venerdì 17 giugno 2016

I titoli di Gesù Cristo


Qui di seguito si riportano i titoli di Gesù Cristo, secondo gli Evangelisti

Figlio dell’Uomo

Vangelo di Matteo (8, 20): 

Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».

Vangelo di Marco (8, 31): 

E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.

Vangelo di Luca (6, 22):

Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.

Vangelo di Giovanni (1, 51): 

Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Figlio di Dio

Vangelo di Matteo (27, 43): 

Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!»

Vangelo di Marco (3, 11):

Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». 

Vangelo di Luca (1, 35): 

Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio.

Vangelo di Giovanni (1, 32-34): 

Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Vangelo di Giovanni (1, 49): 

Gli replicò Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!»

Messia / Cristo

Vangelo di Matteo (23, 10): 

E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.

Vangelo di Marco (8, 29): 

Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo».

Vangelo di Luca (4, 41):

Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.

Vangelo di Giovanni (4, 25-26): 

Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

Maestro

Vangelo di Matteo (26, 18): 

Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”».

Vangelo di Luca (5, 5): 

Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».

Vangelo di Luca (8, 24-25): 

Si accostarono a lui e lo svegliarono dicendo: «Maestro, maestro, siamo perduti!». Ed egli, destatosi, minacciò il vento e le acque in tempesta: si calmarono e ci fu bonaccia. Allora disse loro: «Dov’è la vostra fede?». Essi, impauriti e stupiti, dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che comanda anche ai venti e all’acqua, e gli obbediscono?».

Vangelo di Luca (17, 13):

e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!».

Vangelo di Giovanni (13, 13-14):

Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. 

Signore

Vangelo di Marco (5, 19): 

Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te».

Vangelo di Giovanni (20, 28): 

Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 

Salvatore

Vangelo di Luca (2, 11): 

oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.

Vangelo di Giovanni (4, 42): 

e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Foto in alto: Papiro 46, datato dal 175 al 225 d.C.

domenica 12 giugno 2016

Il Logos è Dio: analisi del primo verso del Vangelo di Giovanni


Con questo capitolo inizierò l’analisi approfondita dei primi diciotto versi del Vangelo di Giovanni. Questi versi celebri, sono fondamentali perché descrivono l’essenza stessa di Gesù Cristo, il Verbo che si è fatto carne. Tutti i successivi versi, dal diciannovesimo del primo capitolo, fino alla fine del quarto Vangelo, narrano una serie di episodi storici che confermano le affermazioni fatte nel Prologo. Innanzitutto vediamo il primo verso: 

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco: 

En arché en ho Logos kai ho Logos ēn pros ton Theon kai Theos en ho Logos

Nella frase “In principio era il Verbo”, il verbo “era” appare nel tempo imperfetto. 
Il verbo greco è en (ἦν), che significa “era”. In realtà en è l’imperfetto del verbo greco eimi, ossia: essere. L’Apostolo Giovanni ci dice quindi che “in principio”, ossia prima della creazione del mondo, prima di ogni cosa, da sempre, esisteva il Logos, che in italiano viene tradotto “la Parola” o “il Verbo”. Pertanto si potrebbe concludere che Giovanni volesse indicare che il Verbo esisteva prima che ci fosse qualsiasi inizio, prima di ogni cosa. Il Verbo era pertanto pre-esistente ad ogni cosa. Era la Causa Prima. 
In questa prima parte del primo verso, l’Apostolo Giovanni non è dunque interessato a spiegare chi ha creato il mondo, o chi esisteva prima della creazione, ma semplicemente sta spiegando da quando è esistito il Verbo. 
Il soggetto è il Verbo e l’enfasi è la sua pre-esistenza eterna. Giovanni sta iniziando a descrivere chi è il Logos (Gesù Cristo), ma per ora ci dice che Egli esiste da sempre, ossia non ha avuto inizio. Ed è proprio nel verbo en in greco, che si esprime perfettamente il concetto di eternità. In pratica prima che esistesse il tempo, il Verbo era. Il Verbo pertanto era ed è fuori dal tempo. E’ eterno. 
Quando l’Apostolo Giovanni descrive Giovanni il Battista (sesto verso del primo capitolo del Vangelo di Giovanni) utilizza un verbo completamente differente: egeneto, che significa “venne”, che ovviamente si riferisce ad un determinato tempo storico. Quindi ci fu un tempo nel quale Giovanni il Battista non esisteva, (ovviamente prima della sua nascita), ma non ci fu un tempo nel quale il Verbo non esisteva. Il verbo en pertanto, che si trova nei versi 1, 2, 4, 8, 9, 10 indica un’esistenza continua, mentre il verbo egeneto, che si trova nei versi 3, 6, 10 e 14 si riferisce ad un’esistenza limitata. 
Questa prima parte del primo verso del Vangelo di Giovanni è pertanto di fondamentale importanza, perché ci dice che “prima che ci fosse un principio”, ossia prima del tempo stesso, il Verbo era già. 
Che cosa voleva indicare Giovanni quando scrisse “nel principio”?
Anche nel primo verso della Genesi vi è la parola “principio” (in ebraico: bereshit):

In principio Dio creò il cielo e la terra.

La parola greca utilizzata dall’Apostolo Giovanni nel primo verso del suo Vangelo è arché, una parola molto importante nell’ambito del Nuovo Testamento, il cui significato merita di essere approfondito. Mentre però bereshit si riferisce al principio della creazione, arché si riferisce all’eternità del passato.
Proprio dall’analisi della parola arché si evince che Gesù Cristo, essendo il Creatore del mondo, non può essere una semplice creatura. Questa parola può essere usata sia in senso assoluto che in senso relativo. Se si usa in senso assoluto, si riferisce “al principio, o all’origine, di tutte le cose”. Nel primo verso del Vangelo di Giovanni la parola arché è usata in senso assoluto, giacchè non viene specificata alcuna cosa che limiti l’azione descritta. 
La parola arché con significato assoluto viene utilizzata anche nel Vangelo di Matteo (19, 4; 24, 21); Nel Vangelo di Giovanni (8, 44); nella prima Lettera di Giovanni (1, 1; 2, 13; 3, 8), ecc. Un esempio potrebbe essere il seguente verso del Vangelo di Giovanni (6, 64): 

Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito.

Gesù pertanto sapeva dal principio chi lo avrebbe tradito.

Vi sono molti passaggi nel Nuovo Testamento che indicano che Gesù Cristo è il Creatore del mondo e non una semplice creatura. Per esempio il terzo verso del Vangelo di Giovanni: 

tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

La parola “tutto”, significa “ogni cosa”. Se il Verbo, Gesù Cristo, fosse una creatura, avrebbe creato tutto meno lui stesso. Ma nel terzo verso vi è scritto: “tutto”, quindi significa che il Verbo, Gesù Cristo, è la Causa Prima, avendo creato ogni cosa. E’ una affermazione implicita della sua piena Divinità. 
Tornando al primo verso la parola “principio” (arché), si riferisce a Gesù Cristo non come il primo risultato della creazione fatta da Dio, ma come la prima causa della creazione, ossia come l’unico e il solo Creatore. Lui non potrebbe essere stato la prima creatura se tutte le cose, sono state fatte da lui. 
Osserviamo ora i seguenti passaggi della Lettera ai Colossesi (1, 15-18):

Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.

In questi versi la parola proototokos tradotta “primogenito” è riferita a colui che ha sovranità su tutta la creazione. Il verso sedicesimo descrive che tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Quindi Paolo di Tarso precede l’Apostolo Giovanni nell’indicare che Gesù Cristo è il Creatore. E nel verso diciassette dice che egli non solo è il Creatore di tutte le cose ma esse in lui sussistono. Nel verso diciotto si usano le parole arché, “principio” e proototokos, “primogenito”. 
Vi sono altri versi dove Gesù Cristo ha affermato di “essere” da sempre, ossia dal principio. Per esempio nel Vangelo di Giovanni (17, 5): 

E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.

