giovedì 16 luglio 2015

Il rito del battesimo per i primi cristiani



Da un punto di vista antropologico, il rito è quell’insieme di pratiche religiose o mistiche attuato in una comunità di persone. 
Tra tutte le creature della terra, solo gli esseri umani attuano riti religiosi.
Nessun animale, fino a prova contraria, porta a termine rituali o cerimonie mistiche. E’ proprio la differenza fondamentale tra noi e gli animali, cioè la piena conoscenza del bene e del male, che ha portato i primi uomini a realizzare dei riti mistici, ai quali davano differenti significati, ma tutti relazionati ad una forza immateriale, quindi spirituale, che a seconda delle differenti credenze, è la forza creatrice del cielo e della terra.
Uno dei riti più importanti, ma non fondamentale per la salvezza, per le prime comunità di cristiani, mi riferisco quindi ai 280 anni che vanno dalla Risurrezione di Gesù Cristo all’editto di Milano del 313 d.C., era il battesimo.
Lo studio della vita dei primi cristiani è importante per conoscere le differenze tra l’insegnamento impresso nel Nuovo Testamento (insieme di 27 libri scritti prima del 100 d.C., quindi i più antichi), e i dogmi che furono aggiunti in epoche post-costantiniane.
In generale per i primi cristiani il battesimo non era visto come un rituale magico che potesse salvare una persona, a meno che non fosse accompagnato dalla fede in Gesù Cristo e dal vero pentimento dei propri peccati. In pratica il battesimo attuato senza fede, non aveva alcun valore.
Il battesimo (la cui etimologia deriva dal greco “immersione”), veniva attuato immergendo completamente la persona nell’acqua, la quale, una volta emersa dichiarava “Io credo che Gesù Cristo è Figlio di Dio” (Atti, 8, 37). L’immersione è un simbolo del “scendere nella tomba” dell’uomo vecchio, e l’emersione è un simbolo della “rinascita” dell’uomo nuovo in Cristo.
I primi cristiani però sostevano che i bambini non battezzati che morivano nell’infanzia potevano salvarsi, a differenza del dogmatico Agostino di Ippona (354-430 d.C.), che sostenne che tutti i bambini non battezzati sono condannati.
Da Agostino infatti deriva la credenza (non presente però nel Nuovo Testamento), che battezzare un bambino appena nato, lo liberi dalle conseguenze negative del peccato originale. (1).
Un altro esempio del fatto che i primi cristiani non davano al battesimo il potere di “rendere salva” una persona, è stato quello dei martiri. Molti martiri morirono senza essere battezzati, ma gli altri cristiani, sapendo che Dio è infinitamente misericordioso e buono, considerarono che il Creatore non li avrebbe abbandonati. In un certo senso i martiri non battezzati, venivano battezzati nel sangue, come si evince da questo passo del Vangelo di Marco (10, 38-39):

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati.

In questi passi Gesù annunzia il martirio ai suoi discepoli.
Abbiamo visto pertanto che i primi cristiani non davano al battesimo il significato di “rito che porta alla salvezza”. Quindi quale era per loro il vero significato del battesimo?
Analizziamo il celebre passo del “dialogo di Gesù con Nicodemo”, del Vangelo di Giovanni (3, 5-8):

Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene ne dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».

Acqua e Spirito richiamano dunque il battesimo, momento in cui si attua il rito di “rinascere”. La carne indica ciò che è impermanente. Lo Spirito indica il principio vitale che viene da Dio, che non è corruttibile. Il vento che soffia è lo “Spirito Santo”, che si manifesta “dove vuole”.
I primi cristiani, ma non gli gnostici, credevano che le parole di Gesù si riferissero al “battesimo d’acqua”.
I primi cristiani credevano quindi che il battesimo, associato però al riconoscere Gesù Cristo come Figlio di Dio e al pentimento dei propri peccati, servisse per ottenere il perdono divino.
A tale proposito vediamo il passo degli Atti degli Apostoli (2, 38):

Pietro rispose loro: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome nel nome di Gesù Cristo per ottenere il perdono dei vostri peccati: e riceverete il dono dello Spirito Santo”.

Non a caso Pietro inizia la sua frase con “Pentitevi” e non: “battezzatevi”.
Ma anche i primi cristiani, come Giustino Martire (100-168 d.C.), avevano la stessa credenza. Vediamo un passaggio a tal proposito della sua opera “Dialogo con Trifone” (2):

Non c’è altro modo, (per ottenere le promesse di Dio), che questo: conoscere Cristo, bagnarsi nella fonte della quale parlava Isaia per la remissione dei peccati, e per ultimo, condurre una vita senza peccato.

I primi cristiani davano inoltre al battesimo il significato di “rinascere”.
Ecco cosa scrisse Ireneo di Lione (130-202 d.C.), nella sua “raccolta di frammenti dalle opere perse” (3):

Come siamo lebbrosi nel peccato, siamo mondati delle nostre vecchie trasgressioni attraverso l’acqua sacra e l’invocazione del Signore. Pertanto siamo rigenerati spiritualmente come bambini appena nati, come il Signore ha dichiarato: “Se uno non è nato dall’acqua e dallo Spirito, non può entrare nel Regno di Dio” (Giovanni, 3, 5).

Per ultimo i primi cristiani credevano di “ottenere l’illuminazione spirituale” dopo aver ricevuto lo Spirito Santo.
Per riassumere, per i primi cristiani il battesimo era un rito importante ma non fondamentale, che portava al perdono dei peccati da parte di Dio, solo però se era accompagnato dalla fede in Gesù Cristo come Figlio di Dio e dal vero pentimento dei propri peccati.
Quindi il battesimo non era assolutamente necessario per la “salvezza”, mentre lo erano la fede in Gesù Cristo e il pentimento dei propri peccati.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

E’ possibile riprodurre questo articolo a patto che:
1-Sia riprodotto integralmente.
2-Non si alteri il titolo, alcuna parte di esso nè le fonti bibliografiche.
3-Si aggiunga in vista dopo il titolo e alla fine dell’articolo: opera di Yuri Leveratto.

Foto principale: Battesimo di Cristo, Joachim Patinir

Bibliografia:
Nuovo Testamento
Che parlino i primi cristiani, David Bercot

Note:
(1) Tuttavia l'idea del limbo non è mai stata considerata a livello di verità di fede dogmatica quanto piuttosto un'ipotesi teologica creduta plausibile, come risulta da un pronunciamento della Congregazione per la dottrina della fede nel 2007 e firmata da papa Benedetto XVI. Infatti l'attuale Catechismo della Chiesa cattolica prevede che i bambini morti senza Battesimo siano affidati «alla misericordia di Dio [...] che vuole salvi tutti gli uomini
(2) Giustino, Dialogo con Trifone, capitolo 44.
(3) Ireneo, Frammenti delle opere perse, 34 -http://www.newadvent.org/fathers/0134.htm

sabato 20 giugno 2015

La prosperità: benedizione o trappola? L'insegnamento di Gesù Cristo rispetto ai beni materiali


