venerdì 23 ottobre 2015

Lo scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra



Per molti credenti, il messaggio centrale della missione di Gesù Cristo sulla terra è stato il suo infinito amore, la sua misericordia e la sua bontà. Con i suoi insegnamenti il Figlio di Dio ci ha indicato la via da seguire e ci ha mostrato come contemplare la gloria della sua creazione.
Per chi crede in lui tutto ciò è certamente vero, in quanto Gesù Cristo, essendo Dio, è infinitamente buono e misericordioso, e con il suo amore ci da ogni giorno l’esempio per poter condurre una vita pura, camminando nella luce.
Siamo sicuri però che questo sia stato lo scopo principale della sua missione sulla terra? Siamo proprio sicuri che basti confidare nel suo amore e nella sua bontà per essere salvi?
E’ vero che Dio è infinitamente buono e misericordioso, quindi vuole poter perdonare tutti i peccati. Ma dobbiamo considerare che Dio è anche infinitamente giusto, pertanto deve poter condannare tutti i peccati.
Ma siccome Dio è anche infinitamente sacro, non ci potrà mai essere peccato al suo cospetto. Percui, dopo la nostra morte, potremo stare al suo cospetto, o non potremo?
Noi, anche se tenteremo in tutti i modi di essere completamente puri, non potremo essere completamente esenti dal peccato. Peccheremo, con le azioni, con le parole, perfino con i pensieri. Ogni atto di non-umiltà è un peccato contro Dio. Siccome abbiamo peccato, per definizione non potremo stare al suo cospetto, in quanto Dio non può coesistere con il peccato.
Ecco che si spiega il dono, il meraviglioso regalo che il Padre ci ha fatto avendoci inviato il Figlio. Senza il Figlio, non potremmo salvarci, ma saremmo perduti.
E quindi, Dio deve sacrificare se stesso in forma umana, a causa del peccato, deve togliere il peccato del mondo, e non c’è nulla che potremmo fare noi, da soli, per stare al cospetto di Dio senza peccato. Dio ci ama talmente, che nonostante i nostri peccati continuerà ad amarci e ci offrirà sempre la possibilità di essere salvi.
Anche se questo significa la sua umiliazione, anche se questo significa che Dio non è adorato da angeli su di un trono, ma crocifisso dopo indicibili umiliazioni. Dio vuole fare ciò perché ama l’uomo più di quanto ami la sua maestà.
In effetti nella credenza cristiana, come potrebbero i nostri peccati essere espiati senza il sangue di Cristo? Vediamo il perché.
Quando si pecca e si realizza di aver peccato, di solito si tenta di riparare.
Ma anche se tentiamo di riparare ad un peccato, magari cercando di dare una compensazione, il peccato rimane. Nessuno può togliere il peccato, eccetto Cristo. E questo è stato lo scopo principale della sua missione sulla terra: togliere il peccato del mondo. Attenzione: non “togliere il peccato di Israele”, ma “togliere il peccato del mondo”. (Giovanni 1, 29):

Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

Chi crede che il sangue di Cristo possa lavare i suoi peccati e si affida a lui, crede in lui. Chi non crede che il suo sangue possa togliere i suoi peccati, semplicemente non crede in lui. Vangelo di Giovanni (3, 16-21):

Dio infatti ha tanto amato il mondo, che ha dato il Figlio suo Unigenito, affinchè chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non mandò il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome del Figlio Unigenito di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

Secondo la credenza cristiana, pertanto, Dio non perdona i peccati “dall’alto”, ma pagando lui stesso. Dio non ha delegato ad una sua “creatura” la sofferenza sulla croce. Dio stesso era sulla croce, dandoci il massimo esempio di umiltà, perché amava talmente l’uomo che si è sacrificato per lui, caricando su di se tutti i peccati del mondo e rendendoci così liberi. Solo Dio inoltre, essere infinito, poteva pagare con il suo sangue per tutti i peccati del mondo, che per definizione, essendo peccati contro Dio, hanno una gravità infinita.
Con lo scopo di studiare l’origine di questa credenza vedremo alcuni passi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Dimostreremo che i primi cristiani credevano che il sangue di Cristo potesse togliere il peccato, e vedremo come questa credenza influenzò le loro vite così tanto, addirittura da portarli al martirio per affermare la Verità.
Innanzitutto analizziamo alcuni versi dell’Antico Testamento. Gli ebrei, prima di Cristo, come espiavano i loro peccati? Vediamo il passo corrispondente nel Libro Levitico (4, 32-35):

Se porterà una pecora come offerta per il peccato, porterà una femmina senza difetto. Poserà la mano sulla testa della vittima offerta per il peccato e la scannerà, in sacrificio per il peccato, nel luogo dove si scanna la vittima per l’olocausto. Il sacerdote prenderà con il dito un po’ del sangue della vittima per il peccato e lo porrà sui corni dell’altare degli olocausti e verserà tutto il resto del sangue alla base dell’altare. Preleverà tutte le parti grasse, come si preleva il grasso della pecora del sacrificio di comunione, e il sacerdote le brucerà sull’altare, in aggiunta alle vittime consumate dal fuoco in onore del Signore. Il sacerdote compirà per lui il rito espiatorio per il peccato commesso e gli sarà perdonato.

Nell’Antico Testamento Dio aveva ordinato di sacrificare animali perfetti, senza macchia. La persona che offriva il sacrificio si identificava con l’animale e doveva ucciderlo. Gli ebrei credevano che questo rito provvedesse il perdono dei peccati da parte di Dio.
Il sacrificio animale serviva pertanto come “punizione” nei confronti di un peccatore, infatti si uccideva un agnello del suo gregge. Gli si toglieva un animale, prezioso in tempi di carestia, ed inoltre il peccatore, vedendo che l’animale innocente moriva, sentiva pena per quell’essere vivente che moriva a causa del suo peccato.
Nella Bibbia poi vi sono alcuni passaggi importante che descrivono la venuta del Messia e il suo sacrificio finale e perfetto. Vediamo la famosa profezia di Isaia (53: 3-9):

Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua posterità?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
nè vi fosse inganno nella sua bocca.

Ecco pertanto che già Isaia aveva predetto, vari secoli prima della venuta di Gesù Cristo sulla terra, che il Messia avrebbe dovuto caricarsi delle nostre sofferenze e addossarsi i nostri dolori.
Secondo la credenza cristiana pertanto, questa ed altre profezie si sono avverate con l’incarnazione del Verbo in un essere umano, Gesù Cristo. Con lui infatti, si è compiuto il sacrificio finale e perfetto. Con il suo sangue lui ha tolto tutti i peccati del mondo, proprio tutti, i passati, i presenti e i futuri.
E’ questo lo scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra, infatti il sacrificio del Figlio di Dio, è per definizione è il sacrificio finale e perfetto, come si deduce da questo passaggio della lettera agli Ebrei (7, 27):

Il quale non ha bisogno tutti i giorni, di offrire vittime prima per i propri peccati, poi per quelli del popolo come i sommi sacerdoti, perché questo egli ha fatto una volta per tutte offrendo se stesso.

Ecco che Gesù, è venuto tra di noi (Giovanni 1,11), ha soggiornato presso di noi, e di noi ebbe compassione. Ha provato ed ha sperimentato le nostre stesse emozioni. Solo con un corpo umano il Verbo avrebbe potuto realmente sentire il nostro dolore, la nostra sofferenza e la nostra tristezza. Ha voluto sentirla su di sè, non per un motivo vacuo, ma perché l’atto di caricare su di se tutto il dolore del mondo, tutta la sofferenza del mondo, e tutti i peccati del mondo era la condizione necessaria per salvare l’umanità. Senza l’azione salvìfica di Cristo, pertanto, nessun uomo potrebbe espiare i suoi peccati.
Solo affidandosi a lui e credendo che il suo sangue è servito per lavare i nostri peccati, saremo salvi, solo però se perseveremo in lui fino alla fine, ovviamente.
Ecco che si spiega il fatto che il Verbo si fece carne. Se ci avesse giudicato dall’alto, come per esempio in altre religioni, chi si sarebbe salvato? Nessuno avrebbe potuto ottenere la vita eterna. Invece lui è venuto in forma di servo, umiliandosi fino alla morte in croce (leggere la Lettera ai Filippesi, 2: 5-11).
Analizziamo ora alcuni passaggi degli scritti neo-testamentari dove l’avvento salvìfico di Gesù Cristo è predicato e divulgato. Le Lettere di Paolo di Tarso sono importanti per capire quello che era stato divulgato oralmente fin dai primissimi anni dopo la Risurrezione. Sono quindi fondamentali per rendersi conto di quello che i primi cristiani credevano.
Ecco alcuni passi della Prima Lettera ai Corinzi (11, 23-26):

Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finchè egli venga.

Già in questa lettera, quindi, scritta da Efeso nel 54-55 d.C., alla comunità cristiana dei Corinzi, l’eucarestia, il sacramento istituito da Gesù nell’ultima cena, viene divulgata in forma scritta.
Vediamo ora un passaggio importante della Prima Lettera ai Corinzi (15, 1-8):

Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.

Secondo alcuni storici moderni questo era un detto che circolava tra i cristiani già nei primissimi anni dopo la Risurrezione di Gesù (1). Oltre a descrivere la sua morte, la sua Risurrezione e le sue apparizioni, nel terzo verso c’è scritto “che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture”. Pertanto questo verso prova che i primi cristiani credevano già che il sacrificio di Gesù sia servito a togliere “i peccati”.
Nel 54-55 d.C. Paolo scrisse anche la lettera ai Galati, nella quale ci sono riferimenti all’azione salvìfica di Gesù. Vediamo il passo (1, 3-5):

grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Anche qui, come vediamo, vi è espresso il concetto che Gesù ha dato la sua vita in remissione dei peccati, per sottrarci al dominio del maligno.
Sempre nella lettera ai Galati vi è un passaggio molto forte, ma che rende bene l’idea dell’azione salvìfica di Cristo (3: 13-14):

Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poichè sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse ai pagani e noi, mediante la fede, ricevessimo la promessa dello Spirito.

