alto, senza venire fra di noi, senza umiliarsi lui stesso, incarnandosi in un essere umano. Ma Dio stesso, infinitamente misercordioso e buono, ha voluto inviare suo Figlio per redimerci dal peccato e pagare per noi sulla croce. Dio amava talmente l’uomo che si è sacrificato per lui, pagando con la sofferenza sulla croce e perdonando così tutti i peccati:

Dio infatti ha tanto amato il mondo, che ha dato il Figlio suo Unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna. (Giovanni 3, 16).

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

E’ possibile riprodurre questo articolo a patto che:
1-Sia riprodotto integralmente.
2-Non si alteri il titolo, alcuna parte di esso nè le fonti bibliografiche.
3-Si aggiunga in vista dopo il titolo e alla fine dell’articolo: opera di Yuri Leveratto.
Nota:
(1) Textus Receptus, King James, Reina Valera.

giovedì 16 luglio 2015

Il rito del battesimo per i primi cristiani



Da un punto di vista antropologico, il rito è quell’insieme di pratiche religiose o mistiche attuato in una comunità di persone. 
Tra tutte le creature della terra, solo gli esseri umani attuano riti religiosi.
Nessun animale, fino a prova contraria, porta a termine rituali o cerimonie mistiche. E’ proprio la differenza fondamentale tra noi e gli animali, cioè la piena conoscenza del bene e del male, che ha portato i primi uomini a realizzare dei riti mistici, ai quali davano differenti significati, ma tutti relazionati ad una forza immateriale, quindi spirituale, che a seconda delle differenti credenze, è la forza creatrice del cielo e della terra.
Uno dei riti più importanti, ma non fondamentale per la salvezza, per le prime comunità di cristiani, mi riferisco quindi ai 280 anni che vanno dalla Risurrezione di Gesù Cristo all’editto di Milano del 313 d.C., era il battesimo.
Lo studio della vita dei primi cristiani è importante per conoscere le differenze tra l’insegnamento impresso nel Nuovo Testamento (insieme di 27 libri scritti prima del 100 d.C., quindi i più antichi), e i dogmi che furono aggiunti in epoche post-costantiniane.
In generale per i primi cristiani il battesimo non era visto come un rituale magico che potesse salvare una persona, a meno che non fosse accompagnato dalla fede in Gesù Cristo e dal vero pentimento dei propri peccati. In pratica il battesimo attuato senza fede, non aveva alcun valore.
Il battesimo (la cui etimologia deriva dal greco “immersione”), veniva attuato immergendo completamente la persona nell’acqua, la quale, una volta emersa dichiarava “Io credo che Gesù Cristo è Figlio di Dio” (Atti, 8, 37). L’immersione è un simbolo del “scendere nella tomba” dell’uomo vecchio, e l’emersione è un simbolo della “rinascita” dell’uomo nuovo in Cristo.
I primi cristiani però sostevano che i bambini non battezzati che morivano nell’infanzia potevano salvarsi, a differenza del dogmatico Agostino di Ippona (354-430 d.C.), che sostenne che tutti i bambini non battezzati sono condannati.
Da Agostino infatti deriva la credenza (non presente però nel Nuovo Testamento), che battezzare un bambino appena nato, lo liberi dalle conseguenze negative del peccato originale. (1).
Un altro esempio del fatto che i primi cristiani non davano al battesimo il potere di “rendere salva” una persona, è stato quello dei martiri. Molti martiri morirono senza essere battezzati, ma gli altri cristiani, sapendo che Dio è infinitamente misericordioso e buono, considerarono che il Creatore non li avrebbe abbandonati. In un certo senso i martiri non battezzati, venivano battezzati nel sangue, come si evince da questo passo del Vangelo di Marco (10, 38-39):

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati.

In questi passi Gesù annunzia il martirio ai suoi discepoli.
Abbiamo visto pertanto che i primi cristiani non davano al battesimo il significato di “rito che porta alla salvezza”. Quindi quale era per loro il vero significato del battesimo?
Analizziamo il celebre passo del “dialogo di Gesù con Nicodemo”, del Vangelo di Giovanni (3, 5-8):

Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene ne dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».

Acqua e Spirito richiamano dunque il battesimo, momento in cui si attua il rito di “rinascere”. La carne indica ciò che è impermanente. Lo Spirito indica il principio vitale che viene da Dio, che non è corruttibile. Il vento che soffia è lo “Spirito Santo”, che si manifesta “dove vuole”.
I primi cristiani, ma non gli gnostici, credevano che le parole di Gesù si riferissero al “battesimo d’acqua”.
I primi cristiani credevano quindi che il battesimo, associato però al riconoscere Gesù Cristo come Figlio di Dio e al pentimento dei propri peccati, servisse per ottenere il perdono divino.
A tale proposito vediamo il passo degli Atti degli Apostoli (2, 38):

Pietro rispose loro: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome nel nome di Gesù Cristo per ottenere il perdono dei vostri peccati: e riceverete il dono dello Spirito Santo”.