Ora analizziamo la parola Logos. Perché Giovanni utilizza questa parola per definire il Creatore del mondo? Ovviamente il Creatore esisteva prima di tutte le sue creature. E il Creatore deve avere per forza un’intelligenza, una mente. Solo nella parola greca Logos poteva trovare l’esatto significato di quello che voleva e doveva esprimere. 
Anche se il termine Logos era comune nel mondo ellenico, (per esempio in seguito alla filosofia di Filone di Alessandria), vari teologi pensano che Giovanni aveva in mente la parola ebrea memra tradotta nella Bibbia dei settanta come Logos.
Logos significa innanzitutto “parola”, quindi Gesù Cristo è la Parola di Dio. Da Logos è derivata la parola “logica”. Giovanni vuole quindi mostrarci che dietro il mondo creato vi è l’intelligenza, e non il caso. Ma l’intelligenza può esistere solo in una persona, infatti Giovanni descrive che il Logos è Gesù Cristo, quindi non una forza impersonale o astratta. 
Gesù Cristo non fu semplicemente un Verbo, ma “il Verbo”, infatti questa è la ragione per la quale l’articolo definito è usato prima della parola Logos: en arché en ho Logos. 
Passiamo ad analizzare ora la seconda parte del primo verso del Vangelo di Giovanni: 

E il Verbo era con Dio

Qui l’Apostolo Giovanni ci segnala che il Verbo, pur essendo la Causa Prima, ossia il Creatore del mondo, non è la stessa persona di Dio Padre. Nel diciottesimo verso del primo capitolo del Vangelo di Giovanni ci viene presentata la relazione filiale che esiste tra due delle tre persone della Trinità, il Padre e il Figlio: 

Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

“Dio, nessuno lo ha mai visto”, si riferisce a Dio Padre. La parola monogenees, che viene tradotta con “unigenito”, significa “della stessa sostanza”, che inoltre è sempre stato nel seno del Padre. La differenza è quindi tra il Figlio, ossia il Logos eterno, e il Padre, proprio perché il primo si è fatto carne, (Vangelo di Giovanni 1, 14). Però entrambi, insieme allo Spirito Santo, citato in altri numerosi passaggi del Nuovo Testamento, sono della stessa stessa sostanza, quindi sono “Dio”, pur avendo personalità diverse. 
Il verbo che si usa nella seconda parte del primo verso è en, uguale a quello che si è usato nella prima frase, ossia l’imperfetto del verbo eimi, essere. Ancora una volta Giovanni usa questo verbo per indicarci che il Verbo era con Dio dall’eternità del passato, quindi da sempre, da prima che il tempo fosse. Quindi il Verbo non ha acquisito una posizione intima con il Padre in un certo momento storico, ma il Verbo è stato da sempre con il Padre. Non è mai esistito un tempo nel quale il Verbo non era con il Padre. Questo è il significato del verbo en nell’imperfetto. E questa è anche la ragione che lo Spirito Santo ha scelto il greco come lingua da utilizzare nel Nuovo Testamento in modo che la rivelazione per noi possa essere assolutamente chiara. Infatti in altre lingue non sarebbe stato possibile esprimere l’eternità di Gesù Cristo e la sua presenza infinita con il Padre. Il termine italiano “era”, infatti, non rende appieno l’idea dell’eterna coesistenza del Logos con il Padre. 
Un’altra parola importante di questa frase è pros, ossia: “con”. Pros è tradotto “con” ma rende l’idea di “verso”, per esprimere un movimento. Con questo termine Giovanni voleva possibilmente indicare che il Logos e il Padre erano uniti in eterna comunione. Non era che il Logos seguiva il Padre, perché ciò implicherebbe una dipendenza del Logos dal Padre. Erano in perfetta armonia e comunione, fin dall’eternità. Se ci pensiamo, Gesù si riferisce costantemente al Padre nel Vangelo di Giovanni, e specialmente nel capitolo diciassette. Gesù prega il Padre per noi. Il suo unico fine è perdonare i nostri peccati in modo da condurci al Padre. 
Analizziamo ora la terza parte del primo verso del Vangelo di Giovanni: 

e il Verbo era Dio.

Fino ad ora abbiamo visto che il Verbo era eterno, e coesisteva fin dal principio con Dio Padre. Ma se era eterno, e se era la Causa Prima, non poteva che essere Dio stesso. Nella versione greca originale, la parola Dio viene posta immediatamente dopo la congiunzione “e”, e non alla fine della frase. Infatti in alcune versioni della Bibbia la frase “kai Theos en ho Logos”, è tradotta: “e Dio era il Verbo”. 
Non vi è un articolo definito prima della parola “Theos”. Questo fatto ha indotto alcuni gruppi di persone, nella fattispecie quelli che vorrebbero divulgare l’idea che Gesù Cristo sia una persona inferiore al Padre, un essere creato, invece del Creatore eterno, a tradurre questa parola come “un dio”, invece di “Dio”. 
Nella grammatica greca normalmente il predicato non ha l’articolo mentre il soggetto della frase ha l’articolo (1). Infatti in questa frase il soggetto (il Verbo) ha l’articolo definito, mentre il predicato (Dio), non c’è l’ha. Se Giovanni avesse posto l’articolo davanti alla parola “Dio” e davanti alla parola “Logos”, le due parole sarebbero intercambiabili e la frase si sarebbe potuta tradurre: “e il Dio era il Verbo”. In questo caso il Verbo si sarebbe trasformato nel predicato e Dio nel soggetto. Per la stessa ragione nella frase riportata nella Prima Lettera di Giovanni (4, 16): “Dio è amore”, l’articolo ho è davanti a Theos e non davanti ad amore. Infatti il soggetto è “Dio” e non “amore”. Se vi fosse l’articolo definito anche davanti ad “amore” si potrebbe dire tanto “Dio è amore”, come “Amore è Dio”. Ma in questo caso il Dio della Bibbia non sarebbe una persona, ma una qualità astratta. 
Se la terza frase del primo verso del Vangelo di Giovanni fosse tradotta: “e il Verbo era un dio”, come fanno i testimoni di Geova, allora dovremmo tradurre “un dio” tutte le volte che si usa la parola greca Theos senza l’articolo definito.  
Pertanto, possiamo affermare che Giovanni ha omesso l’articolo ho prima della parola “Dio” per il fatto che vuole comunicarci la caratteristica generale del Logos, che è Dio nella sua essenza e in tutti i suoi attributi. Infatti la parola “Theos”, ossia “Dio”, senza articolo vuole significare la nozione generale di Dio, ossia la Causa Prima, l’Assoluto. Giovanni vuole quindi enfatizzare la natura stessa del Verbo, che è uguale a quella del Padre. 
L’Apostolo Giovanni vuole quindi comunicarci che Gesù Cristo non era “divino”, ma era (ed è) “Dio”, nella sua pienezza. Se avesse voluto comunicarci che Gesù Cristo è “divino” avrebbe potuto usare la parola “theios”. Esiste una grande differenza tra le parole “theios” e “Theos”. I termini non sono assolutamente intercambiabili. Ciò che è divino non è sempre Dio, ma Dio è sempre divino. Da theios derivano le parole theiotees, Divinità, e theotees, deità. 
E’ quindi totalmente errato tradurre la terza parte del primo verso del Vangelo di Giovanni come “e il Verbo era divino”, in quanto la parola che si usa è “Theos”, “Dio” e non “theios”, “divino”. Gesù Cristo pertanto non era un uomo che raggiunse la divinità, ma era Dio che umiliò se stesso in modo da assumere la natura umana oltre alla sua natura divina, che non ha mai lasciato. (vedi la Lettera ai Filippesi cap. 2).
Riassumiamo i concetti espressi in questo articolo. 

In principio era il Verbo,

Significa che il Verbo, (Gesù Cristo) è esistito da sempre, dall’eternità.

e il Verbo era presso Dio

Significa che il Verbo, (Gesù Cristo), è stato da sempre in perfetta armonia e comunione con Dio Padre.

e il Verbo era Dio.

Significa che il Verbo, (Gesù Cristo), era ed è Dio da sempre, nella sua totale pienezza. 