Sono parole dure, ma qui si vuole sottolineare che Cristo ha assunto, ha indossato questa stessa nostra carne che è soggetta al peccato, ma pur essendo lui senza peccato, la maledizione del peccato è ricaduta su lui.
Interessante è anche un passaggio sucessivo (3, 19-22):

Perché allora la Legge? Essa fu aggiunta a motivo delle trasgressioni, fino alla venuta della discendenza per la quale era stata fatta la promessa, e fu promulgata per mezzo di angeli attraverso un mediatore. Ma non si dà mediatore per una sola persona: ora, Dio è uno solo. La Legge è dunque contro le promesse di Dio? Impossibile! Se infatti fosse stata data una Legge capace di dare la vita, la giustizia verrebbe davvero dalla Legge; la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché la promessa venisse data ai credenti mediante la fede in Gesù Cristo.

Qui Paolo mette in evidenza le differenze tra la Legge e la fede. La Legge fu data da un mediatore, Mosè, con lo scopo di arginare il peccato. Ma la Legge non toglieva il peccato, non poteva dare la giustificazione, in quanto non era capace di dare la vita. La promessa salvìfica di Dio viene data solo con la fede in Gesù, ovvero con la fede che solo lui, in quanto creatore della vita, può togliere il peccato, vincendo la morte.
Nella sua fervente azione evangelizzatrice Paolo giunse in Macedonia, da dove scrisse la Seconda Lettera ai Corinzi. Vediamo il passaggio (5, 14-15):

L’amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro.

In questo passaggio viene espresso che Gesù è morto per noi, con lo scopo che noi non viviamo più per noi stessi, ma affinche noi possiamo vivere in lui.
Analizziamo ora alcuni passaggi significativi della Lettera ai Romani, scritta nel 57-58 d.C. Vediamo innazitutto il passo (1: 16-17):

Io infatti non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà.

Il Vangelo, ossia la Buona Novella, è la salvezza di chiunque creda. Non di tutti pertanto, ma solo di chi ci crede.
Ora vediamo questo passaggio del capitolo terzo della Lettera ai Romani (3, 21-26):

Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti: giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati mediante la clemenza di Dio, al fine di manifestare la sua giustizia nel tempo presente, così da risultare lui giusto e rendere giusto colui che si basa sulla fede in Gesù.

Ancora una volta viene espresso il concetto che la giustizia di Dio, che fu testimoniata dalla Legge e dai Profeti, si è manifestata per mezzo della fede in Gesù Cristo, ovviamente per tutti quelli che credono in lui. La giustificazione, ossia la rimossione del peccato è data gratuitamente, ed è pertanto un dono. Gesù è pertanto uno strumento di espiazione, per mezzo della fede nel suo sangue.
Vediamo ora il passaggio (4: 24, 25), della Lettera ai Romani:

ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.

Gesù è stato crocifisso per le nostre colpe, e la cui Risurrezione è stata la certificazione che i nostri peccati sono stati tolti.
Ora vediamo un altro passaggio della Lettera ai Romani (5, 6-11):

Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.

Qui si sviluppa ancora il concetto che Gesù Cristo morì per tutti noi peccatori. La salvezza attraverso la fede in Gesù, riconcilia l’uomo con Dio, gli da pace, serenità.
Nel seguente passaggio della Lettera ai Romani si espone invece il concetto dell’azione salvìfica di Cristo contrapposta alla caduta di Adamo, il primo uomo.

(5, 17-21):
Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
La Legge poi sopravvenne perché abbondasse la caduta; ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. Di modo che, come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

E’ la caduta di Adamo che ha fatto entrare il peccato nel mondo. Ed è per l’azione salvìfica di Cristo che il peccato è stato tolto dal mondo.
Analizziamo ora i seguenti passi della Lettera ai Romani (6, 3-10):

O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinchè, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.
Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. Lo sappiamo: l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinchè fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è liberato dal peccato.
Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui.
Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio.

In questi celebri passi Paolo ci ricorda il battesimo cristiano. L’uomo vecchio si spoglia dei suoi peccati e, credendo nell’azione salvìfica di Gesù, risorge con lui verso una vita di luce, libera dal peccato. Nell’ultimo passo si esprime il concetto che Gesù morì, per il peccato, ma la sua Risurrezione dimostra che lo ha vinto.
Analizziamo ora un passo della Lettera agli Efesini, composta nel 62 d.C. (1, 7):

In lui, mediante il suo sangue,
abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe,
secondo la ricchezza della sua grazia

E’ pertanto attraverso il sangue di Cristo che possiamo ottenere la redenzione dei nostri peccati.
Nella Prima Lettera di Paolo a Timoteo (1, 15-16):

Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.

In questo importante passaggio ancora una volta Paolo ci dice che Gesù venne per salvare i peccatori, cioè tutti noi. Nel verso 16 Paolo ribadisce che solo coloro i quali credono in lui sono da lui salvati ed hanno la vita eterna.
In questo passo successivo, (2, 5-6), si sottolinea ancora che Gesù ha dato la sua vita in riscatto per i peccati di tutti.

Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti

Vediamo ora un passaggio significativo della Seconda Lettera a Timoteo (1, 9-10):

Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo

Con la sua Risurrezione, Gesù ha vinto la morte e il peccato. Ci ha pertanto dimostrato che la sua opera salvìfica si è compiuta.
Analizziamo anche la la Lettera a Tito, al passo (2, 11-14):

È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sè un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

Qui Paolo ci mostra l’azione salvìfica di Cristo, che ha dato la sua vita per noi, ossia per riscattarci dalle nostre iniquità.
Vediamo un ultimo passaggio della Lettera a Tito (3, 4-7):

Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinchè, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.

Anche qui si ribadisce con forza che siamo stati salvati per mezzo di Gesù Cristo, affinchè potessimo ottenere la vita eterna.
Analizziamo ora la Lettera agli Ebrei, scritta probabilmente prima del 70 d.C. Anche in questa famosa epistola, la cui paternità è incerta, vi sono vari riferimenti all’azione salvìfica di Cristo. Abbiamo già visto all’inizio dell’articolo il passaggio (7, 27), dove si è espresso il concetto del sacrificio finale e perfetto di Cristo.
Ora vediamo altre frasi, iniziando dal passaggio (1, 1-3):

Dio, dopo aver anticamente parlato molte volte e in svariati modi ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo di suo Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, per mezzo del quale ha anche fatto l'universo. Egli, che è lo splendore della sua gloria e l'impronta della sua essenza e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza, dopo aver egli stesso compiuto l'espiazione dei nostri peccati, si è posto a sedere alla destra della Maestà nell'alto dei cieli,

Da questo passo si ribadisce che il Figlio ha espiato i nostri peccati, ossia ha pagato per i nostri peccati, togliendoli con il suo sangue.
Nel passo (2, 9), si ribadisce che Gesù ha pagato con la morte per tutti noi.

ma vediamo coronato di gloria e d'onore per la morte che sofferse, Gesù, che è stato fatto per un po' di tempo inferiore agli angeli, affinchè per la grazia di Dio gustasse la morte per tutti.

Vediamo ora il passo (2, 17-18):

Egli doveva perciò essere in ogni cosa reso simile ai fratelli, perché potesse essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per fare l'espiazione dei peccati del popolo. Infatti, poichè egli stesso ha sofferto quando è stato tentato, può venire in aiuto di coloro che sono tentati.

Dio doveva incarnarsi in un uomo, per poter soffrire come un uomo, in questo modo ha potuto espiare i peccati del mondo. E siccome è stato tentato, può venire in nostro aiuto.
Anche questo seguente passaggio della Lettera agli Ebrei, (9, 11-17), è importante per capire l’azione salvìfica di Cristo:

Ma Cristo, essendo venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto non fatto da mano d'uomo, cioè non di questa creazione, entrò una volta per sempre nel santuario, non con sangue di capri e di vitelli, ma col proprio sangue, avendo acquistato una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei tori e dei capri e la cenere di una giovenca aspersi sopra i contaminati li santifica, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno offerse se stesso puro di ogni colpa a Dio, purificherà la vostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente! E perciò egli è il mediatore del nuovo patto affinchè, essendo intervenuta la morte per il riscatto dalle trasgressioni commesse sotto il primo patto, i chiamati ricevano la promessa dell'eterna eredità. Poichè dove c'è un testamento, ci deve essere necessariamente anche la morte del testatore. Il testamento infatti è valido solo dopo la morte di qualcuno, perché non ha alcuna forza mentre vive ancora il testatore.

Non è stato più il sangue di capri e di vitelli, che toglieva temporalmente il peccato, ma questa volta è stato il sangue di Cristo, che ha infinitamente più valore del sangue di animali senza macchia. Il suo sangue è stato anche il sigillo del Nuovo Testamento, che ha assunto validità solo con la morte del testatore.
Nel seguente passaggio ancora una volta si ribadisce il senso del sacrificio di Cristo, finale e perfetto (9, 23-28):

Era dunque necessario che i modelli delle cose celesti fossero purificati con queste cose; ma le cose celesti stesse lo dovevano essere con sacrifici più eccellenti di questi. Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d'uomo, figura delle cose vere, ma nel cielo stesso per comparire ora davanti alla presenza di Dio per noi, e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra ogni anno nel santuario con sangue non suo, altrimenti egli avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo; ma ora, una sola volta, alla fine delle età, Cristo è stato manifestato per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, e dopo ciò viene il giudizio, così anche Cristo, dopo essere stato offerto una sola volta per prendere su di sè i peccati di molti, apparirà una seconda volta senza peccato a coloro che lo aspettano per la salvezza.