Oggi viviamo in un’epoca dove il materialismo pervade ogni campo della società. Mai come in questo periodo storico, in particolar modo dall’avvento della globalizzazione, quindi a partire dai tumulti di Piazza Tienanmen e dalla caduta del Muro di Berlino (1989), si è andata affermando una cultura globale, che mette al centro della vita di molte persone la ricerca e l’adorazione della materialità, intesa come l’accrescimento indefinito delle ricchezze personali. 
Sfogliando i quotidiani, guardando la televisione e collegandosi ad internet, si nota che il cosiddetto pensiero unico, detto anche mainstream della globalizzazione, divulga un unico stile di vita, basato sull’appiattimento delle differenti culture e religioni, con il fine di uniformare gli stili di vita, per far poi accettare all’ignaro cittadino-consumatore il prodotto globale.
Svuotato della sua cultura, religione ed individualità, il cittadino-consumatore si ritroverà così senza solidi valori morali e pertanto sarà facilmente inglobato nel turbinìo della globalizzazione selvaggia, guidata dal capitalismo estremo, che a sua volta ha lo scopo di annullare i valori originari della nostra società.
Nei mass-media si descrivono le persone più ricche del pianeta: Bill Gates, Carlos Slim, gli oligarchi russi o i sultani arabi, come se fossero guide per le nuove generazioni, le cui vite sono portate ad esempio d’intraprendenza, destrezza e abilità.
Il dato preoccupante però, è che la ricchezza mondiale è completamente squilibrata, tanto che le 85 persone più ricche del pianeta, hanno una ricchezza materiale uguale a quella dei 3,5 miliardi di persone più povere (1).
Viviamo pertanto in un periodo di capitalismo estremo che porta a disequilibri immensi, ma anche durante altri periodi della storia vi sono stati forti disuguaglianze, che hanno portato a rivoluzioni, nuove teorie economiche e ipotesi di società migliori.
Basti pensare al socialismo e al comunismo, ideologie che propugnavano un cambio radicale della società, con il fine di un’umanità migliore.
Basti pensare a Marx, a Lenin, a Mao.
Queste ideologie hanno però fallito: il pensiero comunista si è infatti esaurito, sia con la caduta del muro di Berlino e poi con il crollo dell’Urss, sia con il cambio di rotta nella Cina popolare, che di fatto, è un paese globalizzato e guidato dal capitalismo estremo.
Che fare allora? L’umanità è destinata alla totale disuguaglianza, che persisterà anche nei secoli futuri? Esisterà sempre una elite di persone ricchissime e potenti che controllano l’economia mondiale a scapito di masse sfruttate e soggiogate?
La risposta a questo dilemma, che è antico come il mondo, a mio parere è già stata data, ma non è stata seguita come si sarebbe dovuto fare.
Gesù non ha lasciato solo un messaggio soteriologico (per chi è credente in lui come Figlio di Dio), ma ha lasciato anche una serie di concetti pratici che indicano come comportarsi in relazione alla ricchezza materiale e al lavoro. Anche se lo scopo principale della missione di Gesù è stato quello di riscattarci dal peccato e indicarci la via per il “Regno di Dio”, con il fine del conseguimento della “salvezza”, molti suoi insegnamenti pratici sono tutt’oggi attuali e rispondono a quel vuoto di valori che molti giovani sentono all’interno di loro.
Spesso si sente descrivere Gesù come un “gran rivoluzionario”, o a volte addirittura come il “primo comunista della storia”, paragonandolo a rivoluzionari armati, come per esempio Che Guevara.
Queste banali semplificazioni implicano una pochezza non solo di argomenti e fonti storiche, (come ho evidenziato nel mio articolo “La storicità di Gesù”), ma anche una totale mancanza di logica.
Se Gesù fosse stato un rivoluzionario militarista, infatti, le fonti storiche lo avrebbero descritto come tale e i suoi discepoli avrebbero predicato l’odio, e non l’amore. Inoltre, una volta sul patibolo, i suoi seguaci avrebbero rinnegato il suo nome, come fecero altre migliaia di ribelli o rivoluzionari armati, salvandosi così la vita, cosa che invece gli Apostoli e i primi martiri cristiani non fecero.
Innanzitutto è utile ricordare che Gesù non ha proposto un cambio sociale, ma bensì un cambio interiore. Ogni individuo deve agire all’interno di se stesso per cambiarsi, per modificarsi in meglio. Così facendo, e solo dopo aver cambiato se stesso, potrà agire, contribuendo a migliorare il mondo.
Ma quale fu la sua dottrina rispetto alla proprietà privata, alla ricchezza materiale, e alla povertà?
L’insegnamento di Gesù rispetto a questi temi si evince in particolar modo da due passi del Vangelo, quello del “giovane ricco” e quello del “Discorso della Montagna”. Analizziamo il passaggio del “giovane ricco” (Matteo 19, 16-24):

Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Egli rispose: «Perchè mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste; poichè aveva molte ricchezze. Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli».

Analizziamo ora i passi riferiti al “Discorso della Montagna” (Luca 6, 20-25):

Egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi che siete poveri, perchè il regno di Dio è vostro. Beati voi che ora avete fame, perchè sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perchè riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno, e quando vi scacceranno da loro, e vi insulteranno e metteranno al bando il vostro nome come malvagio, a motivo del Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno e saltate di gioia, perchè, ecco, il vostro premio è grande nei cieli; perchè i padri loro facevano lo stesso ai profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.

In questi casi le parole di Gesù devono essere intese come una sorta di contrappeso alla natura umana, che s’inclina verso la materialità e gli istinti terreni.
L’insegnamento di Gesù è in effetti contro l’egoismo e contro l’adorazione del denaro. Quando al centro della vita dell’uomo vi sono i beni materiali, ecco che egli stesso si allontana da Dio, e dai suoi prossimi.
In quest’ottica anche un proletario che mette il denaro al centro della propria vita, o che persegue l’emulazione della ricchezza altrui per fini egoistici, sta attuando in modo errato.
Nelle parole di Gesù non vi è però una condanna diretta della ricchezza in quanto tale, come ci si aspetterebbe da un leader comunista.
Se avesse condannato in modo integralista i ricchi o gli esattori di imposte, non avrebbe avuto seguaci abbienti come Nicodemo o Giuseppe di Arimatea, e non avrebbe accettato tra i suoi discepoli Matteo, che era un pubblicano, un esattore di imposte per i romani, ritenute ingiuste dagli ebrei.
Se però la ricchezza materiale è il fine ultimo dell’uomo, che sconfina addirittura nell’adorazione del denaro, ecco che i veri scopi della nostra esistenza vengono accantonati, messi in un angolo, dimenticati. Gli unici fini della vita dell’uomo diventano ricchezza e potere, quando invece questi sono solo trappole nell’insegnamento escatologico di Gesù. Quando Gesù disse:

Ma guai a voi, ricchi, perchè avete già la vostra consolazione (Luca 6-24),

si riferiva al fatto che chi, per amore della ricchezza materiale, calpesta la morale e la fedeltà, o pensa di poter comprare con il denaro anche ciò che per definizione non si può comprare, come l’amore o l’onore, si allontana dal giusto cammino.
Tutti possono quindi salvarsi, sia i poveri che i ricchi, a patto però che questi ultimi non vivano con lo scopo di accumulare sempre più ricchezze, e che non diano priorità al denaro e al potere, ma che riescano a vivere in modo equilibrato, utilizzando le proprie sostanze materiali a fin di bene, allontanandosi dall’egoismo. In questo modo, se vivranno senza fronzoli e comodità eccessive, avranno abbracciato uno stile di vita più modesto. Se il denaro e la ricchezza non saranno più la priorità per loro, e se daranno invece maggiore importanza all’amore per Dio e per i loro prossimi, “amandoli come amano se stessi”, ecco che, in modo del tutto naturale e non forzato, avranno occupato la loro vita allo scopo dell’altruismo, e avranno abbandonato la via errata dell’egoismo. In questo senso assumono significato alcuni passi del Vangelo di Matteo 

(6, 19-21):
Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

(6, 24):
Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona.

Nell’insegnamento di Gesù non vi è però la decisa condanna di ogni forma di possesso o di proprietà privata. Se vi fosse, ecco che si potrebbe parlare di un messaggio “comunista”.
Ma Gesù non si è mai dichiarato contro la proprietà privata. Non ha mai esortato a espropriare le terre con la forza per ridistribuirle tra i poveri. Infatti ha detto chiaramente che non era contro i comandamenti della legge ebraica, i quali non sono contrari alla proprietà privata. Nel decimo comandamento:

non desiderare la roba d’altri

si condanna l’avidità, il desiderio disordinato, la cupidigia, ma non si esorta all’espropriazione delle proprietà di chi, con il suo lavoro, ha accresciuto legalmente la sua ricchezza materiale. Quello che però Gesù aggiunge è come gestire queste ricchezze. Non adorandole, vivendo con l’unico scopo di accrescerle, dimenticando e accantonando i veri valori della vita, ma dando loro il giusto peso. Un peso certamente minore rispetto a Dio, ai rapporti umani, all’altruismo, all’amore verso il prossimo e alla ricerca del dialogo e della comprensione.
Continuando nell’analisi del messaggio di Gesù in relazione ai beni materiali e ai ricchi, soffermiamoci sul passaggio del Vangelo di Luca (16, 19-31), conosciuto come la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone:

«C'era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; e c'era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo; morì anche il ricco, e fu sepolto. E nell'Ades, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno; ed esclamò: "Padre Abramo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell'acqua per rinfrescarmi la lingua, perchè sono tormentato in questa fiamma". Ma Abramo disse: "Figlio, ricòrdati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perchè quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, nè di là si passi da noi". Ed egli disse: "Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, perchè ho cinque fratelli, affinchè attesti loro queste cose, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento". Abramo disse: "Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli". Ed egli: "No, padre Abramo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno". Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita"».