YURI LEVERATTO
Copyright 2016

Bibliografia: Spiros Zodhiates, Cristo era Dio? 

Note:
1-A.T. Robertson, Grammar of the Greek New Testament (Doran, quarta edizione, pag. 767).

mercoledì 1 giugno 2016

La Bibbia è realmente la Parola di Dio?



Nel secondo secolo della nostra era, il Nuovo Testamento era già letto nella sua totalità (vedi il “frammento muratoriano”), e conformava, insieme al Tanakh, ossia l’Antico Testamento, la “Sacra Bibbia”. 
Ma fu proprio a partire da quel periodo che alcune persone, appartenenti al gruppo degli gnostici, iniziarono a criticare la Bibbia e a mettere in dubbio che questo libro sia la Parola di Dio. Nel corso dei secoli vi sono stati numerosi critici della Bibbia e di Gesù Cristo, come per esempio Celso, Porfirio, Friedrich Nietzsche, Dayananda Saraswati, Bertrand Russell, Christopher Hitchens, Richard Dawkins o Sam Harris. Nessuno di questi, però è riuscito a dimostrare che la Bibbia non sia realmente ispirata da Dio. 
Anche oggi vi sono numerosi critici della Bibbia, che spesso affermano che il Dio veterotestamentario fosse eccessivamente violento nelle punizioni verso i malvagi. Per rispondere a queste critiche bisogna considerare che secondo la mentalità vigente durante l’Antico Testamento la violenza e la punizione erano relazionate alla giustizia di Dio. Dio mostrava la sua giustizia con la punizione, perché ancora non aveva inviato il Figlio. Aveva inviato profeti, per annunciare proprio la venuta del Figlio. Infatti nell’Antico Testamento vi sono circa trecento profezie che indicano l’arrivo del Figlio. Ma proprio perché il Figlio non era arrivato e non aveva potuto salvare il mondo, il patto tra Dio e l’uomo era ancora “antico”. Proprio per questo ogni trasgressione contro Dio, doveva per forza essere punita severamente, o con la morte. La vendetta era pertanto un mezzo per far regnare la giustizia tra i popoli. Dio (IO SONO - YHWH) era un Padre severo che puniva i peccati se necessario con la morte. Puniva chi non gli obbediva e trasgrediva la legge, puniva chi non aveva fede in lui. Il Dio veterotestamentario doveva per forza essere infinitamente giusto, punendo i peccati, esattamente come lo è il Dio neo-testamentario. Ma nel Nuovo Testamento Gesù Cristo è venuto proprio per togliere il peccato del mondo e ristabilire il patto iniziale tra Dio e l’uomo. Ora non vi è più castigo terreno, ne punizione terrena, ma chi crede in Gesù Cristo è salvo. Proprio per questo Dio ha inviato suo Figlio, che è Dio stesso, il Verbo, con lo scopo di salvare il mondo dal peccato.

Si calcola che la Bibbia sia il libro più venduto e più letto al mondo con circa 5 miliardi di esemplari. E’ stata tradotta completamente in 349 lingue diverse, e almeno un capitolo della Bibbia è stato tradotto in altre 2123 lingue. (1)
Innanzitutto dobbiamo evidenziare che la Bibbia, considerata nella sua totalità, Antico e Nuovo Testamento, non è altro che la descrizione del progetto di Dio, iniziato con la creazione del mondo e dell’uomo. Dio ha amato l’uomo e per questo gli ha dato il libero arbitrio, la possibilità di fare delle scelte. L’uomo però, dopo essere stato tentato da Satana, ha voluto scegliere di scalzare Dio, anzi ha scelto di diventare egli stesso Dio. Per questo si descrive il “peccato originale” e la “caduta dell’uomo”. L’uomo ha scelto il peccato e la conseguenza del peccato è la morte. Lettera ai Romani (6, 23):

Perchè il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore.

Malgrado ciò Dio non ha abbandonato l’uomo. Ha inviato i profeti che annunciavano la missione di suo Figlio sulla terra. Infine ha inviato il Figlio, che è venuto con lo scopo principale di “togliere il peccato del mondo”, (Vangelo di Giovanni 1, 29), e stabilire con il suo sangue, un nuovo patto, tra Dio e l’uomo, il Nuovo Testamento. 
Pertanto, se osserviamo la Bibbia da un punto di vista amplio, ci rendiamo conto che essa è fortemente incentrata su Gesù Cristo, che è il Verbo che si è fatto carne (Vangelo di Giovanni 1, 14).
Ovviamente è stata proprio la missione di Gesù Cristo sulla terra, e la sua Risurrezione, che ha sancito la veridicità della Bibbia. 
Un passaggio molto significativo della Bibbia è il seguente, Seconda Lettera di Timoteo (3, 16-17): 

Tutta la Scrittura è divinamente ispirata e utile a insegnare, a convincere, a correggere e a istruire nella giustizia, affinchè l'uomo di Dio sia completo, pienamente fornito per ogni buona opera.

Pertanto è nella Bibbia stessa che si afferma che essa è ispirata. La frase greca corrispondete significa: “soffiata da Dio”. 
Inoltre bisogna riconoscere che molti uomini, anche non credenti, hanno compiuto opere d’arte o letterarie di grande valore, ma nessuno di essi ha potuto fare delle profezie che si siano rivelate valide, come invece accadde con i profeti della Bibbia. L’Apostolo Pietro ci indica infatti che le profezie non vengono dall’uomo. Vediamo il passaggio corrispondente, nella Seconda Lettera di Pietro (1, 21): 

Nessuna profezia infatti è mai proceduta da volontà d'uomo, ma i santi uomini di Dio hanno parlato, perchè spinti dallo Spirito Santo.

Una volta una persona che si credeva saggia mi ha detto: “quale è per te la chiave per leggere la Bibbia?” Si riferiva a qualche chiave esoterica che secondo lui avrebbe potuto svelare i segreti contenuti nel libro sacro. Ed io risposi: “vi è solo una chiave per leggere la Bibbia, e quella chiave è l’umiltà”. In effetti l’umiltà è il dono più grande che una persona possa avere e per leggere e comprendere profondamente la Parola di Dio è necessario essere umili. Inoltre leggendo la Bibbia con umiltà, e accettando Gesù Cristo, si deve poi anche metterla in pratica. A tale proposito riporto alcuni passi della Lettera di Giacomo (1, 21-25): 

Perciò, deposta ogni lordura e residuo di malizia, ricevete con mansuetudine la parola piantata in voi, la quale può salvare le anime vostre. E siate facitori della parola e non uditori soltanto, ingannando voi stessi. Poichè, se uno è uditore della parola e non facitore, è simile a un uomo che osserva la sua faccia naturale in uno specchio; egli osserva se stesso e poi se ne va, dimenticando subito com'era. Ma chi esamina attentamente la legge perfetta, che è la legge della libertà, e persevera in essa, non essendo un uditore dimentichevole ma un facitore dell'opera, costui sarà beato nel suo operare.

Le caratteristiche della Bibbia sono molte, ma fra le tante, si nota che questo libro risalta per sette principali qualità: antichità, attualità, diversità, unità, tema, influenza e potere di consolazione. 
E’ vero che nell’antichità sono stati scritti poemi o libri antecedenti alla Bibbia (possibilmente l’epopea di Gilgamesh), ma la Bibbia è il testo più antico che sia stato scritto in un arco di tempo che va dai 1600 (2) ai 1150 (3) anni (a seconda delle datazioni). 
Anche se la Bibbia è uno dei libri più antichi del mondo, è un libro di una straordinaria attualità, non solo nei principi morali. 
Oggigiorno un libro scientifico che abbia più di dieci anni, è completamente obsoleto. Un libro che abbia più di cent’anni, è una curiosità. Le informazioni mediche contenute in libri del 1700 d.C. si è dimostrato che sono errate, e quindi completamente superate. 
Ma nella Bibbia non vi sono concetti o versi che stiano in contraddizione con la scienza moderna, e pertanto non sono falsi. Anzi molti versi della Bibbia confermano la scienza attuale, il punto è che sono stati scritti nel nel I o nel II millennio a.C.! Vediamone alcuni: 

La terra è sferica, Isaia (40, 22):

Egli è colui che sta assiso sul globo della terra, i cui abitanti sono come cavallette; egli distende i cieli come un velo e li dispiega come una tenda in cui abitarvi. 