Non a caso Pietro inizia la sua frase con “Pentitevi” e non: “battezzatevi”.
Ma anche i primi cristiani, come Giustino Martire (100-168 d.C.), avevano la stessa credenza. Vediamo un passaggio a tal proposito della sua opera “Dialogo con Trifone” (2):

Non c’è altro modo, (per ottenere le promesse di Dio), che questo: conoscere Cristo, bagnarsi nella fonte della quale parlava Isaia per la remissione dei peccati, e per ultimo, condurre una vita senza peccato.

I primi cristiani davano inoltre al battesimo il significato di “rinascere”.
Ecco cosa scrisse Ireneo di Lione (130-202 d.C.), nella sua “raccolta di frammenti dalle opere perse” (3):

Come siamo lebbrosi nel peccato, siamo mondati delle nostre vecchie trasgressioni attraverso l’acqua sacra e l’invocazione del Signore. Pertanto siamo rigenerati spiritualmente come bambini appena nati, come il Signore ha dichiarato: “Se uno non è nato dall’acqua e dallo Spirito, non può entrare nel Regno di Dio” (Giovanni, 3, 5).

Per ultimo i primi cristiani credevano di “ottenere l’illuminazione spirituale” dopo aver ricevuto lo Spirito Santo.
Per riassumere, per i primi cristiani il battesimo era un rito importante ma non fondamentale, che portava al perdono dei peccati da parte di Dio, solo però se era accompagnato dalla fede in Gesù Cristo come Figlio di Dio e dal vero pentimento dei propri peccati.
Quindi il battesimo non era assolutamente necessario per la “salvezza”, mentre lo erano la fede in Gesù Cristo e il pentimento dei propri peccati.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

E’ possibile riprodurre questo articolo a patto che:
1-Sia riprodotto integralmente.
2-Non si alteri il titolo, alcuna parte di esso nè le fonti bibliografiche.
3-Si aggiunga in vista dopo il titolo e alla fine dell’articolo: opera di Yuri Leveratto.

Foto principale: Battesimo di Cristo, Joachim Patinir

Bibliografia:
Nuovo Testamento
Che parlino i primi cristiani, David Bercot

Note:
(1) Tuttavia l'idea del limbo non è mai stata considerata a livello di verità di fede dogmatica quanto piuttosto un'ipotesi teologica creduta plausibile, come risulta da un pronunciamento della Congregazione per la dottrina della fede nel 2007 e firmata da papa Benedetto XVI. Infatti l'attuale Catechismo della Chiesa cattolica prevede che i bambini morti senza Battesimo siano affidati «alla misericordia di Dio [...] che vuole salvi tutti gli uomini
(2) Giustino, Dialogo con Trifone, capitolo 44.
(3) Ireneo, Frammenti delle opere perse, 34 -http://www.newadvent.org/fathers/0134.htm

sabato 20 giugno 2015

La prosperità: benedizione o trappola? L'insegnamento di Gesù Cristo rispetto ai beni materiali


