giovedì 16 ottobre 2014

Il problema del relativismo culturale: il caso degli infanticidi nelle comunità indigene amazzoniche


Il processo indigenista che ha portato alla valorizzazione delle culture autoctone in Sud America è iniziato quando, nel 1910, l’esploratore e “sertanista” Candido Rondon fu nominato direttore del “Servizio di protezione degli indigeni”.
In seguito, come è noto, furono demarcate ed istituite numerose terre indigene (oggi sono corca 600 per un totale di più di un milione di chilometri quadrati e un totale di circa 600.000 autoctoni), con lo scopo di preservare le culture dei nativi e proteggere gli indigeni da cercatori illegali di oro, legname pregiato, pietre preziose ecc.
A distanza di circa quarant’anni dall’inizio delle prime demarcazioni si è notato che i problemi non sono diminuiti, anzi a volte sono aumentati. L’aver separato completamente gli indigeni dai non indigeni ha favorito il crearsi di sentimenti di odio da parte dei nativi verso i brasiliani non nativi. A volte la situazione è degenerata in veri conflitti sociali come nel caso delle terre indigene Raposa Serra do Sol e Roosevelt.
Alcuni giornalisti brasiliani hanno da qualche tempo denunciato questa situazione, sostenendo che le tesi indigeniste ed ambientaliste nascondono in realtà un progetto di privatizzazione globale dell’Amazzonia brasiliana.
Secondo queste idee, a volte individuate come “ruraliste”, le demarcazioni di immense terre servirebbero per mostrare al mondo che il governo del Brasile preserva le culture dei nativi e difende i loro territorio, mentre in realtà si permetterebbe a ong estere di entrare nelle aree in questione che, con la complicità dei nativi ormai corrotti, si approprierebbero di biodiversità, oro, pietre preziose, idrocarburi e legna pregiata.
Ricordo che solo il fatto di demarcare un’area ricca di oro (come la terra indigena Yanomami, grande come il Portogallo), e la conseguente decisione di espellere tutti i cercatori d’oro illegali da quel territorio, è stata la causa diretta di un aumento del prezzo dell’oro sulle piazze di Londra e New York (1992).
Le demarcazioni di oltre 600 terre indigene hanno causato anche dibattiti sociali, in quanto gli indigeni sono stati individuati, con lo “statuto del indio” come soggetti non perseguibili dalla legge, quindi comparati a minori di età o soggetti non capaci di intendere e di volere.
In pratica sono persone che godono di uno status diverso rispetto ai normali cittadini brasiliani.
Le loro tradizioni, usanze e pratiche più ancestrali sono state rispettate, anche quando sono contrarie al senso comune o ai principi fondamentali delle società occidentali.
Mi riferisco in particolare alla pratica dell’infanticidio, in uso in alcune culture indigene amazzoniche, come quella degli Yanomami, che ancora oggi sacrificano la primogenita se femmina, secondo loro per il bene della comunità (1)(2)(3).
Secondo la teoria del relativismo culturale, sviluppata dall’ebreo tedesco Franz Boas (1858-1942), non esistono il bene e il male in senso assoluto, ma questi concetti hanno valore solo all’interno delle culture umane.
Ecco quindi che l’infanticidio per cause propiziatorie o salvifiche è tollerato, e anche per esempio la mutilazione del clitoride in alcune culture tribali africane deve essere rispettata.
Franz Boas pertanto, in contrapposizione a Edward Tylor (1832-1917), sosteneva che non si può giudicare il comportamento di una persona che agisce all’interno della sua etnia, in quanto il suo concetto di bene e di male è differente da quello di altre persone appartenenti ad altre etnie.
Secondo questo concetto, pertanto, l’essere umano sarebbe imprigionato nella sua cultura, e non si potrebbe liberare, abbracciando concetti universali di non violenza, rispetto totale per il prossimo e diritto alla vita.
Nel Brasile di oggi la polemica è accesa tra gli antropologi sostenitori del relativismo culturale e quelli che sostengono l’universalità dell’etica.
Alla base di quest’ultimo concetto vi è l’idea che al di sopra delle culture vi siano dei precetti universali, proprio perché le diverse culture umane fanno parte di un insieme maggiore, ossia la società umana nel suo complesso.
Il brasiliano Sergio Rouanet (1934), sostiene che “l’uomo non può vivere al di fuori della sua cultura, ma essa non è il suo destino, è solo un mezzo per raggiungere la libertà”.
La polemica è aperta: da una parte gli indigenisti puri che sostengono che le società dei nativi amazzonici sono “intatte”, cioè non influenzate dalla malvagità dell’ “uomo bianco”.
E’ il mito del “buon selvaggio”, cioè la teoria, peraltro confutata dalla maggioranza degli antropologi, che sostiene che gli indigeni siano buoni e non conoscano il male.
Coloro i quali sostengono questa tesi, dimenticano appunto i sacrifici umani delle società mesoamericane (maya, aztechi), ma anche quelli perpetrati dagli incas (vedi la mummia Juanita), e basicamente disconoscono il caso degli infanticidi delle culture attuali amazzoniche, o si limitano a sostenere che la cultura indigena deve essere rispettata nella sua totalità, dimenticandosi che la morte di un bambino innocente è un atto che a mio parere deve essere fermato, magari affiancando alla tribù degli psicologi in modo da rendere meno forte il distacco da tradizioni ancestrali.
Anche qui però si apre un altro dibattito: ammettendo che l’indigeno che stava compiendo quell’infanticidio non sia perseguibile dalla legge brasiliana (statuto dell’indio), è compito della società insegnarli i fondamenti dei diritti umani o si dovrebbe lasciarlo alla sua cultura (con il rischio però che commetta un altro infanticidio?)
Secondo la tesi dell’universalità dell’etica, che io condivido, vi sono invece dei precetti generici, che sono peraltro stati definiti nella “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” approvata nel 1948 alle Nazioni Unite, che a sua volta deriva dalla “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” del 1789, elaborata durante la Rivoluzione Francese.
Questi precetti, che affermano che “tutte le persone nascono libere e uguali nelle libertà e nei diritti”, e “che tutte le persone hanno diritto alla vita, alla dignità e alla sicurezza personale”, liberano l’uomo dalle sue culture ancestrali, e lo rendono portatore di diritti fondamentali che vengono situati al di sopra delle usanze tribali e culturali.
Il discorso si potrebbe ampliare: per esempio i Testimoni di Geova che sono contrari alle trasfusioni di sangue. Si sono verificati casi di famiglie aderenti a questa religione che volevano privare i loro figli malati della possibilità di ottenere una trasfusione, cosa che avrebbe causato la morte del minore. Anche in questo caso, secondo me vi è un concetto maggiore della culturalità (o in questo caso della religiosità), ed è appunto il concetto del diritto alla vita di quel minore.
Tornando all’indigenismo che è in atto in Brasile ed in altri stati dell’area amazzonica, come per esempio la Bolivia: a mio parere il concetto di universalità dell’etica deve prevalere sulle pratiche infanticide in uso in alcune tribù amazzoniche.
La Bolivia è stata recentemente trasformata da “Repubblica” a “Stato plurinazionale” ed anche il Brasile sta lentamente diventando una nazione plurietnica, con 234 popoli riconosciuti e 180 lingue differenti parlate.
Questa creazione di “nazioni” ognuna separata dall’altra, dove gli indigeni sono indottrinati nella loro cultura ma non hanno accesso ad altre concezioni di vita, e dove un capo tribù gestisce l’amministrazione di aree a volte grandi come uno stato europeo, può portare facilmente ad episodi di corruzione, mi riferisco all’entrata in questi territori di entità esterne che poi si approprieranno di biodiversità, minerali preziosi ed idrocarburi.
Coloro i quali appoggiano l’indigenismo dall’esterno, sostenendo il relativismo culturale, o proponendo un “ripensamento dei Diritti Umani”, stanno indirettamente isolando ancora di più gli indigeni, facendo credere loro di essere depositari della “vera cultura”, e li stanno indebolendo sempre più, in quanto non saranno in grado di difendersi da attacchi esterni, mentre invece saranno facilmente corrompibili.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

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(1)http://www.humanium.org/en/infanticide/
(2)https://www.umanitoba.ca/faculties/arts/anthropology/tutor/case_studies/yanomamo/marriage.html
(3)http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/1555339/Girl-survived-tribes-custom-of-live-baby-burial.html