La terra è sospesa nello spazio (Giobbe 26, 7): 

Egli distende il settentrione sul vuoto e tiene sospesa la terra sul nulla. 

Lo spazio è troppo grande per essere misurato o perchè si possano contare le stelle, Genesi (15, 5): 

Poi lo condusse fuori e gli disse: «Mira il cielo e conta le stelle, se le puoi contare», quindi aggiunse: «Così sarà la tua discendenza». 

Geremia (33, 22): 

Come non si può contare l'esercito del cielo nè misurare la sabbia del mare, così io moltiplicherò i discendenti di Davide, mio servo, e i Leviti che mi servono».

Negli oceani vi sono “sentieri” ossia zone dove la corrente è forte, Salmi (8,8): 

gli uccelli del cielo e i pesci del mare, tutto quello che passa per i sentieri del mare

Questi passaggi non significano che la Bibbia sia un trattato scientifico, ma piuttosto che gli autori biblici non scrissero mai brani in contraddizione con la scienza. Anche dal punto di vista delle prescrizioni mediche, da adottare in caso di contatto o vicinanza con persone inferme, la Bibbia si rivela un testo straordinariamente attuale. Vediamo a tale proposito alcuni passaggi del Levitico (13, 42-46): 

Ma se sulla parte calva del capo o della fronte appare una piaga bianco-rossastra, è lebbra, scoppiata sul capo o sulla fronte. Il sacerdote la esaminerà; e se il gonfiore della piaga sulla parte calva del capo o della fronte è bianco-rossastro, simile alla lebbra sulla pelle del corpo, è lebbroso; è impuro, e il sacerdote lo dichiarerà impuro, a motivo della piaga sul suo capo. Il lebbroso, affetto da questa piaga, porterà le vesti strappate e il capo scoperto; si coprirà la barba e griderà: "Impuro, impuro". Sarà impuro tutto il tempo che avrà la piaga; è impuro; vivrà da solo; abiterà fuori del campo.

Ci sono altri passaggi biblici che dimostrano quanto questo libro sia attuale dal punto di vista medico:

Sia l’uomo che la donna sono depositari del seme della vita, Genesi (3, 15): 

E io porrò inimicizia fra te e la donna e fra il tuo seme e il seme di lei; esso ti schiaccerà il capo, e tu ferirai il suo calcagno». 

E’ pericoloso mangiare animali che siano morti naturalmente, Levitico (17, 15)

E qualunque persona, sia essa nativa del paese o straniera, che mangia una bestia morta naturalmente o sbranata, laverà le sue vesti e si laverà nell'acqua, e sarà impuro fino alla sera; poi sarà puro. 

Naturalmente la Bibbia è attuale soprattutto per i concetti morali in essa contenuti, e per il messaggio di salvezza proposto, l’unico che contempla la triplice realtà di Dio (infinita misericordia, giustizia e sacralità). 
I precetti morali descritti nella Bibbia sono innumerevoli. Fin dalla lettura della Genesi sono messi in risalto i concetti di giustizia, umiltà, pacatezza, buon senso, equilibrio, prudenza. Nel libro dell’Esodo vi è la descrizione dei “dieci comandamenti”, che sono norme morali scritte da Dio nei cuori degli uomini. Per esempio il sesto comandamento: “non uccidere”, è di fondamentale importanza in ogni società umana. E poi naturalmente sono basilari i precetti morali contenuti nei Vangeli e negli altri libri del Nuovo Testamento. Nei ricordiamo qui, per brevità, solo alcuni. 
Sul concetto di amore verso il prossimo: 

Vangelo di Matteo (5, 38-42): 

Voi avete udito che fu detto: "Occhio per occhio e dente per dente". Ma io vi dico: Non resistere al malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l'altra, e se uno vuol farti causa per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello. E se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. Da' a chi ti chiede, e non rifiutarti di dare a chi desidera qualcosa in prestito da te.

Vangelo di Matteo (5, 43-48):

Voi avete udito che fu detto: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico". Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano, affinchè siate figli del Padre vostro, che è nei cieli, poichè egli fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i malvagi, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Perché, se amate coloro che vi amano, che premio ne avrete? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli».

Sul concetto di perdono: 

Vangelo di Luca (17, 3-4):

State attenti a voi stessi! Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai».

Sul concetto di carità:

Prima Lettera ai Corinzi (13, 1-8):

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.
E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.
E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà.

Ovviamente, per comprendere a fondo i numerosi precetti morali della Bibbia, bisogna approfondirli, leggendoli direttamente nel loro contesto.
Un’altra caratteristica della Bibbia è la sua incredibile diversità. 
Si è già evidenziato che la Bibbia è “cristocentrica”, ossia è la descrizione di colui che doveva venire (nell’Antico Testamento), di colui che è arrivato, (Gesù Cristo, nei Vangeli) e di colui che tornerà (sempre Gesù Cristo, alla fine dei tempi, negli altri libri del Nuovo Testamento). Però la Bibbia è anche uno dei libri più diversi del mondo, e abbraccia precetti morali, versi poetici e profezie. Essa è stata scritta da più di quaranta autori in un arco di tempo di più di mille anni.
Il tema delle profezie è il più importante, in quanto in nessun altro libro vi sono così tante profezie che si sono poi rivelate corrette. 
Nella Bibbia vi sono profezie sulla grandezza, la decadenza e la caduta di alcune nazioni. La storia di Israele è descritta nel Deuteronomio (28, 47-68). Inoltre si fecero profezie su molte altre nazioni tra le quali si include l’Assiria (Isaia 10, 12 – 24, 25 – 18, 13) e Babilonia (Isaia 13 e Daniele 5, 28).
Vi sono poi varie profezie sulle persone: per esempio sul re Giosia (1 Re 13, 2 – 2 Re 23, 15-16), o sul regno di Ciro di Persia (Isaia 48, 28 – 45, 1). 
In totale nella Bibbia ci sono circa ottocento profezie, e di queste circa trecento si riferiscono a Gesù Cristo (4).
Per concludere il tema della diversità si può aggiungere che nella Bibbia non c’è aspetto della vita e della spiritualità dell’uomo che non sia analizzato e descritto. Tutte le sfaccettature della personalità umana sono spiegate e considerate con il fine della salvezza. 
La quarta caratteristica della Bibbia è la sua unità. Se fosse stata scritta da un solo autore, è naturale che tutte le sue parti sarebbero in armonia. Ma in un libro scritto da più di quaranta autori, a volte separati da centinaia di anni, le probabilità che vi sia una completa armonia sono scarse. Eppure i sessantasei libri della Bibbia, sono in piena sintonia tra di essi. 
In effetti anche se la Bibbia si divide in Antico e Nuovo Testamento, le due parti sono in perfetta armonia tra di loro. Si può dire che nell’Antico Testamento è occulto il Nuovo e che il Nuovo Testamento è rivelato nell’Antico. Inoltre si può dire che l’Antico Testamento è la radice del Nuovo Testamento, che è il frutto. 
Notiamo alcuni punti della Bibbia: 
1-La Genesi inizia con la creazione del cielo e della terra. L’Apocalisse termina con la creazione dei nuovi cieli e della nuova terra. 
2-Nella Genesi si descrive la creazione della luce e del sole e della luna. L’Apocalisse descrive la fine del servizio di questi astri per l’uomo, giacchè nella Nuova Città (i cieli) Dio e l’Agnello (Gesù) saranno la luce. 
3-Nella Genesi l’uomo subisce una sconfitta da parte di Satana. Nei Vangeli, Gesù Cristo, morendo sulla croce, sconfigge il peccato e la sua origine, Satana. Nell’Apocalisse si combatte un’altra battaglia e Satana sarà sconfitto definitivamente. 
4- Nella Genesi l’uomo è scacciato dal Giardino dell’Eden, nell’Apocalisse, l’uomo è riconciliato definitivamente con Dio. 
5- Nella Genesi l’uomo perde il privilegio di mangiare frutti dall’albero della vita. Nell’Apocalisse, con la sconfitta definitiva di Satana l’uomo può tornare a mangiare dall’albero della vita. 
Ecco perchè la Bibbia è perfettamente armonizzata. Nessuno dei sessantasei capitoli è in disaccordo con gli altri. 
La quinta caratteristica della Bibbia è il suo tema centrale. 
Contrariamente a quello che si può pensare il tema centrale della Bibbia non è “la storia dell’umanità”, o “la storia degli ebrei”. Il tema centrale della Bibbia è Gesù Cristo. Il messaggio dell’Antico Testamento è: “Lui viene”. Il messaggio dei Vangeli è: “E’ qui”. E il messaggio degli altri libri del Nuovo Testamento è: “Lui tornerà”. 
Gesù è naturalmente presente anche nell’Antico Testamento. Per esempio nel libro della Genesi, capitolo 1. Questo si evince dal Vangelo di Giovanni (1, 3): 

tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

Gesù è presente nella Genesi, capitolo 3, in quanto più avanti sarà lui la stirpe della donna che schiaccerà la testa a Satana. (Genesi 3, 15, lettera ai Galati 3, 16). 
Gesù è presente nella Genesi, (4, 4) essendo rappresentato dal sacrificio dell’agnello di Abele, (si veda la Lettera agli ebrei, 12, 24).
Gesù Cristo è pertanto il Redentore che doveva venire, il Salvatore che è venuto, e il Re che verrà nuovamente. 
La sesta caratteristica della Bibbia è l’enorme influenza che ha avuto nella storia dell’umanità. E’ indubbio che questo libro ha cambiato il corso della storia varie volte, ha ispirato grandi uomini, e ha suscitato movimenti filosofici e culturali. Per esempio, sappiamo che la conquista europea delle Americhe causò  indirettamente la morte di milioni di indigeni, soprattutto a causa di malattie e virus portati inconsapevolmente dai colonizzatori. Attraverso l’evangelizzazione del mondo indigeno, però, si sono abbandonate pratiche aberranti ed arcaiche come i sacrifici umani, che erano portati a termine in mesoamerica e nel mondo andino (vedi la “momia juanita”). 
L’ultima caratteristica della Bibbia, ma non per questo la meno importante, è la sua capacità di consolare i credenti nei momenti difficili della vita. Non esiste alcun libro che possa consolare una persona triste che ha sofferto la perdita di una persona cara, come la Bibbia. Quando muore una persona cara, di solito si dicono alcune parole di consolazione. Ma è la Bibbia l’unico libro che mantiene viva la speranza della vita oltre la morte, ossia della risurrezione dei corpi. Vediamo alcuni passaggi. 

Salmi (23, 1-4): 

Salmo. Di Davide.
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perchè tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Prima Lettera ai Corinzi (15, 54):

Così quando questo corruttibile avrà rivestito l'incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito l'immortalità, allora sarà adempiuta la parola che fu scritta: «La morte è stata inghiottita nella vittoria».

Prima Lettera ai Tesalonicesi 4, (17-18):

poi noi viventi, che saremo rimasti, saremo rapiti assieme a loro sulle nuvole, per incontrare il Signore nell'aria; e così saremo sempre col Signore. Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.

Apocalisse (21, 4): 

E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, nè cordoglio nè grido nè fatica, perchè le cose di prima son passate».

Nel corso dei secoli tutti questi passaggi biblici hanno consolato, hanno dato speranza e conforto a milioni di persone credenti.

In conclusione la Bibbia è un libro antico, ma sempre nuovo, un libro diverso, ma unitario, è un libro potente, ma capace di convertire e consolare. E’ la Parola di Dio, ed è incentrata sul Salvatore del mondo, Gesù Cristo. 

YURI LEVERATTO
Copyright 2016

Foto: Codice Sinaitico (parte del Vangelo di Matteo). E' il secondo manoscritto più antico che comprende sia l'Antico che il Nuovo Testamento scritto in greco, e risale al 330 d.C. (il più antico è il codice Vaticano, risalente al 300 d.C.). 

Bibliografia: Come diventare un vero cristiano, scuola mondiale missioni. 

Note:
(1)-http://www.guinnessworldrecords.com/world-records/best-selling-book-of-non-fiction
2-Secondo la datazione tradizionale Mosè avrebbe scritto la Genesi nel 1513 a.C.
3-Secondo la datazione storica, la Genesi sarebbe stata scritta a partire dal 950 a.C.
4-Alcune profezie bibliche su Gesù Cristo, http://www.laparola.net/intro/profezie.php

venerdì 20 maggio 2016

Chi sono i figli di Dio?



Oggigiorno si sente spesso la frase “siamo tutti figli di Dio”. Questa frase viene detta spesso da credenti cristiani, da fedeli di altre religioni, e persino da agnostici e atei. L’origine di questa frase è il diffondersi del relativismo, la filosofia per la quale tutte le religioni sarebbero vere, in quanto tutte diffonderebbero l’amore, e ogni credenza porterebbe alla salvezza, ossia all’unione con l’Assoluto, con Dio. Innanzitutto chi sostiene il relativismo dimostra di non aver studiato l’essenza delle differenti religioni, che proprio perché sono spesso in contraddizione tra di loro, non possono tutte insieme contenere la Verità. La Verità è pertanto il concetto ultimo, la causa prima, e per definizione deve esistere una sola “Verità”. 
Vediamo ora alcuni passaggi biblici sul concetto di “figli di Dio”, del Vangelo di Giovanni (1, 11-13): 

Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.

E’ certo che l’amore di Dio si estende ad ogni essere umano, ed è proprio per questo che Dio si è manifestato a tutti con l’incarnazione del Verbo (Vangelo di Giovanni 3, 16). Ma l’Apostolo Giovanni ci dice che solo quando riceviamo Gesù Cristo, e solo quando crediamo in lui, ci viene data l’autorità, il diritto e il potere di diventare figli di Dio. Pertanto in questo senso, diventiamo altre persone, ossia ci convertiamo in persone diverse. 
Rileggiamo il testo del Vangelo di Giovanni (1, 11-13). Il verbo genesthai in greco (tradotto diventare in italiano), è in armonia con il sostantivo tekna che si traduce “figli”. Questa parola viene dal greco tiktein che significa “dare alla luce”. E’ implicito pertanto che quando accettiamo Gesù Cristo, pentendoci dei nostri peccati, e credendo che, con il suo sacrificio sulla croce Gesù abbia espiato e quindi perdonato i nostri peccati, diventiamo creature nuove. A tale proposito vediamo questo passaggio della Seconda Lettera ai Corinzi (5, 17): 

Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Inoltre c’è da considerare un’altro punto: il Signore Gesù Cristo, non viene mai chiamato “teknon Theou” ossia “un figlio di Dio”, ma viene sempre chiamato “ho huios tou Theou”, ossia “il Figlio di Dio”. (in alcuni passaggi viene chiamato “ho huios tou anthropou”, ossia “il Figlio dell’uomo”). 
La parola teknon (figlio) che viene dal verbo tiktein (dare alla luce), non si applica a Gesù Cristo in quanto la sua persona è eterna e infinita. Infatti Dio Padre non ha mai dato alla luce Dio Figlio. Questo concetto si evince anche dal Vangelo di Giovanni (1, 1): 

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio

Quindi teknon indica derivazione da, mentre huios denota comunione, o relazione con.
Tornando al tema della trasformazione che accade in coloro che ricevono Gesù Cristo come loro unico Signore e Salvatore, essi nascono realmente di nuovo, e possono essere chiamati figli di Dio. Vediamo a tale proposito il passaggio del Vangelo di Giovanni (3, 3-8): 

Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».