In questo caso il ricco è stato condannato non per essere ricco, ma per non avere cuore. Per cui, ancora una volta, non è la ricchezza in sè ad essere peccato, ma è l’adorazione della stessa e la cupidigia.
Chi considera la ricchezza materiale come suo unico obiettivo, in pratica come il suo dio, ecco che si perde, e difficilmente ritroverà la strada della salvezza.
La ricchezza dunque non dà, secondo Gesù, alcun privilegio, ma al contrario è un pesante gravame che ostacola la giusta via, e potrebbe anche rivelarsi una fonte di pericoli, in quanto allontana l’uomo da quelli che devono essere i suoi obiettivi: l’amore per Dio e per il prossimo.
Vediamo un altro passo del Vangelo di Luca (12, 13-21)

Uno della folla gli disse: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perchè anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sè: Che farò, poichè non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sè, e non arricchisce davanti a Dio».

In questo caso il ricco aveva occupato la sua vita ad accumulare tesori, ma non si era dedicato ai veri valori della vita. Aveva adorato il denaro, quasi come fosse una divinità.
Adesso concentriamoci nuovamente sui poveri: forse hanno le porte del cielo aperte solo perché sono poveri? Vediamo questo passaggio del Vangelo di Luca (6, 20):

Egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: “Beati voi che siete poveri, perchè il regno di Dio è vostro”.

In un certo senso i poveri hanno un vantaggio sui ricchi in quanto non sono esposti alla “trappola” della ricchezza e possono concentrare la loro vita sui veri valori. Ma anche qui i poveri saranno salvi solo se il loro stile di vita non sarà incentrato sul raggiungimento della ricchezza fine a se stessa, ma al raggiungimento della “salvezza”.
C’è un altro passo interessante del Vangelo che però si riferisce ai “poveri di spirito”. Ecco il passo del Vangelo di Matteo (5, 3):

“Beati i poveri in spirito, perchè di essi è il regno dei cieli”

In questo caso Gesù non si riferisce ai poveri (ossia a chi non ha beni materiali), ma a coloro i quali riconoscono di essere umili spiritualmente, privi di pretese, e consapevoli del percorso difficile che deve essere intrapreso per raggiungere la salvezza.
Anche dalla studio delle opere dei primi cristiani si evince un deciso rigetto della materialità e un rifiuto della centralità dei beni materiali.
Ecco, ad esempio, un passo del trattato “De Lapsis” del martire Cipriano (210-258):

“Colui che non ha nulla in questo mondo non potrà essere vinto dal mondo, e potrà seguire il Signore, libero e senza catene, como lo fecero gli Apostoli. Però come possono seguire Cristo quando sono frenati dalle catene della propria ricchezza? Credono di possedere ma in realtà sono posseduti. Non sono padroni del proprio denaro, ma bensì schiavi del proprio denaro”.

Tornando all’analisi dei Vangeli, non si deduce da questi scritti che Gesù volesse eliminare le classi sociali, uniformando i salari.
Nella sua vita pubblica ha avuto contatto con persone che si dedicavano a differenti attività lavorative, ma non ha mai detto che dovessero essere ricompensate allo stesso modo. Ha avuto contatti con contadini, pescatori e pastori, ma anche con esattori delle imposte, farisei e pubblicani.
E’ certo che gli uomini hanno diverse qualità, e Gesù non ha voluto eliminare queste differenze. C’è chi lavora più duramente, chi ha brillanti intuizioni economiche, chi rischia intraprendendo un nuovo progetto. Queste persone devono giustamente ottenere il frutto del loro lavoro, a patto però che non sia a scapito di altri.
Da tutto ciò deriva che se l’umanità accettasse il messaggio di Gesù, e attuasse i precetti insegnati nei Vangeli, la ricchezza sarebbe distribuita equamente.
Ecco dunque che il messaggio di Gesù contempla anche il giusto comportamento che l’uomo dovrebbe tenere dal punto di vista economico. E’ contrario all’adorazione del denaro, e quindi al culto della ricchezza in quanto tale, quindi è contro il capitalismo estremo, che non rispetta l’uomo, ma neppure la natura, nè gli animali, ma è allo stesso tempo contrario anche al comunismo e all’abolizione della proprietà privata, perché la soppressione della stessa sarebbe un duro colpo allo stimolo del lavoro. Indica una via mediana, della virtù e della moderazione, che, oggi più che mai, rivela tutta la sua saggezza.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015
Nota:
(1) http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/20/il-patrimonio-di-85-super-ricchi-e-pari-a-quello-della-meta-piu-povera-del-pianeta/851319/

martedì 16 giugno 2015

L'ibrido costantiniano


A Smirne, nel 155 d.C. fu condannato a morte un anziano seguace di Cristo, il cui nome era Policarpo. Era stato accusato di non aver fatto sacrifici per l’imperatore romano Antonino Pio.
Il proconsole Stazio Quadrato guardava Policarpo in catene. Gli disse che se avesse giurato sulla Divinità del Cesare sarebbe stato liberato.
Ma Policarpo si rifiutò di giurare sulla Divinità di un semplice uomo, anche se imperatore. Allora Stazio Quadrato gli intimò di maledire Gesù Cristo e di negare Dio. Solo questo doveva fare, e se lo avesse fatto, sarebbe stato liberato.
Ma Policarpo non poteva rinnegare Cristo. La sua Fede era solida come la roccia e non temeva la morte, giacchè dava più importanza alla Vita Eterna, rispetto alla vita terrena.
Quando Policarpo fu arso vivo, la gente di Smirne pensava che con la sua morte avrebbe cancellato per sempre quella “detestabile superstizione”, chiamata Cristianesimo.
Ma negli anni seguenti, il Cristianesimo invece di scomparire crebbe sempre più, la comunità si ampliò e la parola di Cristo si diffuse in tutto l’impero.
Ma da chi erano costituite le prime comunità di cristiani?
Oltre a Policarpo di Smirne, si ricorda Ignazio d’Antiochia (35-107 d.C.), Giustino Martire, (100-168 d.C.), Ireneo di Lione (130-202 d.C.), Clemente di Alessandria (150-215 d.C), Tertulliano (155-230), Origene (185-254), Cipriano (210-258) e Lattanzio (250-317).
Le caratteristiche principali delle comunità cristiane sparse nel mondo antico rispecchiavano l’insegnamento originale dei Vangeli. In particolare i cristiani primitivi vivevano separati dal “mondo”, ovverosia separati dalla mondanità.
La loro Fede era talmente forte che ogni cosa che richiamasse l’adorazione della materialità era per loro negativa e doveva essere evitata. Non erano asceti, come per esempio alcuni santoni indiani, che praticano la mortificazione della carne e la negazione del desiderio, ma vivevano in contesti non mondani, non frivoli, quindi piuttosto austeri, senza fronzoli, per intenderci.
L’adorazione del denaro, la ricerca del potere e della materialità erano concetti non interessanti per i cristiani del primo, secondo e terzo secolo, che invece si soffermavano sul concetto di condivisione, e di amore incondizionato per i fratelli e anche per le persone esterne alle comunità, i cosidetti non cristiani.
A tale proposito ecco una frase di Giustino Martire (1):

Noi, che davamo valore ad acquisire ricchezze e possedimenti più che a qualsiasi altra cosa, adesso mettiamo in un fondo comune ciò che abbiamo e questo fondo comune lo compartiamo con chiunque ne abbia bisogno. Ci odiavamo e ci distruggevamo tra di noi, inoltre non volevamo associarci con popoli di diverse razze o paesi. Adesso, per Cristo, viviamo insieme a queste persone e preghiamo per i nostri nemici.

