giovedì 4 ottobre 2012

L’origine di Cristoforo Colombo: i documenti ufficiali



Oggigiorno nessuno studioso serio dubita sul fatto che Cristoforo Colombo sia nato nella Repubblica di Genova. 
Tuttavia vi sono ancora molti pseudo-ricercatori, che sulla base di notizie false o congetture sostengono che il famoso navigatore avesse tutt’altra origine.
Vediamo innanzitutto cosa scrisse il grande storico spagnolo Gonzalo Fernandez de Oviedo nella sua Historia General y Natural de las Indias:

Cristobal Colon, secondo come ho potuto saper da uomini della sua nazione, è nato nella provincia della Liguria, che è in Italia, e nella quale vi si trova la città di Genova: alcuni dicono che è di Savona, e altri di un piccolo villaggio che si chima Nervi, che sta nella parte di Levante rispetto a Genova e che vi dista due leghe, nella costa che da sul mare; altri dicono che nacque in un villaggio che si chiama Cugureo, sempre vicino alla città di Genova.

Uno dei più grandi storici del XVI secolo pertanto, indica nella Repubblica di Genova (anche se non fornisce il luogo preciso), il territorio di origine del grande navigatore.
Ma andiamo ai documenti ufficiali che provano indiscutibilmente l’origine genovese di Cristoforo Colombo.
In totale sono più di sessanta i documenti che si riferiscono a Colombo o ai membri della sua familia.
Due documenti si riferiscono al nonno di Crisoforo, Giovanni, nato a Moconesi nei pressi di un’antica via che da Piacenza conduce a Genova. Trentacinque documenti si riferiscono al padre Domenico, nato a Quinto (Genova).
Tre documenti si riferiscono alla madre, Susanna Fontanarossa.
Il più importante tra questi scritti è il cosidetto Documento Assereto, trovato da Ugo Assereto nell’archivio di Genova nel 1904, tra gli atti del notaio Girolamo Ventimiglia.
Nel luglio del 1478 la casa Centurione di Genova incaricò Cristoforo Colombo di comprare una partita di zucchero nell’isola di Madeira. Però il rappresentante dei Centurione in Portogallo, Paolo de negro non invió a Colombo la somma necessaria per l’acquisto.
Circa un anno dopo Lodisio Centurione volle appurare le responsabilità dell’accaduto davanti ad un notaio a Genova.
In questo documento, che risulta essere stato scritto il 25 agosto 1479, Colombo appare come testimone nella disputa tra Lodisio Centurione e i fratelli Paolo e Cassano de Negro.
Il futuro ammiraglio dichiara, sotto vincolo di giuramento, di essere cittadino genovese:

“Cristoforus Columbus, civis Januae”

ossia:

“Cristoforo Colombo, cittadino di Genova”

Coloro i quali contrastano la genovesità dell’Ammiraglio del Mare Oceano, sostengono che il Cristoforo Colombo figlio di Domenico e di Susanna Fontanarossa, non ha nulla a che vedere con il Cristóbal Colon, Almirante del Mar Oceano.
Di solito aggiungono, essendo male informati, che Cristóbal Colon non avrebbe mai scritto nulla sulle sue origini genovesi.
In generale Colombo, fin da quando si stabilì in Spagna, non rinnegò mai le sue origini, però tentò di divulgarle il meno possibile, perché il semplice fatto di essere straniero ostacolava i suoi progetti.
Una delle prove del fatto che Cristoforo Colombo e Cristóbal Colon siano stati la stessa persona é proprio il Documento Assereto, che oltre a sancire la genovesitá di Cristoforo Colombo, prova il fatto che lui stesso si trovasse a Madeira nel 1478. Ma è assodato che Cristóbal Colon stesso si trovasse a Madeira in quegli anni, isola dove conobbe la sua prima sposa, Felipa Moniz Perestrelo.
Comunque in due scritti il Colon ormai ammiraglio menziona le sue origini.
Nello scritto “Institución de Mayorazgo”, il 28 febbraio 1498 ordina al figlio Diego di farsi carico del mantenimento di un membro della famiglia a Genova:

“Que tenga allì casa y mujer…como persona legada a nuestro lineaje, pues de aì salì y en ella nazì”

Ossia:

“Che possa avere casa e sposa…siccome è una persona del nostro lignaggio, in quanto da li sono partito e in quella città sono nato”.

Il secondo documento che lega indissolubilmente il Colombo genovese al Colon Almirante è una lettera ai Protettori delle Compere di San Giorgio (Genova), del 2 aprile 1502:

“Bien que el cuerpo ande acà, el corazón está allí de continuo”.

Ossia:

“Anche se il corpo viaggia per di quà, il cuore sta là continuamente”.

Un ultimo, importante documento è l’atto del notario Giovanni Battista Peloso davanti al quale comparvero i tre figli di Antonio Colombo (fratello di Domenico, padre di Cristoforo).
Matteo, Amighetto e Giovanni dichiararono di compromettersi a dividere in parti eguali i costi che avrebbe dovuto sostenere Giovanni per andare a trovare suo cugino, Cristobal Colon, almirante del rey de España.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

Bibliografia:
Nuova raccolta colombiana: i documenti genovesi e liguri A.Agosto

Webgrafia:
http://www.treccani.it/enciclopedia/cristoforo-colombo_%28Dizionario-Biografico%29/

giovedì 7 ottobre 2010

L’origine della sequenza settimanale universale


Tutti noi sappiamo che i nomi dei giorni della settimana derivano dall’osservazione dei corpi celesti da parte di antichi astronomi.  
I sette corpi celesti visibili ad occhio nudo, che variano la loro posizione nel cielo (mentre invece le stelle sono “fisse”), sono: sole, luna, marte, mercurio, giove, venere e saturno. 
Vi è però una questione che a tutt’oggi rimane irrisolta: la particolare disposizione dei giorni all’interno della settimana che ancora non è stata spiegata con certezza. 
Per quanto riguarda la durata di sette giorni, si sono avanzate varie ipotesi, ma la più probabile è che nell’antichità, probabilmente durante l’era dei sumeri o più anticamente, nel periodo anti-diluviano, ci si rese conto, osservando la luna, che essa impiega un tempo di 28 giorni per girare intorno alla terra. Questo tempo detto “fase lunare”, è composto da 4 periodi ciascuno di 7 giorni: luna piena, luna calante, buio di luna e luna crescente. 
Nella tradizione astrologica sumerica, egizia e greco-romana i nomi dei giorni della settimana derivano dai sette astri individuabili ad occhio nudo: il sole (considerato dio in molte antiche civiltà, ed associato ad Apollo nella cosmogonia greca e romana), o giorno del Signore (quindi Dominus in latino), si associò alla domenica, la luna, (associata alla dea Artemide nella cosmogonia greca e Diana in quella romana), corrisponde al giorno seguente, il lunedì, Marte (dio della guerra, Ares in Grecia), a martedì, Mercurio (messaggero degli dei, Hermes in Grecia) a mercoledì, Giove (divinità massima, Zeus in Grecia) a giovedì, Venere (dea dell’amore, Afrodite in Grecia) a venerdì,  e Saturno (o Crono in Grecia, dio dell’agricoltura) al sabato. 
Nell’antica tradizione astrologica indiana, i nomi dei giorni della settimana derivano esattamente dagli stessi astri: Surya (sole), Soma (luna) Mangala (marte), Budha (mercurio), Guru (giove), Shukra (venere), Shani (saturno). 
Anche nelle tradizioni cinesi, giapponesi, tibetane e coreane i nomi dei giorni della settimana derivano  dagli stessi astri, individuabili ad occhio nudo la cui posizione nel cielo cambia rispetto ad un osservatore situato sulla Terra. 
Per quanto riguarda invece la “sequenza settimanale”, le cose si complicano, in quanto la sequenza universalmente adottata: domenica, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, e sabato, non corrisponde né alla distanza del corrispondente astro dalla terra, nè alla sua grandezza o luminosità. 
E la cosa strana è che apparentemente, tutte le antiche culture, dalla cinese, all’indiana alla medio-orentale ed egizia, adottarono la stessa sequenza settimanale, il che costituisce di per sè un enigma. 
E’ possibile che l’identica sequenza settimanale sia stata adottata contemporaneamente da popoli così distanti tra loro? O forse vi è un origine comune anti-diluviana dalla quale poi sono derivate tutte le sequenze settimanali?
Per ora non c’è risposta a questa domanda, ma è interessante analizzare le teorie che portarono all’attuale sequenza settimanale. 
La prima teoria è quella dei “salti ogni tre astri”. Partendo dalla sequenza dell’astro visibile più lontano (secondo gli antichi) ovvero nell’ordine: 
saturno, giove, marte, sole, venere, mercurio, luna, si procede a saltare di tre in tre e si ottiene: saturno (sabato), sole (domenica), luna (lunedì), marte (martedì), mercurio (mercoledì), giove (giovedì), ed infine venere (venerdì). 
La seconda ipotesi assegna ad ogni ora del giorno (24 ore), il nome di un pianeta (sempre secondo lo schema dell’astro visibile più lontano, secondo gli antichi), partendo dalla prima ora (00-01), che viene assegnata a saturno (l’astro più distante), la seconda a giove, la terza a marte e così via, fino all’ultima ora del giorno (23-24) dedicata a marte. La prima ora del secondo giorno sarà dedicata pertanto al sole. 
Seguendo questo schema, si nota che, se la prima ora e il primo giorno si dedica a saturno (quindi sabato), il secondo giorno sarà dedicato al sole (quindi domenica), e la prima ora del terzo giorno sarà dedicata alla luna (quindi lunedì). Seguendo secondo questa logica si otterrà la sequenza settimanale che utilizziamo tutti. 
Questi due metodi ci sono stati tramandati dallo storico Cassio Dione nella sua Storia Romana. Secondo lo studioso Bickerman, invece fu il filosofo greco Celso che riportò nelle sue opere l’origine persiana dell’ipotesi che assegna ad ogni ora del giorno il nome di un pianeta.
Vi è però un altra teoria che spiega la sequenza settimanale universalmente adottata ed è molto interessante.  
L’esoterico peruviano Daniel Ruzo (1900-1991), che studiò a fondo l’altopiano di Marcahuasi in Perù, elaborò una teoria esoterica-alchemica, molto particolare. 
Secondo l’alchimia medievale (a sua volta derivata da quella egizia), ad ogni dio dell’antichità era associato un elemento. 
Saturno era associato al piombo, Giove allo stagno, Marte al ferro, Apollo (sole) all’oro, Venere al rame, Mercurio al mercurio, e Diana (luna), all’argento. 
Ora, se consideriamo il peso atomico di ogni elemento, otteniamo la seguente sequenza decrescente: 

piombo (Saturno, sabato), 82; mercurio (Mercurio, mercoledì), 80; oro (Apollo, domenica), 79; stagno (Giove, giovedì), 50; argento (Diana, lunedì), 47; rame (Venere, venerdì), 29; ferro (Marte, martedì), 26.