Frasi molto significative: innanzitutto Cristo si è manifestato una sola volta per tutte con il fine di togliere il peccato. Inoltre, l’uomo muore una sola volta e dopo e sottoposto al giudizio.
Questo concetto è ribadito anche nei seguenti passi 

(10, 8-10):
Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito nè sacrificio nè offerta nè olocausti nè sacrifici per il peccato, che sono offerti secondo la legge», egli aggiunge: «Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà». Egli toglie il primo, per stabilire il secondo. Per mezzo di questa volontà, noi siamo santificati mediante l'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.

(10, 12-14):
egli invece, dopo aver offerto per sempre un unico sacrificio per i peccati, si è posto a sedere alla destra di Dio, aspettando ormai soltanto che i suoi nemici siano posti come sgabello dei suoi piedi. Con un'unica offerta, infatti, egli ha reso perfetti per sempre coloro che sono santificati.

Nel passo successivo (10, 19-22), si ribadisce che per entrare nel santuario, ossia nel Regno di Dio, è necessario il suo sangue e il suo corpo, un richiamo dunque all’eucarestia e alla fede in lui:

Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel santuario, in virtù del sangue di Gesù, che è la via recente e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e avendo un sommo sacerdote sopra la casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, in piena certezza di fede, avendo i cuori aspersi per purificarli da una cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura.

Vediamo ora l’ultimo passo della Lettera agli Ebrei (13, 10-12):

Noi abbiamo un altare del quale non hanno diritto di mangiare quelli che servono al tabernacolo. Infatti i corpi degli animali, il cui sangue è portato dal sommo sacerdote nel santuario per il peccato, sono bruciati fuori del campo. Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, ha sofferto fuori della porta.

Nell’Antico Testamento si sacrificavano gli animali senza macchia fuori dagli accampamenti. Gesù, l’Agnello di Dio, è stato sacrificato fuori dalle mura di Gerusalemme.
Analizziamo ora i passi dei Vangeli che esprimono il concetto che Gesù Cristo stesso toglie i nostri peccati.
Vediamo un primo passaggio, nel Vangelo di Marco (2, 5):

Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».

Gesù perdona i peccati delle persone che hanno fede. Può farlo perché lui stesso è Dio. Ovviamente alle orecchie degli ebrei tutto ciò sembrava una bestemmia, ma per Gesù era normale dirlo e farlo, in quanto era veramente il Figlio di Dio.
Vediamo ora alcuni passaggi del Vangelo di Matteo. Iniziamo con (1, 20-21):

Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

E’ l’angelo del Signore ad affermare, che Gesù salverà il suo popolo dai suoi peccati. Ecco pertanto che già all’annunciazione del bambino, si sancisce come già detto da Isaia e da altri profeti, la natura salvìfica della missione di Gesù sulla terra.
Nel passo (8, 17) del Vangelo di Matteo non si fa altro che ribadire un passo della profezia di Isaia (cap 53):

perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie.

Questa è una prova che i primi cristiani (ricordiamoci che ci sono alcuni indizi che il Vangelo di Matteo sia stato scritto in aramaico o in ebraico intorno al 45 d.C., nota 2), credevano al concetto che Gesù all’atto della crocifissione si sia caricato di tutti i peccati del mondo.
Vediamo il passo (17, 12) del Vangelo di Matteo:

Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro».

In questo passo, Gesù descrive Giovanni Battista, dicendo che ha subìto delle iniquità. Allo stesso modo dice che anche lui dovrà soffrire.
Vediamo ora il passaggio del Vangelo di Matteo (18, 11):

Poichè il Figlio dell'uomo è venuto per salvare ciò che era perduto.

Ancora una volta si ribadisce il concetto della salvezza, portata da lui, il Figlio dell’uomo.
Anche nel successivo passo (20, 28), si ribadisce un concetto simile:

Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»

Vediamo un ultimo passaggio del Vangelo di Matteo (26, 27-28):

Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati.

E’ Gesù stesso a ribadire che il suo sangue è versato per il perdono dei peccati.
Analizziamo ora il Vangelo di Luca. Nei passi (1, 67-79), vi è la profezia di Zaccaria, il padre di Giovanni il Battista. Dopo aver riaquistato la parola egli inizia a profetare, annunciando la redenzione dei peccati. Ecco due passaggi:

(1, 68):
«Benedetto il Signore, Dio d’Israele,
perché ha visitato e redento il suo popolo,

(1, 77):
per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza
nella remissione dei suoi peccati.

Pochi passi più avanti, vi è l’annuncio dell’angelo del Signore (2, 11):

oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.

A partire dal passo (2, 25), è narrata la vicenda di Simone ed Anna, anziani che riconoscono nel bambino il vero Messia di Israele. Vediamo il passo (29-32):

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».

Nel passo 34 poi l’anziano Simone rivela l’azione salvìfica di Gesù:

Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione

La Risurrezione sarà data a molti, non a tutti. Solo a coloro che credono in lui.
Nel passo (3, 4-6) Luca riporta un’altra profezia di Isaia (40, 3-5), vediamo:

com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

“Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”, certo, perché Gesù Cristo è il Salvatore e senza di lui non vi è possibilità di esser salvi.
Ancora nel verso (4, 18-19), Luca narra che Gesù, nella sinagoga di Nazaret, lesse una profezia di Isaia (61, 1-4):

Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore.

I prigionieri sono gli schiavi del peccato, che con la fede in Gesù saranno liberi.
Nel passo di Luca (5, 17-26) è riportato lo stesso episodio narrato in Matteo (9, 1-8) e in Marco (2, 1-12). Nelle tre descrizioni Gesù perdona i peccati delle persone che hanno fede.
Vediamo ora il seguente passo del Vangelo di Luca (9, 22):

«Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

Qui Gesù annunzia la sua passione e sofferenza, oltre al fatto che alcuni non accetteranno il suo avvento e lo negheranno. Inoltre anuncia la sua morte e la sua Risurrezione. Analizziamo ora il seguente passo del Vangelo di Luca (19, 10):

Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Qui si ribadisce ancora che Gesù è venuto a salvare il mondo e non a giudicarlo.
Vediamo poi questo ultimo passo del Vangelo di Luca (22, 19-20):

Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».

Ecco che torna il concetto del corpo e del sangue che saranno offerti come sacrificio finale e perfetto, con lo scopo di togliere il peccato.
Passimo ora al Vangelo di Giovanni:
Innanzitutto il passo già citato (Giovanni 1, 29):

Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

Vediamo poi il passo (3, 14-15):

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Qui Giovanni si rifà ad un passo del Libro Numeri (21, 8). L’episodio del serpente di bronzo viene preso come immagine e prefigurazione della Risurrezione, affichè chi crede in Gesù Cristo abbia la vita eterna.
Poi vi sono i celebri passi del Vangelo di Giovanni (3, 16-21), già riportati all’inizio di questo articolo.
Vi è poi il passaggio del Vangelo di Giovanni (4, 41-42):

Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Dopo l’episodio della samaritana la gente del villaggio si era convinta che Gesù era veramente il Messia e che era venuto per salvare il mondo, e non per condannarlo.
Vediamo ora tre importanti passaggi del Vangelo di Giovanni.

(6, 35-40):
Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

e (6, 47-51):
In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

e (6, 53,58):
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Ecco che Gesù inizia a descrivere il concetto che lui stesso è il pane della vita. L’eucarestia viene da lui annunciata in modo gioioso, come un dono, un regalo che Dio fa agli uomini. Chi lo accetta e crede in lui avrà la vita eterna. Inoltre nel verso 51, si ribadisce che il suo corpo è dato in sacrificio per la vita del mondo, affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Nel verso 54 si rimarca che solo chi mangia il suo corpo e chi beve il suo sangue avrà la vita eterna. E’ l’azione salvìfica di Gesù che si dimostra nella fede e nell’eucarestia.
Vediamo ora due passaggi del capitolo 8.

(8, 31-32):
Gesù allora disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi»

e (8, 36):
Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero.

La Verità, che è Gesù Cristo (Giovanni 14, 6), rende liberi, nel senso che con lui ci si libera dal peccato, e quindi avendo fede in lui ci si salva. La vera libertà è la salvezza. E la salvezza viene solo da Gesù Cristo (Giovanni 14, 6).
Vediamo ora un’altro passaggio del Vangelo di Giovanni (10, 27-28):

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.

E’ Gesù che mediante la sua azione salvìfica da la vita eterna alle sue pecore, ossia a coloro che lo riconoscono e credono in lui.
Vediamo ora il celebre dialogo tra Gesù e Marta, che precede il miracolo della risurrezione di Lazzaro, (Vangelo di Giovanni 11, 25-27):

Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Qui ancora una volta Gesù dichiara apertamente che lui stesso è la risurrezione e la vita. Coloro i quali credono in lui avranno vita eterna. Marta riconosce in lui il Messia, il Figlio di Dio.
Continuiamo nell’analisi del Vangelo di Giovanni. Vediamo il passo (12, 44-50):

Gesù allora esclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

Ancora Gesù afferma parole inaudite, che hanno una potenza sconvolgente.
Lui è venuto per salvare il mondo, non per condannarlo. In queste frasi vi è espresso il concetto salvìfico di Gesù, ma anche il concetto che lui stesso è consustanziale al Padre.
Vediamo un ultimo passaggio del Vangelo di Giovanni (17, 2-3):

Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.

La vita eterna viene data a quelli che lo accolgono, i “figli di Dio”, (Vangelo di Giovanni 1, 12).
Passiamo ora all’analisi di alcuni passi degli atti degli Apostoli e delle Lettere universali, dove si descrive il sacrificio di Gesù Cristo per togliere il peccato del mondo.
Vediamo innazitutto il passaggio (3, 18-19), degli Atti degli Apostoli:

Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati.