Un’altra caratteristica dei primi cristiani era la Fede incondizionata in Dio. Ecco una frase di Clemente di Alessandria (2):

Una persona che non fa ciò che Dio gli ha ordinato dimostra che in realtà non crede in Lui.

L’accettazione delle persecuzioni e la risposta non-violenta ad esse fu il miglior esempio della Fede assoluta che i primi cristiani avevano riposto nella figura di Gesù Cristo. Ecco un passaggio scritto da Lattanzio (3):

Se tutti abbiamo origine da un uomo, che fu creato da Dio, chiaramente apparteniamo tutti ad una famiglia. Pertanto è abominevole odiare un’altro essere umano, a prescindere dalle sue colpe. Per questa ragione Dio ha sancito che non dobbiamo odiare nessuno, e che dobbiamo eliminare totalmente l’odio. In questo modo, dobbiamo confortare i nostri nemici, ricordandogli la nostra mutua relazione. Perchè se ci fu data la vita dallo stesso Dio, che cosa siamo se non fratelli? E siccome tutti siamo fratelli, Dio ci insegna a non farsi mai male tra di noi, aiutando gli oppressi e i bisognosi e dando da mangiare agli affamati.

La Fede assoluta dei primi cristiani negli insegnamenti di Gesù e degli apostoli si dimostrò soprattutto durante le persecuzioni.
Essere cristiano era illegale nell’impero romano, soprattutto perché i seguaci di Cristo negavano la Divinità dell’imperatore e non facevano i sacrifici richiesti dalla cultura del tempo. I primi cristiani erano consapevoli di poter essere mandati al patibolo soffrendo torture atroci, ma erano convinti che Dio non li avrebbe abbandonati. Ecco un passaggo delle Lettere di Ignazio, un seguace di Giovanni:

E’ necesario, quindi, non solo essere chiamato “cristiano”, ma essere in realtà “cristiano”…se non siamo pronti a morire nello stesso modo come Lui morì, la sua vita non sta in noi. (4)

Ed ecco un altro passaggio, scritto prima di essere portato al patibolo:

Che portino il fuoco e la croce. Che arrivino i branchi di bestie selvagge, che mi si spezzino le ossa e che io sia squartato. Che mi mutilino. Che vengano tutte le diaboliche torture di Satana. Solo lasciatemi andare da Gesù Cristo! Preferirei morire per Gesù Cristo che regnare fino ai confini del mondo. (5)

Fu proprio la fortissima fede che i primi cristiani avevano in Dio, testimoniata addirittura nell’estremo sacrificio (non a caso “martire” significa testimone, in greco), che servì da “volano” per nuove conversioni, e per nuovi martiri. La fede in Gesù Cristo, malgrado le persecuzioni si allargava a vista d’occhio.
Dagli scritti dei primi cristiani si evince che realmente essi vivevano “nel mondo”, pur “non essendo del mondo”.
Non avevano gerarchie, ma ogni congregazione era indipendente dalle altre, in modo che un insegnamento sbagliato o un’eresia non potesse spargersi in tutte le chiese.
Non adoravano la ricchezza materiale, ma vivevano in comunità di credenti, compartendo i loro averi con i seguaci.
Non cercavano il potere terreno, ma piuttosto la salvezza spirituale.
Non accettavano che esistessero nuove rivelazioni o nuove credenze, ma basavano la loro Fede solo sui Vangeli e sugli altri scritti del Nuovo Testamento. Ogni possibile dogma aggiunto era un cambio di direzione e pertanto un errore.
Nel 303 d.C. ci fu l’ultima persecuzione ai danni dei cristiani, voluta da Diocleziano e Galerio. Si ordinò l’abbattimento di Chiese e il rogo delle Sacre Scritture. Si sancì la confisca dei beni dei cristiani e l’arresto di molti di loro. Pochi anni dopo l’impero romano non aveva un unico capo supremo.
Flavio Valerio Severo governava l’Italia e l’Africa del nord, mentre Costantinio governava la Britannia e la Gallia. Altri due leader militari governavano la parte orientale dell’impero.
Quando Severo fu sconfitto da Massenzio, Costantino si dichiarò “legittimo imperatore” dell’impero romano di Occidente. Ma vi era ancora Massenzio da sconfiggere, prima di poter entrare trionfalmente a Roma.
Lo storico Eusebio (265-340), narra, nella sua “Vita di Costantino” (6):

Disse che a mezzanotte…vide con i suoi occhi il segno di una croce di luce nei cieli, sovrapposta al sole, con le parole: con questo segno sarai vincitore. (in hoc signo vinces)

La battaglia fu vinta da Costantino che attribuì la vittoria al “Dio dei cristiani”. Non sappiamo se in seguito a questo fatto Costantino si convertì al Cristianesimo. Però fece di tutto per avantaggiare i cristiani, favorirli, e, indirettamente, corromperli (forse senza volerlo). Vediamo il perchè.
Con l’editto di Milano (313 d.C.), l’imperatore Costantino e Licino (Augusto d’Oriente) decretarono la libertà di culto per ogni religione in tutto l’impero.

«Noi, dunque, Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinchè sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinchè la Divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità.»