Applicando ora, a questa terza teoría, il metodo del “salto ogni due elementi”, otteniamo, partendo da Saturno: sabato, domenica, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: la sequenza settimanale universale. 
Come si vede vi sono varie teorie che spiegano l’ordine della “sequenza settimanale universale”, ma nessuna è accettata come quella vera e certa. Non sembra plausibile che le cosidette “prime civiltà” (sumeri, civiltà dell’Indo, cinesi), abbiano adottato all’unisono la stessa sequenza settimanale per puro caso. 
Più probabile è un origine comune di detta sequenza, forse durante il periodo anti-diluviano.

YURI LEVERATTO
Copyright 2010

Foto: Mappa mondo babilonese (500 a.C.)

Bibliografia: Daniel Ruzo, Marcahuasi la historia fantastica de un descubrimiento (1974).

giovedì 18 febbraio 2010

Francisco de Orellana, governatore dell’Amazzonia


Nei primi giorni del 1543 Francisco de Orellana stava ritornando in Europa, dopo il suo fantastico viaggio durante il quale scoprì il Rio delle Amazzoni.
Il battello dove viaggiava il capitano Orellana però non approdò in Spagna ma bensì in Portogallo, a Lisbona.
Quale fu il motivo di questo cambio di piano? Forse per ragioni commerciali si doveva fare scalo a Lisbona. Alcuni storici sostengono invece che fu Orellana a volere un’udienza con João III, il re del Portogallo.
Orellana era convinto di dover offrire le terre da lui scoperte al suo re Carlo V, ma sapeva come andavano le cose al Consiglio delle Indie (Consejo de Indias), l’organo della Corona di Spagna predisposto al governo e all’amministrazione del Nuovo Mondo. Una volta giunto in patria, avrebbe dovuto affrontare mille difficoltà, per poter convincere il re e i suoi burocrati ad affidargli il comando di una spedizione per la conquista e il governo di un area grande quasi come l’intera Europa. La sua udienza con il re del Portogallo, serviva proprio a facilitare le sue richieste con Carlo V. Il re João III gli offrì di partecipare ad un impresa al comando di navi portoghesi, ma lui rifiutò, riservandosi di accettare in seguito.
In realtà Orellana stava tentando di guadagnare credito presso la Corona di Spagna, in quanto il re Carlo V sarebbe venuto a conoscenza della sua udienza con il re lusitano. Il capitano avrebbe potuto dimostrare che aveva già una proposta del sovrano del Portogallo, per rendere più “vendibile” la sua richiesta.
C’era però un altro punto, rilevante, che Orellana non ignorava: il trattato di Tordesillas. Secondo questo concordato, approvato nel 1494, il papa spagnolo Alessandro VI aveva diviso il mondo tra Spagna e Portogallo lungo il meridiano di 46 gradi: le terre a ovest di tale linea sarebbero state di proprietà della Spagna, quelle a est del Portogallo. Non era chiaro però dove cadesse esattamente quella demarcazione e se l’estuario del Rio delle Amazzoni risultasse essere d’influenza spagnola o portoghese.
Orellana si presentò al sovrano del Portogallo anche perché pensò che se in seguito si fosse dimostrata l’influenza portoghese sull’Amazzonia o su parte di essa lui avrebbe già potuto contare sulla proposta del re.
L’ultimo motivo per il quale Orellana chiese un’udienza con il monarca lusitano fu forse il più importante. Sapeva che Gonzalo Pizarro lo aveva screditato di fronte alla Corona, dipingendolo come un traditore. Forse le rimostranze di Pizarro erano già arrivate alle orecchie del re Carlo V. Se queste accuse fossero state provate e nel caso che lui non avesse potuto ribaltarle, aveva sempre la possibilità di partire con una spedizione portoghese.
Quindi Orellana si diresse a Valladolid, dove stava la corte del re di Spagna. Vi giunse durante il maggio del 1543 e chiese subito udienza con Carlo V.
Durante quei mesi il re era in guerra con i luterani, aveva iniziato delle querele con il papa e, contravvenendo i trattati di amicizia, aveva dato inizio al conflitto contro Francesco I, il sovrano di Francia. L’Europa intera era un guazzabuglio di confusione, fame, miseria e malattie.
Quando giunse al cospetto del re, Orellana descrisse gli immensi territori scoperti e attraversati. Le notizie del fiume colossale, dei numerosi indigeni che vi vivevano e delle straordinarie ricchezze che foreste enormi potevano racchiudere, incuriosirono Carlo V, che ascoltava attento il resoconto del capitano.
Siccome Carlo V doveva viaggiare al più presto in Germania, dispose che il Consiglio delle Indie investigasse sul viaggio del capitano estremegno, anche in considerazione delle lettere che erano giunte a corte da Gonzalo Pizarro.
Il Consiglio delle Indie esisteva da circa venti anni. Aveva una giurisdizione civile e militare sul Nuovo Mondo e s’avvaleva anche di un rappresentante diplomatico davanti al pontefice.
I suoi funzionari erano scettici, soprattutto su un punto: l’estuario del fiume ricadeva sotto l’influenza spagnola o portoghese? E per di più alcuni si dimostravano diffidenti nei confronti di Orellana, soprattutto dopo aver letto la lettera di Pizarro, datata 3 settembre 1542, che lo screditava. Eccone un estratto:

...E avendo camminato seguendo il corso del Rio Coca, come le guide ci indicarono, mi resi conto che nella zona non c’era abbondanza di cibo. E siccome i miei uomini erano stanchi e affamati mi misi a pensare come risolvere la situazione, che era disperata. Il capitano Francisco de Orellana si avvicinò, e mi disse che le guide avvisavano che per vari giorni non si sarebbe trovato cibo, fino a un luogo chiamato “unione dei due fiumi”, dove il Coca confluiva nel Rio de la Canela, oltre quel punto le guide dicevano che vi erano villaggi e molto cibo. Mi accertai di queste parole parlando io stesso con i nativi e verificai che erano vere. A questo punto il capitano Orellana mi disse che, per servire Sua Maestà e per amore verso di me, avrebbe proseguito lungo il fiume con il brigantino con il proposito di trovare cibo e quindi sarebbe tornato controcorrente per rifornire e soccorrere il resto delle truppe. Disse che sarebbe tornato al massimo in dodici giorni. Io confidai in lui, perché era il mio tenente e gli ordinai che per nessun motivo avrebbe potuto tardare più di dodici giorni.
Confidando in lui gli affidai il comando del brigantino, con 57 uomini e archibugi e balestre. E così partì. Non obbedendo al servigio che doveva a Vostra Maestà e quello che doveva fare come gli era stato ordinato, invece di portare del cibo, proseguì la navigazione senza lasciare nessun messaggio…senza che noi avessimo nessuna notizia di lui fino a oggi…

Orellana consegnò ai burocrati del re i vari atti che erano stati firmati nel corso del viaggio: la nomina di scrivano di Francisco de Isasaga e la dichiarazione dei suoi uomini che lo eleggevano unico comandante della spedizione.
Con questi documenti voleva dimostrare che non aveva agito in mala fede, volendo attribuirsi la gloria della scoperta, ma era stato costretto a proseguire la navigazione per l’impossibilità di ritornare indietro dal suo comandante Gonzalo Pizarro. Se lo avesse fatto, non solo avrebbe messo in pericolo le vite dei suoi uomini, ma non avrebbe potuto nemmeno portare cibo al resto della spedizione perché durante quei giorni le provviste si sarebbero imputridite: sarebbe stata un’impresa senza possibilità di successo.
I funzionari del Consiglio delle Indie chiesero a Orellana di scrivere un circostanziato rendiconto del viaggio, che includesse i motivi che lo spinsero a partire. Inoltre gli chiesero di chiarire quali fossero le sue richieste.
Nel resoconto si nota come Orellana descrisse la possibilità di portare la fede cattolica ai nativi dell’Amazzonia. Questo argomento era molto importante per trovare sostenitori tra i funzionari del re. Ecco una parte del suo rapporto:

…per servire Dio e Vostra Maestà, scoprire quelle immense terre e portare la conoscenza della nostra Santa Fede Cattolica a quelle genti e sottoporle al dominio di Vostra Maestà e della Corona Reale del regno di Castiglia e Leon, affrontando pericoli e senza alcun interesse di parte, mi avventurai per scoprire quelle terre…
Quei territori sono così grandi e tante genti vi contengono, che potranno venire a conoscere la Santa Fede Cattolica, e la maggior parte di loro sono uomini ragionevoli e timorosi di Dio.
Supplico Vostra Maestà di concedermi il governo di detto territorio in modo che lo possa conquistare e popolare nel nome di Sua Maestà Re Imperatore dei Cristiani, Carlo V…

Orellana dovette attendere molti mesi. Il Consiglio delle Indie aveva tempi lunghissimi, perché doveva analizzare tutti i documenti e valutare se fosse economicamente vantaggioso per la Corona di Spagna intraprendere una spedizione così difficile. Oltre a ciò si stava attendendo il parere di alcuni cosmografi che dovevano appurare se l’estuario del Rio delle Amazzoni cadesse sotto l’influenza spagnola o portoghese. Orellana viaggiò a Trujillo, suo paese natale, rivide sua madre e ne conobbe il nuovo marito, il mercante Cosme de Chaves, che gli promise di aiutarlo, se avesse ottenuto l’ambito contratto.
Orellana però sapeva che, anche se avesse conseguito l’autorizzazione dalla Corona, non era sicuro che il Consiglio delle Indie gli avrebbe concesso i mezzi economici per organizzare la nuova spedizione. Viaggiò dunque a Siviglia nella speranza di mettersi in contatto con mercanti e finanziatori.
In uno di questi viaggi conobbe Ana de Ayala, una bellissima ragazza di bassa estrazione sociale della quale s’innamorò.
Nei mesi successivi fu nuovamente interrogato dai funzionari reali, che, pochi giorni dopo, diedero parere positivo per concedergli la possibilità di tornare in Amazzonia, con una spedizione patrocinata dalla Corona.
Che cosa spinse i burocrati del re a stringere i tempi della decisione?
Probabilmente giunsero notizie dal Portogallo che il re lusitano stava pensando di autorizzare una spedizione e darne il comando a un misterioso esploratore che aveva viaggiato nei pressi dell’estuario del Rio delle Amazzoni. L’ambasciatore spagnolo comunicò segretamente che a Lisbona si stava preparando un armata per risalire il grande fiume.
Il piano di Orellana era riuscito. Aver comunicato al re João III il resoconto di viaggio fu determinante, perché persuase i consiglieri delle Indie a inviare al principe Filippo una lettera favorevole. Eccone un estratto:

Secondo la relazione di Orellana su questo fiume e questa terra che dice aver scoperto, che potrebbe essere terra ricca e Vostra Maestà potrebbe essere servito e la Corona Reale accresciuta…siccome tre o quattro anni fa il Re del Portogallo aveva organizzato un’armata per scoprire quelle terre, e inoltre si venne a sapere che in seguito a questa nuova scoperta si sta preparando una nuova armata, e che anche la Corona di Francia si starebbe organizzando per conquistare detti territori delle Indie, la maggior parte del Consiglio crede che sia conveniente che le coste di detto fiume siano conquistate, popolate e occupate da Vostra Maestà e che le genti di quelle terre siano avvicinate alle cose di Nostra Santa Fede Cattolica, e che questa conquista sia assegnata al Capitano Orellana, in quanto fu lui a scoprirle e ad avere per primo notizie di quelle terre.

Il principe Filippo, una volta ricevuta questa missiva, si consultò con suo padre, il re. Il 13 febbraio 1544 consegnò a Orellana un contratto da lui firmato, con il quale il capitano estremegno veniva dichiarato governatore della Nuova Andalusia (così fu detto il bacino amazzonico). Eccone un estratto:

Il Principe:
In quanto a voi capitano Francisco de Orellana, che avete raccontato di aver servito il Re Imperatore mio signore nella pacificazione del Perú, e che siete partito agli ordini di Gonzalo Pizarro lasciando Quito per esplorare la valli della cannella, e che avete investito nell’impresa cavalli, armi ed equipaggiamento per un valore di quarantamila pesos (1), ed essendo voi andato con alcuni compagni lungo il fiume a cercare cibo, e non potendo voi tornare indietro a causa della corrente, decideste, affrontando pericoli, senza nessun interesse, solo per servire Sua Maestà, di avventurarvi lungo quel fiume e così scopriste molte poblazioni, e che consegnaste al Consiglio delle Indie una relazione di detto viaggio; e che voi per il desiderio che avete di servire Sua Maestà e che la Corona Reale sia aumentata includendo dette terre, e che la gente che vive lungo quel fiume e in quelle terre venga illuminata delle cose di Nostra Santa Fede Cattolica, potete tornare a dette terre per continuare a esplorarle e popolarle, e potete portare con voi trecento uomini spagnoli, di cui cento a cavallo, e il materiale che sia necessario per costruire barche, e otto religiosi perché si occupino di convertire e istruire i nativi di dette terre, tutto ciò pagato da voi, senza che Sua Maestà né i Re che verranno dopo di lui siano obbligati a pagarvi le spese per organizzare la spedizione.
E siccome mi supplicaste di assegnarvi il governo di dette terre, decisi di firmare il presente contratto: innanzitutto che sarete obbligato a scoprire e popolare dette terre che saranno chiamate Nuova Andalusia, e le annetterete al regno di Castiglia e Leon. Vi impegnerete a non trasportarvi nessun indigeno delle nostre Indie, in caso contrario riceverete una multa di diecimila pesos d’oro. Dovrete costruire due città, la prima all’entrata del grande fiume, dove voi riterrete più idoneo, e la seconda all’interno del fiume, in zone ricche di cibo e abitate da indigeni mansueti;
Dovrete entrare nelle bocche di detto fiume con almeno due navi, e persuadere i nativi ad accettare il governo della Corona di Spagna.
In ogni caso non dovrete far guerra ai popoli tribali ma convincerli senza mai venire a rottura con essi, e dovrete inviare i religiosi in modo che siano istruiti delle cose di Nostra Santa Fede Cattolica.
Se qualcun altro Governatore o Capitano fosse arrivato prima di voi in dette terre, che sono di vostra competenza, dovrete comunicarlo al Consiglio delle Indie;
Siccome tra il Re Imperatore mio signore, e il serenissimo Re del Portogallo vi sono alcuni contratti e accordi sulla divisione delle Indie, vi ordino di non entrare nelle terre spettanti al Portogallo.
Se voi farete e compirete ogni cosa sopra menzionata, rispettando le leggi della Corona e le nuove ordinanze di Sua Maestà, promettiamo di concedervi i seguenti titoli e benefici:
Do licenza e facoltà a voi, capitano Francisco de Orellana, che per Sua Maestà e nel nome della Corona Reale di Castiglia e Leon potrete esplorare e popolare la costa del grande fiume, nella parte sinistra della sua bocca, essendo dentro i limiti della giurisdizione di Sua Maestà.
Quindi per onorare la vostra persona, vi concediamo il titolo di Governatore e Capitano Generale a vita delle terre da voi scoperte in detta costa nella riva sinistra di detto fiume, su duecento leghe di costa, che voi deciderete in un tempo non superiore ai tre anni dal vostro arrivo, vi concediamo un salario di cinquemila ducati(2) all’anno a partire dal giorno che salperete da San Lucar de Barrameda per iniziare il vostro viaggio; Inoltre vi riconosciamo i titoli di Adelantado (3) e Alguacil Mayor (4) delle terre da voi scoperte, questi titoli passeranno all’erede che voi nominerete.
Avrete diritto di costruire due fortezze di pietra nelle terre che voi riterrete più opportune che serviranno per la pacificazione di dette province. Una volta edificate vi saranno consegnati centocinquantamila maravedis(5) all’anno per la conduzione d’ognuna. Vi concedo la dodicesima parte di tutte le rendite e di tutti i proventi che Sua Maestà otterrà dalle terre e province che voi scoprirete e popolerete. Questa concessione la faccio per voi e i vostri eredi in perpetuo. Vi autorizzo a passare attraverso i domini del Portogallo nelle isole di Capo Verde o Guinea per il viaggio e potrete portare con voi otto schiavi negri. Per dieci anni dalla firma di detto contratto vi esentiamo al pagamento di imposte e gabelle per ogni cosa che trasporterete e che servirà alla costruzione delle vostre case.
Inoltre, siccome il Re Imperatore mio signore, ha firmato alcune leggi per il rispetto degli Indios, vi ordino che né voi né alcuna persona che viaggerà con voi dovrà prendere per moglie una nativa già sposata, né il loro oro, né l’argento, né pietre preziose, né cotone, né altra cosa se non riscattandola o pagandola con altra merce di ugual valore, in caso contrario sarete soggetto alla pena di morte.
Per nessun motivo dovrete far guerra agli indigeni, neppure se la causa fosse la loro, in questo caso difendetevi con la giusta moderazione. Solo così si convinceranno che noi solo indottriniamo e insegniamo le cose di Nostra Santa Fede Cattolica…Io, il Principe.

Il concordato fu consegnato a Orellana dal segretario del re e gli fu detto che avrebbe avuto cinque giorni per leggerlo e apporre la sua firma per accettazione.
Finalmente aveva ottenuto l’agognato accordo. Anche lui poteva ambire alla gloria di Colombo, Cortes o Pizarro, anzi più di loro: i territori amazzonici erano sterminati, sarebbe stato il governatore più potente d’America e nessuno, a parte il re, avrebbe potuto interferire con la sua autorità.
Più tardi però, leggendo con attenzione il contratto, si rese conto che la sua avventura era tutta in salita: infatti la Corona gli dava un appoggio formale, concedendogli i titoli di governatore, capitano generale, adelantado e alguacil, ma non gli forniva i mezzi economici per intraprendere la spedizione. Non gli metteva a disposizione navi, artiglieria, né armi leggere.
Non gli somministrava derrate, equipaggiamento, né piloti esperti, marinai o carpentieri. Il principe gli aveva accordato un salario di cinquemila ducati annui, ma solo dalla data della sua partenza. Inoltre gli aveva assegnato un dodicesimo di tutte le rendite e proventi derivanti dallo sfruttamento delle terre da lui conquistate: una somma potenzialmente enorme, se si considera la vastità dell’Amazzonia, ma tutto ciò era ipotetico, non reale. Il principe gli ordinava di salpare con trecento spagnoli, di cui cento a cavallo, ma era lui che aveva il compito di reclutare questi uomini, che avrebbero dovuto partire per una terra sconosciuta e pericolosa senza un salario certo.
L’impresa era difficilissima. Per un attimo pensò che forse avrebbe dovuto rifiutare, e partire per conto del re del Portogallo, che gli aveva promesso mezzi economici e un esercito di soldati ben armati, oltre a carpentieri, fabbri, piloti esperti. Però quell’impegno risaliva ormai a un anno prima, e non c’era nulla di certo. Se avesse respinto l’offerta del Principe, non solo avrebbe perso l’occasione della sua vita, ma non sarebbe stato sicuro neppure di poter ottenere un nuovo accordo con il Portogallo. Per di più sarebbe stato accusato di tradire la patria. Avrebbe venduto la sua Amazzonia e il suo fiume a una potenza straniera.
Decise di firmare quel documento. Poi avrebbe lottato con banchieri, finanziatori e mercanti per trovare i mezzi economici per intraprendere l’avventura. Gli uomini li avrebbe trovati, se necessario avrebbe reclutato disperati e delinquenti, promettendo loro terra e ricchezza.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

Foto principale: Una pagina del contratto tra la Corona di Spagna e Francisco de Orellana, del 13 febrero 1544. (España. Ministerio de Cultura. Archivo General de Indias. AGI, Patronato, 28, R.16, Capitulaciones de Francisco de Orellana).

Bibliografia:
Ramusio, Giovanni Battista (comp.) (1606). Delle Navigationi et Viaggi. Tomo 3.
Fernández de Oviedo, Gonzalo (1855). José Amador de los Ríos, ed. Historia general y natural de las Indias, islas y tierra-firme del mar océano. Tercera parte. Tomo IV.