Pertanto quello che succede all’atto della conversione, quando accettiamo Gesù Cristo, non è l’unione dell’umano con il divino. Ma è l’accettazione di Dio da parte della persona umana. 
La parola teknon “figlio” ha delle caratteristiche speciali di delicatezza e gentilezza. Mentre la parola huios “figlio”, descrive un diritto legale. L’Apostolo Giovanni ci vuole pertanto comunicare che dopo l’accettazione di Gesù Cristo come nostro Signore e Salvatore i credenti non solo ottengono la remissione dei peccati e la salvezza, ma divengono anche degli amati figli di Dio. 

YURI LEVERATTO
Copyright 2016

Foto: Papiro 66, Vangelo di Giovanni, risalente al 200 d.C. 

lunedì 2 maggio 2016

Gesù Cristo ha sconfitto il peccato e la morte


Questo scritto è dedicato agli agnostici, ai musulmani, ai buddisti, agli induisti, ai new age, e a tutte le persone che pensano di salvarsi attraverso la misericordia di Dio, o pensano che dopo la loro morte, Dio faccia un bilancio degli atti buoni e cattivi commessi, e se quelli buoni prevarranno, credono che potranno giungere al suo cospetto. 
Innanzitutto spiegherò  il perché Gesù Cristo è morto sulla croce, e poi dimostrerò che con le altre fedi, o filosofie, non è possibile giungere al cospetto di Dio. 
Per comprendere il perché Gesù Cristo è morto sulla croce, bisogna fare una premessa e descrivere l’evento biblico della creazione dell’uomo, così come è narrato nella Genesi. 
Secondo il primo libro della Bibbia, l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio: 
(Genesi 1, parte del verso 26): 

“Facciamo l'uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza”.

Ciò  significa che l’uomo è stato fatto immortale e senza peccato, ad immagine e a somiglianza di Dio. 
Dopo la creazione dell’uomo, Dio gli ha permesso di vivere in pace e in abbondanza, ma gli ha indicato che se avesse mangiato il frutto di un particolare albero, sarebbe morto. Vediamo i passaggi corrispondenti, Genesi (2, 16-17):

E l'Eterno Dio comandò l'uomo dicendo: «Mangia pure liberamente di ogni albero del giardino; ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare, perché nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai».

In seguito Satana, sottoforma di un serpente, ha tentato l’uomo, dicendogli la menzogna seguente, Genesi (3, 4-5): 

Allora il serpente disse alla donna: «Voi non morrete affatto; ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri si apriranno, e sarete come Dio, conoscendo il bene e il male».

In seguito l’uomo, disubbidendo a Dio, commette il peccato. E’ il primo atto di saccenza, di non-umiltà, compiuto dall’uomo. Il primo atto con il quale l’uomo mostra di voler essere uguale a Dio. 
In seguito a questo atto, il peccato si è introdotto nella mente umana, e ha causato il proliferare del male. 
Ma c’è un altro punto importante della Genesi per comprendere il perché Gesù Cristo è morto sulla croce. Ad un certo punto Dio si rivolge al serpente e dice, Genesi (3, 14-15):

Allora il Signore Dio disse al serpente:
«Poichè hai fatto questo,
maledetto tu fra tutto il bestiame
e fra tutti gli animali selvatici!
Sul tuo ventre camminerai
e polvere mangerai
per tutti i giorni della tua vita.
Io porrò inimicizia fra te e la donna,
fra la tua stirpe e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno».

La stirpe della donna è Gesù Cristo, il quale vincerà il peccato, e quindi sconfiggerà Satana sulla croce. 
Durante i secoli sucessivi gli ebrei espiavano temporaneamente i peccati per mezzo dell’uccisione di animali (di solito agnelli o montoni). Perché si facevano tali sacrifici? Il peccatore vedeva morire un animale del proprio gregge, un animale innocente che moriva per espiare il suo peccato. Questi sacrifici erano ripetuti per ricordare i peccati, più che per toglierli. Vediamo a tale proposito questo passaggio della Lettera agli Ebrei (10, 1-4): 

“La legge, infatti, possiede solo un’ombra dei beni futuri, non la realtà stessa delle cose. Perciò con quei sacrifici, che sono offerti continuamente, anno dopo anno, essa non può rendere perfetti coloro che si avvicinano a Dio. Altrimenti non si sarebbe forse cessato di offrirli, se coloro che rendono il culto, una volta purificati, avessero sentito la loro coscienza sgravata dai peccati? Invece in quei sacrifici viene rinnovato ogni anno il ricordo dei peccati; perché è impossibile che il sangue di tori e di capri tolga i peccati.”

Questi sacrifici pertanto anticipavano la remissione dei peccati definitiva che sarebbe stata attuata da Dio incarnato, ossia da Gesù Cristo, sulla croce. Infatti durante il periodo dell’Antico Testamento gli ebrei sapevano che solo Dio avrebbe potuto rimettere i peccati, vediamo a tale proposito questo verso di Isaia (1, 18): 

«Su, venite e discutiamo
– dice il Signore.
Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto,
diventeranno bianchi come neve.
Se fossero rossi come porpora,
diventeranno come lana.

E anche quando Gesù disse, Vangelo di Marco (2, 5): 

Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».

Gli scribi risposero Vangelo di Marco (2, 7):

«Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?».

Vari profeti durante l’Antico Testamento avevano predetto la missione salvifica del Figlio di Dio, come per esempio Isaia (53: 3-9):

Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua posterità? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per la colpa del mio popolo fu percosso a morte. Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza nè vi fosse inganno nella sua bocca.

Quando il Verbo si incarnò nel ventre di una donna santa, Maria, ecco che venne alla luce il Salvatore del mondo, Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Il suo scopo principale sulla terra fu quello di “togliere il peccato del mondo”, infatti, Vangelo di Giovanni (1, 29). 

Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

Ma come poté, un uomo, seppur perfetto, perdonare il peccato di tutta l’umanità? 
Innanzitutto dobbiamo ricordare che Gesù fu tentato da Satana. Anche Adamo ed Eva furono tentati e caddero. Ma Gesù fu tentato e non cadde. Non peccò. 
Gesù, essendo l’incarnazione del Verbo, è vero Dio e vero uomo. E’ venuto in forma umana perché come uomo ha potuto soffrire sulla croce, ma come Dio ha potuto perdonare tutti i peccati. Proprio tutti, dal peccato di Adamo fino alla fine dei tempi. Ricordiamoci che solo Dio può perdonare i peccati, Vangelo di Marco (2, 7), ma ricordiamoci anche che Dio disse, nel Giardino, Genesi (2, 17): 

ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire».

E’ come se Dio avesse detto: “se mi disubbidisci, ossia se peccherai, certamente morirai”. 

Paolo di Tarso ha ripreso questa frase di Dio e ha scritto, nella Lettera ai Romani (6, 23): 

Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

Pertanto vediamo che Dio, essendo infinitamente misericordioso, ha voluto perdonare tutti peccati. Ma Dio è anche infinitamente sacro, e non si può giungere al suo cospetto macchiati del peccato. Anche una piccola macchia, se non è perdonata, non permette all’uomo di poter giungere al cospetto di Dio. Dio è pure infinitamente giusto e deve poter condannare tutti i peccati. L’unica soluzione a questa tripla realtà di Dio (infinita misericordia, sacralità, e giustizia), è l’invio del Figlio, che doveva espiare i nostri peccati sulla croce. 

Dio quindi ha dato il suo unico Figlio, Gesù Cristo, affinché tutti i peccati fossero imputati a lui e lui morisse al nostro posto, infatti: Seconda Lettera ai Corinzi, (5, 21):

"Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui".

Ricordiamoci però  che secondo la Lettera agli Ebrei (9, 22):

Secondo la Legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue, e senza spargimento di sangue non esiste perdono.