Oggi viviamo in un’epoca dove il materialismo pervade ogni campo della società. Mai come in questo periodo storico, in particolar modo dall’avvento della globalizzazione, quindi a partire dai tumulti di Piazza Tienanmen e dalla caduta del Muro di Berlino (1989), si è andata affermando una cultura globale, che mette al centro della vita di molte persone la ricerca e l’adorazione della materialità, intesa come l’accrescimento indefinito delle ricchezze personali. 
Sfogliando i quotidiani, guardando la televisione e collegandosi ad internet, si nota che il cosiddetto pensiero unico, detto anche mainstream della globalizzazione, divulga un unico stile di vita, basato sull’appiattimento delle differenti culture e religioni, con il fine di uniformare gli stili di vita, per far poi accettare all’ignaro cittadino-consumatore il prodotto globale.
Svuotato della sua cultura, religione ed individualità, il cittadino-consumatore si ritroverà così senza solidi valori morali e pertanto sarà facilmente inglobato nel turbinìo della globalizzazione selvaggia, guidata dal capitalismo estremo, che a sua volta ha lo scopo di annullare i valori originari della nostra società.
Nei mass-media si descrivono le persone più ricche del pianeta: Bill Gates, Carlos Slim, gli oligarchi russi o i sultani arabi, come se fossero guide per le nuove generazioni, le cui vite sono portate ad esempio d’intraprendenza, destrezza e abilità.
Il dato preoccupante però, è che la ricchezza mondiale è completamente squilibrata, tanto che le 85 persone più ricche del pianeta, hanno una ricchezza materiale uguale a quella dei 3,5 miliardi di persone più povere (1).
Viviamo pertanto in un periodo di capitalismo estremo che porta a disequilibri immensi, ma anche durante altri periodi della storia vi sono stati forti disuguaglianze, che hanno portato a rivoluzioni, nuove teorie economiche e ipotesi di società migliori.
Basti pensare al socialismo e al comunismo, ideologie che propugnavano un cambio radicale della società, con il fine di un’umanità migliore.
Basti pensare a Marx, a Lenin, a Mao.
Queste ideologie hanno però fallito: il pensiero comunista si è infatti esaurito, sia con la caduta del muro di Berlino e poi con il crollo dell’Urss, sia con il cambio di rotta nella Cina popolare, che di fatto, è un paese globalizzato e guidato dal capitalismo estremo.
Che fare allora? L’umanità è destinata alla totale disuguaglianza, che persisterà anche nei secoli futuri? Esisterà sempre una elite di persone ricchissime e potenti che controllano l’economia mondiale a scapito di masse sfruttate e soggiogate?
La risposta a questo dilemma, che è antico come il mondo, a mio parere è già stata data, ma non è stata seguita come si sarebbe dovuto fare.
Gesù non ha lasciato solo un messaggio soteriologico (per chi è credente in lui come Figlio di Dio), ma ha lasciato anche una serie di concetti pratici che indicano come comportarsi in relazione alla ricchezza materiale e al lavoro. Anche se lo scopo principale della missione di Gesù è stato quello di riscattarci dal peccato e indicarci la via per il “Regno di Dio”, con il fine del conseguimento della “salvezza”, molti suoi insegnamenti pratici sono tutt’oggi attuali e rispondono a quel vuoto di valori che molti giovani sentono all’interno di loro.
Spesso si sente descrivere Gesù come un “gran rivoluzionario”, o a volte addirittura come il “primo comunista della storia”, paragonandolo a rivoluzionari armati, come per esempio Che Guevara.
Queste banali semplificazioni implicano una pochezza non solo di argomenti e fonti storiche, (come ho evidenziato nel mio articolo “La storicità di Gesù”), ma anche una totale mancanza di logica.
Se Gesù fosse stato un rivoluzionario militarista, infatti, le fonti storiche lo avrebbero descritto come tale e i suoi discepoli avrebbero predicato l’odio, e non l’amore. Inoltre, una volta sul patibolo, i suoi seguaci avrebbero rinnegato il suo nome, come fecero altre migliaia di ribelli o rivoluzionari armati, salvandosi così la vita, cosa che invece gli Apostoli e i primi martiri cristiani non fecero.
Innanzitutto è utile ricordare che Gesù non ha proposto un cambio sociale, ma bensì un cambio interiore. Ogni individuo deve agire all’interno di se stesso per cambiarsi, per modificarsi in meglio. Così facendo, e solo dopo aver cambiato se stesso, potrà agire, contribuendo a migliorare il mondo.
Ma quale fu la sua dottrina rispetto alla proprietà privata, alla ricchezza materiale, e alla povertà?
L’insegnamento di Gesù rispetto a questi temi si evince in particolar modo da due passi del Vangelo, quello del “giovane ricco” e quello del “Discorso della Montagna”. Analizziamo il passaggio del “giovane ricco” (Matteo 19, 16-24):

Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Egli rispose: «Perchè mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste; poichè aveva molte ricchezze. Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli».

Analizziamo ora i passi riferiti al “Discorso della Montagna” (Luca 6, 20-25):

Egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi che siete poveri, perchè il regno di Dio è vostro. Beati voi che ora avete fame, perchè sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perchè riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno, e quando vi scacceranno da loro, e vi insulteranno e metteranno al bando il vostro nome come malvagio, a motivo del Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno e saltate di gioia, perchè, ecco, il vostro premio è grande nei cieli; perchè i padri loro facevano lo stesso ai profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.

In questi casi le parole di Gesù devono essere intese come una sorta di contrappeso alla natura umana, che s’inclina verso la materialità e gli istinti terreni.
L’insegnamento di Gesù è in effetti contro l’egoismo e contro l’adorazione del denaro. Quando al centro della vita dell’uomo vi sono i beni materiali, ecco che egli stesso si allontana da Dio, e dai suoi prossimi.
In quest’ottica anche un proletario che mette il denaro al centro della propria vita, o che persegue l’emulazione della ricchezza altrui per fini egoistici, sta attuando in modo errato.
Nelle parole di Gesù non vi è però una condanna diretta della ricchezza in quanto tale, come ci si aspetterebbe da un leader comunista.
Se avesse condannato in modo integralista i ricchi o gli esattori di imposte, non avrebbe avuto seguaci abbienti come Nicodemo o Giuseppe di Arimatea, e non avrebbe accettato tra i suoi discepoli Matteo, che era un pubblicano, un esattore di imposte per i romani, ritenute ingiuste dagli ebrei.
Se però la ricchezza materiale è il fine ultimo dell’uomo, che sconfina addirittura nell’adorazione del denaro, ecco che i veri scopi della nostra esistenza vengono accantonati, messi in un angolo, dimenticati. Gli unici fini della vita dell’uomo diventano ricchezza e potere, quando invece questi sono solo trappole nell’insegnamento escatologico di Gesù. Quando Gesù disse:

Ma guai a voi, ricchi, perchè avete già la vostra consolazione (Luca 6-24),

si riferiva al fatto che chi, per amore della ricchezza materiale, calpesta la morale e la fedeltà, o pensa di poter comprare con il denaro anche ciò che per definizione non si può comprare, come l’amore o l’onore, si allontana dal giusto cammino.
Tutti possono quindi salvarsi, sia i poveri che i ricchi, a patto però che questi ultimi non vivano con lo scopo di accumulare sempre più ricchezze, e che non diano priorità al denaro e al potere, ma che riescano a vivere in modo equilibrato, utilizzando le proprie sostanze materiali a fin di bene, allontanandosi dall’egoismo. In questo modo, se vivranno senza fronzoli e comodità eccessive, avranno abbracciato uno stile di vita più modesto. Se il denaro e la ricchezza non saranno più la priorità per loro, e se daranno invece maggiore importanza all’amore per Dio e per i loro prossimi, “amandoli come amano se stessi”, ecco che, in modo del tutto naturale e non forzato, avranno occupato la loro vita allo scopo dell’altruismo, e avranno abbandonato la via errata dell’egoismo. In questo senso assumono significato alcuni passi del Vangelo di Matteo 

(6, 19-21):
Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

(6, 24):
Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona.

Nell’insegnamento di Gesù non vi è però la decisa condanna di ogni forma di possesso o di proprietà privata. Se vi fosse, ecco che si potrebbe parlare di un messaggio “comunista”.
Ma Gesù non si è mai dichiarato contro la proprietà privata. Non ha mai esortato a espropriare le terre con la forza per ridistribuirle tra i poveri. Infatti ha detto chiaramente che non era contro i comandamenti della legge ebraica, i quali non sono contrari alla proprietà privata. Nel decimo comandamento:

non desiderare la roba d’altri

si condanna l’avidità, il desiderio disordinato, la cupidigia, ma non si esorta all’espropriazione delle proprietà di chi, con il suo lavoro, ha accresciuto legalmente la sua ricchezza materiale. Quello che però Gesù aggiunge è come gestire queste ricchezze. Non adorandole, vivendo con l’unico scopo di accrescerle, dimenticando e accantonando i veri valori della vita, ma dando loro il giusto peso. Un peso certamente minore rispetto a Dio, ai rapporti umani, all’altruismo, all’amore verso il prossimo e alla ricerca del dialogo e della comprensione.
Continuando nell’analisi del messaggio di Gesù in relazione ai beni materiali e ai ricchi, soffermiamoci sul passaggio del Vangelo di Luca (16, 19-31), conosciuto come la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone:

«C'era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; e c'era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo; morì anche il ricco, e fu sepolto. E nell'Ades, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno; ed esclamò: "Padre Abramo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell'acqua per rinfrescarmi la lingua, perchè sono tormentato in questa fiamma". Ma Abramo disse: "Figlio, ricòrdati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perchè quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, nè di là si passi da noi". Ed egli disse: "Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, perchè ho cinque fratelli, affinchè attesti loro queste cose, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento". Abramo disse: "Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli". Ed egli: "No, padre Abramo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno". Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita"».

In questo caso il ricco è stato condannato non per essere ricco, ma per non avere cuore. Per cui, ancora una volta, non è la ricchezza in sè ad essere peccato, ma è l’adorazione della stessa e la cupidigia.
Chi considera la ricchezza materiale come suo unico obiettivo, in pratica come il suo dio, ecco che si perde, e difficilmente ritroverà la strada della salvezza.
La ricchezza dunque non dà, secondo Gesù, alcun privilegio, ma al contrario è un pesante gravame che ostacola la giusta via, e potrebbe anche rivelarsi una fonte di pericoli, in quanto allontana l’uomo da quelli che devono essere i suoi obiettivi: l’amore per Dio e per il prossimo.
Vediamo un altro passo del Vangelo di Luca (12, 13-21)

Uno della folla gli disse: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perchè anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sè: Che farò, poichè non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sè, e non arricchisce davanti a Dio».

In questo caso il ricco aveva occupato la sua vita ad accumulare tesori, ma non si era dedicato ai veri valori della vita. Aveva adorato il denaro, quasi come fosse una divinità.
Adesso concentriamoci nuovamente sui poveri: forse hanno le porte del cielo aperte solo perché sono poveri? Vediamo questo passaggio del Vangelo di Luca (6, 20):

Egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: “Beati voi che siete poveri, perchè il regno di Dio è vostro”.