lunedì 14 luglio 2014

Origine del nome America



Dopo i primi due viaggi di Cristoforo Colombo, in Europa si discuteva su come spartire i nuovi territori. 
I portoghesi non erano soddisfatti dei precedenti trattati e pressavano il governo di Spagna per ampliare la loro zona d’influenza. Nel 1493, infatti, dopo il primo viaggio di Colombo, il papa spagnolo Alessandro VI aveva decretato, nella bolla Inter Cetera, che tutte le terre ad ovest di un meridiano a sole cento leghe (circa 470 chilometri) da Capo Verde dovevano appartenere alla Spagna, mentre quelle scoperte e conquistate ad est di quella linea, non sottoposte a domini cristiani, sarebbero dovute spettare al Portogallo. 
Il re Giovanni II del Portogallo aprì nuovi negoziati con i Re cattolici di Spagna per spostare la zona d’influenza portoghese più ad ovest, sostenendo che il nuovo meridiano si sarebbe esteso a tutta la Terra, limitando così il controllo spagnolo in Asia.
Il nuovo trattato, firmato a Tordesillas il 7 giugno 1494, divise nuovamente il mondo tra le due potenze europee lungo il meridiano nord-sud 370 leghe (1.770 chilometri) ad ovest delle isole di Capo Verde, corrispondenti al meridiano di 46 gradi. Le terre ad est di questa linea sarebbero state di proprietà del Portogallo, quelle ad ovest della Spagna. Il trattato fu poi approvato da papa Giulio II con una nuova bolla del 1506.
In quegli anni viveva a Siviglia l’italiano Amerigo Vespucci. Nato a Firenze nel 1454, fu uno dei pochi esploratori spinti da un’innata curiosità per la geografia. Neppure trentenne entrò al servizio della potente famiglia Medici come amministratore di beni e addetto alle relazioni commerciali. Nel 1491 fu inviato a Siviglia per occuparsi degli affari della famiglia fiorentina. Nella città andalusa trovò un ambiente interessante e stimolante.
La professione lo portava ad occuparsi di commercio, bolle di carico, merci e contratti, ma il suo vero interesse era per i viaggi, le terre d’oltreoceano e la gente che le abitava. Una curiosità profonda, la sua, sia antropologica che naturalistica.
Fu a Siviglia che, nei primi mesi della sua permanenza, incontrò Cristoforo Colombo. Fin da subito i due italiani ebbero un approccio diverso all’idea delle esplorazioni marittime. Entrambi erano affascinati dalle pagine del Milione di Marco Polo, ma mentre il fiorentino era stato colpito dall’incredibile varietà di popoli, usi e costumi descritti dal mercante veneziano, il genovese era ossessionato dal pensiero di giungere facilmente nelle Indie per appropriarsi d’enormi ricchezze aurifere.
I due conversarono a lungo, ma il toscano sosteneva che il viaggio verso Ovest fosse troppo lungo. Per Colombo la Terra era più piccola della realtà e secondo i suoi calcoli avrebbe potuto raggiungere l'Asia in circa 30 giorni navigando verso ovest. Vespucci invece aveva fatto stime differenti sia in seguito alla lettura del Milione sia in base agli studi di Tolomeo e Alfagrano.
Quando Colombo rientrò dal suo secondo viaggio, i regnanti di Spagna iniziarono a rendersi conto che le nuove isole scoperte si estendevano su un’enorme porzione d’oceano. Pertanto, per estendere i domini e impedire che le flotte portoghesi entrassero nella zona di loro influenza, concessero ad altri esploratori la possibilità di viaggiarvi, sia per acquisire nuove indicazioni per una rotta verso il Catai e Cipango sia per cercare oro e altri tesori. Probabilmente fu lo stesso re Ferdinando II d’Aragona a patrocinare un’impresa per verificare la reale esistenza della terraferma, tracciarne la mappa e ottenere preziose informazioni.
Una serie di elementi fanno credere che Amerigo Vespucci viaggiò per la prima volta al di là dell’Atlantico nel maggio 1497. Sebbene alcuni storici asseriscano che il suo primo viaggio ebbe luogo nel 1499, nell’esplorazione effettuata con Ojeda e il cartografo Juan de La Cosa, altri sostengono che il fiorentino sia stato il primo europeo a mettere piede sulla terraferma americana, il 24 giugno 1497. La prova della veridicità di questa seconda ipotesi deriva dalla lettura della Lettera di Amerigo Vespucci sulle isole nuovamente trovate in quattro dei suoi viaggi. In questa lettera, indirizzata nel 1504 al politico Piero Soderini, il toscano descrive la partenza effettuata dal porto di Cadice il 20 maggio 1497:

Nell’anno del Signore 1497, il giorno 20 maggio, partimmo dal porto di Cadice. La prima terra che toccammo furono le isole chiamate anticamente Afortunate, ora Gran Canarie. In quelle isole rimanemmo otto giorni e ci rifornimmo di legna, acque e viveri. Quindi iniziammo a navigare verso occidente, con un viaggio cosí felice, che in ventisette giorni giungemmo in una terra che credemmo fosse continente, distante dalle isole Canarie circa mille leghe. Quello che è certo, è che eravamo a settantacinque gradi all’occidente di Gran Canaria e che il polo settentrionale si elevava sedici gradi sopra l’orizzonte de quelle terre.

Potrebbero aver guidato questa spedizione Vicente Yanez Pinzon o l’intrepido sivigliano Juan Diaz de Solis, capitano esperto nelle navigazioni oceaniche che anni dopo fu vittima di un feroce attacco indigeno nel litorale del Rio de la Plata. In ogni caso, Vespucci annotò nella sua Lettera d’aver toccato terra 16 gradi sopra l'Equatore e 75 gradi a ovest di Gran Canaria. Ciò nonostante, il luogo dello sbarco del suo primo viaggio ha provocato accesi dibattiti. Alcuni storiografi affermano che sia giunto in Honduras; altri invece, leggendo in modo più approfondito la Lettera, ritengono che toccò terra nell'attuale costa caraibica colombiana. Da quel luogo, raggiunto il 24 giugno 1497, la spedizione deve essersi diretta verso nord fino a raggiungere il “Cabo de la Vela”.
Vespucci raccontò con dovizia di particolari usi e costumi dei popoli autoctoni, riportando ad esempio l’uso delle amache, sconosciute agli europei. Queste relazioni fanno pensare all’etnia Wayúu. Ecco l’incontro con questi popoli in un passo della testimonianza della meravigliosa avventura del fiorentino:

All’alba del giorno dopo, guardando dalle navi, osservammo una moltitudine di indigeni nella spiaggia che camminavano con i loro bambini. Quando ci avvicinammo alla costa molti di loro si tuffarono in mare e nuotarono fino alla nave. Alcuni salirono in coperta, ci diedero il benvenuto nelle loro terre e si mischiarono tra di noi mostrando confidenza e serenità come se ci fossimo conosciuti da sempre. Questo incontro ci riempì di giubilo e felicità.

Narrò anche, in un curioso passaggio, i costumi sessuali e le caratteristiche fisiche delle donne indigene:

I nativi del luogo sono poco gelosi, però lussuriosi all’estremo, in special modo le donne, i cui artifici per soddisfare le loro insaziabili leggerezze non riporto, per non offendere il pudore. Hanno un corpo meraviglioso, elegante, ben proporzionato. È molto raro vedere rughe nel seno di una donna, anche dopo il parto, né nel ventre, né nelle parti carnose. Tutte si conservano come se mai avessero partorito.

Un altro indizio che testimonia la presenza del fiorentino in questo viaggio è la descrizione dell’ingresso di una laguna in cui viveva un popolo che abitava in casupole costruite sull'acqua, come a Venezia.

E seguendo da lí sempre la costa, con varie e diverse navigazioni e trattando in tutto questo tempo con molti e diversi popoli di quelle terre, infine, dopo alcuni giorni, giungemmo ad un certo porto nel quale Dio volle liberarci di grandi pericoli. Entrammo in una baia e scoprimmo un villaggio a modo di città, collocato sopra le acque come Venezia, nel quale vi erano venti grandi case, non distanti tra loro, costruite e fondate sopra robusti pali. Davanti agli usci di codeste case vi erano come dei ponti levatoi, per i quali si passava da una all’altra, come se fossero tutte unite.

Il nome “Venezia” fu usato successivamente, nel vezzeggiativo “Venezuela”, per denominare l’enorme territorio che stava al di là di quella laguna. La flotta, sempre in base al resoconto del toscano, giunse poi, nell'agosto 1498 fino a Coquibacoa e al golfo di Paria. Vespucci raccontò che le navi si diressero quindi nuovamente verso il mare aperto, passando davanti a numerose isole; ne descrisse una chiamata Iti, che non corrisponde però a Haiti.
Sull'itinerario seguito nel viaggio di ritorno vi sono state numerose interpretazioni. Si presume che i navigatori costeggiarono le terre centro-americane ed entrarono nell’Oceano Atlantico passando tra l’isola di Cuba e la penisola della Florida. La mappa disegnata nel 1500 dal pilota e cartografo Juan de la Cosa testimonia la veridicità di quest’impresa. Nella cartina furono tracciate le coste americane con discreta precisione e Cuba venne disegnata come un’isola, staccata dal continente, mentre fino ad allora si credeva fosse parte del Catai e pertanto unita al supposto continente asiatico. Siccome nel successivo viaggio d’esplorazione del 1499 non vi è traccia di una rotta tra Cuba e la Florida, e nemmeno nei primi tre viaggi di Colombo, è verosimile che qualcuno intraprese questa rotta precedentemente, appunto nel 1497. Tutto ciò fa pensare che Juan de la Cosa partecipò alla spedizione, tracciò la mappa delle coste americane, individuò Cuba, che aveva già visto viaggiando nelle due prime imprese di Colombo, navigò tra di essa e la Florida, rendendosi conto della sua insularità, e la rappresentò in seguito come un’isola, come è nella realtà. Inoltre, nella sua rappresentazione cartografica c’è una piccola isola situata a nord di Cuba chiamata Iti, forse una delle attuali Bahamas, e anche questo particolare fa credere che il viaggio sia realmente avvenuto.
Secondo la sua Lettera pertanto, e in base alla mappa di Juan de la Cosa, Vespucci fu il primo europeo a conoscere e descrivere il nuovo continente nel giugno del 1497. La flotta rientrò a Cadice il 15 ottobre dell’anno successivo.
Al ritorno dal suo primo viaggio Amerigo Vespucci conobbe Alonso de Ojeda, capitano di lungo corso che prese parte alla seconda spedizione di Colombo.
Ojeda restò a La Española fino al 1496 e partecipò alla battaglia della Vega Real, che vide 400 spagnoli avere la meglio su un esercito di 10.000 isolani. Fu il primo vero conflitto tra europei e amerindi. Gli iberici avevano le spade di ferro e gli archibugi, antenati del fucile che causavano la morte da lontano, e avanzavano a cavallo, incutendo terrore negli indigeni, che credevano quasi di confrontarsi con semidei.
Quando Ojeda rientrò a Siviglia organizzò un viaggio che aveva come scopo l’esplorazione della terraferma. Nei primi mesi del 1499 contattò Juan de la Cosa e gli propose di partecipare all’avventura. Il cantabrico accettò e anche Vespucci fu coinvolto nell’impresa. In totale le navi furono tre, di cui due armate dai fiorentini.
Partirono il 18 maggio 1499 dal porto di Santa Catarina, vicino a Cadice. Dopo aver toccato le isole Canarie fecero rotta a sud-ovest, non verso La Española ma in direzione della terraferma.
Ojeda era convinto che il favoloso regno del Catai fosse più a sud di quel che pensasse Colombo, e credeva di riuscire a trovarlo prima dell’ammiraglio genovese. Nei suoi discorsi imbevuti di brama di potere e cieca avidità pensava di potersi impossessare facilmente di quei regni asiatici e riuscire dove l’Ammiraglio aveva fallito. Il fiorentino e il cantabrico lo ascoltavano perplessi, in quanto la loro visione del mondo, più moderna e attenta alla geografia, metteva in luce molte più difficoltà per raggiungere le Indie.
Avvistarono terra dopo 24 giorni di mare e approdarono nelle attuali coste della Guayana, nelle vicinanze del Rio Damerara. Navigarono poi verso nord, fino al golfo di Paria, dove visitarono alcuni villaggi tribali. Vespucci si rese presto conto di chi fosse Ojeda. Lo spagnolo pretendeva i monili d’oro dei nativi e non esitava a usare la forza per appropriarsene. Anche Juan de la Cosa non gradiva il comportamento così spavaldo e avido del comandante castigliano.
Vespucci decise di separarsi dalla nave di Ojeda e di proseguire verso sud-est. Esistono varie interpretazioni di questa decisione. Alcuni dicono che fu causata da disaccordi con il castigliano; secondo altri, essendo il toscano già esperto della costa a ovest del golfo di Paria, che aveva visitato nel primo viaggio, decise di esplorare quella a est, per lui sconosciuta. Nel suo viaggio verso sud-est, costeggiando l’attuale Guayana e il Brasile, individuò per primo l’estuario del Rio delle Amazzoni e fu colpito dal colore dell’acqua marrone e dal suo sapore dolce anche in mare fino a decine di chilometri al largo.
Nelle sue Lettere, il fiorentino descrisse la scoperta di due grandi fiumi che corrispondono probabilmente al Rio delle Amazzoni e al Parà:

Credo che questi due fiumi siano la causa dell’acqua dolce nel mare. Accordammo entrare in uno di essi e navigarvi attraverso fino ad incontrare l’occasione di visitare quelle terre e poblazioni di gente; preparate le nostre barche ed approvvigionamenti per quattro giorni con venti uomini ben armati ci mettemmo nel fiume e navigammo a forza di remi per due giorni risalendo la corrente circa diciotto leghe, avvistando molte terre. Navigando cosí per il fiume, vedemmo segnali certissimi che l’interno di quelle terre era abitato. Poi decidemmo di tornare alle caravelle che avevamo lasciato in un luogo non sicuro e cosí facemmo.

Quindi proseguì verso sud fino al Capo di San Agustin. Durante questa navigazione osservò quattro stelle, poi chiamate “la Croce del Sud”, e si rese conto che indicavano il Mezzogiorno.
In una delle sue lettere a Lorenzo di Pier Francesco de Medici, cugino di Lorenzo il Magnifiico, il fiorentino riportò i celebri versi della Divina Commedia di Dante Alighieri, che decantavano i quattro astri, inizialmente conosciuti dai greci antichi ma considerati parte della costellazione del Centauro:

Io me volsi a man destra, e puosi all’altro polo, e vidi quattro stelle non vista mai fuor ch’alla prima gente. Goder pareva il ciel di lor fiammelle: oh settentrional vedovo sito, poi che privato sé di mirar quelle!

Vespucci ci lasciò anche una colorata e poetica descrizione della fauna che incontrò nelle terre americane:

Quello che vidi fu...tanti pappagalli e di tante diverse specie che era una meraviglia; alcuni colorati di verde, altri di uno splendido giallo limone e altri neri e ben in carne; e il canto degli altri uccelli che stavano negli alberi era cosa cosí soave e melodica, che molte volte rimanemmo ad ascoltare tale dolcezza. Gli alberi che vidi sono di tale e tanta bellezza e leggerezza che pensammo di trovarci nel paradiso terrestre...

Il navigatore toscano tornò poi verso nord, dove riconobbe le foci di un grande fiume, l’odierno Orinoco, toccò Trinidad e fece tappa nell’isola di La Española.
Contemporaneamente Alonso de Ojeda e Juan de la Cosa avevano percorso la costa nord del Venezuela, individuando l’isola di Trinidad e quella dei Giganti, così chiamata per aver osservato uomini di grande statura, che corrisponde forse all’attuale Curacao. Poi viaggiarono fino al Capo de la Vela e procedettero verso La Española. Quando vi arrivarono, con poco oro e alcuni schiavi ribelli e pericolosi, furono accolti con ostilità dai coloni dell’isola, tutti seguaci di Colombo, perché avevano viaggiato senza la sua approvazione. Il viaggio di ritorno in Spagna fu effettuato nel giugno del 1500.
Non appena rientrato in Europa, Vespucci chiese altre navi ai regnanti di Spagna per condurre esplorazioni più a sud delle terre già conosciute, ma la sua istanza non fu esaudita in quanto la rotta che voleva seguire, secondo il trattato di Tordesillas, era di competenza portoghese. I sovrani, inoltre, avevano già concesso altre navi a Ojeda, su cui riponevano più speranze di trovare immense ricchezze.
Il fiorentino si rivolse così al Portogallo. Re Manuel I gli permise di partecipare alla spedizione comandata da Gonzalo Coelho.
La flotta partì il 13 maggio 1501 da Lisbona e fece tappa sulla costa africana di Bezebeghe, l’attuale Senegal, dove venne in contatto con il convoglio di Pedro Alvarez Cabral, che stava ritornando dall’India seguendo la rotta aperta tre anni prima da Vasco de Gama. A Bezebeghe, Vespucci conobbe l’ebreo polacco Gaspar da Gama, attento osservatore dei popoli autoctoni che aveva conosciuto in Asia. Da Gama descrisse al fiorentino usi e costumi degli indiani della città di Calicut. Ascoltandolo, Vespucci iniziò a pensare che le nuove terre a ovest del Mare Oceano forse non avevano nulla a che fare con l’India, ma ancora non se convinse pienamente.
La flotta riprese quindi la navigazione con rotta verso Occidente e dopo ben 64 giorni di mare, avversati da forti burrasche, arrivò presso le coste del Brasile.
I navigatori avvistarono il promontorio di Santa Maria, il capo di San Giorgio, la penisola di Santa Croce, il fiume San Francesco e la baia de “Todos os Santos”. Poi le navi entrarono in un’insenatura meravigliosa, che venne battezzata “Rio de Janeiro”, in quanto il calendario indicava il primo gennaio 1502.
A questo punto si decise di continuare la navigazione verso sud, anche se le terre esplorate ricadevano sotto l’influenza spagnola. Nel marzo del 1502 si giunse all’estuario di un grande fiume, l’odierno Rio de la Plata, che fu nominato Rio Jordan.
Nell’aprile successivo, la flotta si fermò presso l’imboccatura di un corso d’acqua situato al cinquantaduesimo parallelo sud, che Vespucci nominò Rio Cananor.
In un passaggio di una delle sue Lettere, Vespucci descrisse quei giorni:

Navigammo fino ad incontrare che il Polo meridionale si elevava cinquantadue gradi sopra l’orizzonte, in termini che già non potevamo vedere l’Orsa maggiore né la minore. Il 3 di aprile ci fu una tormenta cosí forte che ci fece ammainare le vele, il vento era di levante con onde grandissime e aria tempestosa. Così forte era la tempesta che tutta la ciurma stava in gran temore. Le notti erano molto lunghe, quella del 7 di aprile fu di quindici ore, perché il sole stava alla fine di Ariete e in questa regione era inverno. Nel bel mezzo della tempesta avvistammo il 7 di aprile una nuova terra, che percorremmo per circa venti leghe, incontrando delle coste selvagge, e non vedemmo in essa nessun porto, né gente, credo perché il freddo era cosí intenso che nessuno della flotta poteva sopportarlo. Vedendoci in tale pericolo e tale tempesta, che appena si poteva vedere una nave dall’altra, tanto erano alte le onde, accordammo fare segnali per riunire la flotta e lasciare queste terre per rientrare verso il Portogallo. E fu una decisione molto saggia, perché se avessimo ritardato quella notte, di sicuro ci saremmo perduti tutti.

Vespucci era quasi giunto all’entrata del famoso stretto che Ferdinando Magellano percorse 18 anni più tardi. Le sue lettere furono preziose fonti d’informazione per le spedizioni successive di Diaz de Solis e di Magellano. Si racconta infatti che Magellano disse al suo equipaggio, timoroso di proseguire:
Fin qui arrivò Amerigo Vespucci, il nostro destino è di andare oltre!
Quindi i navigatori fecero rotta verso nord con l’idea di rientrare in Portogallo. Fu in una notte illuminata dalla luna, mentre le navi erano alla fonda davanti alla costa del Brasile, che Vespucci ebbe una strana sensazione.
Si convinse che quelle terre non erano isole, ma una terraferma grandissima che nulla aveva a che fare con l’Asia. Era un “mondo nuovo” e nuovi erano gli animali, la vegetazione e gli indigeni, i cui usi e costumi non avevano eguali nel mondo conosciuto. Durante questo viaggio, inoltre, Vespucci individuò due stelle, Alpha e Beta Centauri, gli astri più vicini al nostro Sole.
Al suo rientro in Europa, nel 1502, fu quasi ignorato. I portoghesi erano delusi in quanto vedevano aprirsi un contenzioso per il possesso delle nuove terre scoperte. Gli spagnoli lo vedevano male perché aveva viaggiato su navi straniere e non aveva trovato né oro né un passaggio per il Catai o le Indie. Entrambe le Corone erano insoddisfatte perché il bottino delle ultime spedizioni era scarso.
Nessuno si rendeva conto della straordinaria importanza delle osservazioni geografiche, antropologiche e naturalistiche del fiorentino. Questi da Lisbona inviò una lettera a Lorenzo di Pier Francesco de Medici, nella quale descrisse il suo terzo viaggio.
La traduzione in latino di questa missiva fu chiamata Mundus Novus e fu pubblicata ad Augusta nel 1504 ottenendo un grande successo, tanto che ne furono prodotte undici edizioni.
Il toscano, riconoscendo di aver descritto un nuovo continente, narra:

Arrivai alla terra degli Antipodi, e riconobbi di essere al cospetto della quarta parte della Terra. Scoprii il continente abitato da una moltitudine di popoli e animali, più della nostra Europa, dell’Asia o della stessa Africa.