Qui Pietro dice che Gesù Cristo doveva soffrire ed inoltre esorta i suoi ascoltatori a convertirsi e credere in Cristo in modo che i loro peccati siano cancellati. Ciò prova pertanto che all’azione salvìfica di Gesù si credeva fin da subito, pochi giorni dopo la Risurrezione.
Altro passaggio importante degli Atti è il seguente (4, 10-12):

sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».

Qui Pietro ribadisce che solo attraverso Gesù si può essere salvati.
Analizziamo anche i seguenti passaggi,

(10, 40-43):
ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».

(13, 37-39):
Ma colui che Dio ha risuscitato, non ha subìto la corruzione. Vi sia dunque noto, fratelli, che per opera sua viene annunciato a voi il perdono dei peccati. Da tutte le cose da cui mediante la legge di Mosè non vi fu possibile essere giustificati, per mezzo di lui chiunque crede è giustificato.

Nel primo passaggio Pietro testimonia la Risurrezione di Gesù, e testimonia che chiunque crede che lui sia il Figlio di Dio riceve il perdono dei peccati. Anche qui indirettamente viene sancito che Gesù ha tolto i peccati del mondo, con la sua azione salvìfica.
Nel secondo passaggio Paolo anuncia il perdono dei peccati per chi crede in Gesù Cristo.
Varie volte Paolo spiega il concetto dell’azione salvìfica di Cristo, non solo nelle sue lettere ma anche negli Atti, attraverso la narrazione di Luca.
Vediamo il passo degli Atti (17, 1-3):

Percorrendo la strada che passa per Anfìpoli e Apollònia, giunsero a Tessalònica, dove c’era una sinagoga dei Giudei. Come era sua consuetudine, Paolo vi andò e per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture, spiegandole e sostenendo che il Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti. E diceva: «Il Cristo è quel Gesù che io vi annuncio».

Gesù doveva soffrire, doveva caricare su di se tutti peccati, per poter espiare le colpe di tutti noi. Vediamo ora l’ultimo passaggio degli Atti (26, 22-23):

Ma, con l’aiuto di Dio, fino a questo giorno, sto qui a testimoniare agli umili e ai grandi, null’altro affermando se non quello che i Profeti e Mosè dichiararono che doveva accadere, che cioè il Cristo avrebbe dovuto soffrire e che, primo tra i risorti da morte, avrebbe annunciato la luce al popolo e alle genti».

Qui Paolo parla al re Agrippa, sostenendo che Gesù avrebbe dovuto soffrire per tutti noi, per poi annunciare la luce nella Risurrezione.
Analizziamo ora la Prima Lettera di Pietro (1, 17-21):

E se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.

E’ il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia che “libera”, cioè che toglie il peccato.
Vediamo ora i passi (2, 24-25):

Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore,
ma ora siete stati ricondotti
al pastore e custode delle vostre anime.

In questi passi Pietro si rifà a due profezie bibliche: Isaia (53, 4-12) ed Ezechiele (34-5).
Ora vediamo un ultimo passo della Prima Lettera di Pietro (3, 18):

perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.

Cristo è morto per togliere i peccati. E’ morto giusto, per cui innocente, per gli ingiusti, per i peccatori, ossia per tutti noi, per darci la possibilità di essere ricondotti a Dio.
Anche nella Prima Lettera di Giovanni vi sono alcuni passaggi che chiarificano lo scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra.
Vediamo il passaggio (1, 7-9):

Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.
Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità.

Per essere salvi dobbiamo confessare i nostri peccati e credere in Gesù Cristo. In questo caso i nostri peccati saranno perdonati per mezzo del suo sangue.
Vediamo ora il passaggio (2, 1-2):

Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.

Giovanni ribadisce ancora: Gesù ha versato il suo sangue per espiare i nostri peccati, non solo i nostri, ma quelli di tutto il mondo.
Vediamo il passaggio (3, 4-6):

Chiunque commette il peccato, commette anche l’iniquità, perché il peccato è l’iniquità. Voi sapete che egli si manifestò per togliere i peccati e che in lui non vi è peccato. Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l’ha visto nè l’ha conosciuto.

Gesù si manifestò per togliere il peccato. Chi rimane in lui, non pecca, chi pecca si allontana da lui. In quanto lui, essendo Dio, è infinitamente sacro.
Vediamo due ultimi passi della Prima Lettera di Giovanni.

(4, 9-10):
In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

e (4, 14-16):
E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.

Ancora una volta Giovanni ribadisce che Gesù è stato inviato per espiare i nostri peccati, in quanto lui è il Salvatore del mondo.
Per concludere passiamo ad analizzare l’Apocalisse di Giovanni. In questo libro profetico, scritto da Giovanni sul finire del primo secolo d.C., vi sono molti riferimenti all’Agnello di Dio e alla sua azione salvìfica. Vediamone alcuni.

(1, 4-5):
Giovanni, alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, e dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue

Gesù Cristo ci ha liberato dai peccati con il suo sangue.

(2, 7):
Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio”.

L’albero della vita, è il simbolo di colui che è la vita, Gesu Cristo. La Risurrezione, sarà donata a coloro che hanno creduto in lui.

(5, 8-9):
E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, e cantavano un canto nuovo:
«Tu sei degno di prendere il libro
e di aprirne i sigilli,
perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue,
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione,

Gesù è stato immolato e con il suo sangue ha riscattato uomini di ogni popolo.

(5,11-12):
E vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani.
Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce: «L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione».

L’Agnello di Dio è stato immolato per togliere il peccato del mondo.

(7, 9-10):
Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello».

I salvati hanno lavato i loro peccati nel sangue dell’Agnello.

(12, 9-11):
E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli. Allora udii una voce potente nel cielo che diceva:
«Ora si è compiuta
la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo,
perché è stato precipitato
l’accusatore dei nostri fratelli,
colui che li accusava davanti al nostro Dio
giorno e notte.
Ma essi lo hanno vinto
grazie al sangue dell’Agnello
e alla parola della loro testimonianza,
e non hanno amato la loro vita
fino a morire.

Ancora una volta si ribadisce che è il sangue dell’Agnello che ha vinto il peccato, la morte e Satana. E’ successo all’inizio, quando Satana si ribellò a Dio, è successo con l’azione salvìfica di Gesù Cristo, e succederà alla fine dei tempi.
Oltre alla sua morte sulla croce, quando Gesù Cristo ha caricato su di se tutti peccati del mondo e li ha tolti con il suo sangue, vi è poi l’evento fondamentale della sua missione: la Risurrezione (Nei Vangeli: Matteo, 28; Marco 16; Luca, 24; Giovanni, 20). Nella Risurrezione Gesù Cristo ha vinto la morte e ha dimostrato il suo potere su di essa. Solo Dio stesso, che ha creato l’universo, ha il potere di vincere il peccato e la morte.
La Risurrezione è inoltre la dimostrazione che Dio ha accettato l’estremo sacrificio di Cristo fatto per tutti gli esseri umani e certifica che coloro che credono in Gesù Cristo saranno risuscitati a Vita Eterna.
Eccoci giunti alla fine di questa disamina, dove abbiamo visto molti riferimenti al concetto dell’Agnello e all’azione salvìfica di Gesù Cristo, nei vari libri del Nuovo Testamento.
C’è però un ultimo passo del Vangelo di Giovanni che vorrei analizzare. E’ il passo (14, 6):

Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me".

Concentriamoci sulla frase: “io sono la via, la verità e la vita”.
Solo chi è il creatore della vita, (Giovanni 1, 3), solo chi è la vita stessa, può vincere la morte. E quindi può vincere il peccato, che è l’origine della morte. Chi non è la vita stessa non può togliere il peccato. Solo Gesù Cristo, che è la vita, può togliere il peccato del mondo.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

Note: 
1-Neufeld, The Earliest Christian Confessions (Grand Rapids: Eerdmans, 1964) p. 47; Reginald Fuller, The Formation of the Resurrection Narratives (New York: Macmillan, 1971) p. 10 (ISBN 0281024758); Wolfhart Pannenberg, Jesus—God and Man translated Lewis Wilkins and Duane Pribe (Philadelphia: Westminster, 1968) p. 90 (ISBN 0664208185); Oscar Cullmann, The Early Church: Studies in Early Christian History and Theology, ed. A. J. B. Higgins (Philadelphia: Westminster, 1966) p. 64; Hans Conzelmann, 1 Corinthians, translated James W. Leitch (Philadelphia: Fortress 1975) p. 251 (ISBN 0800660056); Bultmann, Theology of the New Testament vol. 1 pp. 45, 80–82, 293; R. E. Brown, The Virginal Conception and Bodily Resurrection of Jesus (New York: Paulist Press, 1973) pp. 81, 92 (ISBN 0809117681) . see Wolfhart Pannenberg, Jesus—God and Man translated Lewis Wilkins and Duane Pribe (Philadelphia: Westminster, 1968) p. 90 (ISBN 0664208185); Oscar Cullmann, The Early church: Studies in Early Christian History and Theology, ed. A. J. B. Higgins (Philadelphia: Westminster, 1966) p. 66–66; R. E. Brown, The Virginal Conception and Bodily Resurrection of Jesus (New York: Paulist Press, 1973) pp. 81 (ISBN 0809117681); Thomas Sheehan, First Coming: How the Kingdom of God Became Christianity (New York: Random House, 1986) pp. 110, 118 (ISBN 0394511980); Ulrich Wilckens, Resurrection translated A. M. Stewart (Edinburgh: Saint Andrew, 1977) p. 2 (ISBN 071520257X); Hans Grass, Ostergeschen und Osterberichte, Second Edition (Gottingen: Vandenhoeck und Ruprecht, 1962) p. 96; Grass favors the origin in Damascus. Hans von Campenhausen, "The Events of Easter and the Empty Tomb," in Tradition and Life in the Church (Philadelphia: Fortress, 1968) p. 44; Archibald Hunter, Works and Words of Jesus (1973) p. 100 (ISBN 0334018064)
(2)Jean Carmignac, Nascita dei Vangeli sinottici, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 1986.