In un certo senso i poveri hanno un vantaggio sui ricchi in quanto non sono esposti alla “trappola” della ricchezza e possono concentrare la loro vita sui veri valori. Ma anche qui i poveri saranno salvi solo se il loro stile di vita non sarà incentrato sul raggiungimento della ricchezza fine a se stessa, ma al raggiungimento della “salvezza”.
C’è un altro passo interessante del Vangelo che però si riferisce ai “poveri di spirito”. Ecco il passo del Vangelo di Matteo (5, 3):

“Beati i poveri in spirito, perchè di essi è il regno dei cieli”

In questo caso Gesù non si riferisce ai poveri (ossia a chi non ha beni materiali), ma a coloro i quali riconoscono di essere umili spiritualmente, privi di pretese, e consapevoli del percorso difficile che deve essere intrapreso per raggiungere la salvezza.
Anche dalla studio delle opere dei primi cristiani si evince un deciso rigetto della materialità e un rifiuto della centralità dei beni materiali.
Ecco, ad esempio, un passo del trattato “De Lapsis” del martire Cipriano (210-258):

“Colui che non ha nulla in questo mondo non potrà essere vinto dal mondo, e potrà seguire il Signore, libero e senza catene, como lo fecero gli Apostoli. Però come possono seguire Cristo quando sono frenati dalle catene della propria ricchezza? Credono di possedere ma in realtà sono posseduti. Non sono padroni del proprio denaro, ma bensì schiavi del proprio denaro”.

Tornando all’analisi dei Vangeli, non si deduce da questi scritti che Gesù volesse eliminare le classi sociali, uniformando i salari.
Nella sua vita pubblica ha avuto contatto con persone che si dedicavano a differenti attività lavorative, ma non ha mai detto che dovessero essere ricompensate allo stesso modo. Ha avuto contatti con contadini, pescatori e pastori, ma anche con esattori delle imposte, farisei e pubblicani.
E’ certo che gli uomini hanno diverse qualità, e Gesù non ha voluto eliminare queste differenze. C’è chi lavora più duramente, chi ha brillanti intuizioni economiche, chi rischia intraprendendo un nuovo progetto. Queste persone devono giustamente ottenere il frutto del loro lavoro, a patto però che non sia a scapito di altri.
Da tutto ciò deriva che se l’umanità accettasse il messaggio di Gesù, e attuasse i precetti insegnati nei Vangeli, la ricchezza sarebbe distribuita equamente.
Ecco dunque che il messaggio di Gesù contempla anche il giusto comportamento che l’uomo dovrebbe tenere dal punto di vista economico. E’ contrario all’adorazione del denaro, e quindi al culto della ricchezza in quanto tale, quindi è contro il capitalismo estremo, che non rispetta l’uomo, ma neppure la natura, nè gli animali, ma è allo stesso tempo contrario anche al comunismo e all’abolizione della proprietà privata, perché la soppressione della stessa sarebbe un duro colpo allo stimolo del lavoro. Indica una via mediana, della virtù e della moderazione, che, oggi più che mai, rivela tutta la sua saggezza.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015
Nota:
(1) http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/20/il-patrimonio-di-85-super-ricchi-e-pari-a-quello-della-meta-piu-povera-del-pianeta/851319/

martedì 16 giugno 2015

L'ibrido costantiniano


A Smirne, nel 155 d.C. fu condannato a morte un anziano seguace di Cristo, il cui nome era Policarpo. Era stato accusato di non aver fatto sacrifici per l’imperatore romano Antonino Pio.
Il proconsole Stazio Quadrato guardava Policarpo in catene. Gli disse che se avesse giurato sulla Divinità del Cesare sarebbe stato liberato.
Ma Policarpo si rifiutò di giurare sulla Divinità di un semplice uomo, anche se imperatore. Allora Stazio Quadrato gli intimò di maledire Gesù Cristo e di negare Dio. Solo questo doveva fare, e se lo avesse fatto, sarebbe stato liberato.
Ma Policarpo non poteva rinnegare Cristo. La sua Fede era solida come la roccia e non temeva la morte, giacchè dava più importanza alla Vita Eterna, rispetto alla vita terrena.
Quando Policarpo fu arso vivo, la gente di Smirne pensava che con la sua morte avrebbe cancellato per sempre quella “detestabile superstizione”, chiamata Cristianesimo.
Ma negli anni seguenti, il Cristianesimo invece di scomparire crebbe sempre più, la comunità si ampliò e la parola di Cristo si diffuse in tutto l’impero.
Ma da chi erano costituite le prime comunità di cristiani?
Oltre a Policarpo di Smirne, si ricorda Ignazio d’Antiochia (35-107 d.C.), Giustino Martire, (100-168 d.C.), Ireneo di Lione (130-202 d.C.), Clemente di Alessandria (150-215 d.C), Tertulliano (155-230), Origene (185-254), Cipriano (210-258) e Lattanzio (250-317).
Le caratteristiche principali delle comunità cristiane sparse nel mondo antico rispecchiavano l’insegnamento originale dei Vangeli. In particolare i cristiani primitivi vivevano separati dal “mondo”, ovverosia separati dalla mondanità.
La loro Fede era talmente forte che ogni cosa che richiamasse l’adorazione della materialità era per loro negativa e doveva essere evitata. Non erano asceti, come per esempio alcuni santoni indiani, che praticano la mortificazione della carne e la negazione del desiderio, ma vivevano in contesti non mondani, non frivoli, quindi piuttosto austeri, senza fronzoli, per intenderci.
L’adorazione del denaro, la ricerca del potere e della materialità erano concetti non interessanti per i cristiani del primo, secondo e terzo secolo, che invece si soffermavano sul concetto di condivisione, e di amore incondizionato per i fratelli e anche per le persone esterne alle comunità, i cosidetti non cristiani.
A tale proposito ecco una frase di Giustino Martire (1):