Nel 1503 partecipò a un'altra impresa organizzata da Manuel I. La spedizione fu un insuccesso in quanto compromessa dal naufragio della nave ammiraglia.
Gli esploratori raggiunsero le coste del Brasile dopo aver scoperto un’isola nel mezzo dell’oceano che fu battezzata Fernando de Noronha, in onore di uno dei componenti dell’equipaggio. Non vi furono nuove scoperte né fondazioni di villaggi e il convoglio rientrò a Lisbona nel giugno del 1504.
Fu il cosmografo tedesco Martin Waldseemuller a divulgare per primo le notizie del fiorentino nella Cosmographie Introductio, pubblicata nel 1507, in Lorena.
In seguito a quest’opera le nuove terre scoperte s’iniziarono a chiamare “Americus”, o “America”, in onore delle osservazioni fatte da Vespucci. Inizialmente con il termine “America” ci si riferì solo ai territori situati al sud dell’istmo di Panama, ma negli anni successivi lo si utilizzò anche per il nord del continente.
Nel 1508 Vespucci fu nominato da re Ferdinando Piloto Mayor de Castilla, titolo che lo riconosceva come il navigatore più esperto del regno di Spagna.
Gli fu affidato il compito di selezionare e istruire i futuri piloti e cartografi, insegnando loro l’uso dell’astrolabio e la conoscenza dei venti.
Il grande esploratore morì a Siviglia nel 1512 senza lasciare discendenza e i suoi beni andarono a sua moglie, l’andalusa Maria Cerezo.

YURI LEVERATTO
Copyright 2008

martedì 10 giugno 2014

Il potere dei Gesuiti in America (1549-1767)


Sette uomini si riunirono nel 1534 a Parigi nell’intento di fondare l’ordine che diverrà succesivamente il piú importante della Cristianità: quello dei Gesuiti. 
Il loro capo era il basco Ignacio de Loyola. Erano cinque spagnoli, un francese e un portoghese, che fecero voto di povertà, castità e obbedienza incondizionata al papa. La creazione dell’ordine fu proclamata sei anni dopo, nel 1540, a Roma. Inizialmente il papa Paolo III sancì che l’ordine non potesse superare le 60 unità. Già dal suo principio temeva che il potere dei Gesuiti potesse ampliarsi a dismisura, fino a minacciare interi stati e la stessa Chiesa Cattolica.
Alla base della politica di evangelizzazione dei Gesuiti vi era una ferrea lealtà e una cieca obbedienza al papa, che nel secolo XVIII causò anche la sua decadenza ed infine la sua soppressione temporanea.
Già dal 1542 uno dei sette fondatori, lo spagnolo Francisco Javier, si recò a Goa, e quindi in Giappone, con il fine di evangelizzare quella parte di mondo (fu seguito poi dal gesuita italiano Matteo Ricci, in Cina).
Ma furono soprattutto le Americhe, che nel secolo XVI erano dominate territorialmente da due regni cristiani, quello spagnolo e quello portoghese, l’obiettivo principale dell’evangelizzazione e quindi di una vera e propria colonizzazione gesuita.
I Gesuiti, proprio perché l’ordine fu fondato solo nel 1540, entrarono tardivamente in America, (nel 1549, in Brasile). Nel Nuovo Mondo erano già attivi i quattro principali ordini religiosi della Chiesa Cattolica: Francescani, Dominicani, Agustiniani e Mercedari.
Nel 1566 i Gesuiti iniziarono la loro opera di evangelizzazione in Florida en el 1568 giunsero in Perú, a Lima.
In quel periodo il Viceregno del Perú era un territorio smisurato che formalmente si estendeva dall’Oceano Pacifico fino alla Linea di Tordesillas, un meridiano che cadeva in piena Amazzonia, ad ovest dell’estuario del Rio delle Amazzoni. Ad est di quella linea vi era il dominio del Portogallo, che diverrà in seguito il Brasile.
I conquistadores spagnoli avevano sottomesso gran parte del continente sud americano, eccetto una parte: l’Amazzonia. Le difficoltà climatiche e orografiche, il caldo umido, le malattie portate dagli insetti e l’ostilità degli indigeni della giungla li avevani fermati, vinti, piegati.
I miti dell’El Dorado e del Paititi li avevano spinti ad attraversare le più alte montagne delle Ande e li avevano indotti ad esplorare le giungle impenetrabili dell’Amazzonia, ma con i loro metodi bruschi e poco astuti avevano fallito.
Vi furono varie spedizioni che risultarono in perdite di vite umane ed enormi fallimenti economici: quella di Pedro de Ursua, che discese il Rio Huallaga alla ricerca dell’El Dorado risultò in una mattanza perpetrata dal sanguinario Lope de Aguirre; quelle di Pedro de Candia e Pedro Anzures Enriquez de Campo Redondo, alla ricerca del Paititi nella zona dell’attuale Madre de Dios e nella zona tropicale di Puno; ed infine la grande spedizione di Juan Alvarez Maldonado alla ricerca del Paititi, nel fiume Madre de Dios, che fu un parziale fallimento e terminò addirittura in scontri tra spagnoli per aggiudicarsi il controllo dell’accesso all'Amazzonia.
Queste spedizioni non avevano dato risultati: non solo non si era trovata la mitica civiltà d’oro, ma non si erano nemmeno fondati villaggi, in pratica la colonizzazione dell’Amazzonia non aveva progredito.
A questo punto il Viceré Francesco de Toledo cambiò strategia. Capì che continuare ad autorizzare spedizioni di avventurieri, che avevano come scopo il rapido arricchimento personale non era più proponibile.
Per poter attuare una duratura colonizzazione dell’Amazzonia, c’èra bisogno di persone saggie che avrebbero potuto conquistare, non con le armi, ma con la croce, le anime dei nativi. I Gesuiti, recentemente arrivati a Lima, erano i più indicati. In quel tempo i due Gesuiti più prominenti erano lo spagnolo Josè de Acosta e il peruviano meticcio Blas Valera, che in seguito fu l’autore del controverso libro “Exul Immeritus Populo Suo”.
Alcuni Gesuiti (come Andres Lopez), già nel 1572 avevano viaggiato fino a Cusco e La Paz, e avevano intrattenuto corrispondenza con gli spagnoli di Santa Cruz, villaggio recentemente fondato dal conquistador Nuflo de Chavez.
Nel 1586 i Gesuiti giunsero a Quito e da quella città andina iniziò la lenta penetrazione nell’Amazzonia, sulle rive dei fiumi Marañón e Ucayali.
Fu nel 1619 che a partire dal villaggio di Borja, i Gesuiti chiesero l’autorizzazione a fondare una missione propria nel territorio del Río Marañón, che fu concessa nel 1632. Nel 1685 giunse in Ecuador il Padre Samuel Fritz, che fu uno dei più instancabili evangelizzatori e colonizzatori della zona amazzonica del Rio Marañón.
Là dove non era riuscita la colonizzazione dei conquistadores capeggiati da Pedro de Ursua, i Gesuiti avevano trionfato.
Anche nell’attuale Amazzonia boliviana ci fu una lenta avanzata dei Gesuiti che fondarono vari villaggi nella zona appartenente oggi al dipartimento del Beni (Trinidad fu fondata nel 1687).
La zona dell’America del Sud dove però i Gesuiti furono più attivi fu l’attuale Paraguay, e le zone attigue del Brasile e dell’Argentina, dove dal 1600 al 1760 fondarono una specie di regno utopico, controllato da un capo gesuita sotto la stretta osservanza di severe regole militari. In questo caso gli indigeni Guaraní furono indottrinati al cattolicesimo, ma la loro lingua fu rispettata, e infatti ancora oggi si parla in Paraguay.
In pratica i Gesuiti attuarono con astuzia, evangelizzavano, ma rispettavano, anzi valorizzavano le lingue e la cultura locale, e soprattutto dominavano economicamente gli immensi territori che controllavano; le missioni del Paraguay, della Bolivia e dell’Amazzonia. Il voto di povertà fatto originariamente dai sette fondatori, si riferiva all’arricchimento personale e non a quello della compagnia.
Amministravano con sagacia le loro immense proprietà agricole, e producevano mais, ortaggi, vino, cioccolato, tabacco, vetro, e altri beni che esportavano con successo in Europa. La loro gestione economica era straordinariamente avanzata per l’epoca, e la cosa curiosa fu che i lavoratori delle loro terre non scappavano, e non si sentivano sfruttati, ma giustamente ricompensati per le mansioni svolte. In pratica quella dei Gesuiti fu una delle prime multinazionali, (in concorrenza con la Compagnia brittannica delle Indie orientali), che operava però in modo meno appariscente.
Nel secolo XVIII i Gesuiti avevano aquisito un enorme potere anche in Europa, sia dal punto di vista finanziario che politico. Le grandi monarchie europee fecero pressione sul papa per la soppressione dell’ordine e iniziarono ad attuare l’espulsione dei Gesuiti dai loro domini.
La corona di Spagna, che dominava gran parte del continente americano, percepiva come ingombrante la presenza dei Gesuiti in America, che non solo dominavano economicamente immense porzioni di terre, ma vigilavano anche sugli atti dei governanti politici. In pratica erano visti come agenti del papa in America, quasi in contrapposizione con le due corone, in quanto appunto si sottomettevano solo al papa, ma non ai re.
Si procedette pertanto all’espulsione dei Gesuiti da tutta l’America.
Nel 1754 furono esplusi dal Brasile, e in seguito nel 1759 furono accusati, in Portogallo, di aver organizzato un attentato contro il re.
Nel 1767 furono esplulsi da tutta l’America spagnola, perché accusati, in Spagna di aver organizzato delle congiure. Ma questi furono solo pretesti, le vere ragioni furono economiche e di potere.
Sucessivamente, nel 1773 il papa Clemente XIV decise, sotto pressione del re di Spagna Carlo III di Borbone, di sciogliere l’ordine.
I Gesuiti però non si sciolsero. La maggioranza di essi ripiegarono in Russia dove si riorganizzarono.
Quarantuno anni dopo, nel 1814, il papa Pio VII restaurò l’ordine dei Gesuiti, che, anche se con cambiamenti al suo interno e varie modifiche, esiste ancora oggi.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