giovedì 24 settembre 2015

Considerazioni sulla Risurrezione di Gesù Cristo


Coloro i quali non credono in Gesù Cristo, negano che la Risurrezione sia un fatto realmente avvenuto. 
Ma anche molti credenti in Gesù Cristo sostengono che la sua Risurrezione dai morti si deve accettare per fede e che non si può provare storicamente.
Premetto che questo mio articolo non ha lo scopo di provare che la Risurrezione sia realmente avvenuta. Piuttosto ha lo scopo di dimostrare che alcune tesi usate tentando di screditare l’evento della Risurrezione, non hanno fondamento storico.
Sul fatto poi che ogni credente accetti la Risurrezione per fede non c’è dubbio, ma a mio parere l’analisi dei fatti storici corrobora l’evento fondamentale della storia umana.
Un primo argomento che viene usato dagli scettici della Risurrezione è che Gesù non risorse perché semplicemente non morì sulla croce, e quindi fu visto tre giorni dopo la sua morte apparente.
Se però gli Apostoli credevano nella Risurrezione di Gesù era perché erano certi della sua morte. Se avessero divulgato una Risurrezione mai avvenuta, sapendo di divulgare il falso, ecco che sarebbero stati degli impostori. Ma se fossero stati degli impostori non sarebbero andati al martirio per affermare la loro predicazione e i loro scritti. (Infatti quasi tutti gli autori dei Libri del Nuovo Testamento morirono da martiri, mi riferisco a Marco, Matteo, Paolo, Pietro, Giacomo). Inoltre, naturalmente, se Gesù non fosse morto in croce, apparendo poi tre giorni dopo e dichiarando di aver vinto la morte, Gesù stesso sarebbe stato un impostore, perché avrebbe mentito. In questo caso gli Apostoli stessi, se fossero stati onesti, lo avrebbero smascherato e ovviamente non avrebbero divulgato la Buona Novella.
Ma è realmente possibile che Gesù non sia morto sulla croce?
Innanzitutto bisogna sottolineare che oggigiorno nessun storico del Nuovo Testamento avalla questa tesi. La crocifissione era il metodo più cruento per uccidere un uomo durante l’impero romano. E’ fortemente improbabile che la vittima di una crocifissione potesse sopravvivere, e anche ammettendo che Gesù avesse potuto sopravvivere, non vi sono fonti storiche che affermano questo fatto.
Vi sono invece varie fonti storiche dove si descrive la sua crocifissione, vediamole. Innazitutto vi è quella di Cornelio Tacito, che scrive così nei suoi annali (XV, 44):

"Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Christus, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato all'estrema condanna dal procuratore Ponzio Pilato".

Tacito, anche se li disprezza, descrive i cristiani e conferma quello che c’è scritto nei Vangeli: Gesù Cristo, visse sotto l’impero di Tiberio (che governò dal 14 al 37 d.C.) e gli fu imposta l’estrema condanna (crocifissione) da Ponzio Pilato.
Vi è poi il libro “Antichità Giudaiche” dove, nel passaggio detto Testimonium Flavianum, Giuseppe Flavio descrive la crocifissione di Gesù e persino la sua Risurrezione (3):

"Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se è lecito chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sè molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d'altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani."

Vediamo un’altra fonte storica sulla crocifissione di Gesù: il Talmud Babilonese, una collezione di scritti rabbinici ebrei (4):

"Alla vigilia della Pasqua, Yeshu fu appeso. Per quaranta giorni prima dell'esecuzione, un araldo…gridava: "Egli sta per essere lapidato perché ha praticato la stregoneria e ha condotto Israele verso l'apostasia".

Questo passaggio non solo è una delle prove dell’esistenza stessa di Gesù, ma spiega indirettamente, dal punto di vista degli ebrei che non credettero in lui, il motivo della sua crocifissione, infatti si sostiene che abbia praticato la “stregoneria” e che “abbia portato Israele all’apostasia”. Da una parte si confermano i miracoli, considerati come “stregoneria” da chi non credeva, dall’altra parte si confermano i Vangeli, che descrivono il perché Gesù fu mandato al patibolo, in quanto dal punto di vista degli ebrei non credenti, lui era un apostata, ovvero una persona blasfema che non crede nelle sacre scritture, ma si sostituisce ad esse.
Vi sono altre fonti storiche sulla crocifissione di Gesù, come per esempio quella dello scettico Luciano di Samostata nell’opera La morte di Peregrino (5).
Abbiamo visto pertanto che Gesù Cristo morì realmente sulla croce, ed ogni altra teoria che nega la sua morte in croce na ha alcun credito tra la maggioranza degli storici moderni. Pertanto l’ipotesi che non risorse perché non morì in quella circostanza, risulta essere priva di fondamento.
Alcuni scettici sostengono poi che la Risurrezione di Gesù sarebbe una leggenda sorta molti anni dopo la sua morte, e sarebbe stata inserita nei Vangeli per giustificare la fede dei cristiani. Gesù Cristo sarebbe stato così divinizzato circa trenta anni dopo la sua morte, ma nessuno dei primi cristiani avrebbe mai realmente creduto alla Risurrezione durante gli anni immediatamente successivi alla morte di Gesù.
Questo argomento è confutabile in quanto già nelle Lettere di Paolo di Tarso, vi è descritta la Risurrezione. Nella Prima Lettera ai Tessalonicesi (scritta nel 52 AD), vi sono dei chiari riferimenti alla Risurrezione (1: 9-10): 

Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

Vediamo ora il famoso passaggio della Prima Lettera ai Corinzi (15: 1, 11):

Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

Questo passaggio della Prima Lettera ai Corinzi, (che è stata scritta nel 54 A.D.), è riconosciuto essere da molti storici del Nuovo Testamento come un “credo” molto antico, che potrebbe risalire solo a cinque anni dopo la morte di Gesù e originatosi nella comunità cristiana di Gerusalemme (1).
Paolo lo ha riportato nella sua lettera ai Corinzi proprio perché aveva un’importanza fondamentale. All’interno di questo “antico credo” vi sono sintetizzati tre fatti: la morte in croce di Gesù, la sua Risurrezione fìsica, e le sue apparizioni non solo ai suoi Apostoli, ma anche a numerosi altri discepoli.
Naturalmente ci sono tanti altri passaggi delle Lettere di Paolo di Tarso dove si descrive la Risurrezione, ma per ora vorrei sottolineare il fatto che quest’evento era già tramandato negli anni immediatamente successivi alla morte di Gesù.
Non fu pertanto un fatto aggiunto nei Vangeli in epoca successiva, ma è stato un fatto al quale gli Apostoli credevano fermamente già da subito, pertanto inmediatamente dopo le prime apparizioni.
Analizziamo ora un altro mito, che spesso viene usato da chi nega la Risurrezione di Gesù. Alcune persone sostengono che il corpo di Gesù fu sottratto dalla tomba, nascosto e poi tumulato in un altro luogo, con il fine di far credere ad altri che Gesù fosse risorto dai morti.
Innazitutto bisogna ricordare che la legge ebraica vietava espressamente di aprire i sepolcri (se non per collocarvi nuovi morti), e puniva con la morte il trafugamento di cadavere, pertanto l’ipotesi che qualcuno dei seguaci di Gesù abbia realmente asportato il corpo è, da un punto di vista storico, remota.
Inoltre vi è un particolare del Vangelo di Giovanni che descrive come furono trovati i lini e il sudario nel sepolcro.
Secondo l’Apostolo Giovanni, il primo giorno della settimana (domenica), Maria Maddalena andò di buon mattino al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Nei sepolcri ebraici dei tempi di Gesù, la pietra posta all’ingresso non poteva scivolare, essendo bloccata in una scanalatura praticata nel tufo. E perciò il sepolcro non poteva essere stato aperto dall’interno con una spallata. Per questo Maria concluse che il cadavere fu rubato.
Ma secondo il Vangelo di Matteo (27: 64-66), i capi dei sacerdoti e i farisei dissero a Pilato:

Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Pertanto come potrebbe essere stato rubato il corpo se vi erano delle guardie che vigilavano il sepolcro?
Dopo aver visto che la pietra era stata tolta dal sepolcro Maria Maddalena corse andando da Simone Pietro e dall’altro discepolo che Gesù amava (Giovanni) e disse loro (Vangelo di Giovanni 20, 2):

Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!

Stranamente Maddalena usò il termine “Signore”, che normalmente è un termine riferito solo a Dio (molte volte) o a Gesù risorto. Quindi Pietro e Giovanni si recarono al sepolcro. Ma Giovanni vi giunse prima di Pietro.
Analizziamo i passi del Vangelo di Giovanni (20: 5-8):

Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette”.