Noi, che davamo valore ad acquisire ricchezze e possedimenti più che a qualsiasi altra cosa, adesso mettiamo in un fondo comune ciò che abbiamo e questo fondo comune lo compartiamo con chiunque ne abbia bisogno. Ci odiavamo e ci distruggevamo tra di noi, inoltre non volevamo associarci con popoli di diverse razze o paesi. Adesso, per Cristo, viviamo insieme a queste persone e preghiamo per i nostri nemici.

Un’altra caratteristica dei primi cristiani era la Fede incondizionata in Dio. Ecco una frase di Clemente di Alessandria (2):

Una persona che non fa ciò che Dio gli ha ordinato dimostra che in realtà non crede in Lui.

L’accettazione delle persecuzioni e la risposta non-violenta ad esse fu il miglior esempio della Fede assoluta che i primi cristiani avevano riposto nella figura di Gesù Cristo. Ecco un passaggio scritto da Lattanzio (3):

Se tutti abbiamo origine da un uomo, che fu creato da Dio, chiaramente apparteniamo tutti ad una famiglia. Pertanto è abominevole odiare un’altro essere umano, a prescindere dalle sue colpe. Per questa ragione Dio ha sancito che non dobbiamo odiare nessuno, e che dobbiamo eliminare totalmente l’odio. In questo modo, dobbiamo confortare i nostri nemici, ricordandogli la nostra mutua relazione. Perchè se ci fu data la vita dallo stesso Dio, che cosa siamo se non fratelli? E siccome tutti siamo fratelli, Dio ci insegna a non farsi mai male tra di noi, aiutando gli oppressi e i bisognosi e dando da mangiare agli affamati.

La Fede assoluta dei primi cristiani negli insegnamenti di Gesù e degli apostoli si dimostrò soprattutto durante le persecuzioni.
Essere cristiano era illegale nell’impero romano, soprattutto perché i seguaci di Cristo negavano la Divinità dell’imperatore e non facevano i sacrifici richiesti dalla cultura del tempo. I primi cristiani erano consapevoli di poter essere mandati al patibolo soffrendo torture atroci, ma erano convinti che Dio non li avrebbe abbandonati. Ecco un passaggo delle Lettere di Ignazio, un seguace di Giovanni:

E’ necesario, quindi, non solo essere chiamato “cristiano”, ma essere in realtà “cristiano”…se non siamo pronti a morire nello stesso modo come Lui morì, la sua vita non sta in noi. (4)

Ed ecco un altro passaggio, scritto prima di essere portato al patibolo:

Che portino il fuoco e la croce. Che arrivino i branchi di bestie selvagge, che mi si spezzino le ossa e che io sia squartato. Che mi mutilino. Che vengano tutte le diaboliche torture di Satana. Solo lasciatemi andare da Gesù Cristo! Preferirei morire per Gesù Cristo che regnare fino ai confini del mondo. (5)