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Bibliografia parziale: El Marañón y Amazonas, historia de los descubrimientos, Manuel Rodriguez.

martedì 5 febbraio 2013

Le cronache di Ramusio: il terzo viaggio di Amerigo Vespucci


Giovanni Battista Ramusio (1485-1557), fu un importante scrittore, geografo e diplomatico della Repubblica di Venezia. 
Fu ambasciatore della “serenissima” presso il regno di Francia e ricoprì altri incarichi diplomatici importanti, che lo portarono a poter intervistare molti viaggiatori e cartografi. Ebbe così modo di ricompilare un opera monumentale detta “Navigazioni et Viaggi”, che non è solo un trattato geografico, ma è un importantissimo resoconto di centinaia di esplorazioni marittime e terrestri effettuate a partire da Marco Polo, fino al XVI secolo, non solo nelle Americhe ma anche in Africa e Asia.
In quest’articolo ho riportato la prima delle due lettere di Amerigo Vespucci dirette a Pietro Soderini, nella quale si descrive il terzo viaggio di Amerigo Vespucci, condotto sotto le insegne del re del Portogallo.
Lo scopo della spedizione organizzata da re Manuel del Portogallo era ottenere informazioni sulle terre del Brasile, che erano state dichiarate ufficialmente portoghesi con la spedizione di Pedro Alvarez Cabral.
C’era però un altro scopo: si voleva verificare quando fossero estese le terre soggette al dominio del Portogallo e appurare se ci fosse un passaggio nel continente che potesse permettere di giungere alle Isole delle Spezie (passaggio che fu trovato circa vent’anni dopo dal navigatore portoghese Ferdinando Magellano).
Dopo aver approdato in Brasile e aver verificato l’immensa estensione di quelle terre, la spedizione continuò verso sud, costeggiando. Ad un certo punto il comandante della spedizione non voleva procedere oltre, in quanto si era reso conto che erano entrati in acque soggette al dominio spagnolo.
E’ opinione comune di molti storici, tra i quali il colombiano German Arciniegas, che Amerigo Vespucci, visto il suo gran carisma e le sue conoscenze di navigazione astronomica, prese il comando della spedizione, non con la forza ma per accettazione dell’equipaggio.
Secondo lo storico Francisco Lopez de Gomara, Amerigo Vespucci era stato istruito direttamente dal re Manuel di cercare un passaggio verso l’est, che potesse portare alle ambite isole Molucche, ricchissime di spezie.
Quando il convoglio giunse presso la bocca di un fiume detto “Cananea” ubicato 25 gradi e 35’ sud, nella zona dell’attuale Stato di Santa Catarina, in Brasile, si decise per mezzo di un atto solenne di continuare la spedizione nel mare spagnolo, alla ricerca del famoso passaggio per le Molucche.
Probabilmente già a questo punto Vespucci aveva compreso che quelle terre che aveva costeggiato non potevano essere l’Asia, ma un nuovo continente.
Sempre secondo lo storico German Arciniegas, la spedizione, ormai comandata da Vespucci, passò presso l’estuario del Rio de la Plata, che venne battezzato Rio Jordan, e continuò verso la Patagonia. Sono proprio le sue osservazioni astronomiche, dove descrisse che sia l’Orsa Maggiore che la Minore erano scomparse alla vista nelle notti stellate, per il periodo di quattro mesi e ventisei giorni durante i quali navigò al di sotto del tropico del capricorno, che fanno pensare che realmente Vespucci giunse almeno fino alla latitudine di 45 gradi sud, quasi presso lo stretto in seguito denominato “di Magellano”.
Qui di seguito riporto l’interessante lettera, resoconto della spedizione, tratta dal libro Navigazioni et Viaggi, di Giovanni Battista Ramusio.
Yuri Leveratto