Quindi Costantino decise che ogni proprietà confiscata ai cristiani durante le persecuzioni di Diocleziano avrebbe dovuto essere riconsegnata. Inoltre ogni casa di preghiera che era stata bruciata avrebbe dovuto essere ricostruita a spese dello Stato.
L’editto di Milano non aveva trasformato la religione cristiana in religione di Stato, ma è innegabile che con il tempo l’imperatore avesse adottato un forte atteggiamento pro-cristiano. Costantino ordinò la costruzione di nuove e sontuose chiese, per poter ricevere più fedeli.
Presto si rese conto che la maggioranza dei vescovi cristiani stava vivendo nella povertà. Gli offrì pertanto un salario e protezione. Consentì che le Chiese potessero ricevere beni in eredità. Concesse l’istituzione di una sorta di tribunali vescovili (episcopalis audientia) ai quali i cristiani potevano accedere per dirimere le loro controversie. Inoltre, esentò dal pagamento di imposte tutti i vescovi e le loro proprietà.
Incredibilmente, i cristiani passarono così in pochi anni da una minoranza perseguitata ad essere i favoriti della corte. Quanta differenza rispetto a pochi anni prima!
Ecco che lentamente, lo spirito conservatore dei primi cristiani, si trovava ad essere fortemente minacciato.
Durante il periodo dei primi cristiani, per esempio, nessuno aveva mai pensato di pagare dei salari ai vescovi, ma quando Costantino lo fece, loro accettarono.
Nessuno aveva mai pensato che fosse giusto essere esenti da imposte, ma quando Costantino li esentò, loro accettarono.
Nessuno aveva mai pensato che fosse giusto vivere in un palazzo sontuoso, ma quando Fausta, la seconda moglie di Costantino, concesse la Domus Faustae (nell’area del Palazzo Laterano) a Milziade, il vescovo di Roma, egli accettò senza riserve.
Ecco che i cristiani iniziarono a pensare che il cambio non poteva essere sinonimo di errore, ma forse poteva portare a miglioramenti.
Cosa ottenne l’imperatore in cambio di tutti questi favori e privilegi?
Già nel 314 d.C., quando ci fu una polemica tra donatisti e cattolici, fu lui a dirimerla e a dare ai cattolici la priorità e il riconoscimento di essere la legittima corrente della Cristianità.
Costantino non era più considerato una “Divinità”, come i precedenti imperatori, ma siccome il vescovo di Roma lo riconosceva, ecco che otteneva il “diritto divino”, ossia il “diritto di regnare consacrato da Dio”.
Il Cristianesimo invece si era corrotto, si era mischiato con la politica e con gli affari del mondo. Non era già più formato da un insieme di persone che praticavano il culto in modo distaccato dai beni e dalle cariche materiali. Per la prima volta nella storia, ai cristiani gli si riconosceva prestigio sociale, importanza, onori. Quando il Cristianesimo incominciava ad essere accettato ed inoltre apportava benefici dal punto di vista sociale, migliaia di persone si convertirono. E lo Stato approvava. Ecco che i cristiani, vedendosi accettati, e poi privilegiati, in realtà si allontanarono dagli insegnamenti originali di Gesù Cristo, ed iniziarono addirittura a perseguire chi criticava la loro nuova dottrina. Lentamente infatti si stava dando più importanza alla teologia e alla dottrina piuttosto che al cambio radicale e interiore che dovrebbe avvenire all’interno di un cristiano per poter aver accesso al Regno di Dio.
Nel 325 d.C. sorse un’accesa disputa sulla natura del Figlio di Dio e del Padre.
I due principali contendenti di questa polemica furono Alessandro, vescovo di Alessandria, e il presbitero Ario.
Costantino, che veniva considerato come “vescovo universale”, convocò un concilio di tutti i vescovi, che si svolse a Nicea.
Ario sosteneva che il Figlio di Dio non aveva la stessa natura del Padre ed era pertanto da considerarsi su un piano minore, tra gli Angeli e il Padre, appunto.
Costantino, per dirimere la disputa, decise di includere il termine homoousion (della stessa sostanza), nella dottrina (7), proclamando che il Padre e il Figlio erano homoousion. Questa affermazione concorda pienamente con le credenze dei primi cristiani e si evince da vari passi dei Vangeli (per esempio: Prologo del Vangelo di Giovanni, Giovanni, 10, 30, o Matteo 28, 19).
Tuttavia, ciò che mi preme sottolineare qui, è che le dispute sulla dottrina avevano assunto ben più importanza rispetto al cambio di paradigma predicato da Cristo, ed inoltre, le eresie dovevano essere soppresse con una violenza inaudita.
Coloro che erano perseguitati, mi riferisco ai primi cristiani, divennero perseguitori.
Ario fu mandato in esilio in Illiria, tutti i suoi scritti furono bruciati, e si sancì che chi fosse trovato a seguire i suoi insegnamenti avrebbe dovuto essere giustiziato. E vero che Ario e i suoi seguaci erano eretici, ma ciò non giustificava una repressione così brutale. Dove era finito il perdono cristiano?
La Chiesa iniziò ad essere organizzata sulla falsariga dell’impero, nel senso che i vescovi metropolitani avevano autorità sulle chiese della loro circoscrizione. Ecco che l’indipendenza di ogni congregazione era finita, e vi era pertanto il rischio che un’aggiunta errata alla dottrina potesse spargersi velocemente.
Costantino inoltre favorì un processo di sincretismo con alcune religioni pagane, in un'ottica di diffusione e assimilazione. A Roma alcuni templi che erano stati consacrati a Iside furono riadattati e consacrati alla Vergine, e nel 336 d.C. fu sancita ufficialmente la data di nascita di Gesù nel giorno del 25 dicembre, attuando un sincretismo con alcuni culti pre-esistenti.
Sembrerebbe che Costantino avesse ottenuto di cristallizzare l’insegnamento di Cristo nel cosidetto Credo Niceno, e che mai più nessuno avesse potuto metterlo in discussione.
Ma non fu così: negli anni successivi vi furono altri concili, dove si proclamarono altri dogmi rigidi e vincolanti, che però risultavano essere aggiunte ai Vangeli, e quindi formule accessorie, non originali.
Alcuni scrittori, come lo statunitense David Bercot, si riferiscono a questo periodo come all’ibrido costantiniano, durante il quale ci si allontanò dai Vangeli. Fu un parziale ritorno all'Antico Testamento. Per esempio, mentre Gesù aveva predicato il distacco dai beni materiali, nell'Antico Testamento non vi era proibizione di accumulare ricchezze, e così fu nell’ibrido costantiniano.
Dopo il 325 d.C. la Chiesa, ormai gerarchicizzata, riconosceva lo Stato, e si trovava ad essere intrappolata nel potere e nella dottrina.
I cristiani avevano vissuto per quasi tre secoli in un regime di condivisione, uguaglianza, fratellanza e perdono. Inoltre avevano vissuto “nel mondo”, ma non erano “di questo mondo”, nel senso che non adoravano la ricchezza, ne desideravano la mondanità e tantomeno il potere.
I cristiani dell’ibrido invece si fecero corrompere, e lentamente, si allontanarono dai veri insegnamenti di Gesù Cristo.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

Bibliografia:
Nuovo Testamento, Sociedad Biblicas Unidas
Che parlino i primi cristiani, David Bercot
La vita di Costantino, Eusebio di Cesarea

Note:
(1) Giustino, Prima Apologia, cap. 14
(2) Clemente, Miscellanea, Volume 4, cap.10
(3) Tertulliano, Ai martiri, capitoli 2, 3
(4) Lettere ai Magnesi, cap 5
(5) Lettere ai Romani, cap 5
(6) Eusebio, la vita di Costantino, 1, 28
(7) Il Credo niceno-costantinopolitano

giovedì 14 maggio 2015

Il Regno di Dio, “regno al contrario”


Quale è stato il tema principale della predicazione di Gesù Cristo? 
Molte persone alle quali viene fatta questa domanda potrebbero rispondere: “la salvezza”. Altri potrebbero rispondere: “l’amore”.
Queste due risposte non sono certo errate, anzi. Si può affermare che sono verità essenziali. Ma c’è un tema sul quale Gesù ha predicato tante volte, che oggi è quasi assente nei dibattiti spirituali: il Regno di Dio.
In questo articolo analizzerò i temi relativi al concetto di “Regno di Dio” e cercherò di spiegare il perché esso è il “regno al contrario”.
Ci sono tante parabole di Gesù dove si descrive il Regno, ma per ora vorrei subito citare un passo del Vangelo di Giovanni (18, 33-36)

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù»

Da questo passaggio importante di Giovanni, si nota che Gesù parla a Pilato di un Regno, che non è di questo mondo. Sembrerebbe pertanto che il Regno non sia un regno terreno. Vediamo ora un altro passaggio delle Scritture, del Vangelo di Matteo (24, 9-14)

Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, e si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. Questo vangelo del Regno sarà annunciato in tutto il mondo, perché ne sia data testimonianza a tutti i popoli; e allora verrà la fine.

In questo passaggio si annuncia il “vangelo del Regno”. Cosa ha voluto indicarci Gesù con queste parole?
Forse Gesù si riferiva ad un regno di giudei? No di certo, in quanto nel corso della sua predicazione si è rivolto anche ai “gentili”, ossia i non-giudei, ed inoltre questo fatto si evince anche da questo passaggio di Matteo (21, 33-43), dove Gesù sta parlando ai farisei:

Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: -La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?- Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato».

Da notare che in questa parabola la vigna è Israele, e i contadini-vignaiuoli sono i farisei. I servi sono i profeti, che vengono uccisi dai farisei. Il figlio del padrone è Gesù (pietra d’angolo), e il padrone della vigna è il Padre.
Dal penultimo passaggio si evince che il Regno potrebbe essere consegnato a un popolo meritevole e non ai giudei. Ma, a quale popolo sarà consegnato? Forse ai greci? Forse agli italiani? Forse agli inglesi? Forse agli spagnoli? O forse ai brasiliani?
In realtà i cittadini del Regno non appartengono ad alcuna nazione della Terra, ma sono sparsi in tutti gli Stati. Tutti coloro che “nascono di nuovo” potranno vedere il Regno. Ecco un passo del Vangelo di Giovanni (3, 1-3), dove si spiega questo concetto:

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».

Cosa intende Gesù con “nascere dall’alto”? Possibilmente vuole intendere che chi riceve i suoi insegnamenti, li fa suoi nelle opere, e crede in lui, nasce di nuovo, questa volta dall’alto, da Dio.
Inoltre in un altro passaggio, mentre parla alla donna samaritana (Giovanni 4, 21), Gesù fa intendere che il Regno non avrà alcuna capitale, e non avrà quindi frontiere.

Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui nè su questo monte nè a Gerusalemme adorerete il Padre».

Ecco pertanto che da questo passaggio si evince che il Regno non è destinato esclusivamente ai Giudei, e non avrà come capitale Gerusalemme. Voleva forse intendere Gesù che il Regno sia un regno spirituale, o ideale? Non proprio. Ecco un altro passaggio determinante per comprendere il concetto di Regno (Luca 17, 20-21):

Interrogato dai farisei: «Quando verrà il regno di Dio?», rispose: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!»

Da queste parole si evince che il Regno non è un qualcosa di lontano, di futuro, o di etereo. E’ qualcosa di vicino a noi, qualcosa che sta tra di noi. In effetti con questo Gesù voleva intendere che il Regno è trasversale e frammentario. Laddove le persone seguono, con umiltà, i suoi insegnamenti, ecco che là si instaura, seppure brevemente, il Regno.
Ora vediamo però, il perché questo Regno è “al contrario”. Ecco subito il passaggio di Matteo (10, 37-39):

Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figliuolo o figliuola più di me, non è degno di me; e chi non prende la sua croce e non vien dietro a me, non è degno di me. Chi avrà trovato la vita sua la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per cagion mia, la troverà.

Se ci soffermiamo a ponderare, verifichiamo che questo messaggio è sconvolgente. In pratica Gesù ci chiede un grado di lealtà fortissimo. Ma per entrare nel Regno dobbiamo veramente amare Gesù più dei nostri genitori o più dei nostri figli?
Facciamo un esempio tornando nel mondo terreno. Durante la storia (anche recente), è successo che la nostra nazione abbia deciso di dichiarare guerra ad un’altra nazione. In quei casi alcuni nostri concittadini sono andati in un paese lontano disposti ad uccidere altre persone, e disposti a morire per il concetto di “patria”.
In questo caso lo Stato ci ha chiesto un sacrificio assoluto, ci ha chiesto di abbandonare i nostri cari, quindi padre, madre, figli, e abbandonare le nostre proprietà, per andare a combattere, allo scopo di difendere la “patria”.
Se lo Stato esige da noi una lealtà massima, a maggior ragione Dio esige da noi una lealtà ancora più forte. Per questo dobbiamo scegliere da che parte stare: con lo Stato o con Dio?
Approfondiamo questo concetto: l’Antico Testamento rispecchiava un regno “di questo mondo”, mentre con il Nuovo Testamento vi è un cambio di paradigma fondamentale, una rivoluzione assoluta, un terremoto sconvolgente, che rispecchia appunto un “regno al contrario”. Ecco un passaggio di Matteo (5, 38-44)

Avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da' a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori.

Amare i nostri nemici? Il concetto non-violento di Gesù è chiaro. Il cambio di paradigma rispetto all’Antico Testamento è sancito. Non è sufficente, secondo l’insegnamento di Cristo, amare i propri nemici, bisogna pure pregare per loro.
Il messaggio della non-violenza e della non-resistenza è però esattamente il contrario del messaggio che pervade il mondo attuale. Se c’è un’ingiustizia bisogna rispondere attivamente, lottando, combattendo e se necessario annichilendo l’avversario.
Attenzione però: il messaggio della non resistenza non è un messaggio di codardia: Gesù stesso, Pietro, Paolo, e tutti gli altri apostoli, oltre ai martiri, non furono dei codardi. Morirono denunciando il male, e opponendosi al male, ma non resistettero al male con la forza fisica.
Inoltre, nel passaggio di Matteo (5, 40), vi è anche un’esortazione a non rispondere alla causa giudiziaria di chi esige da noi beni materiali:
a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello
Ciò significa che oltre a non rispondere alla violenza con violenza, non dovremmo neppure rispondere ad una causa giudiziaria contro di noi, ma quando una persona ci chiede un bene materiale (es.: la tunica) dovremmo dargliela e dargli anche qualcosa in più (es.: il mantello). Anche questa non è certo un’esortazione alla debolezza, ma un invito al dialogo, alla comprensione, alla fermezza e alla vera forza.
Ecco che già iniziamo a comprendere il perché il Regno di Dio è un “regno al contrario” dove tutti i valori sono opposti rispetto ai valori terreni.
Ma torniamo al tema della non-violenza. Molte persone credono che questo messaggio abbia valenza solo quando si riferisce all’individuo. Quando però lo Stato, l’autorità terrena, ci chiede di commettere un atto violento (guerra, invasione, conquista), o ci permette di compiere un’azione violenta (aborto), non dobbiamo porci il problema. E’ lo Stato che ce lo chiede, (o ce lo permette), e pertanto è giusto farlo. E’ proprio così?
In un “regno di questo mondo” è ovviamente così. Lo Stato è l’autorità massima. Ma se vogliamo entrare nel Regno dobbiamo obbedire alle leggi dello Stato o alle leggi di Dio?
Il motto “Dio e patria” non ha più senso in questo contesto.
Possiamo affermare con questo che Gesù predicò contro i militari? Non proprio, e ciò si evince dal fatto che ascoltò un centurione, e colpito dalla sua fede curò e salvò il suo servo (Matteo, 8, 5-13). Il fatto è che Gesù non propugnava un cambio politico, ma interiore.
Ecco che il concetto di “regno al contrario” diventa più chiaro. Secondo questa idea il potere terreno degli Stati si scioglie come neve al sole, perde di significato, e anche il concetto di “patria” perde senso.
Il concetto del Regno di Dio è fortemente legato alla vita eterna. E’ ovvio quindi che in un’orizzonte “eterno” ogni vicissitudine terrena perde di significato.
In un’ottica di questo tipo ecco che “i regni di questo mondo”, ovverosia tutti gli Stati della Terra, non avrebbero più ragione di esitere, crollerebbero come in un gioco del “domino” di portata planetaria. Ecco quindi che il concetto di “regno al contrario”, assume quasi tutta la sua pienezza. Scrivo “quasi”, perché ci sono altri concetti importanti che devono considerare coloro che vogliono entrare nel Regno: la ricchezza, per esempio.
L’insegnamento di Gesù rispetto alla ricchezza si evince in particolar modo da due passi del Vangelo, quello del “giovane ricco” e quello del “Discorso della Montagna”. Analizziamo il passaggio del “giovane ricco” (Matteo 19, 16-22):

Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste; poichè aveva molte ricchezze.

Quindi Gesù aggiunse (Matteo 19, 23-24):

Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli».

Analizziamo ora i passi riferiti al “Discorso della Montagna” (Luca 6, 20-23):

Egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi che siete poveri, perché il regno di Dio è vostro. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno, e quando vi scacceranno da loro, e vi insulteranno e metteranno al bando il vostro nome come malvagio, a motivo del Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno e saltate di gioia, perché, ecco, il vostro premio è grande nei cieli; perché i padri loro facevano lo stesso ai profeti.

Cosa si evince da questi passaggi? Le parole di Gesù sono contro l’egoismo e contro l’adorazione del denaro. La persona che dedica la sua vita ad accumulare denaro, e che venererà il denaro come il “suo dio”, non potrà entrare nel Regno. In questo senso assume significato il passo del Vangelo di Matteo (6, 24):

Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona.

La ricchezza dunque non dà, secondo Gesù, alcun privilegio, ma al contrario è un pesante gravame che ostacola la giusta via, in quanto allontana l’uomo da quelli che devono essere i suoi obiettivi: l’amore per Dio e per il prossimo.
Adesso concentriamoci sui poveri: forse hanno le porte del Regno aperte solo perché sono poveri? Secondo questo passaggio del Vangelo di Luca (6, 20) i poveri avrebbero le porte del Regno aperte:

Egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: “Beati voi che siete poveri, perché il regno di Dio è vostro”.