Note:
(1) Dopo il 1497 il peso era una moneta d’argento di 27 grammi.
(2) Nell’impero spagnolo il ducato era una moneta d’oro del peso di 3,6 grammi.
(3) Adelantado significava “primo arrivato”.
(4) Alguacil Mayor voleva dire “ufficiale superiore di giustizia”
(5) Il maravedí era una moneta di conto, nel XVI secolo. 350 maravedis equivalevano a un ducato.

venerdì 18 dicembre 2009

Le più antiche cronache dell’Amazzonia, del navigatore fiorentino Amerigo Vespucci, nel 1499


Per alcuni storici il genovese Cristoforo Colombo non fu altro che uno scaltro avventuriero capace di convincere i regnanti di Spagna a finanziare le sue imprese nel nome della Fede in Cristo, quando in realtà era spinto da brame di ricchezza e potere. Per altri, fu l’iniziatore del vile commercio d’indigeni, che furono inviati in catene in Spagna e venduti come schiavi. In ogni caso l’Ammiraglio del Mare Oceano ebbe il merito di aprire per primo la nuova rotta oceanica, ma non comprese totalmente l’importanza delle sue scoperte. 
Il navigatore fiorentino Amerigo Vespucci invece, non era spinto dalla smania di trovare una rotta per le Indie né dalla foga di appropriarsi d’oro e pietre preziose. La sua mente era libera.
Nei suoi viaggi acquisì informazioni preziose che, sommate alle sue conoscenze geografiche, lo convinsero di essere al cospetto di un nuovo continente. Per queste ragioni, e per la sua apertura mentale, il fiorentino Vespucci può essere considerato il primo uomo dell’era moderna.
Durante il suo primo viaggio (maggio 1497-ottobre 1498), il navigatore toscano descrisse le attuali coste venezuelane e la penisola della Guajira, facente parte oggi della Colombia. Si addentrò all’interno di una laguna e notò alcune casupole presso la costa. Ecco la sua descrizione tratta dalla Lettera di Amerigo Vespucci sulle isole nuovamente trovate in quattro dei suoi viaggi (1504). 

E seguendo da lì sempre la costa, con varie e diverse navigazioni e trattando in tutto questo tempo con molti e diversi popoli di quelle terre, infine, dopo alcuni giorni, giungemmo ad un certo porto nel quale Dio volle liberarci di grandi pericoli. Entrammo in una baia e scoprimmo un villaggio a modo di città, collocato sopra le acque come Venezia, nel quale vi erano venti grandi case, non distanti tra loro, costruite e fondate sopra robusti pali. Davanti agli usci di codeste case vi erano come dei ponti levatoi, per i quali si passava da una all’altra, come se fossero tutte unite.

Il nome “Venezia” fu usato successivamente, nel vezzeggiativo “Venezuela”, per denominare l’enorme territorio che stava al di là di quella laguna.
Verso la fine del 1498, quando il fiorentino rientrò a Siviglia, città dove risiedeva da ormai 7 anni, pensò subito di partecipare ad un’altra spedizione. La smania di conoscere il mondo, e di verificare se le nuove terre scoperte facessero parte dell’Asia o fossero realmente un nuovo continente, non gli dava pace. Vespucci era un uomo di scienza, e prima di trarre delle conclusioni affrettate voleva riconsiderare nuovamente le osservazioni che fece durante il primo viaggio. Aveva descritto i nativi, che secondo lui non erano come gli asiatici, descritti da Marco Polo nel Milione, e aveva notato una fauna e flora alquanto diversa da quella riferita dal celebre veneziano. Forse le terre scoperte erano un Nuovo Mondo, distinto dall’Asia, ma ancora non ne era sicuro.
Quando seppe che il castigliano Alonso de Ojeda stava per organizzare un viaggio per le Indie (così venivano chiamate allora le terre esplorate da Cristoforo Colombo), e che soprattutto il cantabrico Juan de la Cosa sarebbe stato il comandante in seconda dell’impresa, si interessò nel partecipare alla spedizione.
Siccome in quel periodo Amerigo Vespucci era agente dei Medici nella città di Siviglia e aveva contatti con persone autorevoli come Giannotto Berardi è possibile che l’influente comunità fiorentina si sia occupata di armare almeno due delle tre navi.
Partirono il 18 maggio 1499 dal porto di Santa Catarina, vicino a Cadice. Dopo aver toccato le isole Canarie fecero rotta a sud-ovest, non verso La Española, ma in direzione della terraferma.
Ojeda era convinto che il favoloso regno del Catai fosse più a sud di quel che pensasse Colombo, e credeva di riuscire a trovarlo prima dell’ammiraglio genovese. Nei suoi discorsi imbevuti di brama di potere e cieca avidità pensava di potersi impossessare facilmente di quei regni asiatici e riuscire dove l’Ammiraglio aveva fallito. Il fiorentino e il cantabrico lo ascoltavano perplessi, in quanto la loro visione del mondo, più moderna e attenta alla geografia, metteva in luce molte più difficoltà per raggiungere le Indie.
Avvistarono terra dopo 24 giorni di mare e approdarono nelle attuali coste della Guayana, nelle vicinanze del Rio Damerara. Navigarono poi verso nord, fino al golfo di Paria, dove visitarono alcuni villaggi tribali. Vespucci si rese presto conto di chi fosse Ojeda. Lo spagnolo pretendeva i monili d’oro dei nativi e non esitava a usare la forza per appropriarsene. Anche Juan de la Cosa non gradiva il comportamento così spavaldo e avido del comandante castigliano.
Vespucci decise di separarsi dalla nave di Ojeda e di proseguire verso sud-est. Esistono varie interpretazioni di questa decisione. Alcuni dicono che fu causata da disaccordi con il castigliano; secondo altri, essendo il toscano già esperto della costa a ovest del golfo di Paria, che aveva visitato nel primo viaggio, decise di esplorare quella a est, per lui sconosciuta. Nel suo viaggio verso sud-est, costeggiando l’attuale Guayana e il Brasile, individuò per primo l’estuario del Rio delle Amazzoni e fu colpito dal colore dell’acqua marrone e dal suo sapore dolce anche in mare fino a decine di chilometri al largo.
Nelle sue Lettere, il fiorentino descrisse la scoperta di due grandi fiumi che corrispondono probabilmente alle due bocche principali del Rio delle Amazzoni:

Credo che questi due fiumi siano la causa dell’acqua dolce nel mare. Accordammo entrare in uno di essi e navigarvi attraverso fino ad incontrare l’occasione di visitare quelle terre e poblazioni di gente; preparate le nostre barche ed approvvigionamenti per quattro giorni con venti uomini ben armati ci mettemmo nel fiume e navigammo a forza di remi per due giorni risalendo la corrente circa diciotto leghe, avvistando molte terre. Navigando così per il fiume, vedemmo segnali certissimi che l’interno di quelle terre era abitato. Poi decidemmo di tornare alle caravelle che avevamo lasciato in un luogo non sicuro e così facemmo.

Quindi continuò verso sud giungendo fino al Cabo di San Agustin. Durante la navigazione di rientro, con rotta nord-ovest, Vespucci scorse una insenatura, un porto naturale, all’entrata della quale vi era un’isola. Secondo alcuni ricercatori si trovava al largo della baia dove oggi sorge l’odierna San Luis de Maranhao. Dopo essere stati circondati dalle canoe d’indigeni aggressivi ci fu una scaramuccia e due nativi vennero presi prigionieri. Quindi gli europei approdarono e sbarcarono presso una spiaggia dove vi erano numerosi autoctoni. Ecco il racconto del fiorentino tratto dalle sue Lettere:

Liberammo quindi uno dei due prigionieri e tentammo di dare loro segni d’amicizia. Gli regalammo varie campanelle, collanine e specchi, e manifestammo loro il desiderio che lor tutti abbandonassero la paura, in quanto volevamo essere amici loro; in effetti alcuni di loro s’inoltrarono nella selva e quindi tornarono dopo alcuni minuti, portando con loro tantissime persone, circa 400 tra uomini e donne.
Questa gente s’approssimò a noi senz’armi e, una volta stabilito rispetto e stima reciproca, liberammo l’altro prigioniero e riconsegnammo la loro canoa. Questa canoa era fabbricata magistralmente e scavata in un solo tronco d’albero: era lunga circa 26 passi e larga due braccia. Dopo averla collocata in un luogo sicuro del fiume, scapparono tutti, dimostrando di non voler avere più rapporti con noi, strana azione che ci fece conoscere la loro mala fede e il loro carattere. Qualche istante prima avevamo notato che alcuni di loro indossavano vari orecchini e collanine d’oro.

Successivamente la nave comandata da Amerigo Vespucci si diresse verso nord navigando per circa 80 leghe (400 chilometri), e giunse presso alcune insenature che probabilmente corrispondono alle coste antecedenti al Parà, una delle due disimboccature principali del Rio delle Amazzoni. Ecco il racconto direttamente dalle Lettere del fiorentino:

Lasciando quelle coste e navigando verso nord-ovest trovammo un’insenatura sicura per le navi, ed entrandovi potemmo scorgere una gran moltitudine di gente, con la quale provammo ad instaurare un rapporto d’amicizia. Più tardi potemmo visitare alcuni dei loro villaggi, dove fummo ricevuti con la massima cortesia. Scambiammo ben 500 perle per un solo campanellino, però poi consegnammo loro un po’ d’oro per compensare il baratto. In questo paese bevono vino ottenuto da frutta e cereali, tipo il sidro o la birra chiara o scura. Il più buono è quello che fanno con le mele, e con altra strana frutta succosa e rigogliosa, che abbiamo mangiato in abbondanza, essendo giunti nella stagione opportuna. Quest’isola abbonda delle cose necessarie per la vita e la gente che la abita è educata e gentile, oltre ad essere pacifica, qualità rara tra i nativi di dette coste. Ci fermammo 17 giorni in quel porto, e ogni giorno ricevemmo vari gruppi di nativi che si meravigliarono molto dei nostri volti e della nostra pelle bianca, dei vestiti e soprattutto, della grandezza delle nostre navi. Ci riferirono che verso occidente vi era una nazione nemica, dove si producevano numerosissime perle, e ci dissero che quelle che avevano le strapparono ai loro nemici durante la guerra. Inoltre ci spiegarono come si originano le perle e ci rendemmo conto che ci stavano dicendo il vero…