Gesù Cristo pertanto per poter perdonare tutti i peccati doveva morire spargendo il suo sangue. 
Come è possibile che noi otteniamo il perdono dei nostri peccati per mezzo del sangue di Gesù Cristo?
Essendo lui Dio, è onniscente, pertanto sulla croce lui vedeva ogni peccato, passato, presente e futuro. Il suo sacrificio, essendo un sacrificio di valore infinito, (Dio è infinito), è bastato a “togliere”, cioè perdonare, ogni peccato commesso sulla terra fino alla fine dei tempi. 
Noi otteniamo il perdono dei nostri peccati se ci pentiamo e se riconosciamo che Gesù Cristo ha espiato i nostri peccati sulla croce per noi. In pratica la giustizia di Gesù è stata data a chi crede in lui, a chi è stato da lui giustificato, e il peccato di chi crede in lui è stato trasferito su di lui nella croce. E’ il sacrificio finale e perfetto. 
Ora analizziamo la sconfitta di Satana. Gesù era stato tentato nel deserto, ma non cadde. Quando Gesù era sulla croce, Satana lo tentò  per l’ultima volta, intimandogli di scendere dalla croce. Infatti, Vangelo di Marco (15, 31-32):

Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

Se Gesù fosse sceso dalla croce sarebbe stata una sconfitta per lui e una vittoria per Satana. Infatti Satana voleva che il peccato non fosse annullato e che Gesù non espiasse tutti i peccati con il suo sangue. Ma Gesù non scese dalla croce e volle ubbidire al Padre fino all’ultimo, fino alla sua morte di croce. Prima di morire disse, Vangelo di Giovanni (19, 30): 

Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

Cosa significa questa frase? Gesù era pronto a morire per espiare tutti i peccati del mondo. Proprio nell’istante della sua morte, Satana fu sconfitto per sempre. Il peccato introdotto da Satana nel mondo era stato sconfitto, sconfitto con la morte di Gesù. La morte in croce di Gesù Cristo è stata la vittoria finale sul peccato e su Satana. In quel momento Gesù schiacciò  il capo a Satana come anticipato in Genesi (3, 14-15).
Tre giorni dopo Gesù risuscitò dai morti. Pertanto oltre al peccato vinto con la sua morte, Gesù vinse la morte, con la sua Risurrezione. 

Chiunque pertanto ha la pretesa di giungere al cospetto di Dio senza ottenere il perdono dei peccati da Dio stesso, basandosi solo sulla sua giustizia o sulle sue opere buone, non potrà farlo, perché tutti siamo peccatori e anche il più minimo peccato, se non è lavato dalla fede che Gesù lo abbia tolto, impedisce l’accesso al Padre, perché Dio è infinitamente sacro.
Nessuna altra fede pertanto, né alcuna filosofìa, permette a noi esseri umani di poter essere lavati dal peccato. Con la misericordia di Dio, come credono i musulmani, non è possibile. Attraverso il nirvana, al quale si giunge dopo numerose rinascite o reincarnazioni, non è possibile, perché la reincarnazione, invece di risolvere il problema del peccato, lo moltiplica all’infinito, Infatti se uno ha commesso un peccato nella prossima vita dovrà essere la vittima dello stesso peccato, percui si richiede un altro peccatore, e così via. 
L’unico modo per poter giungere al cospetto di Dio è attraverso Gesù Cristo, infatti lui disse, Vangelo di Giovanni (14, 6): 

Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

YURI LEVERATTO
Copyright 2016

sabato 23 aprile 2016

Il patto abramitico, preludio del Nuovo Patto


Per poter comprendere il significato profondo della Bibbia, si deve leggerla nella sua totalità, dalla Genesi all’Apocalisse. Possiamo dire che la Bibbia è la descrizione del progetto di Dio. Gesù Cristo è il centro della rivelazione di Dio all’uomo. Infatti, dopo la caduta dell’uomo, Dio non abbandona la sua creatura, ma inizia una rivelazione progressiva, durante la quale invierà prima i profeti, che annunceranno l’arrivo del Salvatore, ed infine invierà suo Figlio, con lo scopo di liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato. Con l’invio del Figlio viene attuato il sacrificio finale e perfetto. Durante la rivelazione progressiva Dio sancisce vari patti con l’uomo.
I patti biblici si differenziano tra incondizionali e condizionali. Nei patti incondizionali, Dio si obbliga, mediante la Grazia, con la formula “IO”, a concedere determinate benedizioni per coloro i quali ha sancito il patto. 
Nei patti condizionali Dio promette benedizioni per l’uomo solo e soltanto quando l’uomo compirà perfettamente certe condizioni. 
Gli otto patti descritti nella Bibbia sono: il patto edenico, il patto adamitico, il patto con Noè, il patto abramitico, il patto mosaico, il patto palestinese, il patto davidico, e il Nuovo Patto. 
I principali patti incondizionali sono il patto abramitico, (Genesi 12-13-17-22), il patto palestinese (Deuteronomio 30, 1-10), il patto davidico (2 Samuele 7, 10-16), e il Nuovo Patto (Geremia 31, 31-40). Le caratteristiche principali di questi patti sono quattro: devono essere interpretati letteralmente, sono eterni e incondizionali, ossia è Dio che si è impegnato a realizzarli senza porre condizioni e sono rivolti al popolo di Israele (ricordiamo però  che Paolo di Tarso asserì che i Giudei sono coloro che sono circoncisi nel cuore, Lettera ai Romani 2, 28-29).
Innanzitutto facciamo una premessa. Perché Dio scelse Abramo? Nella città dove Abramo viveva, Ur dei caldei, la maggioranza delle persone credeva a culti idolatrici, all’animismo e al totemismo. La fede di Abramo era molto differente, infatti Abramo credeva in Dio Trascendente, il Creatore del mondo. Vediamo alcuni passaggi della Genesi dove si dimostra la fede in Dio di Abramo.

Abramo credeva in un Dio Altissimo
Genesi (14, 22): 
Ma Abramo rispose al re di Sodoma: «Ho alzato la mia mano all'Eterno, il Dio Altissimo, padrone dei cieli e della terra, 

Abramo credeva a YHWH, al Dio unico che lo aveva chiamato
Genesi (15, 6): 
Ed egli credette all'Eterno, che glielo mise in conto di giustizia.

Abramo credeva in un Dio onnipotente.
Genesi (17, 1):
Quando Abramo ebbe novantanove anni, l'Eterno gli apparve e gli disse: «Io sono il Dio onnipotente; cammina alla mia presenza, e sii integro; 

Abramo credeva in Dio, giudice giusto, amministratore del mondo
Genesi (18, 25):
Lungi da te il fare tale cosa: far morire il giusto con l'empio, cosicchè il giusto sia trattato come l'empio; lungi da te! Il giudice di tutta la terra non farà egli giustizia?».

Credeva in un Dio eterno: 
Genesi (22, 33):
Poi Abrahamo piantò un tamarisco a Beer-Sceba e là invocò il nome dell'Eterno, il Dio d'eternità.

Abramo credeva nel Signore e Creatore dei cieli e della terra, padrone reale e legittimo di tutta la creazione: 
Genesi (24, 1-3):
Abrahamo era ormai vecchio e di età avanzata; e l'Eterno aveva benedetto Abrahamo in ogni cosa. E Abrahamo disse al servo più anziano di casa sua che aveva il governo su tutti i suoi beni: «Deh, metti la tua mano sotto la mia coscia; e io ti farò giurare per l'Eterno, il Dio dei cieli e il Dio della terra, che tu non prenderai per moglie a mio figlio alcuna delle figlie dei Cananei, in mezzo ai quali io dimoro; 

Il patto abramitico è il primo dei quattro patti incondizionali e sta alla base della rivelazione progressiva del progetto di Dio per la salvezza dell’uomo. E’ un patto importante per la Risurrezione e per la dottrina della soteriologia cristiana. Vediamo i passaggi del patto abramitico. 

Genesi (12, 1-3):

Or l'Eterno disse ad Abramo: «Vattene dal tuo paese, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò. Io farò di te una grande nazione e ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai una benedizione. E benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà; e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra». 