I due Apostoli verificarono pertanto che la tomba era vuota. Inoltre da questi passi si evince che il sudario che era sopra il capo non era giacente con i lini (o teli), ma era separatamente arrotolato in un luogo spostato.
“Vide e credette”.
Cosa vide? Cosa credette?
Vide appunto che il lini erano separati dal sudario (o mentoniera). Credette alla Maddalena e all'ipotesi dell’asportazione del cadavere, o credette alla Risurrezione?
Il verbo usato da Giovanni (in greco: pisteÙw) viene usato 98 volte nel Vangelo di Giovanni in senso sopranaturale. Quindi è logico pensare che appunto Giovanni credette alla Risurrezione. Se ci fosse stata asportazione del cadavere, Pietro e Giovanni non avrebbero trovato nulla, perché appunto il cadavere sarebbe stato asportato avvolto nei lini e nel sudario. In pratica se qualcuno avesse voluto portar via il cadavere, non avrebbe potuto lasciare i lini in quel modo.
Vediamo un’altro passaggio del Vangelo di Giovanni (20, 10):

I discepoli perciò se ne tornarono di nuovo a casa”,

Da questo passo si evince che Pietro e Giovanni non pensarono all’asportazione del cadavere (sennò sarebbero andati a cercare il corpo), ma alla Risurrezione. Inoltre, una prova che l’asportazione del corpo di Cristo da parte degli stessi cristiani è improponibile, risulta dal fatto che essi non furono accusati di ciò dalle autorità. Se ci fossero stati indizi della loro colpevolezza sarebbero stati arrestati e messi sotto investigazione, in quanto aprire una tomba e trafugare un cadavere era un delitto grave. Ma di questa accusa o investigazione non c’è traccia. D’altronde come avrebbero potuto trafugare il corpo se vi erano delle guardie che controllavano la tomba? (Come si evince dal Vangelo di Matteo 27:64).
Analizziamo ora un’altra possibile leggenda relazionata alla Risurrezione e alle successive apparizioni di Gesù Cristo. Alcune persone hanno sostenuto che gli Apostoli avessero avuto delle allucinazioni collettive. In pratica non avrebbero visto Gesù in carne e ossa risorto, ma si sarebbero convinti di averlo visto, di avergli parlato, in pratica avrebbero avuto un’esperienza non reale.
Gli studiosi di fenomeni di allucinazione sostengono che normalmente le allucinazioni si verificano attraverso uno dei cinque sensi. Pertanto si possono verificare allucinazioni visive, olfattive, uditive, tattili, e persino gustative.
E’ rarissimo però che il fenomeno di allucinazione si manifesti in modo completo, ossia vedendo, ascoltando e toccando “qualcuno o qualcosa”. Inoltre ancora più difficile è che una allucinazione si manifesti a più persone contemporaneamente. Ma le apparizioni di Gesù non hanno avuto luogo in un singolo evento. Ve ne sono state varie, e in differenti luoghi. Inoltre gli Apostoli in seguito alle apparizioni non hanno dato segno di delirio o pazzia, ma hanno vissuto in modo mite, pacato e tranquillo, divulgando con fermezza la Buona Novella. Il fatto poi che nessuno di loro abbia contraddetto gli altri è un’altra prova del fatto che ciò che videro era veritiero. Inoltre il fatto che i primi cristiani fossero disposti addirittura ad andare alla morte pur di non rinnegare Gesù Cristo è una ulteriore prova della veridicità delle apparizioni.
Nessuno di loro sarebbe andato alla morte se non fosse stato più che sicuro che colui che gli apparve dopo la Risurrezione era proprio Gesù, in carne e ossa, ricordando ovviamente che questo evento era stato da lui annunciato, mentre era in vita.
Inoltre c’è un fatto da considerare: se la teoria delle allucinazioni fosse vera, dovrebbe essere vera pure la teoria dell’asportazione del cadavere di Gesù dalla tomba.
A questo punto gli scettici della Risurrezione devono conciliare vari fatti per negare che la Risurrezione sia realmente avvenuta: devono infatti assumere che il corpo di Gesù sia stato rubato (teoria che come abbiamo visto è, da un punto di vista storico, remota), e che contestualmente tutti gli Apostoli, oltre a Maria Maddalena, i discepoli di Emmaus, Giacomo il Giusto e poi Paolo di Tarso abbiano avuto allucinazioni di gruppo per più di una volta. Considerando infatti che nel Nuovo Testamento, vi sono descritte almeno tredici apparizioni (6) diverse fra loro (escludendo l’Apocalisse), risulta altamente improbabile che siano state tutte dovute ad allucinazioni, anche considerando che durante gli anni successivi nessuno degli Apostoli ha dato segni di schizzofrenia o delirio.
Vediamo pertanto che anche la teoria delle allucinazioni di gruppo, che attualmente non è sostenuta da nessun serio studioso del Nuovo Testamento, viene a cadere.
Un’altra tesi di alcune persone che non credono che la Risurrezione di Gesù sia stata veritiera è che secondo la scienza, risorgere dalla morte è impossibile. Questa tesi però si può confutare in quanto si presuppone che la Risurrezione di Gesù sia avvenuta proprio a causa di un evento soprannaturale, quindi un evento voluto da Dio. E’ ovvio che se una persona nega l’esistenza stessa di Dio non potrà ammettere la possibiltà della Risurrezione di Gesù Cristo.
Un’ultima tesi di alcuni negazionisti della Risurrezione è che nei Vangeli apocrifi gnostici è spesso narrata una diversa Risurrezione, non reale, nella carne, ma allegorica o spirituale e pertanto sarebbero più attinenti alla realtà. Innazitutto bisogna considerare che tutti i cosidetti Vangeli apocrifi gnostici sono stati scritti in epoche successive, a partire dal secondo secolo, mentre i libri del Canone neo-testamentario sono stati scritti entro il primo secolo dell’era cristiana. I Vangeli apocrifi gnostici pertanto non sono stati scritti dagli Apostoli, ossia i testimoni oculari, o da persone che conoscevano i testimoni oculari, ma da persone che hanno dato una propria interpretazione sulla vicenda di Gesù e sulla sua Risurrezione. Queste persone hanno risentito di influenze gnostiche che gli hanno fatto descrivere Gesù come un “ponte” per raggiungere Dio attraverso la conoscenza. Nel Cristianesimo antico, invece, quello del Canone neo-testamentario, la salvezza si raggiungeva solo con il pentimento dei propri peccati e con la fede in Gesù Cristo. Per gli gnostici cristiani, inoltre, che derivavano le loro credenze dal neoplatonismo, era impossibile ammettere la Risurrezione nella carne. Secondo la credenza neoplatonica infatti il corpo sarebbe stato una prigione e alla morte l’anima immortale avrebbe lasciato il corpo. L’idea pertanto della Risurrezione era vista in termini negativi dai neoplatonici, che la consideravano come un ritorno alla “prigionia del corpo”.
Dopo aver analizzato alcune teorie che negano la Risurrezione, abbiamo verificato che non possono essere provate. Al contrario, i fatti storici descritti sostengono e avvalorano la tesi della veridicità della Risurrezione di Gesù Cristo.
Per concludere analizziamo il fatto che i primi cristiani non solo divulgavano la Buona Novella a parole, ma attuarono realmente un cambio di paradigma nelle loro stesse vite. Dimostrarono nei fatti di organizzarsi in comunità di credenti e di vivere nella piena condivisione dei loro beni, aiutandosi l’un l’altro. Inoltre rigettavano la violenza ed erano disposti addirittura a pregare per i loro nemici.
Il martirio di molti primi cristiani, a cominciare da quello di Stefano (nel 36 d.C., quindi pochi anni dopo la Risurrezione), prova che erano disposti ad anteporre il nome di Gesù Cristo alle loro stesse vite. Consideravano pertanto che Gesù Cristo fosse Dio, equiparandolo a Dio Padre. Nessuno andrebbe al martirio per affermare il nome di un semplice profeta.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

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1-Sia riprodotto integralmente.
2-Non si alteri il titolo, alcuna parte di esso nè le fonti bibliografiche.
3-Si aggiunga in vista dopo il titolo e alla fine dell’articolo: opera di Yuri Leveratto.

Note:
1-Neufeld, The Earliest Christian Confessions (Grand Rapids: Eerdmans, 1964) p. 47; Reginald Fuller, The Formation of the Resurrection Narratives (New York: Macmillan, 1971) p. 10 (ISBN 0281024758); Wolfhart Pannenberg, Jesus—God and Man translated Lewis Wilkins and Duane Pribe (Philadelphia: Westminster, 1968) p. 90 (ISBN 0664208185); Oscar Cullmann, The Early Church: Studies in Early Christian History and Theology, ed. A. J. B. Higgins (Philadelphia: Westminster, 1966) p. 64; Hans Conzelmann, 1 Corinthians, translated James W. Leitch (Philadelphia: Fortress 1975) p. 251 (ISBN 0800660056); Bultmann, Theology of the New Testament vol. 1 pp. 45, 80–82, 293; R. E. Brown, The Virginal Conception and Bodily Resurrection of Jesus (New York: Paulist Press, 1973) pp. 81, 92 (ISBN 0809117681) . see Wolfhart Pannenberg, Jesus—God and Man translated Lewis Wilkins and Duane Pribe (Philadelphia: Westminster, 1968) p. 90 (ISBN 0664208185); Oscar Cullmann, The Early church: Studies in Early Christian History and Theology, ed. A. J. B. Higgins (Philadelphia: Westminster, 1966) p. 66–66; R. E. Brown, The Virginal Conception and Bodily Resurrection of Jesus (New York: Paulist Press, 1973) pp. 81 (ISBN 0809117681); Thomas Sheehan, First Coming: How the Kingdom of God Became Christianity (New York: Random House, 1986) pp. 110, 118 (ISBN 0394511980); Ulrich Wilckens, Resurrection translated A. M. Stewart (Edinburgh: Saint Andrew, 1977) p. 2 (ISBN 071520257X); Hans Grass, Ostergeschen und Osterberichte, Second Edition (Gottingen: Vandenhoeck und Ruprecht, 1962) p. 96; Grass favors the origin in Damascus. Hans von Campenhausen, "The Events of Easter and the Empty Tomb," in Tradition and Life in the Church (Philadelphia: Fortress, 1968) p. 44; Archibald Hunter, Works and Words of Jesus (1973) p. 100 (ISBN 0334018064)
2- Annali XV, 44
3- Antichità Giudaiche XVIII, 63-64
4- Talmud Babilonese, (II-V sec.) trad. di I. Epstein, vol. III, 43a/281; cfr. Sanhedrin B, 43b
5- Luciano, De morte Peregrini., 11-13
6- Elenco delle apparizioni e indicazione del rispettivo libro del Nuovo Testamento dove sono citate (senza contare l'Apocalisse):