Da questi racconti si evince che i navigatori europei vennero in contatto a volte con indigeni bellicosi e violenti, forse di origine Caribe, altre volte (approssimandosi all’estuario del Rio delle Amazzoni), conobbero etnie amichevoli e curiose (probabilmente Arawak).
In seguito, Vespucci e i suoi uomini, proseguendo verso nord-ovest, s’imbatterono in un popolo aggressivo e violento che oppose resistenza al loro sbarco. Si decise di continuare verso nord-ovest. Dopo aver navigato circa 15 leghe, si avvistò un’isola enorme e si decise di approdare per rendersi conto se fosse abitata. Per alcuni storici e cartografi si tratta dell’isola di Marajò, la grande isola fluvio-marina che si trova proprio al centro dell’immenso estuario del Rio delle Amazzoni. Ecco nuovamente il racconto del fiorentino:

Avvicinandosi a detta isola con grande celerità, incontrammo gente bestiale e ignorante, però allo stesso tempo era la più pacifica e benigna tra quelle fino ad allora trovate; ed ecco i loro usi e costumi: il loro volto e corpo sono animaleschi. Tutti hanno la bocca piena d’una strana erba verde che ruminano, come fossero animali, cosicché difficilmente possono articolar verbo. Avevano anche alcuni recipienti tipo zucche legati al collo, alcuni di essi pieni di detta erba, altri pieni di una farina bianca simile a gesso, e con un bastoncino che insalivavano, si portavano alla bocca detta farina di gesso per poi masticarla insieme all’erba verde. Questa operazione veniva ripetuta frequentemente e lentamente. Questa gente si dimostrò così familiare che era come se li avessimo conosciuti da tempo. Camminando con loro nella spiaggia ci intrattenemmo in amabili conversazioni. Quando desiderammo bere acqua fresca, ci fecero capire a segni che nell’isola mancava quasi del tutto e ci offrirono l’erba e la farina che ruminavano di continuo; da ciò capimmo che usavano quella pianta proprio per non sentire la sete…Sono grandi pescatori e hanno grand’abbondanza di pesci. Ci regalarono molte tartarughe e altri tipi di pesce fresco e saporito.

Analizzando questo racconto si deduce che i nativi dell’isola Marajò (forse i discendenti dell’antico popolo dei Marajoara?), facevano largo uso della coca, che mischiavano con una polvere ricca di calcio, proprio esattamente come fanno oggi i Kogui della Sierra Nevada di Santa Marta, o gli Ashaninka dell’Ucayali.
Il navigatore toscano tornò poi verso nord, dove riconobbe le foci di un grande fiume, l’odierno Orinoco, toccò Trinidad e fece tappa nell’isola di La Española.
Contemporaneamente Alonso de Ojeda e Juan de la Cosa avevano percorso la costa nord del Venezuela, individuando l’isola di Trinidad e quella dei Giganti, così chiamata per aver osservato uomini di grande statura, che corrisponde forse all’attuale Curacao. Poi viaggiarono fino al Capo de la Vela e procedettero verso La Española. Quando vi arrivarono, con poco oro e alcuni schiavi ribelli e pericolosi, furono accolti con ostilità dai coloni dell’isola, tutti seguaci di Colombo, perché avevano viaggiato senza la sua approvazione. Il viaggio di ritorno in Spagna fu effettuato nel giugno del 1500.
Queste cronache hanno un’importanza enorme, non solo perché provano che Amerigo Vespucci fu il primo europeo che conobbe l’estuario del più grande fiume del pianeta, qualche mese prima della “scoperta” ufficiale attribuita erroneamente a Vicente Yáñez Pinzón, ma soprattutto per le sue preziose descrizioni, che fanno luce su popoli fino ad allora completamente sconosciuti, probabilmente di etnie Caribe e Arawak.
Il navigatore toscano, fece altri due viaggi nel Nuovo Mondo, esplorando le coste meridionali dell’attuale Brasile e Argentina, fin quasi al famoso stretto, che fu scoperto da Magellano 18 anni dopo.
Fu il primo uomo che si rese conto di aver viaggiato al cospetto di un nuovo continente, distinto dall’Asia, come credette invece Cristoforo Colombo fino alla fine dei suoi giorni.
Qui di seguito si cita un passaggio dell’opera di Vespucci Mundus Novus, nella quale lui stesso riconosce di aver scoperto e descritto un nuovo continente:

Arrivai alla terra degli Antipodi, e riconobbi di essere al cospetto della quarta parte della Terra. Scoprii il continente abitato da una moltitudine di popoli e animali, più della nostra Europa, dell’Asia o della stessa Africa.

Fu il cosmografo tedesco Martin Waldseemuller a divulgare per primo le notizie del fiorentino nella Cosmographie Introductio, pubblicata nel 1507, in Lorena.
In seguito a quest’opera le nuove terre scoperte s’iniziarono a chiamare “Americus”, o “America”, in onore delle osservazioni fatte da Vespucci. Inizialmente con il termine “America” ci si riferì solo ai territori situati al sud dell’istmo di Panama, ma negli anni successivi lo si utilizzò anche per il nord del continente.
Nel 1508 Vespucci fu nominato da re Ferdinando Piloto Mayor de Castilla, titolo che lo riconosceva come il navigatore più esperto del regno di Spagna. Gli fu affidato il compito di selezionare e istruire i futuri piloti e cartografi, insegnando loro l’uso dell’astrolabio e la conoscenza dei venti.

YURI LEVERATTO
Copyright 2009

Foto:
Mappa del Brasile di Metellus (secolo XVI)

giovedì 19 novembre 2009

Storia della colonizzazione dell'Amazzonia



Il primo europeo che navigò nei pressi dell’estuario del Rio delle Amazzoni, fu il fiorentino Amerigo Vespucci.
Nel 1499 il navigatore toscano, che si era separato dalle navi comandate da Alonso de Ojeda presso il fiume Damerara, in Guayana, si diresse verso sud, esplorando la costa del Nuovo Mondo fino al Cabo de San Agustin. Nelle sue lettere a Lorenzo di Pier Francesco de Medici, Vespucci descrisse due fiumi enormi che sfociano nell’oceano (riferendosi alle due bocche principali del Rio delle Amazzoni). Raccontò anche come vivevano i gruppi di nativi della zona.
Vespucci fu quindi il primo relatore di geografia, popoli e fauna amazzonica. Secondo lui, gli indigeni erano numerosi, e vivevano in pace e armonia con la natura. Qui di seguito si riporta un passaggio di una delle sue lettere:

Credo che questi due grandi fiumi siano la causa dell’acqua dolce nel mare. Accordammo entrare in uno di questi e navigare attraverso di esso fino ad incontrare l’occasione di visitare quelle terre e poblazioni di gente; preparate le nostre barche ed approvvigionamenti per quattro giorni con venti uomini ben armati ci mettemmo nel fiume e navigammo a forza di remi per due giorni risalendo la corrente circa diciotto leghe, avvistando molte terre. Navigando così per il fiume, vedemmo segnali certissimi che l’interno di quelle terre era abitato. Quindi decidemmo di tornare alle caravelle che avevamo lasciato in un luogo non sicuro e così facemmo.

La successiva spedizione presso l’estuario del Rio delle Amazzoni fu guidata dallo spagnolo Vicente Yánez Pinzon, che era stato il comandante della Niña nel viaggio di Colombo del 1492.
Pinzon partì da Palos il 19 novembre 1499, al comando di quattro piccole caravelle. Il 26 gennaio del 1500, mentre la flotta navigava a cento chilometri dalla costa brasiliana, si rese conto di essere circondato d’acqua dolce. Pensò che doveva essere un grande corso d’acqua, che entrava prepotentemente nell’oceano. Individuò l’estuario pochi giorni dopo, e battezzò quel fiume Santa Maria de la Mar Dulce. Il viaggio di Pinzon fu descritto dallo storico milanese Pedro Martir de Angleria, nella sua opera, scritta in latino, Decadas de orbe novo. Eccone un estratto:

Scoprirono che da grandi montagne fluiva con enorme impeto un immenso fiume dalla corrente fortissima. Dissero che dentro di quel pelago vi sono numerose isole selvagge, ma ricchissime e con numerose poblazioni. Raccontarono che gli indigeni di queste regioni sono pacifici e sociali, però poco utili per le cose nostre, tanto che non ottennero da loro nessun guadagno sufficiente, come oro o pietre preziose. Per compensare il mancato guadagno, gli spagnoli si portarono con sé trenta schiavi indigeni. Gli indigeni chiamano questa regione Mariatambal, mentre quella situata ad Oriente del fiume si chiama Camamoro e quella ad Occidente dicesi Paricora. Gli indigeni indicarono che nelle regioni interne del fiume si trovavano grandi quantità d’oro.