In un certo senso i poveri hanno un vantaggio sui ricchi in quanto non sono esposti alla “trappola” della ricchezza e possono concentrare la loro vita sui veri valori. Ma anche qui i poveri avranno aperte le porte del Regno solo se il loro stile di vita non sarà incentrato sul raggiungimento della ricchezza fine a se stessa, ma al raggiungimento della “salvezza”.
Possiamo annunciare con questo che Gesù volesse abolire le classi sociali, e la proprietà privata? Possiamo pertanto definirlo come un “primo comunista”?
Non proprio. Dalla lettura attenta dei Vangeli, non si evince che Gesù volesse eliminare le classi sociali, uniformando i salari. Nella sua vita pubblica ha avuto contatto con persone che si dedicavano a differenti attività lavorative, ma non ha mai detto che dovessero essere ricompensate allo stesso modo. Ha avuto contatti con contadini, pescatori e pastori, ma anche con esattori delle imposte, farisei e pubblicani.
E’ certo che gli uomini hanno diverse qualità, e Gesù non ha voluto eliminare queste differenze. C’è chi lavora più duramente, chi ha brillanti intuizioni economiche, chi rischia intraprendendo un nuovo progetto. Queste persone devono giustamente ottenere il frutto del loro lavoro, a patto però che non sia a scapito di altri. Gesù non ha proposto un cambio sociale o economico ma un cambiamento interiore.
Ecco quindi che il concetto di “Regno” inizia a essere più chiaro. Esso è tra di noi, e potrebbe anche espandersi nella Terra, non è una pura utopia. Però per entrare nel Regno, dobbiamo “nascere di nuovo”, e “abbandonarci a Dio”, avendo Fede in Lui. Se vogliamo entrare nel Regno non possiamo dichiararci fedeli al potere terreno ma dobbiamo dedicarci totalmente a Dio. A tale proposito ecco un altro passaggio del Vangelo di Matteo (10, 32-33)

Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

E’ vero che i quattro Vangeli sono opere monumentali, il cui messaggio è fortissimo, rivoluzionario, sconvolgente, in ogni caso Gesù non esige da noi nulla se non quelle cose che possiamo fare secondo la nostra possibilità. A tale proposito cito un passaggio molto dolce del Vangelo di Matteo (11, 28-30).

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero.

Ci sono altri concetti importanti che devono considerare coloro i quali aspirano ad entrare nel Regno, come per esempio, l’amore per il prossimo, l’onestà, l’onorabilità, la lealtà, ma non basterebbe un libro intero per analizzarli tutti.
Consideriamo però un altro passo del Nuovo Testamento (Matteo 18, 1-5):

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sè un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.

Ecco che per entrare nel Regno, bisogna essere come bambini: semplici, puri, sereni. Chiunque sarà “piccolo” cioè umile, nel Regno sarà “grande”.
Torniamo ora ai passi iniziali di questo articolo, quando ho descritto l’interrogatorio di Pilato a Gesù: è ovvio che il Regno di Gesù non era di questo mondo e che nessun suo discepolo avrebbe combattuto per liberarlo. Ecco, ora è più chiaro il perché i cittadini del Regno non possono essere di “questo mondo”.
Analizziamo ora due passaggi del Vangelo di Giovanni. Il primo, quando Gesù pregò per i suoi seguaci, poco prima di essere arrestato (Giovanni 17, 14-18):

Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo;

Ecco un secondo, significativo, passaggio di Giovanni (12, 25)

Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.

Cosa significa tutto ciò? Forse che i seguaci di Cristo devono allontanarsi dalla vita terrena, vivere da eremiti sulla cima di montagne, praticando l’ascetismo? Non proprio. Gesù non ha predicato il distacco totale dalla materialità, ma il cambiamento interiore teso alla giusta relazione con il “mondo terreno”, e finalizzato al raggiungimento della “salvezza”, ovvero all’instaurazione del Regno, che come abbiamo visto, non può essere che “al contrario”.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

E’ possibile riprodurre questo articolo a patto che:
1-Sia riprodotto integralmente.
2-Non si alteri il titolo, alcuna parte di esso nè le fonti bibliografiche.
3-Si aggiunga in vista dopo il titolo e alla fine dell’articolo: opera di Yuri Leveratto.

Bibliografia:
Nuevo Testamento, Sociedad Biblicas Unidas
Il regno che sconvolse il mondo, David Bercot

martedì 5 maggio 2015

Cristo non è Horus, e il Cristianesimo antico è una fede originale


Da vari anni ormai è in corso un processo organizzato che ha lo scopo di globalizzare il pianeta sia da un punto di vista culturale che economico. 
Chi persegue l’obiettivo di appiattire le culture e le religioni ha interesse ad uniformare le differenti credenze, con lo scopo di renderle simili e sincretizzarle.
Spesso si sente dire che “tutte le religioni sono uguali”, perché tutte praticano l’amore e la pace. Ma è proprio così?
Secondo questo progetto, sostenuto e favorito soprattutto da correnti massoniche, la religione cristiana sarebbe assimilabile a culti solari pre-esistenti e pertanto i Vangeli non sarebbero originali, ma racconti allegorici, senza base storica. In questo articolo mi propongo di dimostrare che queste tesi sono errate, e che il Cristianesimo antico è una fede originale.
Innanzitutto, è di fondamentale importanza distinguere tra il Cristianesimo antico e il Cristianesimo post-costantiniano.
Se vi è stata una solarizzazione, essa è avvenuta quindi nel IV secolo, con scopi di sincretismo e accettazione delle masse, ma nulla ha a che vedere con il Nuovo Testamento.
Vediamo perché: nella mitologia egizia Osiride e Iside si sposano. Osiride viene però ucciso da Seth (il suo fratello malvagio), che lo fa a pezzi. Iside resuscita Osiride e dalla loro unione nasce Horus, il dio del Sole.
Di solito i sostenitori della teoria del “mito di Gesù” comparano Iside a Maria e Gesù a Horus. Ma in Giovanni 1, 1-5, vi è scritto che Gesù è il Verbo, creatore quindi dell’universo, e pertanto anche del sole. Mentre Horus è il Dio-Sole.
Vi è pure in alcuni scritti una presunta attinenza di Osiride con Gesù, ma Gesù non fu squartato, secondo Giovanni infatti, non gli fu rotto alcun osso (Giovanni 19, 36), e non fu Maria (Iside), che lo resuscitò, ma lui stesso resuscitò perchè vinse la morte, essendo Dio (Luca 24, 6).
Secondo alcuni autori, come Acharia S, già nel Vangelo di Luca vi sarebbe una “solarizzazione”. Con una notevole forzatura si associa Giovanni il Battista a Seth (mito lunare), e Gesù a Horus (mito solare). Vediamo il passo del Vangelo di Luca (1, 26-31) utilizzato da questi scrittori per il loro ragionamento:

Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine fidanzata a un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria. L'angelo, entrato da lei, disse: «Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è con te». Ella fu turbata a queste parole, e si domandava che cosa volesse dire un tale saluto. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perchè hai trovato grazia presso Dio. Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù.