Prima apparizione a Maria Maddalena, Marco 16, 9-11; Giovanni 20, 11-18
Seconda apparizione a Maria Maddalena e l’altra Maria, Matteo 28, 9-10
Terza apparizione a Simon Pietro: Vangelo di Luca 24: 43; 1 Corinzi 15, 5
Quarta apparizione a due discepoli in Emmaus: Vangelo di Luca 24, 13-35
Quinta apparizione a Gerusalemme ai dieci: Vangelo di Giovanni 20, 19-25; Marco 16, 14; Luca 24, 33-43
Sesta apparizione a Gerusalemme agli undici: Vangeli di Giovanni 20, 26-31; 1 Corinzi 15, 5
Settima apparizione ai sette sul lago di Galilea, (Pietro, Tommaso, Bartolomeo/Natanaele, Giovanni, Giacomo e altri due), Giovanni 21, 1-25
Ottava apparizione a 500 in una sola volta, 1 Corinzi 15, 6
Nona apparizione a Giacomo (fratello di Gesú); 1 Corinzi 15, 7
Decima apparizione agli undici in Galilea, Matteo 28, 16-20; Marco 16, 15-18
Undicesima apparizione agli undici (Ascensione) a Gerusalemme: Luca 24, 44-53; Atti 1, 3-12
Dodicesima apparizione (uditiva e accecante): a Paolo: Atti 9: 3-9; Atti 22: 6-11; Atti 26: 12-18
Tredicesima apparizione: a Stefano: Atti 7, 55

mercoledì 23 settembre 2015

Il Cristianesimo antico: l’età patristica prenicena


Il Cristianesimo antico (o primitivo), è iniziato con la Risurrezione di Gesù, e si è diffuso da Gerusalemme a tutto il mondo antico attraverso l’azione instancabile degli Apostoli e degli altri seguaci di Cristo.
I documenti più significativi nei quali si descrive l’età apostolica, ovvero il periodo dalla Risurrezione alla morte di Giovanni, sono gli Atti degli Apostoli, le Lettere di Paolo, e le altre opere che conformano il Nuovo Testamento.
Tuttavia vi sono altri documenti, come la Prima Lettera di Clemente di Roma, dove si descrivono alcuni fatti dell’età apostolica, per esempio il martirio di Pietro e l’instancabile opera di evangelizzazione di Paolo. (1).
Durante il primo secolo d.C. i cristiani furono perseguiti duramente, in quanto non riconoscevano la “divinità” dell’imperatore e predicavano il Vangelo di Cristo, affermando che solo la fede in lui e il pentimento dei propri peccati avrebbero portato alla salvezza e quindi alla vita eterna. Tutto ciò era in forte contraddizione con la religione e con la cultura romana, la quale vedeva l’essere umano come un semplice animale sviluppato e non un essere sacro, al centro del progetto divino.
Le persecuzioni contro i cristiani iniziarono sotto l’imperatore Nerone. L’imperatore Vespasiano, dopo le guerre giudaiche, ordinò di ricercare tutti i discendenti della stirpe di Davide. In seguito Domiziano tornò a perseguitare i cristiani, con inaudita ferocia.
Dopo la morte di Giovanni, l’Apostolo di Gesù Cristo che visse più avanti nel tempo, avvenuta indicativamente il 100 d.C. ad Efeso, non vi era più alcuna persona che avesse conosciuto il Salvatore del mondo.
Il Cristianesimo però, malgrado le terribili persecuzioni romane, sopravvisse, anzi si diffuse “come il fuoco in un bosco secco”.
Come fu possibile?
Chi furono i sucessori degli Apostoli e quale era il loro stile di vita?
Perchè riuscirono a far accettare la nuova fede in Dio a masse di persone che fino a pochi anni prima riconoscevano come divina la persona dell’imperatore o adoravano idoli?
Innanzitutto bisogna considerare che le chiese cristiane che sorsero nel I secolo, e che poi si svilupparono nel secolo successivo, non erano organizzate in modo gerarchico, in pratica non vi era un “papa” o capo della Cristianità. Contrariamente a quanto si può pensare, il successore di Pietro, il cui nome era Lino, non era il capo della Chiesa cristiana, ma era solamente il capo della Chiesa cristiana di Roma.
Ogni città aveva il suo vescovo: Alessandria d’Egitto, Efeso, Antiochia, Gerusalemme, Olimpo, Filippi, Corinto, Cartagine, ecc.
L’indipendenza di ogni congregazione dalle altre, rendeva così impossibile che qualsiasi insegnamento erroneo, cioè diverso dalla parola del Signore, e che qualsiasi nuovo dogma, si estendesse alle altre comunità.
Inoltre i vescovi non erano stati educati al di fuori della comunità dove professavano, ma vi erano cresciuti all’interno, erano conosciuti da tutti e a tutti dovevano rispondere delle loro azioni.
Siccome la credenza cristiana esige dei cambi radicali non solo a parole, ma anche nei fatti, i vescovi che predicavano questo cambio di paradigma dovevano dimostrare nei fatti che loro per primi erano disposti a lasciare tutto per Gesù Cristo. Non solo dovevano dimostrare di vivere in modo integerrimo e mite, non solo dovevano abbandonare le loro proprietà materiali per donarle alla comunità, vivendo così in condivisione dei beni, ma dovevano essere disposti ad anteporre Cristo persino alle loro vite.
Ed è quello che fecero: infatti la maggioranza dei vescovi o dei saggi cristiani che vissero dopo la morte di Giovanni, nella cosidetta “età patristica”, morirono martirizzati, dando l’estrema testimonianza (martire significa testimone, in greco), di Gesù Cristo.
Mi riferisco per esempio a Clemente di Roma (morto nel 100 d.C.), Ignazio di Antiochia (35-107 d.C.), Policarpo di Smirne (69-155 d.C.), Giustino Martire (100-168 d.C.), Ireneo di Lione (130-202 d.C.), Ippolito di Roma (170-235 d.C.), Origene (185-254 d.C.), Cipriano (210-258 d.C.), Metodio di Olimpo (250-311 d.C.)
La loro principale forza dunque, fu la fede incrollabile in Cristo, e la dimostrarono col martirio.
Sul processo di nomina di un nuovo vescovo analizziamo uno scritto di Cipriano (2):

“Deve essere scelto in presenza della gente e deve dimostrare di essere degno e appropriato mediante un giudizio e una testimonianza pubblica. Per poter nominare un nuovo vescovo in modo appropriato, tutti i supervisori della stessa provincia devono riunirsi in una congregazione. Il vescovo deve essere scelto in presenza della congregazione, e tutti devono conoscere la sua vita e i suoi costumi.”

E sull’integrità e moralità dei cristiani leggiamo una parte di uno scritto di Ignazio (3):

E’ necessario pertanto, non solo essere chiamato cristiano, ma essere realmente cristiano…Se non siamo preparati per morire allo stesso modo del nostro Salvatore, la sua vita non sta in noi.

Un’altra caratteristica dei primi cristiani era la cosidetta separazione dal mondo. Vediamo a tale proposito i celebri passi del Vangelo di Giovanni (15, 18-19):

Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che gli appartiene. Poichè invece non siete del mondo, ma io vi ho eletti dal mondo, per questo il mondo vi odia.

In effetti i primi cristiani dimostrarono di non essere interessati alle tentazioni del mondo. Non erano interessati al denaro, nè al potere. Vivevano nel mondo, eppure non ne facevano parte. Fu solo a partire dal cosidetto ibrido costantiniano che le cose cambiarono. Nei 280 anni che vanno appunto dalla Risurrezione fino all’editto di Milano, i cristiani vissero in contesti non frivoli, nè mondani, quindi piuttosto austeri. Non che non fossero felici, s’intenda, ma la loro allegria derivava dalla fede, e non certo dalle possessioni materiali o dal potere terreno. Vediamo a tale proposito due scritti di Erma, fratello di Pio, vescovo di Roma 

(4):
Infatti, quelli che hanno fede, e che però hanno anche le ricchezze di questo mondo, così sono. Quando arriva la prova, negano il Signore per mantenere le loro ricchezze e affari. Pertanto coloro i quali sono ricchi in questo mondo non possono essere utili al Signore a meno che prima di tutto si riducano le loro ricchezze. Nel vostro caso apprendete prima questo. Quando voi eravate ricchi eravate inutili. Però adesso siete utili e adatti alla vita.

(5):
Astenetevi dagli affari ed eviterete il peccato. Coloro che sono occupati con i loro affari commettono molti peccati, e i loro affari li distraggono, invece di servire il Signore.

Proprio la separazione dai piaceri mondani, quindi dall’apparire, dal mostrarsi, dal culto del possedere, non fecero che rafforzare la loro attitudine all’aiutare ed amare il loro prossimo, sia egli cristiano o non cristiano.
Vediamo a tale proposito una citazione di Giustino Martire (6):

Noi, che davamo valore ad acquisire ricchezze e beni materiali più che a qualsiasi altra cosa, adesso mettiamo ciò che abbiamo in un fondo comune e lo condividiamo con chiunque ne abbia bisogno. Ci odiavamo e ci distruggevamo tra di noi e non volevamo associarci con popoli di altre razze o paesi. Adesso, per Cristo, viviamo insieme a queste persone e preghiamo per i nostri nemici.

Ecco come Clemente di Alessandria descriveva il buon cristiano (7):

Impoverisce se stesso a causa dell’amore, assicurandosi che niente sarà più importante di aiutare un fratello in difficoltà, in special modo se sa che può sopportare la povertà meglio di lui. Allo stesso modo, considera il dolore dell’altro come il suo proprio dolore. E se soffre alcuna difficoltà non si lamenta.