Circa un mese dopo, un altro navigatore, Diego de Lepe, s’inoltrò nell’estuario per circa sessanta leghe. Venne a contatto con numerosi autoctoni e fu il primo a nominare “Marañon” il grande fiume, probabilmente utilizzando un termine indigeno.
Nel 1500, un grande cartografo e pilota, il cantabrico Juan de la Cosa, disegnò la prima mappa del Nuovo Mondo. In essa si nota l’imponente massa del continente sud-americano e la foce del Rio delle Amazzoni, com’era stata descritta dai primi navigatori.
Nel 1494, con il trattato di Tordesillas, una linea immaginaria (situata 370 leghe ad occidente delle isole di Capo Verde) aveva diviso il Nuovo Mondo in due parti: le terre ad ovest di essa erano di competenza spagnola, mentre le terre ad est (Brasile), erano d’influenza portoghese.
Pedro Alvarez Cabral prese ufficialmente possesso del Brasile nel 1500, ma la sua colonizzazione iniziò solo nel 1532, quando Alonso da Souza fondò la città di San Vicente e costruì alcuni avamposti militari nelle vicinanze delle attuali città di Salvador e Rio de Janeiro.
Teoricamente l’estuario del Rio delle Amazzoni, come tutto il suo immenso bacino, caddero sotto il dominio castigliano. Gli spagnoli però, nei primi trent’anni del secolo XVI non furono interessati a quel vasto territorio, per vari motivi.
Innanzitutto perché si trattava di una terra incognita, apparentemente priva di metalli pregiati, ma anche perché erano ossessionati dal cercare un passaggio che permettesse loro di raggiungere le “Isole delle Spezie”, situate in Asia, e poter contrastare così il predominio portoghese.
Il processo esplorativo che portò gli spagnoli alle Molucche, si concluse nel 1521, quando Magellano, dopo aver trovato il passaggio, situato a sud del continente, che permetteva di entrare nel Mare del Sud (Oceano Pacifico), giunse, dopo altri mesi di navigazione, nelle vicinanze delle agognate isole.
Intanto gli spagnoli avevano consolidato il loro dominio nell’istmo di Panama e si apprestavano a conquistare il favoloso regno di “Birù”, dove si diceva ci fossero immani ricchezze. In quell’epoca le conoscenze geografiche del Nuovo Continente erano ancora molto approssimative. A partire dal 1530, in seguito alla spedizione di Diego de Ordaz, che risalì il fiume Orinoco, divulgando poi notizie fantastiche, iniziarono a diffondersi varie leggende, come quella di una città d’oro nascosta nella giungla.
In quegli anni Francisco Pizarro stava conquistando il Perú e la gran parte delle sue truppe erano occupate negli scontri con gli Incas e con l’esercito di Diego de Almagro, suo rivale.
Negli anni successivi, le leggende di terre opulente furono ulteriormente ravvivate quando lo spagnolo Sebastián de Belalcazar, in marcia verso il nord del Perú, incontrò un nativo, che gli raccontò che uno dei cacique, di una terra situata più a nord, soleva addentrarsi in un lago su una zattera, con il corpo cosparso di polvere d’oro, gettandovi vari gioielli, per compiacere la Divinità. Il territorio di cui parlava l’indigeno era un altopiano situato nel centro dell’attuale territorio colombiano, dominio dei Muisca, che fu conquistato da Gonzalo Jiménez de Quesada nel 1537. Il lago, chiamato Guatavita, fu esplorato a fondo ma, a parte vari pezzi d’oro, non si trovò nessuna città nascosta.
La leggenda dell’El Dorado però, era ormai viva, e spinse altri avventurieri a cercare al di là dell’altopiano dei Muisca esplorando le valli dei fiumi Caquetà e Putumayo, affluenti del Rio delle Amazzoni.
In quegli anni Carlo V, per sdebitarsi con i banchieri tedeschi Wesler, dai quali aveva ricevuto dei prestiti, aveva concesso loro di sfruttare economicamente l’interno del Venezuela. I primi mercenari teutonici che si spinsero nell’odierna Amazzonia colombiana furono Jorge Espira e Felipe de Utre.
Questi ultimi esplorarono vasti territori, corrispondenti oggi ai dipartimenti colombiani del Meta, Guaviare e Caquetà, ma furono costretti a ripiegare verso nord in quanto vari attacchi d’indigeni sbarravano loro il passo verso le profondità della selva.
Il primo europeo che s’introdusse nella conca del fiume Madre de Dios, uno dei tributari del Beni, nel bacino del Madeira, fu Pedro de Candia, un luogotenente di Francisco Pizarro. Era alla ricerca della leggendaria città di Paititi, luogo mitico dove gli Incas avrebbero nascosto le loro ricchezze dopo la conquista spagnola del Perú.
In seguito ai racconti d’alcune sue concubine indigene, che gli descrissero una fertile provincia chiamata Ambaya, si convinse che fosse possibile trovare immensi tesori. Partì all’inizio del 1538 dal villaggio di Paucartambo, al comando di circa seicento uomini. Avanzarono attraverso la foresta per circa trenta leghe verso oriente fino a un villaggio chiamato Abiseo, dove furono attaccati da feroci nativi, subendo moltissime perdite. Decisero così di ritirarsi e rientrare verso il Cusco.
Nel 1541, a distanza di quarantanove anni dalla prima spedizione di Cristoforo Colombo, il bacino amazzonico era ancora un territorio vergine e inesplorato, se si escludono le spedizioni fino ad ora descritte, che però non riportarono notizie geografiche chiare, ma solo confusi racconti di regni misteriosi e indigeni bellicosi che praticavano il cannibalismo.
A questo punto il fratello di Francisco Pizarro, Gonzalo, da poco governatore di Quito, decise d’intraprendere una spedizione verso est, alla ricerca del paese della cannella e dell’El Dorado. L’estremegno Francisco de Orellana si unì al viaggio.
Presto in due contingenti si separarono, in quanto Gonzalo Pizarro rientrò verso Quito, mentre Francisco de Orellana, proseguì con i suoi uomini l’esplorazione del bacino fluviale, viaggiando su navi rustiche da lui costruite.
Fu la prima navigazione del grande fiume che venne battezzato “Rio delle Amazzoni”, in seguito all’avvistamento di una tribù di donne guerriere, come le Amazzoni della mitologia greca.
Il cappellano della spedizione, Gaspar de Carvajal, lasciò una preziosa relazione dell’esplorazione, che fu riportata dallo storico spagnolo Gonzalo Fernandez de Oviedo y Valdes nella sua Historia General de las Indias.
Carvajal descrisse numerosi popoli indigeni, e frequenti villaggi con estesi campi coltivati, come se in Amazzonia vivessero molte centinaia di migliaia di persone, prima dell’arrivo degli europei.
Francisco de Orellana riuscì a giungere all’oceano, portando a termine il più grande viaggio d’esplorazione fluviale di tutti i tempi.
Resosi conto dell’importanza della sua scoperta viaggiò subito alla corte del re Carlo V, chiedendo di poter tornare in Amazzonia con una vera flotta, per fondare delle città ed iniziare la conquista e colonizzazione di quelle terre.
Nella sua seconda spedizione però, non ebbe fortuna, e morì stremato dalla febbre malarica. I sopravvissuti abbondonarono l’Amazzonia, che negli anni seguenti tornò ad essere territorio inesplorato, anche se ricadeva sotto la teorica influenza spagnola.
Il successivo viaggio d’europei in Amazzonia avvenne nel 1560, quando Pedro de Ursua partì dalla conca del Rio Huallaga alla ricerca dell’El Dorado. L’esplorazione si trasformò presto in un incubo, quando uno dei suoi uomini, il feroce Lope de Aguirre, prese il comando delle milizie, dopo aver ucciso il suo comandante. Il tiranno si autoproclamò “re dell’Amazzonia”, e continuò la sua folle marcia alla ricerca del ricchissimo regno perduto nella selva. Fu poi giustiziato in Venezuela, per aver tentato di sobillare i suoi uomini, con lo scopo di rendere indipendente il Perú dalla Spagna.
Dopo la sua cattura ed esecuzione, nel 1561, la Corona spagnola proibì altri viaggi al di là delle Ande, probabilmente per non diffondere falsi miti e non incentivare lo spopolamento del Perú, che verso la fine del XVI secolo iniziava a rendere argento e altri minerali.
Nel 1561, lo spagnolo Nuflo de Chavez, fondò, nelle vicinanze del fiume Mamorè, il villaggio di Santa Cruz de la Sierra, nell’attuale Bolivia. Da quel luogo, situato nel bacino amazzonico ma ad un altezza di quattrocento metri sul livello del mare, partirono, negli anni successivi, importanti missioni di gesuiti, che esplorarono l’alto corso del Madeira, uno dei più grandi affluenti del Rio delle Amazzoni.
A partire dal 1570, infatti, la Corona spagnola aveva autorizzato un lento ma costante flusso di gesuiti nei territori del Vicereame del Perú. Lo scopo principale dell’invio di religiosi era quello di evangelizzare i nativi, ma anche fornire importanti informazioni al governo spagnolo.
Nel 1566, lo spagnolo Juan Alvarez Maldonado discese il corso del Madre de Dios alla ricerca di Paititi, la misteriosa città nascosta nella selva.
Il viaggio fu un insuccesso, ma Maldonado contribuì con le sue esplorazioni alla conoscenza di quella parte di foresta amazzonica ritenuta inaccessibile, fino ad allora.
Sul finire del secolo XVI, intanto, le relazioni degli esploratori avevano aumentato considerevolmente le conoscenze geografiche del continente sud americano.
Alcuni di loro, in seguito alle voci di alcuni nativi, che avevano descritto una città d’oro situata nei pressi di un grande lago, si spinsero nella zona del nord dell’Amazzonia, corrispondente all’attuale stato brasiliano del Roraima. La fantastica città, chiamata Manoa, sarebbe stata costruita nelle vicinanze del lago detto Parime. Antonio de Berrio fu il primo avventuriero che la cercò, a partire dal 1584, ma senza esito.
Poi fu la volta dell’inglese Walter Raleigh, e di alcuni suoi luogotenenti, che giunsero fino all’attuale confine Venezuela-Brasile, dove gruppi di nativi ostili sbarrarono loro il passo.
L’ultimo viaggiatore che partì alla ricerca di Manoa fu l’inglese Thomas Roe, che risalì il corso del Rio Negro nel 1611. Poi, più nulla, Manoa fu inghiottita dal suo stesso mito, e fu dimenticata per più di tre secoli.
Negli ultimi anni del XX secolo però, alcuni geologi facenti parte dell’equipe di Roland Stevenson, esploratore e pittore cileno, dimostrarono che il lago Parime esistette realmente e si seccò a partire dal 1300 della nostra era.