Di Amerigo Vespucci fiorentino lettera prima, drizzata al magnifico M. Pietro Soderini, gonfaloniere perpetuo della magnifica ed excelsa signoria di Firenze, di due viaggi fatti per il serenissimo re di Portogallo.
Del porto detto Beseneghe; dove un giovene dell'armata sceso in terra fu dalle donne ammazzato a tradimento e arrostito; del luoco detto Capo di Santo Agostino; dell'isole degli Azori.
Stando in Sibilia (1), riposandomi da molte mie fatiche ch'in duoi viaggi (2) fatti per il serenissimo re don Fernando di Castiglia nell'Indie occidentali avevo passate, e con volontà di ritornare di nuovo alla terra delle perle, quando la fortuna, non contenta de' miei travagli, fece che venne in pensiero a questo serenissimo re don Manuello di Portogallo volersi servire di me; e stando in Sibilia fuori d'ogni pensiero di venire a Portogallo, mi venne un messaggiero con lettere di sua real corona, che mi comandava ch'io venisse qui a Lisbona a parlarli, promettendo farmi molte grazie.
Io fui consigliato di non partirmi allora, e però espeditti el messaggiero dicendogli ch'io stava male, e che quando fussi risanato, e che sua altezza si volesse pur servir di me, che farei quanto mi comandasse. Laonde che, visto sua altezza che 'l non mi poteva avere, deliberò di mandare per me Giuliano di Bartolomeo del Giocondo, stante qui in Lisbona, con commissione che in ogni modo mi conducesse. Venne el detto Giuliano a Sibilia, per la venuta e prieghi del quale fui forzato a venire; e fu tenuta a male la mia partita da quanti mi conoscevano, per essermi partito di Castiglia, dove mi era fatto onore e il re mi teneva in bona reputazione: peggio fu che mi parti insalutato ospite.
E appresentatomi innanzi a questo re, mostrò aver piacere della mia venuta, e pregommi ch'io andassi in compagnia di tre sue navi, che stavano in ordine per andar a discoprir nuove terre: e perché un priego d'un re è comandamento, ebbi a consentire a quanto mi comandava.
E partimmo di questo porto di Lisbona tre navi di conserva adí X di maggio 1501, e pigliammo nostro pareggio diritti all'isola della Gran Canaria, e passammo senza posare a vista di essa. E di qui fummo costeggiando la costa d'Africa per la parte occidentale, nella qual costa facemmo nostra pescaria, d'una sorte pesci che si chiamano pargos, dove ci tenemmo tre giorni. E di qui fummo nella costa d'Etiopia a un porto che si dice Beseneghe (3), che sta dentro dalla torrida zona, sopra la quale alza el polo del settentrione 14 gradi e mezo, situato nel primo clima: dove stemmo 11 giorni pigliando acqua e legne. E perché mia intenzione era di navigare verso ostro (4) per el golfo Atlantico, partimmo di questo porto di Etiopia e navigammo per libeccio, pigliando una quarta di mezzodì, tanto che in 67 giorni arrivammo a una terra che stava dal detto porto 700 leghe verso libeccio. E in quelli 67 giorni avemmo el peggior tempo che mai avesse uomo che navigasse el mare, per le molte piogge, tempeste e fortune che ci dettono, perché fummo in tempo molto contrario, a causa che 'l forzo della nostra navigazione fu di continuo gionta con la linea dell'equinoziale nel mese di giugno, ch'è inverno, e trovammo el dì con la notte essere eguale, e trovammoci avere l'ombra verso mezzodì di continuo.
Piacque a Dio mostrarci terra nova, che fu il 17 agosto [1501], dove surgemmo a mezza lega e buttammo fuori li nostri battelli; poi andammo a veder la terra se era abitata da gente e di che sorte, e trovammo essere abitata da genti ch'erano peggiori ch'animali, come V.S. intenderà.
In questo principio non vedemmo gente, ma ben conoscemmo ch'era populata, per molti segnali ch'in quella vedemmo. Pigliammo la possessione di essa per questo serenissimo re, la quale trovammo esser terra molto amena e verde e di buona apparenza: stava oltra della linea equinoziale verso ostro 5 gradi (5).
Poi ci ritornammo alle navi, e perché tenevamo gran necessità d'acqua e di legne, accordammo l'altro giorno di ritornare a terra per proveder delle cose necessarie. E stando in terra, ci vedemmo una gente nella sommità d'un monte, che stavano mirando e non osavano discendere a basso: erano nudi, e del medesimo colore e fazione ch'erono gli altri passati scoperti per me per il re di Castiglia.
E stando con loro travagliando perché venissino a parlare con noi, mai non gli potemmo assicurare, non volendosi fidar di noi; e visto la loro ostinazione, e di già essendo tardi, ce ne tornammo alle navi lasciando loro in terra molti sonagli e specchi e altre cose a sua vista: e come fummo larghi al mare, discesono dal monte e vennono per le cose che gli lassammo, faccendosi di esse gran maraviglia.
E per questo giorno non ci provedemmo se non d'acqua; l'altra mattina vedemmo dalle navi che la gente di terra facevono molte fumate, e noi, pensando che ne chiamassino, andammo a terra, dove trovammo ch'erano venuti molti populi: e tuttavia stavano larghi da noi e ne accennavano che fossimo con loro drento per la terra, per onde si mossono dua nostri cristiani a domandare al capitano che desse lor licenzia, che si volevano mettere a pericolo di voler andare con loro in terra, per vedere che gente erano e se ne tenevano alcuna ricchezza o spezieria o drogheria. E tanto pregorono che 'l capitano restò contento, e messonsi a ordine con molte cose di riscatto, si partirono da noi con ordine che non stessino piú di cinque giorni a tornare, perché tanto gli aspettaremmo, e pigliorono il lor cammino per la terra, e noi nelle navi aspettandogli. E quasi ogni giorno veniva gente alla spiaggia, ma mai non ne volsero parlare.
E il settimo giorno andammo in terra e trovammo ch'avean menato con loro le sue donne; e come saltammo in terra, gli uomini della terra mandarono molte delle lor donne a parlar con noi, dove, vedendo che non si assicuravono, deliberammo di mandar a loro un uomo de' nostri, che fu un giovine che molto faceva il gagliardo.
E noi per assicurarlo entrammo nei battelli, e lui si fu per le donne; e come gionse a esse, gli feciono un gran cerchio intorno: toccandolo e mirandolo si maravigliavono. E stando in questo, vedemmo venire una donna dal monte che portava un gran palo nella mano, e gionta donde stava el nostro cristiano gli venne per adrieto e, alzato el bastone, gli dette cosí gran colpo che lo distese morto in terra: e in un subbito l'altre donne lo presero per i piedi e lo strascinorono verso 'l monte, e gli uomini saltorono verso la spiaggia, e con loro archi e saette a saettarne; e messono la nostra gente in tanta paura, essendo surti con i battelli sopra le secche che stavano in terra, che per le molte freccie ch'essi tiravano nei battelli nessuno ardiva di pigliar l'arme.
Pure disparamo loro quattro tiri di bombarda, e non accertorono, salvo che, udito el tuono, tutti fuggirono verso 'l monte, dove erano già le donne, facendo pezzi del cristiano: e a un gran fuoco che avevon fatto lo stavano arrostendo a vista nostra, mostrandoci molti pezzi e mangiandoseli, e gli uomini faccendoci segnali, con loro cenni, come avevan morti gli altri dua cristiani e mangiatoseli.
Il che ci pesò molto, vedendo con i nostri occhi la crudeltà che facevano del morto: a tutti noi fu ingiuria intollerabile, e stando di proposito piú di quaranta di noi di saltare in terra, e vendicare tanta cruda morte e atto bestiale e inumano, el capitan maggiore (6), non volle consentire. E si restarono sazii di tanta ingiuria, e noi ci partimmo da loro con mala volontà e con molta vergogna nostra, per cagione del nostro capitano.
Partimmo di questo luogo e cominciammo nostra navigazione fra levante e sirocco, che cosí corre la terra, e facemmo molte scale, e mai trovammo gente che con esso noi volessino conversare.
E cosí navigammo tanto che trovammo che la terra faceva la volta per libeccio, e come voltammo un capo, al quale mettemmo nome el Capo di Sant'Agostino (7), cominciammo a navigare per libeccio: ed è discosto questo capo dalla predetta terra che vedemmo, dove ammazzorono i cristiani, 150 leghe verso levante, e sta questo cavo 8 gradi fuori della linea equinoziale vers'ostro. E navigando avemmo un giorno vista di molta gente, che stavano alla spiaggia per vedere la maraviglia delle nostre navi; e cessando di navigare, fummo alla volta loro e sorgemmo in buon luogo, e fummo coi battelli a terra, e trovammo la gente esser di miglior condizione che la passata, e ancor che ci fosse travaglio di domesticargli, tuttavia ce gli facemmo amici e trattammo con loro. In questo luogo stemmo cinque giorni, e qui trovammo cassia fistola molto grossa e verde e secca in cime degli arbori. Accordammo in questo luogo levar un paio di uomini, perché imparassino la lingua, e cosí vennono tre di loro volontà per venire a Portogallo; e partimmo poi di questo porto, sempre navigando per libeccio a vista di terra, di continuo faccendo di molte scale e parlando con infinita gente. E tanto andammo verso l'ostro che già stavamo fuori del tropico di Capricorno, donde el polo antartico s'alzava sopra l'orizonte 32 gradi, e di già avevamo perduto del tutto l'Orsa minore, e la maggiore ci stava tanto bassa che appena si mostrava al fine dell'orizonte, e ci reggevamo per le stelle dell'altro polo dell'antartico, le quali sono molte e molto maggiori e piú lucenti che quelle di questo nostro polo: e della maggior parte di esse trassi le lor figure, e massime di quelle della prima magnitudine, con la dechiarazion di lor circuli che facevan intorno al polo dell'ostro, con la dechiarazion de' lor diametri e semidiametri, come si potrà veder nel sommario delle mie navigazioni. Corremmo di questa nostra costa appresso di 750 leghe: le 150 dal Capo di Sant'Agostino verso el ponente, e le 600 verso el libeccio. Volendo raccontare le cose ch'in questa costa viddi e quello che passammo, non mi bastarebbono altretanti fogli: e in questa costa non vedemmo cosa di profitto, eccetto infiniti arbori di verzino e di cassia, e altre maraviglie della natura che saria lungo raccontare.
E di già essendo stati nel viaggio ben dieci mesi, e visto ch'in questa terra non trovammo cosa di minera alcuna, accordammo di espedirci di essa e andarci a commettere al mare per altra parte, e fatto nostro consiglio fu deliberato che si seguisse quella navigazione che mi paresse bene, e tutto fu rimesso in me il comandare dell'armata. E allora comandai (8), che tutta la gente e armata si provedessi di acqua e di legne per sei mesi, che tanto giudicorono gli ufficiali delle navi che potevamo navigare con esse. Fatto nostro provedimento di questa terra, cominciammo nostra navigazione per el vento sirocco, e fu il 15 di febraio, quando già el sole s'andava appressando all'equinozio e tornava verso questo nostro emisperio del settentrione. E tanto navigammo per questo vento, che ci trovammo tanto alti che 'l polo antartico ci stava alto fora del nostro orizonte ben 52 gradi, e di già stavamo discosti dal porto di dove partimmo ben 500 leghe per sirocco: e questo fu il 3 d'aprile [1502].
E in questo giorno cominciò una fortuna in mare tanto forzosa che ne fece amainare del tutto le nostre vele, e correvamo con arbero secco con molto vento, ch'era libeccio, con grandissimi mari e l'aria molto fortunevole: e tanta era la rabbia del mare che tutta l'armata stava con gran timore. Le notti eron molto grandi, che notte tenemmo il 7 d'aprile che fu di 15 ore, perché il sole stava nel fine di Aries e in questa regione era lo inverno, come ben può considerare V.S.
E andando in questa fortuna, adí 7 d'aprile avemmo vista di nuova terra, della quale corremmo circa di 20 leghe e la trovammo tutta costa brava, e non vedemmo in essa porto alcuno né gente, credo perch'era tanto el freddo che nessuno dell'armata ci poteva remediare né sopportarlo.
Di modo che, vistoci in tanto pericolo e in tanta fortuna, ch'a pena potevamo aver vista l'una nave dell'altra, per i gran mari che facevono e per la grande oscurità del tempo, accordammo con el capitano maggiore far segnale all'armata ch'arrivasse, e lasciammo la terra e se ne tornassimo al cammino di Portogallo: e fu molto buon consiglio, che certo è che, se tardavamo quella notte, tutti ci perdevamo. Per il che pigliammo il vento in poppa, e la notte e il giorno sequente crebbe tanto la fortuna che dubitammo perderci, e avemmo di far peregrini e altre cerimonie, com'è usanza di marinari per tali tempi. Corremmo 5 giorni con il vento in poppe con il trinchetto solo, e questo ben basso; e in questi dí navigammo 250 leghe, e tuttavia appressandoci alla linea dell'equinoziale, e in aria e in mari piú temperati: e piacque a Dio scamparci di tanto pericolo.
E la nostra navigazione era per el vento infra tramontana e greco, perché nostra intenzione era di andare a riconoscere la costa d'Etiopia, che stavamo discosto da essa 1300 leghe per el golfo del mar Atlantico: e con la grazia di Dio a' 10 di maggio fummo in essa, a una terra vers'ostro che dicesi la Serra Liona, dove stemmo 15 giorni pigliando nostro rinfrescamento. E di qui poi partimmo navigando verso l'isole degli Azori, che sono discoste da questo luogo della Serra circa di 750 leghe, e giongessimo a esse isole nel fine di luglio, dove stemmo altri 15 giorni pigliando alcuna recreazione.
Dapoi partimmo da esse per Lisbona, perché stavamo più all'occidente 300 leghe, ed entrammo per questo porto di Lisbona il 7 di settembre del 1502 a buon salvamento, Dio rengraziato sia, con solo due navi, perché l'altra ardemmo nella Serra Liona perché non poteva più navigare. Stessimo in questo viaggio cerca 15 mesi e giorni undeci, e navigammo senza veder la stella tramontana o l'Orsa maggiore e minore, che si dice el Corno, e si reggemmo per le stelle dell'altro polo. Questo è quanto viddi in questo viaggio, fatto per el serenissimo re de Portogallo.