Da questa e altre citazioni dei testi patristici risulta pertando che i cristiani del secondo e terzo secolo si dedicavano realmente al prossimo, non solo al prossimo cristiano, s’intenda.
Un’altra delle loro caratteristiche era il fatto che non solevano portare in un giudizio un loro “fratello”, ma tentavano di dirimere le controversie in modo pacato, con il dialogo e la comprensione.
Il loro spirito ultra-conservatore li portava inoltre a considerare che non ci dovesse essere nessuna nuova rivelazione dopo i testi del Nuovo Testamento. Ogni possibile cambio o aggiunta ai testi sacri era pertanto visto come un grave errore.
Come potevano vivere, i primi cristiani, all’interno di società, la romana e la greca, profondamente corrotte, sia dal punto di vista della moralità che da quello dei costumi sessuali?
I cristiani si trovavano letteralmente a nuotare contro corrente.
Innanzitutto il fatto stesso di non fare i sacrifici rituali agli dei pagani o di non bruciare incenso in onore del “genio” dell’imperatore, che era riconosciuto il “dio” protettore dei romani, era già di per sè una situazione che li esponeva alla morte. In effetti molte persecuzioni contro i cristiani ebbero origine proprio a causa dell’ostinato rifuto dei cristiani di sottoporsi a rituali per loro senza senso.
I primi cristiani erano però anche in contrasto con la cultura del tempo e non solo con la religione greca o romana.
Prendiamo per esempio il caso dell’aborto: nella Roma imperiale era una pratica comune e tollerata. La vita umana infatti non era considerata sacra, vista come il progetto di Dio, da preservare ad ogni costo.
L’essere umano era ritenuto solamente un animale che aveva sviluppato delle qualità intellettive particolari, ma non era considerato su un piano superiore agli altri esseri viventi.
Pertanto il feto poteva essere distrutto senza problemi, esattamente come alcuni schiavi venivano gettati nell’arena in balia di bestie feroci, solo per il divertimento delle masse.
I primi cristiani si opponevano tenacemente a tutto ciò. A tale proposito vediamo uno scritto di Tertulliano (8):

Nel nostro caso, giacché l’assassinio è assolutamente proibito in ogni sua forma, neppure potremmo uccidere il feto nell’utero. Fermare una nascita è semplicemente una forma più rapida di uccidere. Non importa se si uccide una vita appena nata o se si distrugge una vita che ancora non è nata.

I primi cristiani erano inoltre contrari all’istituzione della schiavitù, giacchè nell’insegnamento di Cristo tutti gli uomini sono liberi e nessuno deve prevalere o dominare l’altro.
Ecco una citazione di Lattanzio che sancisce questo concetto (9):

Davanti agli occhi di Dio, nessuno è schiavo, e nessuno è padrone. Siccome tutti abbiamo lo stesso Padre siamo tutti suoi figli. Nessuno è povero agli occhi di Dio eccetto chi non ha giustizia. Nessuno è ricco eccetto chi ha tante virtù.

Vediamo ora quale erano le credenze dei primi cristiani in relazione al battesimo. Credevano che il battesimo avrebbe purificato i peccati di una persona? Pensavano forse che senza battesimo un bambino sarebbe stato condannato?
Niente affatto. Per primi cristiani il battesimo non era considerato un rituale magico che potesse salvare una persona, a meno che non fosse accompagnato dalla fede in Gesù Cristo e dal vero pentimento dei propri peccati. In pratica il battesimo attuato senza fede, non aveva alcun valore. Quindi sostenevano che i bambini non battezzati che morivano nell’infanzia potevano salvarsi, a differenza del dogmatico Agostino di Ippona (354-430 d.C.).
Vediamo, a tale proposito un passo di Giustino Martire, nella sua opera “Dialogo con Trifone” (10):

Non c’è altro modo, (per ottenere le promesse di Dio), che questo: conoscere Cristo, bagnarsi nella fonte della quale parlava Isaia per la remissione dei peccati, e per ultimo, condurre una vita senza peccato.

Che cosa sostenevano i primi cristiani a proposito della salvezza?
Secondo la maggioranza degli storici, tra i quali lo statunitense David Bercot, durante il Cristianesimo antico, pertanto sia nell’era apostolica che nell’era patristica, si credeva che la fede in Dio fosse assolutamente essenziale per la salvezza e che senza la grazia di Dio, nessuno potesse salvarsi.
Tuttavia nel corso dei secoli sucessivi si svilupparono verbose diatribe tra i sostenitori della salvezza per fede e quelli della salvezza attraverso le opere. Secondo queste due tendenze quindi o la salvezza è un regalo di Dio, o si consegue attraverso le opere buone.
Queste polemiche però furono introdotte dal dogmatico Agostino di Ippona (354-430 d.C.), e in seguito da Martin Lutero (1483-1546), e non esistevano ai tempi del Cristianesimo antico.
I cristiani dei primi tre secoli, avevano chiaro che solo attraverso la fede assoluta si può ottenere la salvezza. Il loro ragionamento considerava naturalmente che una fede senza opere, non è vera fede. Ma a tale proposito vediamo alcune citazioni dei primi cristiani dell’età patristica.
Clemente di Roma per esempio (11):

E noi, dunque, che per Sua volontà siamo stati chiamati in Gesù Cristo, non siamo giustificati nè per la nostra sapienza o intelligenza o pietà o le opere compiute in santità di cuore, ma per la fede con la quale Dio onnipotente giustificò tutti sin dal principio. A Lui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Lo stesso Clemente però esorta a compiere opere buone (12):

Che faremo o fratelli? Cesseremo di fare il bene e trascureremo la carità? Giammai permetta il Signore che questo avvenga tra noi, ma con zelo ed ardore sforziamoci di compiere ogni opera buona.

Allo stesso modo consideriamo due citazioni di Policarpo, il discepolo di Giovanni. Nella prima riporta un celebre passo della Lettera agli Efesini di Paolo (13):

Molti desiderano entrare nella gloria del Signore, sapendo che: “Infatti siete salvi per la grazia, tramite la fede: ciò non proviene da voi, ma è dono di Dio; non dalle opere, perché nessuno se ne vanti “(Efesini, 2, 8-9).

Nella seconda citazione però lo stesso Policarpo esorta a fare opere di bene (14):

Colui il quale resuscitò dai morti, ci risusciterà, se facciamo la sua volontà e seguiamo i suoi comandamenti e amiamo quello che lui ama, mantenendoci lontano da ogni corruzione.

Vediamo ora il pensiero di Clemente di Alessandria in riferimento alla salvezza attraverso la fede (15):

Abramo non fu salvato per le sue opere, ma per la fede (Romani, 4, 3). Pertanto anche se realizzate buone opere adesso, ciò non vi aiuterà dopo la morte, se non avete fede.

Lo stesso Clemente però afferma (16):

Chi riconosce la Verità e si distingua per le sue opere buone otterà la vita eterna…Alcune persone recepiscono questo messaggio (Dio fornisce loro il potere necessario), però siccome danno poca importanza alle opere che conducono alla salvezza, non sono suficientemente preparati per conseguire l’obiettivo della loro speranza.

In quest’ultimo passaggio Clemente ribadisce che dopo “aver riconosciuto la Verità”, ossia dopo aver affermato la Verità in Cristo, il credente deve fare delle opere di bene per ottenere la vita eterna.
Da queste citazioni si evince pertanto che i primi cristiani davano priorità alla fede in Cristo per il raggiungimento della salvezza. Per loro non vi era affatto diatriba tra fede e opere, proprio perché se la fede è vera deve necesariamente includere anche le opere di bene.
Da tutto ciò si giunge alla conclusione pertanto che il mondo greco-romano e la cultura dei primi cristiani, derivata ovviamente dalla loro fede in Cristo, erano due pianeti opposti, che irrimediabilmente si sarebbero scontrati frontalmente.
Uno dei due sarebbe stato inglobato dall’altro. E così in effetti fu, il mondo antico greco-romano scomparve e fu trasformato nella civiltà cristiana, anche se essa, nel periodo dell’ibrido costantiniano, fu parzialmente annacquata e corrotta.

YURI LEVERATTO
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Bibliografia: Che parlino i primi cristiani, David Bercot

Note:
(1)Vi sono inoltre altre testimonianze che descrivono il martirio di Paolo, sotto l’imperatore Nerone, come la lettera ai Romani di Dionigi, vescovo di Corinto:
“Con una tale ammonizione voi avete fuso le piantagioni di Roma e di Corinto, fatte da Pietro e da Paolo, giacchè entrambi insegnarono insieme nella nostra Corinto e noi ne siamo i frutti, e ugualmente, dopo aver insegnato insieme anche in Italia, subirono il martirio nello stesso tempo”
O come la testimonianza di Gaio, vissuto a Roma al tempo del vescovo Zefirino. Egli, in uno scritto contro Proclo, capo della setta dei Catafrigi, dice a proposito dei luoghi dove furono deposte le sacre spoglie degli apostoli:
“Io ti posso mostrare i trofei degli apostoli. Se andrai al Vaticano o sulla via Ostiense, vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa”.
Queste due ultime testimonianze sono tratte dalla “Storia ecclesiastica” di Eusebio.
(2) Cipriano, Lettera alla congregazione della Spagna (epistola 67, capitoli 4, 5)
(3) Ignazio, Lettera ai Magnesi, cap. 5
(4) Erma, Il pastore di Erma, tomo 1, vis.3, cap.6
(5) Erma, Il pastore di Erma, tomo 3, sim.4
(6) Giustino, prima apologia, cap.14
(7) Clemente di Alessandria, Miscellanea, tomo 7, cap. 12
(8) Tertulliano, Apologia, cap.9
(9) Lattanzio, Istituzioni divine, tomo 5, cap.15/16
(10) Giustino, Dialogo con Trifone, capitolo 44
(11) Prima Lettera di Clemente, cap. 32, 4
(12) Prima Lettera di Clemente, cap. 33, 1
(13) Policarpo, Lettera ai Filippesi, cap. 1
(14) Policarpo, Lettera ai Filippesi, cap. 2
(15) Clemente, Miscellanea, tomo 1, cap. 7
(16) Clemente, uomo ricco, cap. 1, 2