Genesi (13, 14-17):

E l'Eterno disse ad Abramo, dopo che Lot si fu separato da lui: «Alza ora i tuoi occhi e mira dal luogo dove sei a nord, a sud; a est e a ovest. Tutto il paese che tu vedi, io lo darò a te e alla tua discendenza, per sempre. E renderò la tua discendenza come la polvere della terra; per cui, se qualcuno può contare la polvere della terra, si potrà contare anche la tua discendenza. Levati, percorri il paese in lungo e in largo, perchè io lo darò a te». 

Genesi (17, 2-8):

e io stabilirò il mio patto fra me e te e ti moltiplicherò grandemente». Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e Dio gli parlò, dicendo: «Quanto a me, ecco io faccio con te un patto: tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni. E non sarai più chiamato Abramo, ma il tuo nome sarà Abrahamo, poichè io ti faccio padre di una moltitudine di nazioni. Ti renderò grandemente fruttifero. Quindi ti farò divenire nazioni e da te usciranno dei re. E stabilirò il mio patto fra me e te, e i tuoi discendenti dopo di te, di generazione in generazione; sarà un patto eterno, impegnandomi ad essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. E a te, e alla tua discendenza dopo di te, darò il paese dove abiti come straniero: tutto il paese di Canaan, in proprietà per sempre; e sarò il loro Dio».

Genesi (22, 18):

E tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua discendenza, perchè tu hai ubbidito alla mia voce».

Analizziamo le promesse che Dio ha fatto ad Abramo. 
Il nome di Abramo sarà reso grande. 
Una grande nazione si originerà da lui. 
In lui saranno benedette tutte le famiglie della terra.
A lui personalmente e alla sua discendenza si darà in eredità la Palestina, per sempre.
La sua discendenza sarà numerosa come la polvere della terra.
Chiunque lo benedirà sarà benedetto e chiunque lo maledirà sarà maledetto. 
Lui sarà il padre di molte nazioni. 
Dei re procederanno da lui. 
Il patto sarà perpetuo, per sempre. 
La terra di Canaan sarà sua proprietà, per sempre.
Dio sarà il suo Dio e della sua discendenza. 
La sua discendenza possiederà la porta dei suoi nemici. 
Nella sua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra. 

Come notiamo alcune promesse sono state date ad Abramo, altre alla nazione di Israele, della quale Abramo è il padre, e alcune benedizioni sono universali quindi date a tutte le nazioni. 
Il patto abramitico può essere considerato come il seme con il quale poi furono stabiliti altri patti con la nazione di Israele. Ed ha importanza anche per quanto riguarda la dottrina escatologica cristiana.
Le promesse del patto abramitico riferite alla terra, (Genesi 12, 1 – 13, 14-15 - 13, 17), si svilupparono poi nel Patto palestino, che dette ad Israele la sicurezza sulla terra del popolo ebraico (Deuteronomio 30, 3-5 – Ezechiele 20, 33-37, 42, 44). 
Le promesse del patto abramitico riferite ai discendenti (Genesi 12, 2 – 13, 16 -17, 2-8), si svilupparono nel patto davidico, che ha a che vedere con la promessa di dinastia, nazione e trono (2 Samuele 7, 11 – 13, 16 – Geremia 33, 20-21, 31, 35-37). 
Le promesse del patto abramitico di benedizione e redenzione nazionale e universale per la sua discendenza (Genesi 12, 3 – 22, 18), hanno a che vedere con il Nuovo Patto (Geremia 31, 31-40 – Lettera agli Ebrei 8, 6-13) e si descrivono anche nella Lettera ai Galati (13, 16):

Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: «E ai discendenti», come se si trattasse di molti, ma: E alla tua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo. 

La discendenza di Abramo è infatti Gesù Cristo. Se una persona è di Cristo, è discendente di Abramo, ed è erede, conforme alla promessa. A tale proposito vediamo un passaggio della Lettera ai Romani (4, 16): 

Eredi dunque si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia, e in tal modo la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che deriva dalla Legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi 

Il patto abramitico risulta essere pertanto di particolare importanza proprio in quanto preludio al Nuovo Patto, in quanto esso ha a che vedere con la benedizione spirituale e la redenzione della nazione di Israele. Vediamo i passi del Nuovo Patto descritto in Geremia (31, 31-40): 

«Ecco verranno giorni - dice il Signore - nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. Non come l'alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d'Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benchè io fossi loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perchè tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poichè io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato». Così dice il Signore che ha fissato il sole come luce del giorno, la luna e le stelle come luce della notte, che solleva il mare e ne fa mugghiare le onde e il cui nome è Signore degli eserciti: «Quando verranno meno queste leggi dinanzi a me - dice il Signore - allora anche la progenie di Israele cesserà di essere un popolo davanti a me per sempre».
Così dice il Signore: «Se si possono misurare i cieli in alto ed esplorare in basso le fondamenta della terra, anch'io rigetterò tutta la progenie di Israele per ciò che ha commesso». Oracolo del Signore. «Ecco verranno giorni - dice il Signore - nei quali la città sarà riedificata per il Signore dalla torre di Cananeèl fino alla porta dell'Angolo. La corda per misurare si stenderà in linea retta fino alla collina di Gàreb, volgendo poi verso Goà. Tutta la valle dei cadaveri e delle ceneri e tutti i campi fino al torrente Cedron, fino all'angolo della porta dei Cavalli a oriente, saranno consacrati al Signore; non sarà più sconvolta nè distrutta mai più».

La profezia di Geremia si riferisce alla missione di Gesù Cristo sulla terra che ha sancito il Nuovo Patto con il suo sangue versato sulla croce per tutti noi. Il verso di Geremia (31, 33), è ripreso nella Seconda Lettera ai Corinzi (3, 3). Vediamo nello specifico, Geremia (31, 33): 

Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. 

Seconda Lettera dei Corinzi (3, 3):

È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani.

Inoltre il verso di Geremia (31, 34) è riportato nella Lettera agli Ebrei (8, 6-13), e termina con una grandiosa promessa: «Io perdonerò la loro iniquità, e non mi ricorderò più del loro peccato» (verso 34; ripreso in Atti degli Apostoli 10, 36-43, specialmente nel passo 43). Vediamo nello specifico, Geremia (31, 34):

Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perchè tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poichè io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato».

Atti degli Apostoli (10, 36-43):

Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti. Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni;  cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».

Pertanto, la profezia di Geremia si riferisce alla missione di Gesù Cristo sulla terra, poichè il «sangue dell’alleanza» è stato sparso per molti (Vangelo di Matteo 26, 28):

perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. 

Tornando al patto abramitico, la promessa del patto sta alla base della refutazione di Gesù Cristo ai Sadducei che negavano la Risurrezione (Vangelo di Matteo 22, 23-32). Per quelli infatti che negavano la possibiltà della Resurrezione, il Signore affermò che non solo era possibile, ma necessaria. Dio, infatti, con la proclamazione del patto abramitico entra in relazione con Abramo, Isacco, Giacobbe, (Esodo 3, 13-15), ma questi uomini sono morti senza ricevere il compimento delle loro promesse. (Lettera agli Ebrei 11, 13). Siccome il patto non può  essere rotto, in quanto è incondizionale, Dio risusciterà queste persone, per compiere la promessa. 
Infatti Paolo di Tarso davanti ad Agrippa, mette in relazione la “promessa fatta da Dio ai nostri padri” con la risurezione dai morti. Vediamo il passaggio in questione, Atti degli Apostoli (26, 6-8):

E ora sto qui sotto processo a motivo della speranza nella promessa fatta da Dio ai nostri padri, e che le nostre dodici tribù sperano di vedere compiuta, servendo Dio notte e giorno con perseveranza. A motivo di questa speranza, o re, sono ora accusato dai Giudei! Perchè fra voi è considerato incredibile che Dio risusciti i morti?

Quindi la Risurrezione di Gesù Cristo, è la prova che il patto abramitico è vigente. 

YURI LEVERATTO
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Immagine: Wenceslas Hollar, la separazione di Abrahamo e Lot

Bibliografia: Eventos del porvenir, estudios de escatología bíblica, J.Dwight Pentecost