Nell’adiacente isola di Maracá furono ritrovate molte tombe i cui scheletri erano adornati d’oro. Era quella la zona da dove provenivano le Amazzoni? Se così fosse l’isola di Maracá, tuttora esistente lungo il corso del fiume Uraricoera, nel Roraima brasiliano, sarebbe stato il vero El Dorado.
Quando, nel 1578, il re di Spagna Felipe II, fu riconosciuto anche sovrano del Portogallo, l’intera America del Sud ricadde sotto un unico dominio.
I portoghesi pertanto, che vedevano l’Amazzonia come un territorio non sfruttato, iniziarono una lenta penetrazione nell’interno e occuparono l’estuario del Rio delle Amazzoni. Nel 1615, Francisco Caldeira Castelo Branco fondò un forte nella baia di Guajará (un braccio del grande fiume), detto Presepio de Castel Branco (poi chiamato Belem do Pará). Il capitano portoghese si adoperò per scacciare navi olandesi e francesi dalla zona.
I francesi erano infatti molto attivi in Brasile in quegli anni, in quanto avevano costruito vari avamposti commerciali nell’attuale stato del Maranhao (pronuncia: maragnao), come ad esempio il villaggio di San Luis, edificato nel 1612 in onore del re Luigi IX.
Intanto continuava la lenta espansione dei gesuiti nell’attuale Amazzonia ecuadoriana e peruviana. Il primo religioso che s’inoltrò in quei territori fu il frate Rafael Ferrer, nel 1604. Nel 1619 il capitano Diego Vaca de la Vega fondò il villaggio di San Francisco de Borja.
Nel 1636 fu organizzata una spedizione dal capitano spagnolo Palacios che partì dall’attuale Ecuador, accompagnato da un discreto numero di religiosi. L’obiettivo dell’impresa era porre le fondamenta di nuove missioni e verificare la reale estensione dei territori adatti alla colonizzazione. Nella confluenza tra l’Aguarico e il Napo fu fondato un villaggio che venne chiamato Anta. Quando gli autoctoni si resero conto che gli stranieri stavano impadronendosi delle loro terre, attaccarono, e molti spagnoli, tra cui Palacios, furono uccisi. Alcuni tornarono verso Quito in un viaggio rocambolesco, mentre sei soldati e due religiosi navigarono, con molte peripezie, lungo tutto il corso del Rio delle Amazzoni per giungere, alla metà del 1637, presso le colonie portoghesi del Parà. Il governatore Raymundo de Noronha s’interessò sulla possibilità di percorrere a ritroso il loro viaggio e commissionò l’impresa al cartografo Pedro Texeira.
Quest’ultimo partì al comando di 70 soldati e 2080 indigeni a bordo di 47 grandi canoe. Percorse il Rio delle Amazzoni dall’estuario fino ai fiumi Napo e Aguarico, dove Orellana aveva iniziato la sua avventura novantasei anni prima.
In seguito a questo viaggio, il pilota di Texeira, frate Lauretano de la Cruz, disegnò una mappa dettagliata dell’Amazzonia, oggi perduta. In essa vi erano particolareggiate descrizioni della profondità e navigabilità del fiume. Quindi Texeira, nel dicembre del 1638, giunse a Quito, dove conobbe il gesuita spagnolo Cristóbal de Acuña.
Nel 1639 Texeira intraprese il viaggio di ritorno fino al Pará, accompagnato da Acuña, che decrisse l’avventura nel suo Nuevo descubrimiento del Gran Rio de Amazonas, pubblicato nel 1641.
Altri gesuiti che si stabilirono nell’attuale Amazzonia peruviana furono Gaspar Cujia e Lucas de la Cueva, che, nel 1638, fondarono il villaggio chiamato Limpia Concepcion de Jeberos.
Da allora s’incrementò una lenta espansione dei religiosi lungo i fiumi Ucayali, Huallaga, Napo e Juruà.
A partire dal 1640 i portoghesi aumentarono la penetrazione all’interno dell’Amazzonia e nello stesso anno il Portogallo riacquistò l’indipendenza dalla Spagna.
Il Brasile ricadde nuovamente sotto la corona lusitana, e l’Amazzonia, teoricamente sotto il dominio spagnolo, era nella realtà colonizzata sempre più dai portoghesi, che svilupparono i traffici e fondarono altri avamposti militari e commerciali, soprattutto nella zona dell’estuario del grande fiume.
In quel periodo non furono rari gli scontri con gli indigeni, specialmente alla confluenza tra il Rio Negro e il Solimoes (sembra che questo nome, usato oggi dai brasiliani per indicare il tratto del Rio delle Amazzoni da Tabatinga alla confluenza con il Rio Negro, abbia origine da indigeni Tupi Guaraní, mentre altre versioni indicano che derivi dalle parole portoghesi sò limões, solo limoni, forse perchè i terreni limitrofi furono utilizzati per estese piantagioni di limoni, nei secoli passati).
Ajuricaba, un cacique degli indigeni Manaos, fu a capo di un tentativo di rivolta indigena, presto soffocata nel sangue.
Nel 1648 iniziò l’espansione dei bandeirantes, gruppi di coloni che partivano da zone depresse del Brasile e s’addentravano nell’interno in cerca di ricchezze minerarie.
Questi avventurieri si orientavano con la bussola e le costellazioni, come se stessero navigando in un oceano. Costruivano avamposti, embrioni di futuri villaggi, e lottavano con gli indigeni cercando di imporre il loro dominio. Inizialmente partirono dalla città di San Paolo, seguendo il corso dei fiumi Tiete e Paraná.
Antonio Raposo Tabares, al comando di una spedizione nel 1648, fu il primo che giunse nei territori amazzonici. Attraversò l’odierno Mato Grosso e percorse i fiumi Paraguay e Mamorè. Quindi seguì il corso del Madeira per giungere finalmente sulle rive del Rio delle Amazzoni nel 1651. Nel suo viaggio percorse più di diecimila chilometri e le relazioni dei suoi uomini giunsero fino in Europa, stimolando nuove imprese. Intanto, con le descrizioni dei religiosi presenti in Amazzonia, le conoscenze geografiche dell’intero bacino fluviale aumentarono considerevolmente. Nel 1661 il padre gesuita João Felipe Bettendorf fondò il villaggio di Santarem, alla confluenza del Rio delle Amazzoni e del Tapajos. Nel 1669 il capitano portoghese Francisco da Mota Falcao costruì, presso la confluenza tra il Rio Negro e il Rio delle Amazzoni, il forte San Josè del Rio Negro. L’avamposto militare assunse una crescente importanza nelle decadi successive e fu poi chiamato Manaus, dal nome di un’etnia indigena. Nella pratica ormai i lusitani avevano scavalcato la famosa “linea di Tordesillas” che dal 1494 divideva il continente sud-americano in due zone d’influenza, e avevano colonizzato gran parte del bacino fluviale.
Intanto i gesuiti stavano creando nuove missioni, specialmente alla confluenza del Juruà con il Solimoes. Uno di loro era Padre Samuel Fritz, nato in Boemia nel 1650, che giunse a Quito nel 1682 e in seguito viaggiò in Amazzonia. Visse vari anni presso il popolo degli Omagua, nell’attuale selva peruviana. In seguito ad un suo viaggio nel Parà iniziò a raccogliere varie informazioni sulla geografia del grande fiume e dei suoi affluenti, e decise di redigere una mappa dell’Amazzonia, del 1707.
Tra il 1691 e il 1697 i portoghesi Inácio Correia de Oliveira, Antonio de Miranda e José Antunes da Fonseca s’impossessarono degli enormi territori del Solimoes.
I lusitani introdussero in Amazzonia nuove colture, come per esempio il caffé. Questa pianta, che fu inizialmente diffusa in Sud America dagli olandesi, fu importata da Francisco de Melo Palheta, che viaggiò nei territori della Guyana francese, esplorando la parte nord del territorio amazzonico.
Francisco de Melo Palheta risalì nel 1723 il corso del Madeira, giungendo nell’attuale territorio boliviano del Beni, e fornendo importanti informazioni su una zona di foresta completamente sconosciuta fino ad allora.
Nel 1726 Francisco Javier Morales risalì il Rio Negro riportando notizie geografiche e scientifiche.
Nel 1744 il francese Charles Marie de la Condamine, geografo e matematico, portò a termine la prima vera spedizione scientifica in Amazzonia. Descrisse il canale Casiquiare, che mette in comunicazione l’Orinoco con il Rio Negro, unendo di fatto i due enormi bacini fluviali. La cronaca del suo viaggio fu pubblicata a Parigi nel 1751.
Tra il 1742 e il 1749 gli avventurieri portoghesi Manuel Félix de Lima e José Leme do Prado navigarono lungo l’alto corso del Madeira e alcuni dei suoi affluenti, in particolar modo il Mamorè. Erano in cerca di spezie, e stabilirono lucrosi commerci tra l’area del Cuiabà e la città di Belem do Parà. Nel 1747, il portoghese João da Sousa Acevedo risalì il corso del Tapajos.
Nel 1750 i gesuiti spagnoli, che erano particolarmente attivi nell’alto corso del Rio delle Amazzoni alle sue confluenze con gli affluenti Juruà, Putumayo, Napo e Marañon, fondarono un villaggio, chiamato Iquitos, poco a valle della confluenza tra l’Ucayali (braccio principale del Rio delle Amazzoni), e il Marañon.
Ormai però gran parte del bacino amazzonico era controllata dai portoghesi e pertanto nel 1750, gli spagnoli, con il trattato di Madrid, rinunciarono alla sovranità su gran parte di esso, stabilendo nuovi confini con la colonia lusitana.
L’influenza dei gesuiti spagnoli iniziò ad essere vista con diffidenza dai portoghesi, che iniziarono a scacciarli, con le incursioni di Belchior Mendes de Morais, nella valle del fiume Napo, e a sostituirli con religiosi carmelitani e dell’ordine di Nossa Señora da Merced.
Nel 1755, fu creata la Capitania di São Jose de Rio Negro, che aveva come capitale il villaggio di Mariuà, l’attuale città di Barcelos, sul Rio Negro. La fondazione della Capitania aveva lo scopo d’amministrare grandi territori in parte ancora inesplorati, e impedire alle navi straniere di navigare nel Rio delle Amazzoni senza autorizzazione portoghese.
Nel 1759 tutti i gesuiti spagnoli vennero scacciati dall’Amazzonia, in quanto vennero accusati di trarre enormi vantaggi dagli scambi commerciali con gli indigeni. Sul finire del secolo XVIII prodotti come caffé, cacao, cotone e tabacco iniziarono ad essere esportati apportando una certa vitalità alla regione.
Nel 1761 i portoghesi fondarono il forte São Josè de Macapà, sulla costa nord dell’estuario del Rio delle Amazzoni, nell’intento di controllare il litorale e contrastare le incursioni di pirati francesi ed inglesi.
Nel 1774 Ribeiro de Sampaio esplorò le bocche del Caquetà (detto Japurà in Brasile), grande affluente del Rio delle Amazzoni, le cui sorgenti si trovano nelle Ande colombiane, e lo risalì esplorando il suo bacino.