Bibliografia:
Giovanni Battista Ramusio, Navigazioni et Viaggi, 1565
Germán Arciniegas, America 500 anni di un nome – Vita ed epoca di Amerigo Vespucci, Villegas editores, 1954

Note:
(1)Siviglia
(2)Altra prova che prima di viaggiare con il re del Portogallo, Amerigo Vespucci fece due viaggi e non uno, il primo dei quali nel 1497.
(3) Località ubicata nell’attuale frontiera tra Mauritania e Senegal.
(4) Vento da sud, per estensione: sud
(5) Da ciò si evince che approdarono leggermente a sud dell’estuario del Rio delle Amazzoni nell’attuale stato brasiliano del Marañhao.
(6) Gonzalo Coelho
(7) Attuale Pernanbuco, Brasile.
(8) Per la sua esperienza Amerigo Vespucci ricopriva un ruolo di primaria importanza.

giovedì 22 novembre 2012

La morale e l’organizzazione sociale nei Machiguenga


I Machiguenga (pron.: maciguenga) vivono nel Perú sud-orientale, nelle valli del Rio Urubamba (regione di Cusco) e nelle valli del Rio Alto Madre de Dios. Parlano una lingua del ceppo arawak, e asommano a un totale di quasi 9000 persone.
La prima volta che ho avuto contatto con questi indigeni è stato nel 2008, quando uno di loro mi ha accompagnato ai petroglifi di Pusharo, un magistrale intaglio nella roccia del quale nessuno di loro sa spiegarne l’origine o il significato.
Nella loro lingua la parola “Machiguenga” significa “gente”.
Tutti quelli che non rientrano nella loro etnia sono considerati “altri” sia che siano altri indigeni (come i Mashco Piro, i Nahua o gli Ashaninka), peruviani o stranieri.
Secondo gli studiosi più conosciuti, a partire dal Padre Vicente de Cenitagoya, l’uomo Machiguenga non ha il concetto di territorio, di nazione e tantomeno di patria così come noi occidentali lo conosciamo.
E vero che riconoscono di appartenere ad un gruppo umano che parla la stessa lingua e ha gli stessi usi e costumi, ma il concetto di capo, o leader, è per loro diverso da come lo concepisce l’uomo occidentale.
Non avendo un leader, vivono raggruppati in famiglie allargate, ma anche qui non vi è un vero e proprio capo, più che altro vi è un saggio che viene consultato in caso di problemi o dispute.
Secondo il Padre Andres Ferrero, se un gruppo di Piros del basso Urubamba attaccassero un gruppo di Machiguenga, altri Machiguenga del Camisea non farebbero assolutamente nulla, Nessuno si organizzerebbe per vendicare la morte di gente della loro stessa cultura o stirpe. Perché?
Sembra che la mentalità della gente di quest’etnia sia fortemente individualista. Mancando del tutto il concetto di patria o di nazione, manca anche il concetto di guerra, salvo rarissimi casi.
Questo gruppo umano vive in capanne, al massimo due o tre, dove sta la famiglia allargata. Non formano villaggi. L’immensità della selva che circonda i loro insediamenti fa si che siano pochi o nulli i motivi di disaccordo tra di loro o le dispute. E se vi fossero, di solito succede che il capo famiglia fa armi e bagagli e va a vivere sulle rive di un altro fiume, lontano dal motivo del litigio.
Si capisce pertanto il perché, all’interno della società Machiguenga, non ci sia un presidente, ne documenti necessari per individuare, e quindi catalogare una persona.
Non vi sono nemmeno delinquenti, salvo rarissimi casi come Huaneco, un individuo violento che è stato descritto dal Padre Polentini. Non essendoci carceri, questi individui vengono isolati, lasciati soli e non vengono aiutati.
Nella lingua Machiguenga esiste un vocabolo che si applica al capo: itingami, che si usa per indicare il concetto del “più importante”. (per esempio, fiume principale: otingamá).
Però il capo non è colui che comanda, ma è colui che ha autorità, che sa convincere con la parola, che domina il problema e lo risolve, ed è solo a capo della famiglia allargata, non è a capo di un clan, ne tantomeno dell’intera etnia. Inoltre coloro che vivono nella famiglia allargata sono liberi di dissentire con il “capo” e, se vogliono, sono liberi di andarsene e organizzare la propria vita altrove: la selva è grande.
Anche il concetto di patria non esiste tra i Machiguenga. Quasi nessuno di loro combatterebbe per difendere la loro terra ed in questo sono differenti per esempio dai Matses della conca del Rio Yavarí che fino al 1985 hanno combattuto con ogni mezzo per difendere il loro territorio.
Se i Machiguenga vengono molestati, molto probabilmente si sposterebbero più in lá.
Nella lingua dei Machiguenga esiste il concetto di morale, del bene e del male, si dice: kametite. E’ una delle poche parole che esprime un concetto generico perché di solito la lingua dei Machiguenga è fortemente specifica.
Certamente per loro vi è un modo giusto e ingiusto di comportarsi, ma sembra che non rispondano ad una legge superiore o divina, che è alla base della nostra cultura occidentale. La morale Machiguenga sembra essere sostanzialmente laica. E’ una morale sociale, non religiosa.
La più importante delle norme non scritte è “non uccidere”. L’omicidio è infatti considerato il maggiore dei delitti.
Però è risaputo che tra i Machiguenga vengono abbandonati gli infermi, gli anziani decrepiti e i bambini deformi. Anche se non è omicidio diretto, abbandonare nella selva una persona in difficoltà equivale a sopprimerla, ma quest’atto non è dettato da cattiveria, piu che altro sono le difficili condizioni di vita che lo impongono.
Già c’è poco cibo sufficiente per quelli che stanno bene e possono cacciare, quindi chi è in difficoltà sarebbe un peso insostenibile per un determinato gruppo di persone.
Per quanto concerne l’uguaglianza tra i sessi, ancora oggi il Machiguenga considera la donna come un essere inferiore.
Per quanto riguarda il matrimonio, di solito vige una stretta norma esogamica, ovvero il giovane deve sposarsi una donna che non ha alcun vincolo di parentela con la sua famiglia. La nuova famiglia risiede dove viveva la donna.
La poligamia è frequente anche se è spesso fonte di dissidi tra le donne. Di solito l’uomo è colui che tenta di pacificare gli animi e dissimulare se ha una preferita.
Spesso si notano anche casi di poliandria, specie nella zona di Pantiacolla, per la scarsità di donne. In questi casi il Machiguenga, siccome ha paura che la sua donna lo lasci, o per ottenere dei favori, tollera che un altro uomo la possieda carnalmente.
E’ in pericolo l’esistenza dei Machiguenga? E quale sarà il loro futuro?
Apparentemente, con la creazione del Parco Nazionale del Manu e del Santuario Nazionale del Megantoni, aree immense dove loro possono circolare liberamente, i Machiguenga dovrebbero essere al sicuro e potrebbero conservare indefinitamente la loro cultura.
Le minacce però sono costanti e vicine: Nella zona del Rio Camisea, la loro esistenza come “entità culturale distinta” è già in pericolo, in quanto si stanno abituando alla presenza dell’impresa che estrae il gas dal loro territorio (PlusPetrol). Nella zona del lote 88, (territorio che si sovrappone alla riserva Nahua-Nanti), sta già operando l’impresa PlusPetrol, insieme a Repsol e Hunt Oil. Quest’ultima impresa poi, ha annunciato che sfrutterà il lote 76 ubicato nella terra degli indigeni Huachipaery, nelle adiacenze del Parco Nazionale del Manu, dove vivono i Machiguenga.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

giovedì 4 ottobre 2012

L’origine di Cristoforo Colombo: i documenti ufficiali



Oggigiorno nessuno studioso serio dubita sul fatto che Cristoforo Colombo sia nato nella Repubblica di Genova. 
Tuttavia vi sono ancora molti pseudo-ricercatori, che sulla base di notizie false o congetture sostengono che il famoso navigatore avesse tutt’altra origine.
Vediamo innanzitutto cosa scrisse il grande storico spagnolo Gonzalo Fernandez de Oviedo nella sua Historia General y Natural de las Indias:

Cristobal Colon, secondo come ho potuto saper da uomini della sua nazione, è nato nella provincia della Liguria, che è in Italia, e nella quale vi si trova la città di Genova: alcuni dicono che è di Savona, e altri di un piccolo villaggio che si chima Nervi, che sta nella parte di Levante rispetto a Genova e che vi dista due leghe, nella costa che da sul mare; altri dicono che nacque in un villaggio che si chiama Cugureo, sempre vicino alla città di Genova.