Fu proprio la fortissima fede che i primi cristiani avevano in Dio, testimoniata addirittura nell’estremo sacrificio (non a caso “martire” significa testimone, in greco), che servì da “volano” per nuove conversioni, e per nuovi martiri. La fede in Gesù Cristo, malgrado le persecuzioni si allargava a vista d’occhio.
Dagli scritti dei primi cristiani si evince che realmente essi vivevano “nel mondo”, pur “non essendo del mondo”.
Non avevano gerarchie, ma ogni congregazione era indipendente dalle altre, in modo che un insegnamento sbagliato o un’eresia non potesse spargersi in tutte le chiese.
Non adoravano la ricchezza materiale, ma vivevano in comunità di credenti, compartendo i loro averi con i seguaci.
Non cercavano il potere terreno, ma piuttosto la salvezza spirituale.
Non accettavano che esistessero nuove rivelazioni o nuove credenze, ma basavano la loro Fede solo sui Vangeli e sugli altri scritti del Nuovo Testamento. Ogni possibile dogma aggiunto era un cambio di direzione e pertanto un errore.
Nel 303 d.C. ci fu l’ultima persecuzione ai danni dei cristiani, voluta da Diocleziano e Galerio. Si ordinò l’abbattimento di Chiese e il rogo delle Sacre Scritture. Si sancì la confisca dei beni dei cristiani e l’arresto di molti di loro. Pochi anni dopo l’impero romano non aveva un unico capo supremo.
Flavio Valerio Severo governava l’Italia e l’Africa del nord, mentre Costantinio governava la Britannia e la Gallia. Altri due leader militari governavano la parte orientale dell’impero.
Quando Severo fu sconfitto da Massenzio, Costantino si dichiarò “legittimo imperatore” dell’impero romano di Occidente. Ma vi era ancora Massenzio da sconfiggere, prima di poter entrare trionfalmente a Roma.
Lo storico Eusebio (265-340), narra, nella sua “Vita di Costantino” (6):

Disse che a mezzanotte…vide con i suoi occhi il segno di una croce di luce nei cieli, sovrapposta al sole, con le parole: con questo segno sarai vincitore. (in hoc signo vinces)

La battaglia fu vinta da Costantino che attribuì la vittoria al “Dio dei cristiani”. Non sappiamo se in seguito a questo fatto Costantino si convertì al Cristianesimo. Però fece di tutto per avantaggiare i cristiani, favorirli, e, indirettamente, corromperli (forse senza volerlo). Vediamo il perchè.
Con l’editto di Milano (313 d.C.), l’imperatore Costantino e Licino (Augusto d’Oriente) decretarono la libertà di culto per ogni religione in tutto l’impero.

«Noi, dunque, Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinchè sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinchè la Divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità.»