Nel 1799 il barone Alexander Von Humboldt, naturalista prussiano, viaggiò in Sud America insieme al suo amico Aime Bonpland, botanico francese. I due scienziati determinarono l’esatta ubicazione del canale naturale Casiquiare, portando a termine interessanti studi sulla fauna amazzonica. Furono i primi studiosi che descrissero l’electrophorus electricus, pesce che può emettere scariche elettriche fino a seicento volt.
Un altra celebre spedizione in Amazzonia fu intrapresa nel 1817 dai naturalisti e antropologi tedeschi Johann Baptiste von Spix e Karl Friedrich Philipp von Martius, che studiarono a fondo l’enorme biodiversità del bacino fluviale.
In quel periodo, mentre gli scienziati esploravano la selva, il movimento indipendentista brasiliano assumeva sempre maggior potere.
Nel 1822, quando il Brasile proclamò la sua indipendenza dal Portogallo, amministrò la sua parte amazzonica con il nome di Grão Parà.
Nel 1832, i popoli che vi vivevano tentarono di svincolarsi dal recente costituito impero del Brasile che aveva a capo Don Pedro I. Questa rivolta, chiamata Cabanagem, dal nome delle abitazioni povere sulle rive del Rio delle Amazzoni, ebbe come ispiratore l’attivista politico João Batista Gonçalves Campos, che lottò contro il governatore del Grão Parà Bernardo Lobo de Souza.
Il tentativo di autodeterminazione fu soffocato nel sangue, però la provincia brasiliana “Amazonas” ottenne nel 1850 lo status di autonomia.
Nel contempo i possedimenti spagnoli erano sul punto di rendersi indipendenti.
Nel 1819 Simon Bolivar fu nominato presidente della “Gran Colombia”, vasto territorio che comprendeva gli odierni stati di Colombia, Panama, Venezuela, Ecuador e parte dell’attuale Amazzonia peruviana e brasiliana.
Quando, nel 1831, la “Gran Colombia” si sciolse, i singoli stati che la formavano dichiararono la loro indipendenza e iniziarono ad amministrare i rispettivi territori amazzonici.
Il Perú, che proclamò la sua sovranità nel 1819, amministrò la sua regione amazzonica dal porto d’Iquitos che, nel 1864, ottenne ufficialmente lo status di capitale del dipartimento di Loreto.
La Bolivia si dichiarò paese sovrano nel 1842, governando le sue province amazzoniche del Beni e Santa Cruz.
Nel 1852, l’imperatore del Brasile Don Pedro II, autorizzò la costituzione della “Compagnia di navigazione e commercio dell’Amazzonia”, con lo scopo d’incrementare i flussi commerciali. Poi, nel 1866, per ampliare ulteriormente gli affari, il Rio delle Amazzoni fu aperto al traffico marittimo internazionale.
Anche nella seconda parte del XIX secolo, il grande bacino fluviale fu percorso da esploratori e fu oggetto di studio da parte di numerosi scienziati.
A partire dal 1860 il britannico William Chandless intraprese vari viaggi percorrendo il corso del fiume Purús, il più lungo affluente del Rio delle Amazzoni. Venne a contatto con un gruppo d’indigeni, e studiò la loro lingua, l’Arua, oggi estinta.
Sempre negli stessi anni il francese Jules Crevaux risalì per primo il corso del Putumayo, fornendo importanti informazioni sui popoli e la geografia del suo bacino.
Nel 1879 giunse in Amazzonia il geografo e fotografo italiano Ermanno Stradelli (nato a Borgo Val di Taro, nel 1852). Negli anni successivi s’interessò allo studio delle lingue indigene della zona del Rio Vaupés, affluente del Rio Negro. Nel 1881 s’occupò di ricompilare il libro dell’indigeno Maximiliano Josè Roberto La leggenda di Yurupary, pubblicato poi nel Bollettino della Società Geografica Italiana nel 1890. Dal 1882 al 1884 prese parte a varie esplorazioni nel bacino del Vaupés e nella zona di frontiera tra il Brasile e il Venezuela. Dopo un viaggio in Italia rientrò in Amazzonia, dove morì nel 1926.
Nel 1883 il professor Barbosa Rodrigues fondò il giardino botanico di Manaus, ed ebbe il merito di catalogare e studiare una vastissima varietà di piante.
Nel 1884 l’etnologo tedesco Karl Von den Steinen esplorò l’alto corso del Rio Xingú, e fornì importanti informazioni sui alcune tribù di nativi e sulla flora e fauna di quei territori.
Sul finire del XIX secolo iniziò ad acquisire importanza lo sfruttamento dell’albero della gomma (hevea brasiliensis o seringueiras), dal quale si otteneva il caucciù, adatto a numerosi utilizzi industriali.
In seguito alla prosperità economica derivata dall’esportazione del caucciù, di cui l’Amazzonia aveva virtualmente il monopolio mondiale, Manaus divenne un centro importante e la sua popolazione incominciò a crescere. Nel 1884 si cominciò la costruzione del Teatro Amazonas, e di altri sontuosi edifici.
La popolazione dell’Amazzonia quintuplicò dal 1870 al 1900, passando da cinquantamila a duecentocinquantamila persone.
La fine della schiavitù fu proclamata in Brasile nel 1884. Cinque anni dopo fu abolito l’impero e si formò una repubblica.
In quegli anni l’espansione economica derivata dal commercio della gomma richiamava immigrati da ogni parte del Brasile che speravano in un futuro migliore.
Il ciclo della gomma però non durò a lungo, in quanto alcuni semi di hevea brasiliensis furono impiantati con successo nel sud-est asiatico. Quando, nel 1913, il prezzo della gomma cadde, in seguito alla produzione su larga scala in Malaysia, l’economia amazzonica entrò in una profonda crisi.
Intanto, dall’inizio del XX secolo la selva ancestrale tornò ad affascinare archeologi ed avventurieri. Il loro interesse non era più concentrato nel cercare una città d’oro (l’El Dorado degli Incas, Paititi), ma nel dimostrare che in Amazzonia prosperò una cultura primigenia in epoche antiche, dalla quale si svilupparono tutte le altre.
Il più importante esploratore del XX secolo fu l’inglese Percy Harrison Fawcett che si addentrò varie volte nella selva dell’alto Xingù, dove secondo lui era nascosta una mitica città antidiluviana, che denominò Z.
Fawcett non rientrò mai dall’ultima spedizione, nel 1925. In seguito alla sua scomparsa si alimentarono vari miti, come quello che si fosse fermato presso una tribù di indigeni bianchi, nei pressi della Serra do Roncador.
L’Amazzonia continuava ad attrarre esploratori e ricercatori di frontiera, ma iniziava anche a far gola alle grandi multinazionali, che, a partire dal 1930, cercarono di ottenere vantaggiose concessioni minerarie dal governo brasiliano.
Nel dopoguerra, col tentativo di rivitalizzare la regione, s’incentivò la costruzione di strade, tra le quali la Manaus-Boa Vista e la Manaus-Porto Velho.
Nel 1966 fu decisa la costruzione della transamazzonica, che avrebbe dovuto connettere lo stato di Amazonas con quello del Parà. L’arteria, lunga ben duemilatrecento chilometri, fu terminata nel 1972, ma non fu mai pienamente utilizzata in quanto non asfaltata e pertanto totalmente impraticabile durante la stagione delle piogge.
Purtroppo, a partire dalla seconda metà del XX secolo, si è incrementato il processo di deforestazione.
Bisogna distinguere tra i piccoli proprietari terrieri, cha a volte disboscano per vendere la legna, con lo scopo di far fronte a persistenti problemi di miseria, e le grandi multinazionali, che abbattono alberi con metodi meccanizzati, per poi coltivare soia o mais, impoverendo i suoli.
I contadini dovrebbero essere sovvenzionati, sia per non deforestare, che per coltivare piante più adatte ai differenti tipi di suoli.
Gli effetti del disboscamento effettuato su larga scala sono catastrofici. Innanzitutto grandi estensioni di foresta vengono distrutte per mezzo d’incendi, con una conseguente immissione nell’atmosfera di enormi quantità d’anidride carbonica, la principale responsabile dell’effetto serra.
Siccome le foreste contribuiscono a regolare la quantità di questo gas presente nell'atmosfera, con la loro distruzione, si diminuisce la capacità del pianeta di assorbirlo.
Inoltre la deforestazione causa l’erosione dei suoli con susseguenti formazioni di frane e smottamenti.
Un’altro effetto devastante del disboscamento è la perdita della biodiversità. Mentre i vegetali vengono abbattuti, gli animali, perdendo il loro habitat, soccombono e si estinguono per sempre.
Con la distruzione delle foreste diminuisce l’evapotraspirazione, che a sua volta riduce l’umidità dell’atmosfera con la conseguente desertificazione di vaste aree.
Tutto ciò causa anche il declino e a volte l’estinzione di alcuni gruppi indigeni che da millenni vivono in armonia e simbiosi con la natura.
Nella maggioranza dei casi i proprietari terrieri disboscano sia per vendere le grandi quantità di legna che ottengono, sia per sfruttare i terreni per le coltivazioni o l’allevamento. Attualmente in Brasile la maggioranza dei terreni ottenuti vengono coltivati a soia. Si è calcolato che il disboscamento ha causato, dal 1970 al 2005, la perdita del venti per cento dell’intera foresta tropicale amazzonica (un’area grande quasi due volte la Spagna). La distruzione annuale è stata quindi, in quel periodo, di circa ventimila chilometri quadrati. Se questo ritmo continuasse, in meno di due decadi si potrebbe perdere un altro quinto della selva, un immane disastro ambientale.
L’ultima minaccia all’integrità della giungla è la bio-pirateria, ovvero l’accesso illegale a risorse biologiche e genetiche con il fine di sfruttarle economicamente.
Sempre più spesso scienziati senza scrupoli del nord del mondo s’introducono nei territori degli indigeni e, dopo aver ottenuto la loro fiducia, s’appropriano di conoscenze antiche, relazionate all’uso di piante medicinali o sostanze contenute nel corpo di animali (anfibi, rettili, insetti). L’utilizzo di questi principi attivi viene poi registrato all’estero senza autorizzazioni governative, infrangendo la sovranità territoriale. Le essenze ottenute illegalmente vengono poi usate per la produzione di medicamenti e cosmetici, a volte dopo modificazioni genetiche.
I bio-pirati non solo provocano la distruzione delle specie animali, che vengono sfruttate sconsideratamente, ma, con la loro presenza non autorizzata nei territori dei nativi, causano spesso shock culturali e sociali, oltre che la diffusione di malattie, contro le quali gli autoctoni non hanno sufficienti anticorpi. Come si vede il destino dell’uomo è strettamente legato al futuro dell’Amazzonia, che ancora oggi è la più grande foresta tropicale del mondo.

YURI LEVERATTO
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