Uno dei più grandi storici del XVI secolo pertanto, indica nella Repubblica di Genova (anche se non fornisce il luogo preciso), il territorio di origine del grande navigatore.
Ma andiamo ai documenti ufficiali che provano indiscutibilmente l’origine genovese di Cristoforo Colombo.
In totale sono più di sessanta i documenti che si riferiscono a Colombo o ai membri della sua familia.
Due documenti si riferiscono al nonno di Crisoforo, Giovanni, nato a Moconesi nei pressi di un’antica via che da Piacenza conduce a Genova. Trentacinque documenti si riferiscono al padre Domenico, nato a Quinto (Genova).
Tre documenti si riferiscono alla madre, Susanna Fontanarossa.
Il più importante tra questi scritti è il cosidetto Documento Assereto, trovato da Ugo Assereto nell’archivio di Genova nel 1904, tra gli atti del notaio Girolamo Ventimiglia.
Nel luglio del 1478 la casa Centurione di Genova incaricò Cristoforo Colombo di comprare una partita di zucchero nell’isola di Madeira. Però il rappresentante dei Centurione in Portogallo, Paolo de negro non invió a Colombo la somma necessaria per l’acquisto.
Circa un anno dopo Lodisio Centurione volle appurare le responsabilità dell’accaduto davanti ad un notaio a Genova.
In questo documento, che risulta essere stato scritto il 25 agosto 1479, Colombo appare come testimone nella disputa tra Lodisio Centurione e i fratelli Paolo e Cassano de Negro.
Il futuro ammiraglio dichiara, sotto vincolo di giuramento, di essere cittadino genovese:

“Cristoforus Columbus, civis Januae”

ossia:

“Cristoforo Colombo, cittadino di Genova”

Coloro i quali contrastano la genovesità dell’Ammiraglio del Mare Oceano, sostengono che il Cristoforo Colombo figlio di Domenico e di Susanna Fontanarossa, non ha nulla a che vedere con il Cristóbal Colon, Almirante del Mar Oceano.
Di solito aggiungono, essendo male informati, che Cristóbal Colon non avrebbe mai scritto nulla sulle sue origini genovesi.
In generale Colombo, fin da quando si stabilì in Spagna, non rinnegò mai le sue origini, però tentò di divulgarle il meno possibile, perché il semplice fatto di essere straniero ostacolava i suoi progetti.
Una delle prove del fatto che Cristoforo Colombo e Cristóbal Colon siano stati la stessa persona é proprio il Documento Assereto, che oltre a sancire la genovesitá di Cristoforo Colombo, prova il fatto che lui stesso si trovasse a Madeira nel 1478. Ma è assodato che Cristóbal Colon stesso si trovasse a Madeira in quegli anni, isola dove conobbe la sua prima sposa, Felipa Moniz Perestrelo.
Comunque in due scritti il Colon ormai ammiraglio menziona le sue origini.
Nello scritto “Institución de Mayorazgo”, il 28 febbraio 1498 ordina al figlio Diego di farsi carico del mantenimento di un membro della famiglia a Genova:

“Que tenga allì casa y mujer…como persona legada a nuestro lineaje, pues de aì salì y en ella nazì”

Ossia:

“Che possa avere casa e sposa…siccome è una persona del nostro lignaggio, in quanto da li sono partito e in quella città sono nato”.

Il secondo documento che lega indissolubilmente il Colombo genovese al Colon Almirante è una lettera ai Protettori delle Compere di San Giorgio (Genova), del 2 aprile 1502:

“Bien que el cuerpo ande acà, el corazón está allí de continuo”.

Ossia:

“Anche se il corpo viaggia per di quà, il cuore sta là continuamente”.

Un ultimo, importante documento è l’atto del notario Giovanni Battista Peloso davanti al quale comparvero i tre figli di Antonio Colombo (fratello di Domenico, padre di Cristoforo).
Matteo, Amighetto e Giovanni dichiararono di compromettersi a dividere in parti eguali i costi che avrebbe dovuto sostenere Giovanni per andare a trovare suo cugino, Cristobal Colon, almirante del rey de España.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

Bibliografia:
Nuova raccolta colombiana: i documenti genovesi e liguri A.Agosto

Webgrafia:
http://www.treccani.it/enciclopedia/cristoforo-colombo_%28Dizionario-Biografico%29/

giovedì 7 ottobre 2010

L’origine della sequenza settimanale universale


Tutti noi sappiamo che i nomi dei giorni della settimana derivano dall’osservazione dei corpi celesti da parte di antichi astronomi.  
I sette corpi celesti visibili ad occhio nudo, che variano la loro posizione nel cielo (mentre invece le stelle sono “fisse”), sono: sole, luna, marte, mercurio, giove, venere e saturno. 
Vi è però una questione che a tutt’oggi rimane irrisolta: la particolare disposizione dei giorni all’interno della settimana che ancora non è stata spiegata con certezza. 
Per quanto riguarda la durata di sette giorni, si sono avanzate varie ipotesi, ma la più probabile è che nell’antichità, probabilmente durante l’era dei sumeri o più anticamente, nel periodo anti-diluviano, ci si rese conto, osservando la luna, che essa impiega un tempo di 28 giorni per girare intorno alla terra. Questo tempo detto “fase lunare”, è composto da 4 periodi ciascuno di 7 giorni: luna piena, luna calante, buio di luna e luna crescente. 
Nella tradizione astrologica sumerica, egizia e greco-romana i nomi dei giorni della settimana derivano dai sette astri individuabili ad occhio nudo: il sole (considerato dio in molte antiche civiltà, ed associato ad Apollo nella cosmogonia greca e romana), o giorno del Signore (quindi Dominus in latino), si associò alla domenica, la luna, (associata alla dea Artemide nella cosmogonia greca e Diana in quella romana), corrisponde al giorno seguente, il lunedì, Marte (dio della guerra, Ares in Grecia), a martedì, Mercurio (messaggero degli dei, Hermes in Grecia) a mercoledì, Giove (divinità massima, Zeus in Grecia) a giovedì, Venere (dea dell’amore, Afrodite in Grecia) a venerdì,  e Saturno (o Crono in Grecia, dio dell’agricoltura) al sabato. 
Nell’antica tradizione astrologica indiana, i nomi dei giorni della settimana derivano esattamente dagli stessi astri: Surya (sole), Soma (luna) Mangala (marte), Budha (mercurio), Guru (giove), Shukra (venere), Shani (saturno). 
Anche nelle tradizioni cinesi, giapponesi, tibetane e coreane i nomi dei giorni della settimana derivano  dagli stessi astri, individuabili ad occhio nudo la cui posizione nel cielo cambia rispetto ad un osservatore situato sulla Terra. 
Per quanto riguarda invece la “sequenza settimanale”, le cose si complicano, in quanto la sequenza universalmente adottata: domenica, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, e sabato, non corrisponde né alla distanza del corrispondente astro dalla terra, nè alla sua grandezza o luminosità. 
E la cosa strana è che apparentemente, tutte le antiche culture, dalla cinese, all’indiana alla medio-orentale ed egizia, adottarono la stessa sequenza settimanale, il che costituisce di per sè un enigma. 
E’ possibile che l’identica sequenza settimanale sia stata adottata contemporaneamente da popoli così distanti tra loro? O forse vi è un origine comune anti-diluviana dalla quale poi sono derivate tutte le sequenze settimanali?
Per ora non c’è risposta a questa domanda, ma è interessante analizzare le teorie che portarono all’attuale sequenza settimanale. 
La prima teoria è quella dei “salti ogni tre astri”. Partendo dalla sequenza dell’astro visibile più lontano (secondo gli antichi) ovvero nell’ordine: 
saturno, giove, marte, sole, venere, mercurio, luna, si procede a saltare di tre in tre e si ottiene: saturno (sabato), sole (domenica), luna (lunedì), marte (martedì), mercurio (mercoledì), giove (giovedì), ed infine venere (venerdì). 
La seconda ipotesi assegna ad ogni ora del giorno (24 ore), il nome di un pianeta (sempre secondo lo schema dell’astro visibile più lontano, secondo gli antichi), partendo dalla prima ora (00-01), che viene assegnata a saturno (l’astro più distante), la seconda a giove, la terza a marte e così via, fino all’ultima ora del giorno (23-24) dedicata a marte. La prima ora del secondo giorno sarà dedicata pertanto al sole. 
Seguendo questo schema, si nota che, se la prima ora e il primo giorno si dedica a saturno (quindi sabato), il secondo giorno sarà dedicato al sole (quindi domenica), e la prima ora del terzo giorno sarà dedicata alla luna (quindi lunedì). Seguendo secondo questa logica si otterrà la sequenza settimanale che utilizziamo tutti. 
Questi due metodi ci sono stati tramandati dallo storico Cassio Dione nella sua Storia Romana. Secondo lo studioso Bickerman, invece fu il filosofo greco Celso che riportò nelle sue opere l’origine persiana dell’ipotesi che assegna ad ogni ora del giorno il nome di un pianeta.
Vi è però un altra teoria che spiega la sequenza settimanale universalmente adottata ed è molto interessante.  
L’esoterico peruviano Daniel Ruzo (1900-1991), che studiò a fondo l’altopiano di Marcahuasi in Perù, elaborò una teoria esoterica-alchemica, molto particolare. 
Secondo l’alchimia medievale (a sua volta derivata da quella egizia), ad ogni dio dell’antichità era associato un elemento. 
Saturno era associato al piombo, Giove allo stagno, Marte al ferro, Apollo (sole) all’oro, Venere al rame, Mercurio al mercurio, e Diana (luna), all’argento. 
Ora, se consideriamo il peso atomico di ogni elemento, otteniamo la seguente sequenza decrescente: 

piombo (Saturno, sabato), 82; mercurio (Mercurio, mercoledì), 80; oro (Apollo, domenica), 79; stagno (Giove, giovedì), 50; argento (Diana, lunedì), 47; rame (Venere, venerdì), 29; ferro (Marte, martedì), 26.

Applicando ora, a questa terza teoría, il metodo del “salto ogni due elementi”, otteniamo, partendo da Saturno: sabato, domenica, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: la sequenza settimanale universale. 
Come si vede vi sono varie teorie che spiegano l’ordine della “sequenza settimanale universale”, ma nessuna è accettata come quella vera e certa. Non sembra plausibile che le cosidette “prime civiltà” (sumeri, civiltà dell’Indo, cinesi), abbiano adottato all’unisono la stessa sequenza settimanale per puro caso. 
Più probabile è un origine comune di detta sequenza, forse durante il periodo anti-diluviano.

YURI LEVERATTO
Copyright 2010

Foto: Mappa mondo babilonese (500 a.C.)

Bibliografia: Daniel Ruzo, Marcahuasi la historia fantastica de un descubrimiento (1974).