Da questo passo e dal passo precedente si evince che Gesù fu concepito (dallo Spirito Santo), sei mesi dopo Giovanni Battista.
A questo punto tali autori sostengono che Giovanni il Battista (sole-morente) nacque nel solstizio d’estate, sei mesi prima rispetto alla nascita di Gesù, che è il 25 dicembre, ossia il solstizio d’inverno. Facendo un ragionamento errato affermano che sia Giovanni il Battista che Gesù sono allegorie rispettivamente di Seth e Horus e pertanto non sono esistiti nella realtà, ma sono solo avatar.
Sembrerebbe un'assioma perfetto, ma c’è un errore di fondo.
Nel Vangelo di Luca non vi è scritto che Gesù nacque il 25 dicembre.
E neppure negli altri scritti del Nuovo Testamento. Di solarizzazione pertanto, nei Vangeli non c’è traccia.
Il 25 dicembre come data ufficiale della nascita di Gesù è stato introdotto nel 336 d.C. quando Costantino ha attuato la sua solarizzazione, per i motivi noti di assimilazione delle masse.
Quindi, ecco dimostrato che la teoria di “Giovanni Battista-Seth-Sole morente” e “Gesù-Horus-Sole nascente”, esiste solo nelle menti di tali scrittori, mentre i Vangeli rispecchiano una religione originale, che è appunto il Cristianesimo antico.
Di solito questi sedicenti esperti storici come Acharia S, basano le loro tesi su Horus, (il dio del sole), sul “Libro dei Morti”, un testo funerario egizio scritto a partire dal 1550 a.C. In realtà però in tale testo ci sono poche informazioni su Horus. La maggioranza delle fonti su Horus sono popolari, derivano cioè da detti non scritti che si sono sviluppati nel corso di almeno tre millenni (dal 3100 a.C. al 100 a.C.).
La seconda tesi che i sostenitori della teoria Gesù-Horus portano nel dibattito è che Iside era vergine come Maria e pertanto la storia dei Vangeli sarebbe una copia di un mito precedente.
Ma il mito di Horus racconta che Osiride, il marito di Iside, fu ucciso da Seth e fatto a pezzi. Iside trovò tutti i pezzi del corpo smembrato di Osiride eccetto il pene che fu buttato nel Nilo. Con i suoi poteri Iside riportò in vita Osiride e ricreò il suo pene (d’oro o legno, simbolismo fallico), con lo scopo di farsi ingravidare e generare Horus.
Pertanto Iside non era vergine, e non è pertanto uguale a Maria.
Il fatto poi che a Roma, nel secolo IV, alcuni templi che erano stati consacrati a Iside sono stati riadattati e consacrati alla Vergine rientra appunto nella solarizzazione e nel processo di sincretismo attuato da Costantino, ma nulla ha a che vedere con il Cristianesimo antico.
La terza tesi dei sostenitori della teoria Gesù-Horus è che Gesù fu battezzato da Giovanni il Battista esattamente come Horus, che fu battezzato da Anup, poi decapitato. Quindi ancora una volta i Vangeli sarebbero copie di miti preesistenti.
Ma nella antica mitologia egizia non esiste alcun Anup.
Questa storia deriva da banali falsificazioni di Gerald Massey, un autore del XIX secolo che non ha alcun credito tra gli studiosi seri di egittologia. Queste tesi sono poi state riprese da Acharia S nel suo libro “Cristo in Egitto, la connessione Horus-Gesù”. In questo libro Acharia S fa un parallelismo tra il dio egizio Anubis e “Anup il battista”. E’ possibile che in alcune sculture e pitture egizie vi siano rappresentazioni di lavaggi rituali, ma nè nel Libro dei Morti, nè in sculture, bassorilievi o pitture, vi è Horus battezzato da Anubis.
Anche la terza tesi pertanto viene a cadere e la figura di Giovanni che battezza Gesù nel fiume Giordano è un fatto originale, che non deriva da alcun mito pre-esistente.
La quarta tesi dei sostenitori della teoria Gesù-Horus è che Gesù fu tentato nel deserto da satana, esattamente come Seth (dio del deserto) tentò di uccidere Horus.
Innanzitutto Seth nella mitologia egizia non è certo assimilabile a satana, ma “tentare di uccidere” o “fare battaglia” a Horus non è la stessa cosa di “indurre in tentazione” cosa che fece satana a Gesù nei Vangeli.
La relazione tra Horus e Seth non è in alcun modo assimilabile a quella tra Gesù e satana. Horus e Seth erano spesso in disaccordo tra loro, la loro successiva riconciliazione permise al faraone di governare l’Egitto.
Gesù e satana invece non si riconciliarono mai.
La quinta tesi dei sostenitori della teoria Gesù-Horus è che Osiride (il cui nome egizio è Wsjr, la cui pronuncia è Ausar, Usir o Asar), fu resuscitato, esattamente come fu resuscitato Lazzaro da Gesù.
Ma non fu Horus a resuscitare Osiride, fu invece Iside, sua moglie.
Inoltre il nome Lazzaro deriva dall’ebraico “Eleazar”, che significa “Dio ha aiutato”, e nulla ha a che vedere con il nome egizio Wsjr al quale i più accreditati egittologi attribuisco il significato di “il potente”.
La sesta tesi dei divulgatori della teoria Gesù-Horus sarebbe che Horus aveva dodici apostoli, esattamente come Gesù.
Questa leggenda deriva sempre da Gerald Massey che fa risultare essere dodici gli apostoli di Horus. In realtà in alcune credenze popolari si parla dei quattro figli di Horus, semidei, ma mai di dodici seguaci.
La settima tesi dei simpatizzanti della teoria Gesù-Horus è che Horus fu crocifisso prima di Gesù, per cui la crocifissione di Gesù sarebbe un mito costruito su un mito precedente.
In realtà Horus viene rappresentato a volte con le braccia aperte ma non “crocifisso su una croce”. Non vi è una sola fonte storica che descrive un personaggio reale chiamato Horus che fu crocifisso, e oltretutto non vi è nessuna fonte storica che attesti che la crocifissione fosse usata nell’antico Egitto.
Mentre per la crocifissione di Gesù le fonti storiche serie sono varie e le ho descritte nel mio articolo “La storicità di Gesù”.
L’ottava tesi dei sostenitori della teoria Gesù-Horus è che Horus risuscitò dopo tre giorni, esattamente come Gesù.
Questa leggenda deriva dallo studio approssimativo della stele di Metternich, conservata al Metropolitan Museum of Art di New York. Questa stele in nessun modo richiama la morte sacrificale di Gesù. Horus morì bambino, punto da uno scorpione inviato da Seth, e poi fu risuscitato dal dio Thot, ma nelle credenze popolari non vi è traccia della rinascita il “terzo giorno”.
Inoltre Horus non muore prendendo su di sè i “peccati del mondo”, non muore per redimere l’umanità, che, con il peccato originale si era preclusa la salvezza. Horus non è “il Salvatore del mondo”, ma è, a seconda delle leggende, il dio del cielo, del sole e della guerra.
La lista di falsi parallelismi potrebbe continuare, ma nessuno di essi è basato su fonti storiche certe, in quanto il più delle volte le “fonti” sono i libri di Gerald Massey (XIX secolo), o dei suoi seguaci contemporanei, come Acharia S.
Un’ultima teoria sostiene che essendo la croce un simbolo antichissimo che risalirebbe alla civiltà egizia (ankh, chiave della vita o croce ansata), ecco che la fede cristiana sarebbe una copia di religioni antiche.
Anche qui bisogna ricordare che nel Cristianesimo antico il simbolo utilizzato maggiormente era il pesce (Ἰχθύς, ichthýs), e non la croce, il cui uso fu diffuso solo a partire dal 313 d.C. con Costantino (in hoc signo vinces).
I sostenitori della tesi che il Cristianesimo antico sia una religione solare derivata da culti pre-esistenti associano Gesù anche ad altre figure religiose del passato come Mitra o Krisna, ma anche queste sono banali semplificazioni che non hanno base storica. Ancora una volta confondono (in buona fede?) il Cristianesimo antico con il Cristianesimo post-costantiniano.
Da tutto ciò si evince che Gesù non è affatto Horus, e che i Vangeli e gli altri libri del Nuovo Testamento sono originali e non basati su culti pre-esitenti.
Ne consegue che il Cristianesimo antico è una fede assolutamente originale.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

E’ possibile riprodurre questo articolo a patto che:
1-Sia riprodotto integralmente.
2-Non si alteri il titolo, alcuna parte di esso nè le fonti bibliografiche.
3-Si aggiunga in vista dopo il titolo e alla fine dell’articolo: opera di Yuri Leveratto.

Per approfondire leggi: La storicità di Gesù

Bibliografia: 
-Antiguo Testamento, Sociedad Bíblicas Unidas
-Nuevo Testamento, Sociedad Bíblicas Unidas
-Libro de los Muertos
-Acharya S. The Christ Conspiracy, the Greatest Story Ever Sold
-Acharia S Christ in Egypt: The Horus-Jesus Connection
-Unmasking the Pagan Christ por Stanley E. Porter y Stephen J. Bedard
-Hopfe, Lewis M.; Richardson, Henry Neil (9-1994). «Archaeological Indications on the Origins of Roman Mithraism». En Lewis M. Hopfe. Uncovering ancient stones: essays in memory of H. Neil Richardson. Eisenbrauns. pp. 147
-Gerald Massey, The natural genesis