Quindi Costantino decise che ogni proprietà confiscata ai cristiani durante le persecuzioni di Diocleziano avrebbe dovuto essere riconsegnata. Inoltre ogni casa di preghiera che era stata bruciata avrebbe dovuto essere ricostruita a spese dello Stato.
L’editto di Milano non aveva trasformato la religione cristiana in religione di Stato, ma è innegabile che con il tempo l’imperatore avesse adottato un forte atteggiamento pro-cristiano. Costantino ordinò la costruzione di nuove e sontuose chiese, per poter ricevere più fedeli.
Presto si rese conto che la maggioranza dei vescovi cristiani stava vivendo nella povertà. Gli offrì pertanto un salario e protezione. Consentì che le Chiese potessero ricevere beni in eredità. Concesse l’istituzione di una sorta di tribunali vescovili (episcopalis audientia) ai quali i cristiani potevano accedere per dirimere le loro controversie. Inoltre, esentò dal pagamento di imposte tutti i vescovi e le loro proprietà.
Incredibilmente, i cristiani passarono così in pochi anni da una minoranza perseguitata ad essere i favoriti della corte. Quanta differenza rispetto a pochi anni prima!
Ecco che lentamente, lo spirito conservatore dei primi cristiani, si trovava ad essere fortemente minacciato.
Durante il periodo dei primi cristiani, per esempio, nessuno aveva mai pensato di pagare dei salari ai vescovi, ma quando Costantino lo fece, loro accettarono.
Nessuno aveva mai pensato che fosse giusto essere esenti da imposte, ma quando Costantino li esentò, loro accettarono.
Nessuno aveva mai pensato che fosse giusto vivere in un palazzo sontuoso, ma quando Fausta, la seconda moglie di Costantino, concesse la Domus Faustae (nell’area del Palazzo Laterano) a Milziade, il vescovo di Roma, egli accettò senza riserve.
Ecco che i cristiani iniziarono a pensare che il cambio non poteva essere sinonimo di errore, ma forse poteva portare a miglioramenti.
Cosa ottenne l’imperatore in cambio di tutti questi favori e privilegi?
Già nel 314 d.C., quando ci fu una polemica tra donatisti e cattolici, fu lui a dirimerla e a dare ai cattolici la priorità e il riconoscimento di essere la legittima corrente della Cristianità.
Costantino non era più considerato una “Divinità”, come i precedenti imperatori, ma siccome il vescovo di Roma lo riconosceva, ecco che otteneva il “diritto divino”, ossia il “diritto di regnare consacrato da Dio”.
Il Cristianesimo invece si era corrotto, si era mischiato con la politica e con gli affari del mondo. Non era già più formato da un insieme di persone che praticavano il culto in modo distaccato dai beni e dalle cariche materiali. Per la prima volta nella storia, ai cristiani gli si riconosceva prestigio sociale, importanza, onori. Quando il Cristianesimo incominciava ad essere accettato ed inoltre apportava benefici dal punto di vista sociale, migliaia di persone si convertirono. E lo Stato approvava. Ecco che i cristiani, vedendosi accettati, e poi privilegiati, in realtà si allontanarono dagli insegnamenti originali di Gesù Cristo, ed iniziarono addirittura a perseguire chi criticava la loro nuova dottrina. Lentamente infatti si stava dando più importanza alla teologia e alla dottrina piuttosto che al cambio radicale e interiore che dovrebbe avvenire all’interno di un cristiano per poter aver accesso al Regno di Dio.
Nel 325 d.C. sorse un’accesa disputa sulla natura del Figlio di Dio e del Padre.
I due principali contendenti di questa polemica furono Alessandro, vescovo di Alessandria, e il presbitero Ario.
Costantino, che veniva considerato come “vescovo universale”, convocò un concilio di tutti i vescovi, che si svolse a Nicea.
Ario sosteneva che il Figlio di Dio non aveva la stessa natura del Padre ed era pertanto da considerarsi su un piano minore, tra gli Angeli e il Padre, appunto.
Costantino, per dirimere la disputa, decise di includere il termine homoousion (della stessa sostanza), nella dottrina (7), proclamando che il Padre e il Figlio erano homoousion. Questa affermazione concorda pienamente con le credenze dei primi cristiani e si evince da vari passi dei Vangeli (per esempio: Prologo del Vangelo di Giovanni, Giovanni, 10, 30, o Matteo 28, 19).
Tuttavia, ciò che mi preme sottolineare qui, è che le dispute sulla dottrina avevano assunto ben più importanza rispetto al cambio di paradigma predicato da Cristo, ed inoltre, le eresie dovevano essere soppresse con una violenza inaudita.
Coloro che erano perseguitati, mi riferisco ai primi cristiani, divennero perseguitori.
Ario fu mandato in esilio in Illiria, tutti i suoi scritti furono bruciati, e si sancì che chi fosse trovato a seguire i suoi insegnamenti avrebbe dovuto essere giustiziato. E vero che Ario e i suoi seguaci erano eretici, ma ciò non giustificava una repressione così brutale. Dove era finito il perdono cristiano?
La Chiesa iniziò ad essere organizzata sulla falsariga dell’impero, nel senso che i vescovi metropolitani avevano autorità sulle chiese della loro circoscrizione. Ecco che l’indipendenza di ogni congregazione era finita, e vi era pertanto il rischio che un’aggiunta errata alla dottrina potesse spargersi velocemente.
Costantino inoltre favorì un processo di sincretismo con alcune religioni pagane, in un'ottica di diffusione e assimilazione. A Roma alcuni templi che erano stati consacrati a Iside furono riadattati e consacrati alla Vergine, e nel 336 d.C. fu sancita ufficialmente la data di nascita di Gesù nel giorno del 25 dicembre, attuando un sincretismo con alcuni culti pre-esistenti.
Sembrerebbe che Costantino avesse ottenuto di cristallizzare l’insegnamento di Cristo nel cosidetto Credo Niceno, e che mai più nessuno avesse potuto metterlo in discussione.
Ma non fu così: negli anni successivi vi furono altri concili, dove si proclamarono altri dogmi rigidi e vincolanti, che però risultavano essere aggiunte ai Vangeli, e quindi formule accessorie, non originali.
Alcuni scrittori, come lo statunitense David Bercot, si riferiscono a questo periodo come all’ibrido costantiniano, durante il quale ci si allontanò dai Vangeli. Fu un parziale ritorno all'Antico Testamento. Per esempio, mentre Gesù aveva predicato il distacco dai beni materiali, nell'Antico Testamento non vi era proibizione di accumulare ricchezze, e così fu nell’ibrido costantiniano.
Dopo il 325 d.C. la Chiesa, ormai gerarchicizzata, riconosceva lo Stato, e si trovava ad essere intrappolata nel potere e nella dottrina.
I cristiani avevano vissuto per quasi tre secoli in un regime di condivisione, uguaglianza, fratellanza e perdono. Inoltre avevano vissuto “nel mondo”, ma non erano “di questo mondo”, nel senso che non adoravano la ricchezza, ne desideravano la mondanità e tantomeno il potere.
I cristiani dell’ibrido invece si fecero corrompere, e lentamente, si allontanarono dai veri insegnamenti di Gesù Cristo.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

Bibliografia:
Nuovo Testamento, Sociedad Biblicas Unidas
Che parlino i primi cristiani, David Bercot
La vita di Costantino, Eusebio di Cesarea

Note:
(1) Giustino, Prima Apologia, cap. 14
(2) Clemente, Miscellanea, Volume 4, cap.10
(3) Tertulliano, Ai martiri, capitoli 2, 3
(4) Lettere ai Magnesi, cap 5
(5) Lettere ai Romani, cap 5
(6) Eusebio, la vita di Costantino, 1, 28
(7) Il Credo niceno-costantinopolitano